La luce tra l'erba

 


                                       LA LUCE TRA L'ERBA



                                 Un romanzo di Gustavo Micheletti






                         


                                          COME UN’INTRODUZIONE




Rileggendo per l’ultima volta il resoconto della nostra storia comune prima di consegnarla alle stampe, si è rafforzata in me l’idea, sorta anteriormente al periodo degli eventi narrati e forse risalente alla mia giovinezza,  che il destino di ogni personaggio, come del resto quello di ogni persona, non si riveli nell’arco limitato della sua prospettiva individuale, ma solo in quello più vasto entro cui si compongono le mediazioni di sguardi diversi.
Anche per questo motivo, ovvero poiché nessun personaggio sa decifrare da solo il senso del proprio tragitto, ne “La luce tra l’erba” abbiamo cercato di ricostruire la vicenda dei protagonisti attraverso sguardi e narrazioni differenti, le loro personali rimanendo sospese tra varie altre non meno fugaci e precarie.
Vi sono così tanti narratori che si succedono in rapide alternanze, con stili per lo più diversi e talora affini: nel prologo iniziale con la mia ultima – almeno fino ad oggi - lettera a Rebeca, anticipo alcuni temi ricorrenti dell’intera vicenda; nel primo capitolo, “Il giardino d’amore”, Federico e Albertine raccontano in forma diaristica in quali circostanze ebbe inizio la loro unione e in che modo ebbe luogo la nostra conoscenza; nel secondo, “Un giorno di festa”, i componenti di una famiglia romana hanno ricostruito, con uno stile più narrativo, i momenti salienti di una giornata festiva non priva di conseguenze, della quale fui anch’io involontario protagonista; il terzo, “Neve e luna”, che temo risulterà tra i più criptici alla lettura, è ingombro del maldestro tentativo da parte mia di ricostruire un monologo del sottoscritto (per la verità leggermente ubriaco) durante una notte invernale in Bretannia; nel quarto, “L’uomo di vetro”, Albertine, ormai cresciuta, ci narra di un loro viaggio in Francia, sulle nostre orme, e di come avvenne l’incontro con l’uomo di vetro, che tanta parte ebbe nella loro storia; nel quinto, “Le figlie di Nicolaj”, ripercorro le tappe di un mio viaggio in Russia, che oggi, rileggendone le parti salienti, mi pare assuma un sapore quasi iniziatico; nel sesto, “Il figlio perduto”, il marito della signora da me conosciuta durante la seconda parte descrive a modo suo la prima occasione in cui ebbi ad esibirmi in qualità di conferenziere; nel settimo, “Tra i rami e sul prato”, Federico di nuovo ci parla della vigilia di un altro giorno festivo, questa volta trascorso insieme alla moglie ed ai figli; nell’ultima parte, infine, con un’altra lettera, questa volta ad Albertine, prendo congedo da lei e dal gentile lettore.
       In questo modo, attraverso il gioco dei nostri resoconti incrociati, quasi sempre relativi a tempi successivi, man mano che si delinea la vicenda dei due protagonisti principali prendono forma anche i caratteri degli altri personaggi, anche di quelli che, fino a quel momento fuori fuoco, parlavano o scrivevano prima che fossero chiarite la loro collocazione nel romanzo e la loro funzione. Accade infatti che questi vogliano fornire una testimonianza di quanto gli è capitato o gli sta succedendo parlandone ai due protagonisti - uno senza nome e l’altra senza voce – lasciandosi così prendere in una rete di testimonianze reciproche.  
      Ma queste ragioni non sarebbero ancora sufficienti per giustificare una soluzione narrativa che può talvolta disorientare il lettore. Piuttosto, a indurci soprattutto a tale scelta è stata l’ipotesi che ho sopra menzionato, ovvero che solo da una sovrapposizione di sguardi diversi e diverse prospettive potesse scaturire una ricostruzione più vera, meno arbitraria e compromissoria, del tratto di vita che abbiamo trascorso tenendoci, per così dire, in contatto, e trovando la nostra presenza nel mondo reciprocamente significativa.
     In questo modo, confidiamo che dalle ricostruzioni di più narratori possa emergere, come filo conduttore di tutto il romanzo, la storia frammentaria e rapsodica di quella che potrebbe risultare la coppia principale, se non altro per il fatto che da lei s’innervano anche gli altri rapporti: sarà infatti la loro storia a legare le  vicende degli altri coprotagonisti in un disegno corale, in un intreccio di destini diversi innescati in un unico amo. E chi sa che non sia poi questo uno dei motivi per cui leggiamo e scriviamo: racchiudere destini diversi nello stesso plesso di esperienze o ventaglio di possibilità, stringerli uno all’altro in modo da sottrarli per un breve lasso di tempo alla loro essenziale (o apparente) solitudine.



























                            PROLOGO – LETTERA A REBECA




Il vento non placa le sue direttive segrete, rivolta le acque come aratro impaziente, le feconda con bianche folate e beve anche il sole che si bagna nel mare. Anche tu lasciavi che il vento ti portasse lontano senza fare resistenza. Ad un certo punto della tua vita non avesti più bisogno di analizzare, di trasfigurare ogni immagine in un'altra possibilità. Ti lasciavi incantare dal suono di un flauto come dal canto d'un usignolo e tutto era di nuovo molto facile. I profumi invadevano i prati con lievi folate e tu t'inchinavi verso di loro distendendo le braccia. Rispetto a tutta la forza di certi momenti, alla loro implacabile leggerezza, tutto il resto poteva sembrarti spaventosamente artificioso e allora diventava secondario sapere che era impossibile sottrarsi alla propria fatica, perché esisteva solo il desiderio di riposarsi nella corsa di una ragazza, nel fiocchetto nero di un suonatore di violoncello e nelle mani degli orchestrali, che muovendosi insieme sembravano guidate da una risolutezza che aveva la morbida concentrazione della preghiera.
Ma la tua preghiera si era fatta silenziosa, emanava solo un lieve mormorio, come un ruscello di montagna insonne che accompagnasse la caccia di notturni predatori dei boschi. Piccoli elfi abitavano nella luce della luna che non avevi bisogno di guardare. In effetti non avevi più bisogno di molte cose. Ti eri prosciugata come uno di quegli arbusti odorosi che fiancheggiavano le nostre strade marine nelle notti d'estate e resistevi quasi senz'acqua, bevendo solo piccoli sorsi; ti bastava bagnarti appena le labbra e non avevi più sete di nulla. Non avevi né sete né fame, e come una sonnambula ti accontentavi di uno spazio angusto per le tue perlustrazioni. Piccoli diversivi senza importanza, pretesti d'inazione che frapponevi tra i fianchi dei sogni.
Come in quella camera illuminata dalla luce che filtrava dalle due finestre e che stava bene con il trio di Ciaikovskij. Nella stessa posizione sul letto aspettavi la musica senza un sussulto, senza un pensiero, perché ogni sensazione di rinascita è impossibile senza una profonda rinuncia, senza lasciarsi possedere e senza inchinarsi davanti al tempo.
Il più doloroso è anche il più semplice e da lì bisogna sempre ripartire per imboccare ogni nuova strada, per disporsi ad ascoltare ogni nuova eco. Al tuo risveglio ogni fondamento ti apparve variegato di riflessi oscillanti, come in un antico dormiveglia nel quale poter percepire il colore originario delle cose, e ogni sentimento rassegnazione, un riconoscersi, uno scivolare indietro in una più debole luce, appena sufficiente ma sempre più essenziale.
A volte nel letto i tuoi piedi freddi ti facevano venire voglia di vomitare, se ci pensavi. Ma ormai avevi imparato a non pensarci. Anche questo soffitto è così alto che ci si potrebbe volare, dicevi, costruire una cattedrale, o una gigantesca ragnatela; ma in realtà eri stanca di digerirne i filamenti sottili. La tua nuova ambizione segreta era di seguire il rivolo di luce fredda che entrava dalla finestra fino a respirare la sua purezza e rinascere dalle pietre come un arbusto spazzato dal vento, finalmente nuda, docile e tenace. I seni gonfi come nelle notti insonni di quand'eri ragazza, gli occhi sbarrati a carpirne i rumori ripensando a tuo padre, alla mitezza della sua voce esitante e alle sue morbide mani.
Quella notte che parlasti con Albertine dopo il concerto, rannicchiata su un fianco sotto le coperte, con le spalle rivolte alla parete, mi sembra di vederti, mi pare di sentire come riaffiorarono in te le sensazioni di quella sera, come un presagio, i profumi del parco e la controllata concentrazione dei musicisti, una felicità senza causa né scopo, la scoperta d'una nuova e radiosa mancanza d'indipendenza, d'una immensa abnegazione. Provavi quasi vergogna per non aver più provato qualcosa di simile da troppo tempo, da un tempo indefinito, perché il tuo dolore era minacciato dal bisogno di sondare delle fondamenta, dalla voglia di rischiare e di ridurre tutto ad una possibilità inconsistente, una delle tante destinate ad elidersi in una successiva schermaglia interiore.
Il tuo ventre era scavato come una di quelle bacinelle dell'acqua santa in cui intingevi le dita sotto il soffitto troppo alto d'una chiesa ostile. Come da bambina avresti voluto giocare con la morte, sfidarla per poi scappare inorridita tornando ogni volta improvvisamente a vivere un attimo prima d'essere presa. Dicevi che insieme ai grandi rosoni che ghermivano il cuore le acquasantiere erano le cose più accoglienti in ogni chiesa, contraltari dei terribili tabernacoli e della loro luce invisibile, ricolme di un'acqua fresca che ti proteggeva. Piangesti di paura quando l'assaggiasti una volta, ma d'allora non hai avuto più paura di nulla e le tue lacrime ti sono parse come quelle di un altro, come quelle di un uomo che sapesse custodire il loro muto coraggio dentro di sé.
E così era stato all'inizio, per un breve periodo, quando ti eri fatta accogliente e avevi accettato anche il mio amore come un nutrimento quotidiano, ricambiando con discrezione, tua madre apparentemente felice che io fossi così attento, parsimonioso ed eloquente nei gesti.
Ma poi con la scomparsa di tua madre ogni ferita fu occlusa, e allora non c'era più motivo, ogni mite intesa era da lavare col sangue, le mie attenzioni arabeschi del vento, un'eco frettolosa ed estranea, accecata dall'amore e sorda ad ogni crampo più vivo. Questo pensavo e a questo riducevo la spiegazione di tutto. Fu qualche giorno dopo quel nostro incontro al concerto che incominciai a capire meglio, perché al telefono mi dicesti una cosa, una cosa che poi mi è parsa decisiva, e cioè che io sapevo amare solo chi era attraversato dalla sofferenza e dallo spaesamento, e anche l'amore per te in un certo senso scorreva nella stessa dimensione. In fondo ci trovavamo davvero in due posizioni simmetriche e parallele: per questo ti rattrappisti in un nascondiglio sicuro, come se nulla potesse più trasfigurarsi in gioia o dolore, quasi che fosse impossibile scindere la nostra esperienza da quella zona franca che è di tutti e di nessuno.
Quando a Roma la signora con cui avevo trascorso tutto il pomeriggio disse che quella donna era mia moglie la cosa si fece per me ancora più chiara, quasi un'anticipazione della tua lettera risolutiva: che a distanziarci era lo stesso desiderio, quello stesso desiderio che allora chiamavo con un altro nome. Era quell'amarci fuori di noi di cui parlasti poi nella tua lettera a condurci ad una distanza limite, e tu in fondo volevi solo mostrarmi verso quali conseguenze paradossali ed estreme. E anche quella donna, era un po' come se fosse davvero mia moglie, perché ci accompagnava ad una distanza costante, ma che poteva dilatarsi a dismisura.
Il tuo respiro trema ancora oggi sotto le coperte come quella sera? Era l'odore del tuo corpo che si dissolveva sul cuscino o quello di Albertine? Non lo sapevi, te lo chiedesti al telefono, quando riuscimmo a riparlare a fondo dopo tanto tempo. Con lei riapparvero tutte le esitazioni della vita e il loro impaziente brusio, l'attesa di veder comparire all'improvviso l'altro polo dei tuoi pensieri, le tante piccole scosse d'una caduta dove potevi aggrapparti ad ogni masso in grado di deviare il tuo percorso. E' come se grazie a lei la superficie compatta e sterile dove appuntavi le tue tracce si fosse incrinata mostrando crepe insospettate e lasciando intravedere squarci d'un cielo azzurrino. Al telefono mi dicesti che nel modo in cui si sbirciava le gambe e nella sua camminata saltellante riconoscevi un imbarazzo che non ti era mai appartenuto, ma che ti era sempre piaciuto nelle altre. In fondo le avevi sempre invidiate per questo. Come se a te non fosse concesso di temere qualcosa perché non desideravi nulla d'ignoto, nulla che fosse realmente sospeso fuori di te, mentre loro potevano dischiudersi esitanti verso l'esterno come se da lì fosse potuto venire un definitivo segnale chiarificatore, un suggello al loro essere più autentico. Questa certezza di quel che sentivi è stata il punto di volta della tua vita, un invisibile diaframma sonoro, quanto t'impediva di ascoltare il verso del fauno spaventato che continuava ad accompagnarti di nascosto e che anch'io mi ostinavo a ignorare. Soltanto quella sera ne scorsi per un attimo gli occhi tra i rami e capii che doveva essere stato a lungo il nostro segreto interlocutore comune. E' il suo sguardo a gettare una nuova luce anche sul nostro rapporto. Se questo ti era potuto apparire come una dimora accogliente e protettiva la possibilità di ricostruirla non fu però accomodante o sinistra, perché imparammo a risalire insieme le rive delle nostre vite guardandoci ogni tanto e gettando nell'aria parole leggere. Si trattava ancora una volta di due possibilità simmetriche e divergenti, ma non sembravano più destinate ad annullarsi come temevi. Abbiamo solo vissuto accanto come due prospettive in grado di racchiudersi a vicenda, e se l'amore era per te un sentimento senza contenuto, insondabile e necessariamente appeso a qualche suo effetto marginale, l'opportunità che esso offriva di rivivere in una luce nuova, in una sola nuova luce quanto veniva creato da sguardi differenti, d'essere visti insieme nello stesso vedere non fu più soltanto un inganno prospettico, ma un esercizio essenziale, un cedimento controllato, l'unico vero antidoto al movimento ellittico dei nostri pensieri.
E' un eccesso di chiarezza che provoca a volte il desiderio di perdersi e noi a un certo punto avevamo imparato a piegarci verso una pietà gratuita, a soffermarci su quanto appena vive, sul bordo dello stesso stagno colmo di animali minuscoli fino a percepirne l'umore segreto.
Anche la tua dedizione a quel libro assunse col tempo l'aspetto d'una dimostrazione per assurdo, come se la comprensione più vera dovesse percorrere un tragitto indiretto per potersi trasformare alla fine in un unico grido sommesso.  Dopo quella sera al concerto rinunciasti all'edificazione d'una cattedrale sopra la tua ferita e incominciasti ad assecondarne il peso senza volerla perlustrare, imparando a ruotare intorno lo sguardo senza disperdere l'attenzione.
E così ritornammo per un po' come bambini, rapiti in una preghiera comune, perfettamente separati in un mutuo fronteggiarsi di reciproci ascolti, due traiettorie sospese e lanciate verso una riva remota dove le gioie e i dolori potevano scorrere fraternamente disgiunti.
Quel mio breve soggiorno romano fu il momento saliente di questo sradicarsi, il debordare da una distanza di sicurezza. Al mio ritorno la notte ci fu di nuovo muta compagna deponendo ogni sera le sue uova d'argento davanti ai nostri occhi appena chiusi, mentre le nostre sirene si assopivano per il non saperci più incantare e Crono ci assaporava senza ingoiarci.
Ma ricomincio a pensare troppo velocemente e non voglio. Ora vorrei solo restare in ascolto del tonfo dei tuoi pensieri sulla superficie dello stagno, perché i miei sono fatti di purissimo ascolto, questa è ormai la loro materia e il loro alimento, fresco e vario come le impressioni di quel fauno nel folto del bosco. Anche con la musica sentivo il tuo respiro che scivolava lungo la stoffa bianca, la testa svuotata, la luce della strada attraverso la finestra. Non c'era quasi pulviscolo, solo qualche cristallo volando appariva all'improvviso e poi usciva biancheggiando dal raggio di lato. Alcuni preferivano uscire dall'alto ed altri di lato, e dove andassero e se poi si rimettessero in moto non ci era dato saperlo.
Ora vorrei soltanto dormire e trascinarmi avanti per tutta la notte mutato ed eguale fino a quando una mosca non venga ad infastidirci di nuovo al mattino. Qui la notte non ha una vera fine, perché d'estate una luce bianca la rischiara, luce di neve e luna insieme, come quella che illuminava la nostra stanza l'ultima notte che passammo accanto. Anche il profumo che viene dal mare sembra lo stesso. Una tormenta di neve ci portava questo profumo da dentro la stufa e noi ci addormentammo sfiorandoci appena una mano e una spalla, e sentire la tua spalla vicina fu per me il momento più bello, l'ultima felicità intera di tutta la vita, tale da cancellare passato e futuro in un solo respiro.








