Ordet - La parola

 Ovvero: la “scuola di cristianesimo” di Carl Theodor Dreyer e Søren Kierkegaard

 La sceneggiatura di Ordet (La parola), un film di Carl Theodor Dreyer del 1955, è ispirata ad un lavoro teatrale di Kay Herald Munk, uno dei più noti drammaturghi danesi, nonché eroe della resistenza del suo paese, ucciso dai tedeschi nel gennaio 1944. Sia l’opera di Munk sia il film di Dreyer contengono ripetuti riferimenti alla concezione del cristianesimo di Søren Kierkergaard, tanto da renderne più evidenti e intuitive le implicazioni anche per un pubblico che non conosca direttamente le sue opere.

La storia narrata è quella di un uomo che è convinto di essere Cristo. Potrebbe trattarsi della convinzione di un folle, e in un certo senso lo è, se non fosse che per Kierkegaard ogni vero cristiano deve essere anche folle, perché la sua fede è paradossale. Il desiderio che anima la follia di Johannes è quello d’imitare Cristo fino alle estreme conseguenze, fino alla completa identificazione con lui.

 Il desiderio d’imitarlo, nel senso in cui Kierkegaard parla di tale desiderio come di quello che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni vero cristiano, si spinge fino all’annullamento di ogni distanza. Johannes diventa così, agli occhi della propria comunità e dei suoi cari, “una matto da legare”, sebbene conservi pienamente il loro affetto e la loro dedizione. Tutti sono però “scandalizzati” dai suoi discorsi e dal suo comportamento, sebbene questi, in fondo, non ricalchino nient’altro che quelli di Cristo. Solo una sua nipotina, verso la fine del film, dimostrerà di credere in lui, di saper chiedere e pregare nel modo più semplice e pieno, come può farlo una bambina, e grazie alla sua fiducia nello zio renderà possibile il miracolo con cui il film si chiude.  

Per Kierkegaard “la maggior parte delle persone che vivono oggi nella cristianità trascorrono i loro giorni nell’illusione che, se fossero stati contemporanei di Cristo, lo avrebbero senz’altro riconosciuto, nonostante l’incognito. Sfugge loro interamente che questa loro presunzione per cui credono di lodare Cristo costituisce una bestemmia nel <<climax>> privo di dialettica proclamato a gran voce da un prete ciarlatano: Cristo era il Dio a tal punto da potersene accorgere subito e direttamente, mentre si dovrebbe dire: Cristo era veramente Dio, e quindi Dio a tal punto di esserlo in incognito, tanto che non furono la carne e il sangue ma esattamente il contrario della carne e del sangue che lo fecero riconoscere da Pietro”.[1]

L’essere Dio in incognito costituisce per Kierkegaard una delle prerogative essenziali di Cristo, mentre la presunzione di saperlo riconoscere è una caratteristica diffusa tra gli “ammiratori” di Cristo, ovvero tra coloro che lo ammirano proprio in virtù della loro rinuncia ad imitarlo. Per la stessa ragione, il saperlo riconoscere nel prossimo più umiliato e misconosciuto costituisce invece il sintomo più evidente di una fede autentica. Questa capacità e questo coraggio, implicherebbero infatti in questo caso la piena accettazione del paradosso che la fede cristiana comporta, dello “scandalo” in essa implicito. Solo imparando ad imitare e amare Cristo “in incognito” il cristiano può riuscire a dare vita alla lieta novella, perché proprio questo è stato il senso della sua incarnazione. Dio si è fatto uomo rendendosi irriconoscibile come Dio, così da non indurre ammirazione, ma il desiderio d’imitazione di ogni anima confidente. Il segreto di ogni riuscita imitazione di Cristo consiste innanzitutto – secondo Kierkegaard -  proprio “nel voler essere tanto incognito da apparire come una persona assai inferiore a quella che si è”, ma per la maggior parte delle persone questo costituirebbe un desiderio “paradossale”, destinato a produrre un’esperienza non auspicabile, e lo sarebbe tanto di più quanto più si avvicinasse alla perfezione. La serietà dell’incognito è invece “tanto più perfetta quando si è capaci di legarvisi e togliersi a priori la possibilità di liberarsene. Ma l’incognito dell’Uomo-Dio è mantenuto con onnipotenza, e la serietà divina consiste proprio nel conservarlo fino al punto che l’Uomo-Dio vi patisce la sofferenza puramente umana”.[2]

Una simile sofferenza si fonda sull’essenziale misconoscimento che caratterizza il destino umano di Cristo. Egli fu infatti sempre misconosciuto: “non trascorse giorno né ora senza che l’incomprensione, come essa sola può farlo, non lo crocifiggesse, e in un martirio almeno tanto crudele quanto il tormento fisico. Non compresero né la sua dottrina né i suoi miracoli, che furono fraintesi; non compresero lui che fu frainteso: non compresero perché andasse con peccatori e pubblicani e ne furono scandalizzati; non compresero la profezia della sua passione e della sua morte e ne furono scandalizzati” .[3]

