La democrazia e l'arte di ascoltare

Ovvero… come ripartire da Guido Calogero

 

 

   Guido Calogero scrisse L’ABC della democrazia nell’autunno del 1944, pochi mesi dopo che i nazisti avevano lasciato la capitale. Il suo è un manuale essenziale che contiene tutto ciò che ogni cittadino di uno stato democratico dovrebbe sapere per potersi a tutti gli effetti considerare tale.  Come la filosofia, anche la democrazia è per Calogero essenzialmente dialogo. Come in ogni dialogo, la difficolta principale non è quella di aver diritto di parola, o di saper parlare, o l’avere il coraggio necessario per farlo: la difficoltà principale è saper ascoltare.

 

   “La domanda «Che cosa è la democrazia?» si risolve perciò in quest’altra domanda: «Che cosa debbo fare per essere un buon democratico?».” Per essere un buon democratico, bisogna saper “tener conto degli altri”. Questo è “l’atteggiamento fondamentale dello spirito democratico. […] L’unità della democrazia è l’unità degli uomini che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a vicenda, e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie preferenze.”

 

   Ma come si tiene conto della volontà degli altri? “Anzitutto – scrive Calogero -  ascoltandoli. Prima ancora che nella bocca, la democrazia sta nelle orecchie. La vera democrazia non è il paese degli oratori, è il paese degli ascoltatori. Naturalmente, perché qualcuno ascolti, bisogna bene che qualcuno parli: ma certe volte si capisce anche senza che gli altri parlino, e non per nulla si sente fastidio per i chiacchieroni e reverenza per i taciturni attenti. La democrazia è dunque, in primo luogo, colloquio”.

 

 

   Da queste premesse, non è difficile comprendere quali siano per Calogero i principali pericoli per la democrazia e quali siano i sintomi dell’incrinarsi della fiducia nei suoi principi fondativi. Il primo di questi è sicuramente la proliferazione di cittadini poco democratici. Ma come riconoscerli? “Gli uomini di scarso senso democratico son già coloro che tendono a sopraffare gli altri nella conversazione, che non stanno a sentire quello che gli altri dicono, che tagliano loro la parola prima che essi abbiano finito di esporre il loro pensiero. In un’assemblea democratica, la situazione-base non è il diritto di parlare, è il dovere di stare zitti. Per poter parlare, bisogna chiedere la parola, e non si può parlare finché il presidente non l’ha data. Abituarsi a questo è uno dei primi e più importanti passi dell’educazione democratica, perché è molto difficile superare la tentazione di interrompere l’oratore o di portargli via addirittura la parola tutte le volte che ai suoi argomenti si senta di poter opporre migliori argomenti propri”.

 

    Un altro dei sintomi più significativi dell’incrinarsi della fiducia nei valori della democrazia è la “diffidenza verso l’autorità”, dato che una simile diffidenza “significa, invero, autorità debole, autorità di scarsa durata: è il tipo di autorità verso cui tende la psicologia dell’anarchismo, secondo cui tutte le cariche dovrebbero essere revocabili ad nutum, al solo cenno di coloro che le hanno assegnate. La diffidenza dal basso crea le autorità deboli e discontinue, e queste screditano la democrazia e ne preparano la rovina. La gente meno esperta comincia a sognare il dittatore, che abbia la possibilità di agire senza essere criticato e fermato ad ogni istante”.

 

   Forse non è inutile, alla luce di queste osservazioni di Calogero, rimarcare come il comunismo, il fascismo e poi il nazismo siano tutti regimi politici scaturiti da circostanze di questo tipo. Il risentimento diffuso, per dirla con Friedrich Nietzsche, che una simile diffidenza verso l’autorità sta manifestando in proporzioni crescenti e che ha raggiunto vette inquietanti da quando ha trovato in nuove forme di populismo interpreti ideali non può che far sospettare che quegli scenari nefasti si stiano riproponendo.