                                       IL GIARDINO D'AMORE




Non appena finiscono le prove sento di nuovo il verso delle cicale. Nel parco c'è un vento fresco e le ombre dei rami si piegano sul prato. Io infilo subito il violino nella custodia, prendo il casco e mi avvio a passi rapidi verso l'uscita. Le gambe sembra che respirino mentre si allungano sul viale, vorrebbero stirarsi e saltare, e la testa si riempie di odori. Quelli che prima non sentivo ora sembrano come nuovi, ed è bello riposarsi accelerando, rivedere i colori e sentire la ghiaia che scricchiola sotto i piedi.
Metto in moto la vespa e raggiungo la pensione dove ormai abito da più di un mese. Ho fretta perché devo vedere una nuova stanza. Per un motivo o per l'altro, nessuna di quelle che ho visto fino ad ora è andata bene. Questa non è lontana da San Lorenzo e la signora da cui devo prenderla in affitto ha una voce molto bella. Ci vado subito dopo pranzo, o meglio dopo il doppio yogurt che mangio da un po' di tempo al posto del pranzo.
L'appartamento si trova al terzo piano di un palazzo antico. L'ascensore è stretto, ma carino, e c'è anche uno specchio con una cornice liberty. Le scale invece sono abbastanza spaziose, e sul pianerottolo una luce che filtra dall'alto taglia in due la porta dell'appartamento con una linea obliqua.
Suono una prima volta, e dopo aver fatto trascorrere un numero significativo di secondi un'altra, senza però ottenere alcuna risposta. Nell'attesa mi metto a guardare in giro e alzando la testa vedo che sopra la porta c'è un volto di Medusa scolpito nella pietra. E' scalfita ad un angolo della bocca e il solito raggio di luce la illumina a metà.
Lungo le scale e in tutto il palazzo c'è un grande silenzio, e mi viene voglia di andarmene, ma non lo faccio perché sento dei passi dentro la casa. Mi apre una donna molto alta, con i capelli lunghi e castani, forse leggermente rossastri. Le cadono lungo il viso, lisci e rigidi come due pareti di legno. Mi fa entrare con un cenno del capo, quasi un breve inchino; poi, con un tono di voce pacato e gentile, con grande calma, mi mostra l'appartamento, soffermandosi anche su dettagli che mi paiono inessenziali.
L'ingresso è costituito da un grande salone quadrato, con delle belle mattonelle di ceramica azzurra, e in alto il soffitto è a cassettoni. Alle estremità della sala ci sono quattro porte, che immettono in altrettante stanze quadrate, grosso modo della stessa grandezza. Più che una casa sembra l'illustrazione di un teorema di geometria: la cucina, il bagno e due camere ai vertici della diagonale che attraversa il salone, una della quali sarebbe la mia, con un altro piccolo bagno annesso.
Quindi la signora mi spiega le condizioni da rispettare. Posso usare la cucina solo ad ore determinate e il telefono solo previo consenso e comunque in casi eccezionali. Il telefono si trova in camera sua, che di norma è chiusa a chiave. Posso anche portare a casa amici, uno alla volta, al massimo due, ma a patto di non fare troppo rumore. Le porte e le pareti della casa attutiscono bene qualsiasi suono, ma è chiaro che non bisogna esagerare.
Mentre parla ogni tanto le sfugge, senza alcun motivo apparente, un sorriso lievemente ironico, che però subito controlla riassumendo la sua espressione calma e seria. Ma basta un piccolo movimento del viso per mutarla completamente. Non è facile darle un'età: potrebbe avere quarant'anni, ma forse anche di meno. Il suo viso ha lineamenti sottili, forse un po' orientali, almeno negli occhi e nelle labbra, e nell'insieme non è privo d'una certa dolcezza.
Il prezzo è di cinquecentomila lire al mese ed io mi dichiaro subito d'accordo. Prima di congedarmi, proprio sulla porta di casa, si presenta, stringendomi debolmente la mano. E' una mano magra e appena tiepida, che però m'ispira simpatia, come del resto anche il suo nome. Si chiama Rebeca Lucenti, e il nome Rebeca mi ricorda una mia compagna delle scuole medie di cui ero stata molto amica e che poi ho perso di vista.
Decido di traslocare già domani, perché di stare in pensione non ne posso più, e poi quel posto mi piace. Non saprei dire perché, ma mi piace. E anche quella donna, qui veramente non capisco, mi fa quasi paura, ma non ho esitato un attimo e non ho trattato nemmeno sul prezzo.
La sera, dopo aver preparato le valigie, mi preparo per uscire con Beatrice. Dobbiamo andare a cena da Federico, che abita sulle colline di Settignano. Federico l'ho conosciuto a casa di Marco, e mi è piaciuto subito, anche se mi è sembrato un po' troppo intellettuale, e temo di potermi sentire a disagio. Quel giorno si è accostato con una certa cautela e probabilmente un po' gli piaccio. Ad un certo punto non ho risposto ad una sua domanda e lui si è quasi offeso, allontanandosi in silenzio e non rivolgendomi più la parola per tutto il resto della serata. Più tardi, quando ormai stavo per andarmene, però mi ha salutata con un tono tutto gentile, come se nulla fosse successo, dicendomi che sperava di rivedermi, e allora ho pensato che magari non si era offeso e che quella era stata soltanto una mia impressione.
Penso che forse mi piace solo perché ha gli occhi di un bel verde scuro, i capelli neri, e una camminata un po' a papera, che sembra deviare continuamente dal suo percorso prestabilito. Oppure perché non è nemmeno lui tanto magro, e forse la cosa mi rassicura. Quelli con gli occhi verdi sono sempre stati il mio debole, perché mi sembrano determinati e generosi. E poi non dice cose troppo scontate, e ha una bella risata, aperta e senz'ombra di forzature.
Comunque sia, dopo aver fatto la doccia mi metto un vestito blu di cotone con dei fiorellini bianchi e un paio di scarpe quasi nuove e senza tacco, tanto per non nascondere la mia reale statura. Quindi accendo la radio e finisco di asciugarmi i capelli davanti allo specchio. Ho le ginocchia grasse, ma non è una novità. A dire il vero anche le cosce sono un po' grasse, ma ormai mi vanno bene così e mi dispiacerebbe costringerle a dimagrire. Penso che la sorella di Federico abbia con lui un atteggiamento possessivo e che in casa deve essere considerato come il genio di famiglia. Pare in effetti che all'università vada bene, anche se è in ritardo con gli esami, perché un po' di tempo lo dedica a leggere cose per conto suo e a suonare il pianoforte. Naturalmente Marco è un'altra cosa, ma lui è un professionista, e decisamente bravo. Ci sono come degli improvvisi silenzi nel suo modo di suonare, dei silenzi appena più lunghi del previsto, nel suo modo di eseguire Rachmaninov, per esempio, che a volte mi lasciano senza fiato.