Come Cristo, anche Johannes – il protagonista del film di Dreyer – è misconosciuto ogni giorno durante tutto il periodo di tempo della sua follia. Anche Johannes si percepisce come un “crocefisso”. Il padre, che aveva riposto in lui la speranza che egli fosse un “rinnovatore” in grado di risvegliare le coscienze ad una nuova fede, considera la sue preghiere inesaudite, tanto da convincersi di non saper più pregare. Il fratello pensa che i suoi studi, e in particolare quello della filosofia di Kierkegaard, abbiano contribuito in maniera decisiva all’insorgenza della sua pazzia, che considera irreversibile. Gli altri membri della famiglia guardano a lui con affetto misto a commiserazione. Johannes è solo, interamente proiettato oltre se stesso, in quella condizione di oblio perfetto, di smemoratezza integrale nei confronti della vita” che secondo Maister Eckhart caratterizza l’esistenza di un cristiano che abbia saputo cogliere la viva presenza di Dio nella propria anima. Grazie a tale smemoratezza egli può raggiungere quella “povertà di spirito” che lo conduce alla piena identificazione con Cristo, può conseguire quella condizione di totale abbandono in cui non si vuole nulla, non si sa nulla e non si ha nulla, perché si è riusciti ad annullare la propria dimensione individuale.[4] La frattura tra il proprio sapere e il proprio essere è venuta meno: l’unica verità che resta a Johannes è quella di ciò che è diventato, di ciò che ormai è: un folle e assoluto “imitatore” di Cristo.

Gli echi della filosofia kierkegaardiana sono evidenti nella sua posizione di folle nella fede: secondo Kierkegaard, infatti, per il cristianesimo “la verità non consiste nel conoscerla, ma nell’esserla. A dispetto di tutta la filosofia più moderna, c’è su questo punto una differenza infinita, come risalta con particolare chiarezza dall’atteggiamento di Cristo davanti a Pilato; poiché egli non poteva rispondere alla domanda intorno alla verità senza deviare dalla verità, e proprio perché egli non era colui il quale sapeva ciò che la verità è, ma era la verità. Non che egli ignorasse che cosa la verità è; ma quando si è la verità e l’esigenza è d’esser la verità, il saperla è una menzogna. Poiché se si è la verità, è naturale che si sappia che cosa essa è, non inversamente; ed ecco appunto perché diventa menzogna quando si disgiunge il saper la verità dall’esserla, o quando s’identifica il saperla e l’esserla, mentre bisogna dire l’inverso: essere la verità è la medesima cosa che saperla, e Cristo non avrebbe mai saputo la verità se non lo fosse stato; e nessuno sa della verità più di quanto non ne viva. E così, propriamente parlando, non si può sapere la verità; conoscerla infatti significa sapere che essa consiste nell’esserlo, e in questa conoscenza che di essa si ha, si sa che il saperla significa esserne privi”.[5]

In due ore e quattordici minuti, concentrate in 114 inquadrature (mentre un film di media durata ne comprende almeno quattro-cinquecento), con uno stile narrativo austero, movimenti di macchina ridotti al minimo, con ben tredici inquadrature che vanno oltre i tre minuti Dreyer evita di sovrapporre il proprio sguardo di narratore cinematografico alla quotidiana vicenda di Johannes, della sua famiglia e delle controversie tra sette cristiane tra loro ostili, che si riconoscono nel cuore di una fede comune ridotta ai termini essenziali solo verso la fine del film. Johannes è ciò che non può sapere di essere, perché il totale abbandono alla sua fede implica l’esperienza, ancorché passeggera, della folle incoscienza di sé come persona separata dalla propria fede. È Cristo in incognito, perché è un cristiano in incognito. Come Cristo, potrà essere riconosciuto solo quando l’origine divina e paradossale del proprio annuncio si manifesterà in maniera incontrovertibile.

Pochi temi musicali scandiscono la lieve tensione del racconto verso il suo esito rappacificato e sereno, pur sottolineandone i momenti più drammatici e poetici fino all’agnizione finale, quando l’elemento sovrannaturale irrompe nella storia con rigore geometrico. Le parole del Vangelo fanno da contrappunto ad annunciare l’avvento della parola, della sola che per Kierkegaard può rivelasi salvifica: quella pronunciata nella pienezza della fede scandalosa e poco credibile che pervade l’anima di Johannes, Cristo “in incognito”, un cristiano che imita Cristo fino a veder sfumare ogni distanza e ogni sapere, per poi ritrovare la ragione solo quando sa di poter essere finalmente riconosciuto ben al di là della sua persona, del soggetto che sarebbe potuto sembrare e che avrebbe potuto essere accettato e venerato, appena in tempo per sottrarsi ad ogni forma di ammirazione.[6] Riacquistando la luce della ragione, non cesserà per questo di aderire alla propria fede, ma diverrà consapevole del tragitto paradossale che ha dovuto percorrere per accedervi come essere umano, in maniera autentica e radicale.

                 



[1] S. Kierkegaard, Scuola di cristianesimo, trad. it. Roma 1977, pp. 139-140.

[2] Ivi, p.143.

[3] Ivi, p. 175.

[4] Cfr. Meister Eckhart, Die deutschen und lateinishen Werke, Stuttgart-Berlin, 1936 e segg, Die deutshen Werke, Vol. I, p. 14, 193 e 244, Vol. V p. 112, 194, 297.

[5] S. Kierkegaard, Scuola di cristianesimo, cit., p. 204.

[6] Cfr. ivi, pp. 233-234.