 

   Ma c’è anche un terzo, e non meno fondamentale, elemento di debolezza della democrazia, da cui può dipendere in parte anche questo appena menzionato, ed è la separazione tra democrazia politica e democrazia sociale. Quando questi aspetti della democrazia ritengono di poter essere completamente autonomi l’uno dall’altro, indipendenti o autosufficienti, la sopravvivenza di entrambi è a rischio.  Affinché la democrazia politica non confligga con quella sociale, rivelandosi un sistema di vuoti diritti giuridici, occorre che sia attiva una qualche forma efficace di giustizia distributiva, come Calogero aveva già messo bene in luce nel Primo manifesto del liberalsocialismo, scritto a quattro mani con Aldo Capitini tra 1937 e il 1940. Anche le libertà fondamentali previste dallo stato liberaldemocratico, anche “la purissima libertà di pensiero e di parola, sancita negli articoli di una costituzione”, se non fosse concessa a tutti i cittadini la possibilità d’istruirsi e formarsi in maniera adeguata, rischierebbe di rivelarsi una libertà del tutto formale, che di fatto in molti non saranno in grado di esercitare. Per porre tutti i cittadini in condizione di renderla effettiva, bisogna “occuparsi non solo dei problemi della libertà politica, ma anche di quelli della eguaglianza sociale. Come è un falso liberale colui che, sapendo che ogni ragazzo è giuridicamente libero di andare a scuola, crede che tutti i ragazzi siano effettivamente liberi di andarci e non si preoccupa di sapere se hanno i quattrini per farlo, così è un falso liberale colui che si preoccupa soltanto del fatto che tutti i cittadini abbiano pari diritto di voto, e non anche del fatto che abbiano pari possibilità di formarsi una cultura, di crearsi delle opinioni, di metterle alla prova della propaganda e del pubblico consenso”.

 

   Una democrazia che non abbia a cuore la formazione dei propri cittadini, che non li ponga tutti in condizione di poter condurre una vita dignitosa, di accedere a un’istruzione in grado di commisurarsi con i tempi sempre più complessi in cui viviamo, e cioè che non consenta loro, in quanto ascoltatori, di formarsi un senso critico adeguato che gli permetta di valutare ciò che propongono gli oratori di turno, o che in quanto oratori gli esenti dal dovere di argomentare le proprie tesi così da renderle chiare e comprensibili a tutti, qualsiasi sistema d’istruzione di questo tipo non sarà in grado di formare cittadini capaci di rispettare in maniera consapevole e attiva le regole della convivenza democratica. Sarà proprio questo il primo segnale che ci si trova in una “democrazia a tempo”, destinata a implodere non appena la separazione tra la sua dimensione politica e la sua dimensione sociale diverrà lacerante, non appena i valori della libertà e della giustizia finiranno di “ascoltare” le rispettive ragioni.

 

   Le prime avvisaglie che si è prossimi a quest’esito sono oggi facilmente riconoscibili: quando il diritto di prendere la parola mette in secondo piano il dovere di ascoltare con l’attenzione necessaria, quando le tesi degli avversari politici sono sempre più pretestuosamente e sistematicamente etichettate e distorte, quando questi vecchi trucchi della retorica diventano la norma, come ormai si può constatare in qualsiasi talk show televisivo, vuol dire che la democrazia è seriamente in pericolo, perché si sta sottovalutando l’importanza della sua regola aurea, che è quella di saper ascoltare.

 

   Calogero ci fa presente questo pericolo agli albori della storia repubblicana, quando l’Italia non è stata ancora completamente liberata, e lo fa con piena autorevolezza ed essendo già per molti un maestro di democrazia, come si evince, tra l’altro, anche dal ricordo di Carlo Azelio Ciampi, uno dei suoi allievi più prestigiosi alla scuola Normale di Pisa: “I sei mesi che trascorsi con Calogero – ricorda Ciampi – furono estremamente intensi. Per me, così giovane, fu l’occasione di imparare da un grande nobile maestro, del quale divenni amico. Ci insegnava i principi fondamentali del comportamento dell’uomo; prima di tutto il rispetto per gli altri. Oggi si parla spesso di tolleranza; non amo questa parola perché è un termine improprio, ma ciascun essere ha bisogno di conoscere e di essere pronto a lottare perché gli si riconoscano gli stessi diritti che noi riteniamo di dover pretendere da tutti. Ci insegnava inoltre che l’individuo ha un senso in quanto vive in una collettività e la base della collettività è il saper dialogare, il saper parlare, discutere e affrontare gli argomenti con piena libertà di convincimento delle proprie idee, con l’intendimento di farle affermare, ma pronto a riconoscere la ragione dell’altro e ad accettarla quando uno ne divenga convinto”.

 

 

 

Guido Calogero, L'Abc della democrazia, Chiarelettere.