II


Oggi ho ricevuto una lettera di Maria, la lettera più inaspettata della mia vita. Ogni tanto pensavo che l'avrei rivista, ma senza crederlo davvero possibile. E invece dice che vuole vedermi, con un tono quasi imperativo, senza darmi nemmeno l'indirizzo, forse contando sul fatto che non l'abbia mai perso. Ma la cosa più sorprendente di tutta la faccenda è che ho deciso di partire. Non so bene che senso abbia, ma devo andarci, anche se non so bene perché e non sono sicuro di trovarla. Ho provato a telefonarle, ma a quel numero non risponde nessuno. Comunque partirò domani subito dopo pranzo; ho già prenotato il volo.
Stasera dovrebbero venire un po' tutti, anche Albertine. Ha detto Beatrice che l'avrebbe portata, e spero che venga, perché è l'unica delle sue amiche che mi piace davvero. La sera che ci siamo conosciuti a casa di Marco abbiamo parlato un po' ed è rimasta due o tre volte a guardarmi in faccia un istante di troppo. Non è molto alta, anzi, per dire la verità direi che è piuttosto bassina, e non particolarmente magra, ma ha tutta una gamma di espressioni anche un po' sensuali, e un modo di muovere le gambe, di accavallarle, per esempio, che sembra sempre imbarazzato, come se volesse nasconderle senza pretendere di riuscirci.
Nella lettera Maria non da spiegazioni. A quanto pare è sicura che risponda al suo richiamo. In questi casi non so resistere, e nemmeno esitare, anche perché era davvero molto bella. Spero che non le sia successo niente di grave e che stia bene. Lei sul suo corpo faceva sicuro affidamento, quasi fosse la sua cosa più preziosa, forse invulnerabile, come una scultura o qualcosa del genere.
Maria aveva anche delle belle gambe, e dei fianchi morbidi e accoglienti. Una volta che eravamo sdraiati sul letto prese la mia mano, la rivoltò da tutte le parti per cercarvi un segno del mio destino e poi disse che sul mio corpo non ne aveva ancora trovato nessuno, anche se secondo lei almeno uno doveva esserci per forza. Sul suo invece ce n'era uno molto piccolo: una piccola losanga di nei sulla schiena, all'altezza del rene sinistro, e lei gli attribuiva una grande importanza e ne andava quasi orgogliosa, pur non sapendogli attribuire alcun significato preciso.




III


Non appena i capelli sono quasi asciutti spengo il fon e mi trucco gli occhi con una matita turchese, senza esagerare, sebbene esagerare a volte non mi dispiaccia, anche con il trucco. Poi guardo l'orologio, constatando che arriverò come al solito in ritardo, perché sono quasi le nove e mezzo. Allora spengo anche la radio prendo il casco ed esco di corsa. In vespa cerco di recuperare e dopo una gimcana un po' azzardata nei pressi di un semaforo mi viene in mente di aver suonato male alle prove del pomeriggio. Il maestro deve essersene accorto e non mi ha detto niente per pura cortesia. La cortesia è una delle cose che possono mettermi più a disagio, specie quando non è meritata. Poi penso che questa sarà certamente una cena in piedi, e magari fredda, una di quelle cene dove non c'è nessun gusto a mangiare nulla perché ogni boccone sembra l'ultimo e dà un senso di precarietà.
Come se non bastasse, appena arrivata, dopo i saluti di rito, vengo accalappiata dalla sorella di Federico, così che lui pensa bene di tenersi alla larga. Si chiama Luciana, un nome che non mi fa venire in mente nulla, nessuna idea di simpatia o antipatia. Colmo dei colmi, si mette a tenermi una conferenza su di lui, e più lei parla più lui perde tutto il suo fascino potenziale. Si dice preoccupata perché il fratello non esce mai di casa e non vede nessuno e ciò nonostante abbia molti amici ed amiche che gli telefonano, questo ci tiene molto a precisarlo. Sta sempre rinchiuso a studiare o a leggere non si sa bene che cosa e quando esce è scostante e maldestro, dice lei. Sorelle tanto pallose pensavo non esistessero, e invece esistono; anche la mia, al confronto, è un prodigio di discrezione.




IV


Luciana si mette a parlare con lei e io mi guardo bene dall'avvicinarmi. Intanto faccio un po' di conversazione con gli altri pensando a quello che mi devo portare via, anche se ora partire mi dispiace, perché vorrei poterla rivedere anche domani. Quando finalmente Luciana si decide a lasciarla perdere mi avvicino, la prendo per un braccio e la trascino davanti al pollaio in fondo al prato. Lì mi metto a parlare del vento, un argomento che tiro sempre fuori quando non so come incominciare. Poi lei mi domanda se è vero che non esco mai di casa, perché Luciana deve averle fatto i soliti discorsi un po’ idioti. Mi domanda anche quale tipo di musica ascolto, che è già un argomento più normale. Poi arrivano Marco e Beatrice e lui incomincia a fare domande su qual è il momento più bello quando si fa all'amore, dicendo che è subito dopo, quando si ha voglia di dire tutte le scemenze che ti passano per la testa, e Albertine ascolta sorseggiando il suo bicchiere di spumante, senza però fare alcun commento.
Anche lei ha una pelle liscia, come quella di Maria, che però è leggermente olivastra, mentre quella di Albertine è più chiara. Maria assomigliava a una di quelle donne orientali di Gogain, tutte appoggiate sul loro corpo, ma anche distanti e ignare del loro aspetto. Quando faceva all'amore le piaceva fare l'aria indifferente e a volte conversare del più e del meno, come se nulla fosse: lo trovava divertente ed anche abbastanza eccitante. Un giorno mi disse che il suo corpo era una macchina perfetta, che non girava mai a vuoto, qualsiasi cosa le capitasse di pensare nel frattempo. Altre volte invece se ne stava accoccolata su di un fianco, la testa reclinata sopra una spalla, le gambe ripiegate e strette. In quella posizione si lasciava accarezzare, aprendo leggermente le spalle e sprofondando nel suo respiro senza accenti, regolare e profondo come il mare.
Quando tutti incominciano ad andarsene le chiedo di rimanere, perché tanto i miei non ci sono e anche Luciana se n'è tornata a casa sua, e prima di partire vorrei almeno che la cosa nascesse, anche se forse è solo perché ho bisogno di gettare un'ancora da qualche parte.




V


Quando Luciana lo molla Federico, come avevo brillantemente previsto, lascia passare qualche minuto e poi mi raggiunge vicino al tavolo in fondo al prato, dove nel frattempo mi sono fermata a ingozzarmi di tartine. Mi chiede subito se voglio vedere le sue galline, prima ancora di salutarmi, ed io acconsento senza lasciar trapelare la minima emozione, od almeno così mi pare. Mentre camminiamo mi tiene per un braccio come per impedirmi di andarmene, ed io sorrido stoicamente a tutto quello che dice come una perfetta cretina. Con la luce che viene dalla casa si possono vedere le fronde degli alberi e a tratti si sente il profumo dei tigli. Le galline dormono dentro il loro box di cemento dotato di finestra panoramica con inferriata e in pratica c'è ben poco da vedere. Se ne stanno appollaiate sul loro stecco, e soltanto una ha girato un po' la testa, probabilmente perché disturbata dalla luce.
Senza guardarmi, con gli occhi fissi su di loro, Federico mi domanda se mi piace il vento. Rispondo di sì, che mi piace, ma con un tono di voce che mi esce fuori un po' scocciato, anche se non mi sento affatto scocciata. Secondo lui il vento è capace di cambiare completamente il proprio stato d'animo, e intanto continua a guardare le galline con un'espressione un po' troppo fissa e vuole sapere se sua sorella prima mi ha rotto le scatole. Io lo rassicuro, mentre lui continua a tenermi per il braccio, fino a quando non trova niente di meglio che chiedermi del programma del concerto. Gli spiego che ci saranno due brani di Vivaldi e una Serenata di Alessandro Scarlatti che non si esegue in Italia dal settecento; ma che il concerto deve essere pronto per sabato e che siamo in ritardo, perché Scarlatti l'abbiamo provato una volta soltanto. Lui continua per un po' a fissare le sue galline mezze addormentate e quando finalmente si decide a guardarmi in faccia mi dice che gli sono mancata e che questa è l'unica cosa chiara che ha sentito negli ultimi tempi. Mi faccio spiegare perché non esce mai di casa, cambiando argomento, perché mi pare una frase leggermente fuori tempo, e lui risponde che preferisce studiare, o ascoltare della musica. Quando gli chiedo che tipo di musica ascolta dice che in questo periodo sente soprattutto Schumann, Mozart e ogni tanto anche Anton Webern, sebbene la musica dodecafonica, in generale, non gli piaccia molto, perché sostiene che produce solo il piacere un po' intellettualistico di decifrare una tecnica compositiva e l'impressione migliore che se ne può trarre è quella di giocare a una partita scacchi con chi l'ha composta. Poi come se non bastasse si mette a parlare di Beethoven e mi spara tutta una lista di quartetti che conosco poco o che ho sentito solo nominare.
Siamo nel pieno della lista quando Marco ci raggiunge sollevando in aria una bottiglia di spumante. L'altro braccio lo tiene ripiegato sulle spalle di Beatrice. Visto così, un po' da lontano, in mezzo al viottolo e sotto un pennacchio striminzito di luna, con la sagoma del suo corpo appoggiato a quello di lei, mi pare più grande e grosso del solito. Marco è una di quelle persone che stimo e che in fondo trovo anche piuttosto bellocce, ma ogni volta che ho provato ad immaginarmici insieme non ha mai funzionato, forse per quel suo modo di fare così patriarcale che mi fa sentire come una bambina deficiente. Quando i due si avvicinano lui è ancora ripiegato sulle spalle di Beatrice, che in quella posizione mi sembra ancora più bella. Ha le spalle scoperte e l'aria un po' ubriaca. Deve aver appena finito di ridere perché i suoi grandi occhi grigi luccicano ancora e Marco la tiene sotto la sua ala come un grande uccello protettivo e testardo.
Non ci vedevano più e allora hanno pensato di venirci a rompere un po' per brindare insieme al concorso che deve sostenere la prossima settimana, ed io gli sfilo subito di mano il bicchiere che ha appena riempito. Deve essere in vena di teorizzazioni, perché chiede a tutti quale sia il momento migliore quando si fa all'amore, senza però lasciare agli altri il tempo di rispondere. Secondo lui il momento più bello sono tutte quelle chiacchiere idiote che ti viene voglia di fare subito dopo. Io arretro i piedi per non farci cadere sopra la schiuma che trabocca e lui precisa nel silenzio generale che dopo si ha il coraggio di dire stupidaggini liberatorie, e a volte ci si mette a meditare sul senso della vita, e Federico non fa commenti di sorta, mentre Beatrice lo fissa, e io guardo Beatrice, perché il suo modo di percepire certe situazioni m'influenza, anche se questo non mi da fastidio, anzi. Vorrei sempre assimilare quello che mi piace negli altri e non capisco che gusto ci sia a voler essere indipendenti. Oltre tutto è impossibile e poi si corre il rischio d'imitare dei miraggi interni, che all'improvviso possono rivelarsi del tutto sterili. Ci sono miraggi dappertutto e bisogna stare in guardia sempre, perché basta un momento di distrazione e ti portano a spasso in dei vicoli ciechi.
Per Beatrice invece il momento migliore è subito dopo, o subito prima, non ho capito bene, nel caldo abbandono finale, quando si ha l'impressione di staccarsi da terra e di poter scomparire per sempre, al momento giusto, oppure in quello meno giusto, ma non per caso, e con l'eventualità di poter rinascere da un'altra parte. In effetti non è male, anche se questa conversazione incomincia a non piacermi e preferirei cambiare argomento, oppure stare solo ad ascoltare senza dover dire più nulla. Infatti riesco a pensare bene solo quando ascolto gli altri, quando sono distratta dai pensieri degli altri senza dover pensare in prima persona. Marco l'ha capito bene una volta, definendomi "un'intelligenza ladra", e in fondo è proprio da quel giorno che lo considero un amico.
   



VI


Quando se ne sono tutti andati rientriamo in casa, anche perché fuori incomincia a fare freddo. Lei ha accettato di restare. Dentro, invece di sedersi, incomincia a girare per la stanza, muta come un pesce, e poi mi chiede di suonare il pianoforte, ma io preferisco lasciar perdere, dicendo che suono in modo orribile e che non ne vale proprio la pena. E' quel genere di frasi che sembrano sempre un po' false, anche se sono vere, ma decido di dirla lo stesso. Comunque mi sono seduto proprio sullo sgabello del piano e lei mi osserva camminando lungo la libreria, dove scorre i libri con lo sguardo e con un dito a mezz'aria. Poi si ferma davanti allo stereo e si mette a frugare tra le cassette e i C.D.
   - Ti piace Sting? - mi chiede all'improvviso, senza voltarsi.
   - Solo qualche pezzo - rispondo io senza smettere di guardarla.  Lei inserisce una cassetta nello stereo, che poi si rivela essere proprio di Sting, lasciando il volume così com'è, cioè troppo alto. La musica riempie subito la stanza facendo vibrare leggermente i cristalli di una vetrinetta girevole un po' antica che c'è nell'angolo in fondo.
   Le dico che secondo Sting la musica rock è una nullità reazionaria, ma lei non risponde, continuando a camminare lungo la libreria, e io mi alzo dallo sgabello per andare ad abbassare lo stereo.
- Perché dici che suoni in modo orribile? - mi chiede ancora voltandosi.
- Perché è così - rispondo io, e poi cerco di riprendere il discorso da dov'eravamo rimasti davanti alle galline, cioè dal fatto che mi era mancata.  
- E da cosa te ne sei accorto? - dice subito, mentre con tutta calma va a sedersi sul divano che si trova nel centro della stanza. Io mi siedo accanto a lei e prendo le misure di una frase perentoria, una di quelle che di solito riescono solo a bloccare la conversazione invece di farla ripartire, e per fortuna non mi viene in mente.
- Non lo so... ma comunque è così... è un fatto.
Lei non reagisce. Mi guarda soltanto con un sorriso lievemente indagatore tenendo un braccio disteso sulla spalliera e una gamba accavallata, fino a quando non smette di guardarmi e incomincia ad osservare il suo piede sospeso che disegna nell'aria piccoli cerchi nervosi.




VII


Dice che comunque gli sono mancata rimanendo ad una certa distanza e osservandomi con calma. Anch'io lo guardo dritto negli occhi e mi scappa quasi da ridere per il modo in cui attacca il discorso. In un primo tempo rimango quasi immobile, ma poi mi alzo di scatto e attraverso la stanza, fermandomi di fronte a delle tazzine sbocconcellate e crepate che stanno in una vetrinetta in fondo alla sala. Le cammino intorno e la faccio girare spingendola con un dito mentre le mie scarpe quasi nuove cigolano sul pavimento di cotto. Mi fermo dal lato opposto, da dove posso osservarlo attraverso le bottiglie che stanno sopra la vetrinetta, mentre tiene un braccio appoggiato alla spalliera del divano, sopra il posto dove prima stavo seduta io. Poi vedo le sue gambe che si muovono e lui che si avvicina, con passi lenti e un po' trattenuti.
- Forse vuol dire qualcosa - mi fa fermandosi a un palmo di naso. - Forse non è importante - dico io.
- Dipende da cosa senti - risponde lui.
Gli chiedo cose vorrebbe che sentissi, e qui devo ammettere che un po' mi sorprende, perché dice voglia di non fare nulla, senza staccare lo sguardo. Poi rimaniamo in silenzio. Non ho esattamente voglia di non fare nulla e lui non si avvicina. Non so cosa ci trovi in me di tanto speciale, ma tanto qualsiasi risposta mi sembrerebbe comunque inadeguata e quindi tanto vale lasciar perdere la domanda. Lo aspetto al varco senza muovermi e ad un certo punto invece si avvicina e penso che stia per baciarmi. Infatti lo fa, come previsto. Riuscire sempre a prevedere certe reazioni di solito mi da fastidio, ma in quest'occasione è sopportabile. Oltre a baciarmi mi abbraccia stringendomi piuttosto forte, chiudendo gli occhi, fino a quando non li riapre per vedere i miei, che decido per un attimo di richiudere, forse perché non sento nulla di penetrante e definito uscirmi dallo sguardo. Ma poi li riapro, quasi subito. Nei suoi occhi c'è una piccola luce verde, e magari lui pensa di sentire la stessa cosa che ha immaginato tante volte di poter sentire, qualcosa di essenziale che sta riemergendo chissà da dove dopo essere rimasto troppo a lungo nascosto. Ma io invece non provo nulla del genere, vorrei solo vivere la cosa così e basta, senza correre il rischio d'ingigantirla o sognarla come mi capita regolarmente all'inizio.  
Smette di baciarmi per dirmi che qualche giorno fa ha capito che voleva assolutamente vedermi e che in un primo tempo ha pensato di farsi dare da Beatrice il mio numero e di telefonarmi, ma che poi non ne ha fatto di niente perché ha pensato che forse era meglio organizzare una specie di festa, così, per far sembrare la cosa più naturale, e che l'ha organizzata solo per quello, e non capisco bene dove vuole arrivare con questa smania di sincerità improvvisa e superflua.
 



VIII


Non le ho detto nulla del mio viaggio soltanto perché non mi è proprio passato di mente, o magari perché non volevo rovinare tutto con una notizia stonata proprio in un momento cruciale. Quando se n'è andata, verso le cinque del mattino, sono rimasto a guardarla dalla porta di casa. La vespa bianca si allontanava lungo la discesa illuminata dai lampioni della strada e un riflesso giallo risaliva a tratti verso gli alberi come una grande farfalla col suo volo imprevedibile. Subito dopo della sua presenza è rimasto solo l'alone chiaro e pungente, una scia di pensieri vaganti, che però si sono subito dissolti, confusi con altre cose ed altre storie, e soprattutto con i tristi presagi di questo viaggio assurdo, tanto che rimpiango già di dover partire e vorrei essere già tornato.
Nel letto mi rigiro più volte senza riuscire a prender sonno. Non vorrei andare più da nessuna parte, eppure sono anche certo che domani partirò davvero, che andrò a cercare Maria dovunque si trovi, perché lei me lo ha chiesto senza temere smentita, come faceva sempre quando chiedeva qualcosa, anche se in effetti agiva e prendeva tutte le decisioni sempre un attimo prima di dover chiedere qualcosa, perché non le piaceva, ogni richiesta le sembrava un'intromissione indebita, un'abitudine che celava una prepotenza segreta, la voglia di servirsi di qualche patto che era sempre prematuro stipulare e falso voler rispettare.




IX


Nella mia nuova casa mi alzo decisamente di buon umore. Federico non può chiamarmi perché non ha il numero, ed io mi sono dimenticata di darglielo, oppure non ho voluto darglielo per vedere cosa avrebbe fatto. Comunque la serata di ieri è andata meglio del previsto ed oggi mi sento decisamente bene. Così, dopo aver finito di mettere a posto i vestiti, provo a prepararmi qualcosa da mangiare. Per l'occasione mi sono procurata gli ingredienti per una frittata di zucchine, ma sul più bello, dopo aver cercato bene in giro, scopro che in tutta la cucina non c'è ombra di fiammiferi o accendini. Allora mi faccio forza e decido di andare a bussare alla porta della signora, che so essere in casa.
La porta si apre con il consueto ritardo e la signora Rebeca appare sulla soglia in tutta la rigidità della sua lunga figura. Mi chiede cosa voglio con una sola occhiata interrogativa e quindi, lasciando la porta aperta, raggiunge lentamente una grande scrivania alle sue spalle. Ho così modo di frugare con lo sguardo nella stanza di lei e quanto riesco a vedere è intonato all'idea che me ne ero fatta. Una parete è completamente spoglia, ma le altre sono coperte di grandi tele, dove sono raffigurati dei paesaggi, un po' astratti e poveri, ma con dei bei colori, anche se l'impressione è molto confusa. Nel mezzo della stanza c'è la scrivania, con sopra una vecchia macchina da scrivere insieme a tanti fogli ammucchiati in maniera disordinata. Dal lato opposto a quello della sedia, che in realtà è una poltroncina dall'aria scomoda, c'è un letto disfatto con tanti cuscini appoggiati alla testiera. Libri stanno un po' dovunque, in parte sulla libreria che abbraccia da due lati la finestra, in parte sul pavimento, sul letto e vicino al telefono, sul comodino. Sopra la scrivania, in cima alla pila di fogli più alta di tutte, sta appoggiato anche un piccolo radioregistratore color verde bottiglia e sotto, accanto ad un lume da tavolo, ci sono due volumi rilegati di cui non riesco a leggere il titolo.
Non faccio in tempo a riconoscere la musica proveniente dalla radio perché la signora mi porge una scatola di fiammiferi, congedandomi con un lieve cenno del capo ed un mezzo sorriso; ma la mia curiosità per quella donna è sempre più viva e sono sorpresa che mi interessassi tanto.
Le prove per il concerto proseguono regolarmente, anche se siamo ancora indietro, specie con Scarlatti, e il tempo stringe. D'altra parte questo ritardo non riesce a crearmi la minima apprensione, nonostante che sabato debba esordire come primo violino.
La frittata ha un aspetto dignitoso e la finisco in un batter d'occhio. Dopo, in camera, penso che in effetti Federico potrei chiamarlo anch'io, ma non sono sicura che siamo molto adatti a stare insieme. In realtà non ho ancora capito come fare ad accorgermi se qualcuno mi piace davvero. Mi piace sempre qualcosa, ma probabilmente non basta. In fondo anche i sentimenti assomigliano a dei calcoli inconsapevoli, e spesso si rivelano inesatti. Sono contenta quando faccio colpo su qualcuno, ma spesso l'interesse che gli altri manifestano per me mi sembra decisamente epidermico e poi in questo caso sospetto che lui sia un tipo troppo intellettuale, e pure un po' viziato. Anche lui deve essere incapace di far capire agli altri cosa sente veramente, o forse anche lui è poco convinto, come me, e in fondo non gliene frega niente. Mi viene voglia di parlarne con la signora Rebeca, ma poi mi sembra un'idea strana e non ne ho il coraggio, e così mi sdraio sul letto a guardare il soffitto, che fra l'altro non è niente male, perché è fatto di riquadri intarsiati in un legno vecchio e scuro.




X


Il volo parte alle diciotto e venti da Roma Fiumicino. Il treno è alle due meno un quarto e quindi massimo all'una devo uscire di casa. Porterò il minimo indispensabile, perché starò via solo pochi giorni, col ritorno bloccato, e se la trovo bene, altrimenti pazienza. In questo genere di cose è bene affidarsi un po' al caso e in fondo se ci teneva a vedermi nella lettera poteva scriverci il suo indirizzo, perché non l'ho mai saputo, o almeno il numero di telefono, perché a quello che ho io non risponde nessuno e potrebbe averlo cambiato, anche se in questo caso forse me lo avrebbe detto.
Lei comunque bisogna che l'avverta, e chiamo Beatrice per farmi dare il numero. Ma Beatrice è già uscita, e sua madre non trova la sua agenda. Magari Albertine è andata alle prove, e allora non c'è nemmeno Marco perché sarà alle prove anche lui. Quindi devo aspettare, ritentare più tardi. Di scambiarci i numeri non è venuto in mente a nessuno dei due, anche se forse lei ha già il mio, perché glielo avrà dato Beatrice. Quindi mi accendo una sigaretta, metto sopra il letto due camicie, un paio di pantaloni, due pullover e poi calzettoni e mutande a volontà, perché ogni volta che preparo una valigia subisco sempre delle improvvise accelerazioni. Ad un certo punto scatta la fretta di partire e l'insofferenza di aspettare, e ora vorrei essere già in volo o in mezzo all'epilogo di tutta la faccenda, oppure essere già tornato, per rivederla subito con calma e capire che piega prende la cosa.




XI


Suonano il campanello e la signora va ad aprire, con l'usuale lentezza. E' Beatrice, che è passata a prendermi per andare a bere un caffè insieme in un baretto che conosce lei vicino a San Frediano. Io sono già pronta ed evito di farla entrare, anche perché la signora la guarda strana e si ritira in camera sua senza dire una parola. Mentre aspettiamo l'ascensore Beatrice dice che sembra un po' pazza e poi parliamo subito di Federico. Le racconto il seguito della serata e mi consiglia di telefonargli subito, di non giocare usando le solite tecniche. Secondo lei stiamo bene insieme e poi, anche se dovesse andare male, è sempre un'esperienza in più. I suoi occhi grigi frugano nei miei. Dice che si è innamorato sul serio. Nonostante lo frequenti da più di un anno non può dire di aver capito che tipo sia, anche perché è una persona piuttosto riservata, e tuttavia in un certo senso le sembra di conoscerlo bene. Inoltre io potrei forse incrinare quella specie di facciata intellettuale dietro cui si nasconde e che in fondo non gli si addice affatto. Persino Marco, che in genere non fa mai commenti su queste cose, la considera come una storia promettente per entrambi.
Così mi faccio coraggio e gli telefono dal bar, anche perché altrimenti ci sarei stata a pensare tutto il pomeriggio senza poter prendere una decisione. In un primo momento pare quasi non riconoscermi, ma poi dice che è contento di sentirmi, e che sta per partire. Lo dice molto tranquillamente, come se fosse una cosa perfettamente normale andarsene in Spagna di punto in bianco. Dice anche che tornerà presto, che rimarrà a Madrid solo cinque giorni, ma mi dispiace lo stesso, anche se non me ne faccio accorgere e non gli chiedo nulla. Comunque poteva dirmelo anche ieri, e soprattutto poteva spiegarmi un po' meglio chi è questa vecchia amica cui l'aveva promesso.




XII


Appena l'aereo decolla attraversiamo le nuvole. Sopra, naturalmente, c'è il sole. Le hostess non sono niente di speciale e per di più non mi fanno fumare perché c'erano rimasti solo i posti per non fumatori. Mi danno in compenso da leggere il "Pais" e scopro con una certa soddisfazione di capirci qualcosa. Poi i vuoti d'aria rendono l'atterraggio burrascoso e mi mandano di traverso lo spuntino offerto dalla compagnia di bandiera. Anche il pensiero di Albertine contribuisce a mandarmi di traverso lo spuntino, perché al telefono è stata decisamente fredda ed è chiaro che non ha digerito bene la cosa. In effetti avrei potuto dirglielo fin dall'altra sera, o almeno spiegarle le ragioni, anche se non era proprio facile.
Una volta effettuate le procedure di sbarco raggiungo in taxi la pensione suggeritami dal tassista, che si trova in un vecchio edificio sulla Gran Via. Mi do una rinfrescata e poi esco subito, senza nemmeno disfare la borsa. Per le strade c'è un'enorme quantità di sale giochi piene di vecchietti e di ragazzi che tentano la sorte alle Sloot Machine e tutti quei bar pieni di gente che mangia in piedi ai banconi fanno venir fame. Il sole è basso sull'orizzonte e la luce taglia le strade accendendo le vetrine come la pallina di un flipper. Mi fermo in una cabina a telefonare, ma risponde solo una segreteria telefonica con una voce che non è la sua, e mi viene il sospetto di aver fatto una gran cazzata a venire. Penso per un attimo di chiamare anche Albertine, ma mi pare troppo presto, e decido di aspettare almeno fino a domani, anche se mi farebbe piacere sentire la sua voce, sentirla subito per capire che non vede l'ora di rivedermi e che in fondo anch'io non aspetto altro.

 


XIII   


Mentre rientro in casa, attraversando il salone centrale, sento la voce della signora Rebeca. La porta delle sue stanze è socchiusa e posso sentirla abbastanza distintamente. Parla al telefono, probabilmente con un uomo, e non posso fare a meno di fermarmi ad ascoltare. Gli sta dicendo che non è affatto necessario qualcosa, sono rimasti d'accordo così e ora non vede la ragione di cambiare i loro accordi. Lui sa che non è importante e ora finge di non capire o di non ricordare. E' uno stupido capriccio e non le va di assecondare i suoi capricci. Alla fine s'irrita quasi, ma dopo un lungo silenzio lo saluta con un tono più mite, e quindi riaccosta la cornetta.
Allora mi affretto verso camera mia camminando quasi in punta di piedi, cercando di non far sentire il rumore dei miei passi, ma proprio mentre sto oltrepassando la soglia mi sento chiamare. La signora Rebeca si è accorta che la sua porta era aperta, si è alzata per chiuderla e a quel punto mi ha visto in fondo alla sala. Ci guardiamo per un attimo in silenzio e poi, col suo solito tono gentile, mi chiede se va tutto bene.
- Mi voleva parlare? - aggiunge ancora dopo che mi sono avvicinata, squadrandomi con attenzione; - venga... si accomodi - prosegue notando che non so che fare. Allora torno indietro ed entro in camera, dove assecondando un suo gesto vado a sedermi sul letto. Non so perché ho accettato questa strana proposta, né perché me l'abbia rivolta, e non sapendo cosa dire mi metto a guardare i quadri alle pareti.
Mi chiede se mi piacciono. Per qualche misterioso motivo ha appena chiuso la porta alle sue spalle e mentre continua ad osservarmi accenna di nuovo quel suo sorriso lievemente ironico. Poi si siede di fronte alla scrivania in attesa di una risposta e io dico che in quei quadri ci sono dei bei colori, e chiedo se siano suoi. Lei risponde che li ha fatti molti anni fa e che c'è affezionata, anche se ora non le piacciono più tanto, e poi non ricordo come ci mettiamo a parlare del mio nome e allora le spiego che è venuto in mente a mio padre, il quale è un grande amante di Proust, e poi, siccome mi chiede della mia famiglia, le spiego che siamo di Trieste, o meglio che io sono nata a Trieste, come mia madre, e invece papà è nato a Praga, ma sempre da genitori italiani, e poi che io mi sono trasferita a Firenze per suonare con l'orchestra giovanile toscana.
La signora m'interrompe per domandarmi se ho mai letto Proust, e le dico che in effetti l'ho incominciato, ma dopo aver finito il primo volume, appena fatta la conoscenza della mia illustre omonima ho lasciato perdere. A un certo punto ho ripreso tutta l'opera omnia che avevo sistemato sul tavolo di camera mia e l'ho rimessa a posto nella libreria, con grande disappunto di mio padre.
- Forse si era accorta che un po' le assomigliava - commenta la signora. Ma io rispondo che non pensavo affatto di assomigliarle, o almeno non ci tenevo, perché non l'avevo molto simpatica.
- E anche lei scrive? - chiedo all'improvviso cambiando discorso e accennando con gli occhi alle carte sparse sulla scrivania.
Dice che sta scrivendo un libro, sono ormai quasi tre anni che lo scrive, ed io sono colpita dal tono secco e quasi risentito della sua risposta.
- E di che cosa parla? - domando ancora.
- Parla di un altro libro... di questo libro... - e intanto prende in mano i due volumi rilegati che si trovano accanto alla macchina da scrivere, - lo conosce lei, questo romanzo? - mi chiede con un'intonazione che suona un po' sinistra mentre sfoglia uno dei due tomi -  s'intitola "L'uomo senza qualità"... lo ha mai letto?
La sua voce si è fatta quasi cattiva e sulla sua bocca è di nuovo apparso quel sorriso ironico che ormai ho l'impressione di prevedere.
- Allora le consiglio di leggerlo... - fa lei dopo che ho ammesso di non conoscerlo - magari non subito... fra un po' di tempo, ma penso che sia una lettura istruttiva.
Quel sorriso è subito scomparso e il tono della sua voce è tornato pacato e gentile. Richiude il volume che ha sfogliato e torna a scrutarmi con un'espressione attenta e fredda. A questo punto non so come le viene in mente di chiedermi se per caso non tengo un diario o qualcosa del genere, ed io rimango un po' stupita e rispondo con una voce tutta falsa che ho solo provato, pur dicendo la verità, perché in fondo ho scritto solo per un certo periodo una specie di diario, che però lasciai perdere perché alla fine quella che ne veniva fuori incominciava ad essermi indifferente.
- Ed è innamorata... non so... ha un fidanzato? - mi domanda poi facendo un buffo movimento con la testa, come se cercasse una parola qualsiasi. Rispondo di no e lei rimane in silenzio, aspettando che continui. La mia risposta forse le è parsa troppo pronta e lei mi fissa immobile, con un'espressione rassicurante che invita a continuare. Allora dico che in effetti c'è una storia, ma che è ancora molto confusa, e che a volte mi sembra di sentire qualcosa di preciso mentre altre volte quello che sento non mi sembra tanto sicuro.
- E cosa si aspetta di sentire? - m'incalza lei ponendo una questione veramente interessante. Alzo la testa guardandola per un attimo negli occhi e dopo averci pensato un po' su rispondo una sensazione di vuoto e di leggerezza, d'essere abbracciata mentre cado nel vuoto, ma che in realtà non lo so. La signora Rebeca non commenta e continua a fissarmi e io non capisco come sono finita a parlare di quelle cose con una che non conosco nemmeno, ma tutto sommato non mi dispiace, sono solo imbarazzata e vorrei andarmene. All'improvviso però rialzo la testa, facendomi coraggio, e le chiedo se lei lo sa, cosa si prova, con un tono deciso. La signora sta ancora seduta nella stessa posizione e tiene le gambe accavallate sotto il tavolo, e mi sembrano delle belle gambe, ma lei non sono sicura che sia bella, ha qualcosa di duro nel volto che scompare solo a tratti ed è leggermente curva, e troppo magra. Sfoglia il suo libro senza rispondermi, distrattamente, e mi sembra che soffra e che non possa più dire niente. Aspetto una risposta e comincio a pensare che non dica davvero più niente quando la vedo alzarsi, andare verso la finestra e guardare fuori. Ma poi si volta, riprende a camminare per la stanza e finalmente si pronuncia. Secondo lei si possono sentire cose molto diverse, ma ci sono due fasi, due momenti comuni. Uno è l'impressione d'essere presi e resi essenziali, d'essere pienamente se stessi, l'altra è invece un'impressione di rarefazione, come se tutte le maglie del proprio essere si dilatassero e fosse possibile percorrerle una ad una senza fatica, senza deciderne l'ordine, con l'impressione di poter partire da qualsiasi punto per fermarsi dovunque e lì potersi riposare. Sono due sensazioni sotto un certo aspetto opposte, ma mentre la prima c'è quasi sempre, o almeno secondo lei è più frequente, la seconda è più rara, e solo quando c'è anche questa può essere molto bello, perché l'altra, da sola, rischia sempre d'essere illusoria, e di trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.
- In che senso diverso? - chiedo io con la sensazione di non aver capito bene almeno l'ultima parte del suo discorso.
- Può trasformarsi in furore... - dice addirittura - insofferenza o disperazione... che tra queste costituisce la prospettiva meno grave.
- E quando c'è anche l'altra? - domando ancora io.
- Tutto può finire lo stesso... ma in un certo senso non finisce mai.
Pondero per un istante in silenzio appoggiandomi con la schiena alla parete, e poi le chiedo se è così importante che qualcosa non finisca mai, e soprattutto se può accadere davvero, e intanto la seguo con lo sguardo mentre torna a sedersi. Ma lei dice che non è importante che non finisca qualcosa, ma proprio quello che in ciascuno non finisce, e intanto riapre uno dei volumi che ha davanti. Ne sfoglia in silenzio alcune pagine e ne estrae un fiore secco e schiacciato, che mi porge allungando lentamente il braccio sopra la scrivania. Io mi alzo per prenderlo. Sembra un piccolo crisantemo rosa. Poi dice che deve lavorare, ma che sarà felice di parlare con me quando ne avrò voglia. Così ci salutiamo, e quando la porta si richiude alle mie spalle penso che forse avrei dovuto almeno ringraziarla per il fiore, anche se in fondo mi fa una certa tristezza e non mi va di metterlo da nessuna parte.




XIV


Di notte, a Piazza Mayor, c'è una luce dorata. Nel centro hanno allestito una scenografia per l'imminente esecuzione di un'opera. La piazza sembra un'imitazione di Place de Vosge a Parigi, anche se è meno bella e sembra più grande. Il vino che mi hanno portato non è buono, ma in compenso alla mia sinistra c'è una bella ragazza con i capelli lunghi e castani che mangia con appetito insieme alla sua numerosa famiglia spagnola.
Anche Maria assomiglia ad una spagnola, ma invece è argentina. I suoi vivono ancora in Patagonia, che è un posto freddissimo e desertico, ma lei ha un aspetto decisamente latino. E' alta ed ha i capelli neri con dei riflessi viola e quando la conobbi, tre estati fa, i suoi occhi distanti ed il suo lungo naso diritto corrispondevano perfettamente all'idea che mi ero fatto delle spagnole. Provo a chiamarla dal bar, dove c'è un orribile odore di fritto, ma non risponde nessuno. Allora pago il conto e vado a fare una passeggiata.
In una "sala rociera" delle ragazze ballano dei flamenchi, delle rumbe e delle sevigliane. Mi piace starle a guardare, e allora ordino un bicchiere di sangria e mi metto a sedere. Alle ballerine ogni tanto scappa da ridere, scherzano tra loro e sembrano imitare le espressioni delle ballerine professioniste. Una è alta, indossa un lungo vestito nero, porta un fiocco rosa acceso tra i capelli e ha un sorriso accattivante che si apre all'improvviso in un'espressione radiosa. Un'altra è più magra, ha una piccola smorfia severa sul viso e fa la parte di un uomo. L'unico ragazzo sembra molto concentrato e se la cava anche lui piuttosto bene, e io vorrei che Albertine fosse qui a bere con me, magari un po' truccata e con uno di questi vestiti.
Poi i ballerini più grandi vanno a riposarsi e salgono sul palco dei bambini. Uno che avrà a mala pena cinque anni ha delle scarpe con i tacchi alti e balla con una bimba facendo tutte le mosse giuste, inginocchiandosi, ruotando su se stesso e compiendo gli stessi gesti che prima ho visto fare agli altri. Quindi i più grandi riprendono il loro posto sul palco e c'è anche un'altra ragazza, con un abito giallo, abbastanza grassoccia e con una faccia rotonda, che mentre balla le sevigliane si trasfigura completamente e assomiglia ad una donna matura e saggia, intraprendente ed accorta. Li sto a guardare fino alla fine dello spettacolo; poi mando giù l'ultimo sorso di sangria e mi avvio verso l'albergo.
Dalla camera s'intravedono dietro le tende le luci della strada e si sente il rumore del traffico, mentre il mio letto cigola al minimo movimento. Nella Gran Via c'è anche il bar dove Hemingway veniva a bere i suoi cocktails preferiti e pensandoci per un attimo sono felice di essere capitato a dormire proprio qui.
Ci sono dei momenti in cui uno si chiede perché è felice senza trovare una risposta, mentre quando la trovi puoi sempre scoprire di non esserlo abbastanza. Incomincia subito a mancare qualcosa, e per trovare questo qualcosa in genere si finisce col fare un sacco di altre cose inutili, il che è esattamente quello che bisognerebbe evitare, perché si corre sempre il rischio di provare un certo fastidio, o di produrre del dolore gratuito, a sé o agli altri, indifferentemente, e creare un'infelicità gratuita è una cosa molto triste, anche se a quanto pare è quasi impossibile farne a meno, perché capita quasi a tutti piuttosto spesso.
Con Maria però non c'era questo pericolo. Non le si poteva fare nessun male perché non si aspettava nulla da nessuno e non aveva speranze particolari. Mi ricordo di quella domenica mattina in cui entrò in camera cantando Cielitolindo con due tazzine di caffè sopra un vassoio. Si sedette sul letto e sorseggiando il caffè, non ricordo come, ci mettemmo a parlare di Dio. Lei sostenne che i veri credenti non gli ubbidivano, erano semplicemente d'accordo con lui. Poi facemmo all'amore senza emettere suoni e mi parve quasi di essere d'accordo con lui anche in quel momento, o che lui fosse d'accordo con noi, che il nostro fare all'amore così silenzioso e lento ci trovasse tutti d'accordo, e ricordo che Maria a un certo punto mi strinse forte con le gambe e quello mi sembrò il segno del suo assenso.
Il traffico della Gran Via mi tiene sveglio e di Maria non mi torna in mente più nulla. Ad Albertine invece preferisco non pensare, perché voglio ritrovarla intatta, e così cerco di pensare a cose inutili, che scorrano via senza lasciare traccia, nella speranza di dormire, anche se è piuttosto difficile, e forse per riuscirci bisognerebbe accontentarsi di qualcosa che lasci una traccia leggera, senza asprezze o risacche troppo impegnative, una traccia stupida e ottusa che mi butti in un canto del mondo dove la coscienza possa vagare senza peso fino a quando non mi addormenti.




XV


Mancano solo due giorni alla data del concerto. Le prove sono a buon punto e il direttore è complessivamente soddisfatto del lavoro svolto. Anch'io sono abbastanza soddisfatta. Nella nuova casa ci sto bene e poi con Federico la situazione è decisamente aperta. In fondo sa non prendersi troppo sul serio, almeno sulle questioni che non considera troppo serie, come la filosofia o la musica. Magari quando ritorna cominceremo a vederci regolarmente, a fare cose molto normali, come andare al cinema o a cena fuori. Questa specie di ritualità dell'uscire insieme e di fare coppia mi piace. In una certa regolarità c'è sempre qualcosa di rassicurante, che non fa pensare troppo a ciò che si prova veramente. Passeremo il tempo parlando di un sacco di cose inutili come per un tacito accordo e penso che sia giusto così, perché non bisogna avere fretta di capire, anche perché non è detto che ci sia davvero qualcosa d'importante da capire. Quello che sento per lui potrà trovare la sua misura passo dopo passo e non mi va d'interrogarmi sul senso o sui limiti del nostro rapporto prima di averli incontrati.
Pensare queste cose inoltre mi fa sentire molto saggia, anche se poi mi chiedo perché me le dico e perché ci pensi tanto. Anche con Beatrice: abbiamo parlato di questa storia come se durasse da una vita e lei sottolinea sempre le sue buone prospettive. Eppure è evidente che in alcuni momenti c'è qualcos'altro, come una decisione più grande di me che non sono sicura di saper prendere. Ho l'impressione che Federico provi qualcosa di simile, anche se in lui deve essere diverso, perché sembra più sicuro, e l'altra sera, ad un certo momento, mi è parso davvero felice. In un modo abbastanza controllato, ma felice. E' proprio su questo che non mi sento altrettanto sicura, e quasi un po' inferiore. Stare con lui mi è piaciuto, mi è piaciuto fare all'amore sprofondata in quel divano piumoso e riparlare subito dopo, ma poi ho avuto la sensazione che una parte di me non prendesse parte alla cosa, come se una specie di riserva, o forse di paura, m'impedisse di abbandonarmi completamente. Beatrice dice che è normale e che sarebbe strano il contrario, e anche per questo, cioè perché è d'accordo con me, ho deciso di godermi tutta la faccenda senza volerne anticipare le complicazioni.
Con la signora Rebeca invece non ne ho parlato, perché dopo l'ultima conversazione i nostri rapporti sono tornati ad essere piuttosto formali. Stamattina ho bussato alla sua porta per offrirle due biglietti omaggio. Lei s'è informata sul programma e ha detto che avrebbe fatto il possibile per venire. Poi mi ha gettato un'occhiata distratta, con un'espressione più assente del solito, e mi ha richiuso la porta in faccia senza aggiungere altro.
Stasera però, quando sono rientrata dalle prove, ho trovato di nuovo la porta di camera sua aperta. Mi sono avvicinata per controllare meglio e ho visto che la camera era vuota. La cosa mi ha sorpreso, anche perché in quel momento mi sono resa conto che non l'avevo mai vista uscire. Ho sentito il bisogno d'accertarmi della sua assenza e ho constatato che in cucina non c'era, e nel bagno nemmeno. Così, dopo essermi fatta la doccia, mi sono sdraiata sul letto a leggere. Sono le ultime giornate lunghe prima della fine dell'estate e fuori la luce ha già assunto quelle tonalità autunnali che mi provocano una malinconia pulsante, pronta a trasformarsi subito in voglia di uscire all'aperto e scappare da qualche parte.
Tengo appoggiati sul petto il mio romanzo della Austin che un po' mi piace e un po' m'annoia e guardo fuori un piccione che si è fermato su un filo della luce quando sento squillare il telefono. E' evidente che non dovrei rispondere, e in effetti lo lascio squillare due o tre volte. O meglio, forse è anche evidente, ma siccome non so bene perché, o almeno non ho comunque il tempo di pensarci, mi alzo dal letto e raggiungo rapidamente la camera della signora.
E' la voce di un uomo, e penso subito alla telefonata che ho sentito qualche giorno fa. Dico che la signora Rebeca non è in casa e quando l'uomo mi chiede se so dov'è andata gli rispondo di no. Lui rimane in silenzio, e poi mi domanda chi sono ed io gli spiego che sono un'inquilina. Penso che non ho affatto ragione di rispondere alle sue domande e tuttavia lo faccio spontaneamente e senza esitare. Abito in quella casa da circa una settimana, sono una musicista e mi trovo bene. Ad un certo punto, quando per un attimo la smette di fare domande, trovo il coraggio di chiedere con chi sto parlando.
- Sono il marito della signora - risponde lui con grande naturalezza. Dopo qualche esitazione gli dico che non so quando può trovarla, ma lui ribatte subito che non fa niente e vuole sapere che strumento suono, e dopo che gli ho risposto il violino mi chiede anche quanti anni ho e se per caso ho notato se la signora è dimagrita, se mangia o si cucina qualcosa ogni tanto.  - No... veramente non l'ho notato - dico io con un tono di voce sempre più sorpreso.
- Ho capito... - dice lui, non so bene che cosa - e le è parsa di buon umore... ha parlato con lei qualche volta?
Rispondo di sì, ma che non saprei dire se era proprio di buon umore.
- Lei cosa intende? - gli domando.
- Capisco... - fa lui, un'altra volta - senta... vorrei dirle una cosa... mi scusi... lei sa... chiaramente lei non può saperlo, ma insomma, fa lo stesso... lei sa quanto tempo è che io non vedo mia moglie?
- Veramente no... lo ha detto anche lei.
- Benissimo - m'interrompe ancora, e poi me lo vuole dire, sono quasi cinque mesi, e non devo pensare che si siano lasciati o che abbiano litigato, la cosa è molto più semplice, almeno in apparenza, il motivo è che sua moglie non ritiene necessario vederlo, anzi, lo considera superfluo, oppure inutile, o addirittura nocivo. La situazione non è rassicurante ed è piuttosto preoccupato. L'ultima volta che è riuscito a vederla per strada l'ha trovata molto dimagrita, e non è stata un'impressione piacevole. Poi, quando le ha detto che l'aveva vista lei s'è irritata moltissimo e così ha cercato per un po' di non vederla.
- Mi scusi se le dico queste cose, ma lei è l'unica persona con la quale ha senso parlarne - mi fa poi, e non capisco bene perché, però a suo avviso dovrei capire. Naturalmente si sentono per telefono quasi tutti i giorni, ma la signora non vuole che tocchi simili argomenti, e così devono limitarsi a parlare di altre questioni, e comunque la cosa più incredibile, o che potrebbe apparirmi tale, è che sua moglie continua ad amarlo, o almeno così dice.
- Ma questo forse non può interessarla - ammette finalmente, sebbene in fondo a questo punto invece m'interessi, e mi chiede se posso fargli questa cortesia, di fare attenzione a certe sfumature, e poi di cercare di capire se mangia e se non le capita di stare male, insomma, quello che posso fare, naturalmente senza nessun impegno da parte mia.
- Allora... può farmi questo favore?
Senza riordinare nemmeno troppo le idee dico che starò attenta alle sfumature, come lui si è espresso, e che avrei cercato di capire se la signora mangia o no. Nel rispondere sono molto gentile, nonostante ad un certo punto mi scappi quasi da ridere per le cose che dico.
- Le sono molto grato signorina - riprende a dire lui dopo la mia promessa, e allora mi viene in mente di chiedergli come faccio a farglielo sapere, ma lui dice di non preoccuparmi, che mi chiamerà quando sarà il caso, oppure anzi, siccome potrebbero esserci delle difficoltà, certo, si rende conto di chiedermi molto, ma solo se voglio e se la cosa non mi crea problemi, s'intende, si permetterebbe di darmi il suo numero di telefono, per comunicazioni urgenti, o quando lo ritenga opportuno, ma naturalmente solo se sono d'accordo.
Mi dichiaro ancora una volta disponibile e prendo il numero trascrivendolo con una matita su un foglietto di carta. Quel tipo in fondo mi è simpatico e non ho voglia di pormi troppi problemi, e poi non mi costa niente. Ho persino voglia di lasciarlo parlare ancora, anche per saperne di più su quella storia che mi sembra abbastanza oscura. Allora penso che lui mi avrebbe risposto e gli chiedo come mai sua moglie ha deciso di non vederlo più e di abitare altrove.
In effetti inizia subito a rispondermi dicendo che è una storia abbastanza complessa. E' da tempo che lei lavora ad un saggio su un libro che ama molto, e che peraltro piace anche a lui. In un primo tempo ci si è messa con calma e ragionevolezza, ma poi la cosa le ha gradualmente preso la mano, fino a quando non c'è stata la morte di sua madre, il padre le era morto quando aveva tredici anni, e dopo gli comunica che sarebbe andata ad abitare nella casa dei suoi, dove vive tuttora. I primi mesi lui ha temuto quasi che stesse impazzendo, ma poi la situazione si è stabilizzata. Rebeca dice di non avere nessun altro rapporto, e di questo è persuaso, ma a lui sembra insopportabile starle lontano e non poterla vedere mai, e a questo c'è da aggiungere la preoccupazione per come vive. D'altra parte sono tutti ragionamenti che le danno fastidio e che considera inutili, perché sostiene che il loro rapporto può benissimo continuare in questo modo e che ha bisogno di star sola. A lui basterebbe anche vederla una volta ogni tanto, e invece lei dice che non è necessario, ed è un modo d'impostare il problema che gli pare decisamente assurdo, ma d'altra parte non può farci niente perché la sua ostinazione è totale.
Comunque conta sulla mia collaborazione per avere almeno qualche notizia e a me sembra di trovarmi in mezzo ad una vicenda dolorosa e cupa che non capisco e mi chiedo se ho fatto bene a parlare con quell'uomo. Prima di riagganciare il ricevitore però mi viene persino in mente d'invitarlo al concerto e nonostante la sensazione di fare una sciocchezza gli dico che potrebbe vederla sabato sera, perché la signora dovrebbe venire ad un concerto che si terrà alla villa di Pratolino, dove potrebbe incontrarla, anche se non glielo dice, o almeno vederla.
Mi ringrazia molto generosamente. Conosce già la villa e s'informa sull'orario. Mi ringrazia di nuovo e può darsi che decida di venire, e comunque resta inteso che io gli comunicherò per telefono eventuali novità.
Gli confermo la mia promessa e quindi ci salutiamo. Poi a letto rimango sveglia a leggere per vedere quando ritorna la signora Rebeca. Verso le due sento il portone richiudersi con uno scatto quasi impercettibile e allora spengo la luce sul comodino. Fuori un lampione vicino illumina di sghembo la mia finestra. Non la chiudo mai del tutto, non l'ho mai fatto in nessuna delle camere dove ho dormito, perché specialmente la notte voglio poter vedere fuori. Ci vuole sempre una linea di fuga, una fessura di cielo, perché altrimenti tutto rischia sempre di attorcigliarsi e piegarsi su di sé fino a togliere il respiro, l'orizzonte può all'improvviso restringersi e l'aria mancare.




XVI


Al museo del Prado c'è una personale dedicata a De Ribera. Oltre ai suoi soliti soggetti sacri, tra i quali mi piacciono specialmente due S. Andrea e due Marie egiziache, c'è tutto un repertorio laico che non immaginavo nemmeno esistesse e dove spiccano soprattutto figure di filosofi, come Pitagora, Eraclito e Democrito. Poi c'è un bel Sileno Ebbro, un Diogene vispo e arcigno, un Nino famoso e l'inquietante Donna barbuta.
Del Giorgione c'è una Vergine col Bambino; un'opera probabilmente giovanile, che alcuni giudicano poco riuscita, ma che a me invece pare molto bella. Vincenzo Catena non lo conoscevo e mi piacciono alcuni suoi ritratti. Una Madonna del Bellini invece non è delle migliori, mentre uno dei quadri del Veronese più divertenti e freschi che abbia mai visto di lui è Il giovane tra la virtù e il vizio. Belle sono anche La disputa con i dottori nel tempio e La famiglia di Caino, mentre Venere e Adone è troppo leziosa e cerimoniale, inferiore ad altre rappresentazioni dello stesso soggetto (come una del De Ribera, o quella molto bella di Tiziano). Del Tintoretto ci sono, tra l'altro, due bei ritratti di senatori, un po' tizianeschi, e di Lorenzo Lotto il ritratto di un certo Marco con la sua sposa.
Dopo una strana crocifissione del Barocci m'imbatto in una bella Vergine con S. Giovanni del Correggio, e poi ci sono diverse opere interessanti del Parmigianino, come una S. Barbara molto graziosa, una Sagrada famiglia, che però mi sembra un po' troppo sofisticata, e una bella Donna con tre bambini.
Luca Cambiaso ha dipinto una Lucrezia che si pugnala con un'espressione molto dignitosa; mentre di Andrea del Sarto ci sono cose notevoli: una Sagrada famiglia, L'assunto mistico, un piccolo S. Giovanni Battista e un bel ritratto della moglie.
I soggetti dei quadri si ripetono e i loro titoli si rincorrono in una ridda di nomi, mentre io sono già stanco di camminare piano, perché il passo museale in realtà è il più massacrante. Vorrei sedermi davanti ad un quadro solo per guardarlo a lungo, fino a scomparire a poco a poco sul suo sfondo. Ma in giro non ci sono sedie, e così decido di andare al bar a bere un caffè.
Seduta ad un tavolino del self service una giapponese sta scrivendo una specie di diario di viaggio, come me. In realtà tutti quelli che scrivono diari di viaggio lo fanno perché non riescono ad apprezzare pienamente quello che vedono, oppure hanno paura che gli sfugga. Inoltre annotando tutto si ha l'impressione di pensare per qualcun altro, per trovare quest'altro cui si parla, e solo a tratti capita di riconoscerlo e di coincidere con lui, di essere una cosa sola con chi ascolta.
Ho provato di nuovo a chiamare Maria, ma non era ancora rientrata. Mi ha risposto la solita segreteria e incomincio a temere seriamente che abbia cambiato numero. Cerco di abituarmi all'idea di aver fatto un viaggio a vuoto e di essere vittima di una specie di scherzo, sebbene il fare scherzi del genere non rientrasse affatto nel suo stile. Stare con lei era sorprendente, perché tutto quello che faceva sembrava facile e naturale, non c'era mai nessuna fatica ed ogni gesto scorreva via agile e veloce come un animale fuggiasco nel bosco. Ora comunque non sono sicuro di volerla rivedere e non saprei nemmeno dire cosa provavo esattamente nei suoi confronti. Un giorno che parlavamo proprio di quello che sentivamo o non sentivamo lei disse che l'importante non era che cosa, ma il saper cucire quello che si sentiva con quello che non si sentiva ancora, e questo mi sembra di non essere mai riuscito a farlo tanto bene.
Prima di rincominciare mi concedo una breve anticipazione di Goya. C'è una gioia, un divertimento, un piacere di dipingere e di raccontare intere storie che fa sembrare tutti gli altri mezzi espressivi inadeguati, meno essenziali rispetto alla pittura.
   Quindi riparto dal Botticelli, del quale ci sono poche opere e piuttosto decorative, a parte una con un cavallo bianco che ha un'espressione assai filosofica, mentre di Raffaello molto bella è La visita, e il resto è piuttosto deludente, fatta forse eccezione per la famosa Vergine delle Rose e quel Cardinale di cui non ricordo il nome, che però sembra persino troppo perfetto e fatto apposta per essere appeso in una posizione strategica dentro una stanza da ricevimento. Anzi, forse questo potrebbe essere un buon criterio per spiegare perché certi quadri anche belli mi piacciono di meno, e cioè quando sembrano dipinti apposta per essere collocati in qualche posto dove tutti possano vederli.
Del Rubens ci sono, tra moltissime altre cose, due belle Sagrade Famiglie, una copia dell'Adamo ed Eva del Tiziano, un Trionfo della Chiesa ed un altro dell'amore divino molto divertenti, e tutto sommato Rubens mi pare che sia, insieme a Broughel e in parte col Veronese e con Goya, uno degli autori più dotati di vena comica.
Alfonso Cano invece è un pittore di Granada, pare amico di Velazquez. Di lui sono piuttosto belli Il miracolo del pozzo e una Vergine con bambino; mentre un S. Giovanni bambino e La Vergine del rosario mi sembrano le cose migliori del Murillo.
Finalmente, dopo aver visto qualcosa di un certo De Miranda, che dipinge personaggi abbastanza mostruosi, arrivo a Velazquez: Esopo e Menippo sono tra i primi incontri, e vicino a loro c'è anche il famoso Pirata Barbarossa, forse il più crudele di tutta la storia della pirateria. Le cose che incominciano a lasciarti col fiato sospeso sono: L'infante Don Carlos, L'adorazione dei Re, dove c'è il bambino più consapevole delle sue prerogative divine che io ricordi, e soprattutto L'incoronazione della Vergine, assolutamente commovente per la sua forza e la sua fierezza, il colore azzurro del manto che sospende in cielo le guance e un certo sorriso superiore.
Davanti al Cristo poi viene voglia d'inginocchiarsi: è umano e sofferente, ma anche leggero e divino. Un autoritratto molto bello, una descrizione un po' impressionistica di villa Medici a Roma e poi Las Meninas, che moltiplica lo spazio della sala, già grandissima, e che ti invita ad andare a vedere chi è che viene dipinto: quei due nello specchio o lo spettatore? La prima impressione è proprio questa, che tutti stiano guardando chi guarda, che siano come spettatori sorpresi da uno sguardo di passaggio. Pare infatti che Teophile Gothier quando ci si trovò davanti abbia esclamato: "dov'è il quadro?!"; domanda che non è poi tanto banale, se si considera che non solo c'è tutto lo spazio dietro l'artista che dipinge, ma anche quello di fronte a lui, probabilmente altrettanto grande di quello della sala del Prado che l'ospita attualmente. Credo che sia soprattutto questo a ingannarti, a farti sentire dentro il quadro e non un semplice spettatore; e questo è anche il motivo per cui sarebbe un peccato esporlo in una sala più piccola.
Di Antonio Moro, un pittore olandese molto apprezzato da Filippo II, è bella la Donna con la catena d'oro, ed anche un Filippo II (appunto) e un Buffone. E' in genere un grande ritrattista femminile. Anche Cronenburch fa dei bei ritratti di donne: per esempio uno che s'intitola Dame e nine.
I primi Tiziano che s'incontrano non sono entusiasmanti; poi, a poco a poco, si assiste ad un crescendo d'interiorità. Un Filippo II, Venere e Amore con un musico e un altro, ancora più bello, dove Venere è sola con il musico, senza amore, ma con un cagnolino. Quindi una Danae conturbante, un Carlo V a cavallo riprodotto spesso sui libri di storia ed un altro Carlo V col cane, quest'ultimo direi più significativo.
Sempre in compagnia di un cane c'è Federigo Gonzaga; poi L'imperatrice Isabella e un Autoritratto dell'artista di profilo, anche questo famoso. A guardarli bene, crescono rapidissimamente anche quelli che in un primo momento ti hanno colpito di meno, come Il baccanale, che è così pieno di cose che non fai in tempo a vederle tutte insieme. Per esempio ci sono due sguardi, di una ragazza e di un ragazzo, rispettivamente di passione e di gelosia, perché lei è palesemente attratta da un altro, che sono un quadro dentro al quadro, tutta la storia del loro incontro ad una festa.
L'Adamo ed Eva è molto più bello di quello che si può immaginare dalle riproduzioni: i gesti sono incerti e delicati, la curiosità e il desiderio traspaiono da un velo di pudore e di paura appena consapevoli. Santa Margherita è commovente e ti viene voglia di andarla ad abbracciare per le spalle e per le gambe. Possente Cristo ed il Cinereo; decisamente essenziale, di rara intensità, un Ecce Homo.  
I personaggi dei ritratti di Velazquez sono portati fuori dalla luce che si riflette sul volto e sui vestiti, ti stanno davanti e ti vengono incontro senza esitazione, mentre quelli di Tiziano hanno come un centro che ti attrae, un buco nero da qualche parte che ti risucchia e li fa sembrare persone compiute, in un certo senso presenti a se stesse, consapevoli, forse, anche se in modo non cosciente, come se in quel momento coincidessero con il proprio destino.
Un concentrato dello stile di El Greco è un bel S. Sebastiano. I suoi quadri comunque non mi sembrano migliorare alla distanza, anzi, forse il suo modo di dipingere alla lunga, cioè vedendone tanti insieme, può diventare fastidioso. E' molto bello un Cristo abbracciato alla croce e anche L'adorazione dei pastori e la Santa faccia, mentre la Crocifissione non è paragonabile a quella di Velazquez. Tra le cose più notevoli ci sono anche un S. Paolo e una Trinità tutta verticale e centrata sull'abbandono del figlio nelle braccia del padre. Il Gentiluomo con la mano sul petto invece è raccolto e solitario, malinconico e distante: vi si ritrova ancora il suo stile, ma depurato fino all'essenziale.
Prima di ritornare da Goya riprovo a telefonare, anche questa volta senza esito. Mi viene in mente che magari ha cambiato casa e mi sembra un'illuminazione geniale. Probabilmente è stupido andare a ritrovare certe persone così, senza sapere dove stanno e senza sapere perché. Ma d'altra parte non ci posso fare nulla, se una persona che per me ha voluto dire qualcosa mi chiama io ci vado.
Goya è davvero antico e moderno insieme: più che l'impressionismo anticipa aspetti della pittura espressionista e persino del cubismo; a volte sembra ripartire da Velazquez ed alcuni sguardi sembrano appartenere ad un inedito periodo di Picasso.
La famiglia di Carlo IV è bellissima e musicale, un piccolo concerto da camera per facce e corpi regali.
Davanti alla Prateria di S. Isidoro ci si sente trasportati dal fiume nella macchia triangolare e scura che in basso è gremita di tanti piccoli gesti e movimenti infinitesimali e che in alto è sovrastata da una città velata dal sole. Davanti allo spettatore c'è una lunga sequenza di figure che ti allettano con il loro chiacchiericcio diffuso e ti intrattengono fino a farti venir voglia di rimanere con loro: voglia di camminargli accanto e di percepire il loro tempo che ti fa sembrare un po' vano spostarti verso il quadro successivo.
Nel Venditore di stoviglie lo sguardo della donna all'interno della carrozza si allontana con un sorriso misterioso e leggero dai diversi momenti della vita: da altre donne felici di nulla, da gente indaffarata ed ignara, da un cane che dorme.
La Marchesa di Villafranca è probabilmente il personaggio più passionale, e l'altra marchesa di S. Cruz, che le sta di fronte, è il suo contraltare psicologico. La Maya vestita le contiene entrambe, è una specie di loro sintesi, l'integrazione di due ambiguità di segno opposto. La Maya desnuda invece non riesco a trovarla.
Il cieco della chitarra è un grande affresco narrativo, un canto disperato e gioioso. Mi accorgo di andare avanti sempre più veloce, forse perché ogni quadro chiama l'altro, e tutti insieme danno vita ad una specie di vortice. In rapida successione vedo I ragazzi che colgono la frutta, El Quitasol, I poveri alla fonte, La gallina cieca, tutti molto belli.
Accanto al suo autoritratto colto di sorpresa, dove ha un'aria svogliata, come se si fosse scocciato di stare lì a ritrarsi, c'è il Cristo, che qualcuno ho letto che giudica scolastico, ma che a me piace per l'assoluto contrasto che c'è tra la sua apparente corporeità e l'assenza di qualsiasi impressione di dolore fisico. Di umano effettivamente c'è molto poco: non ha ferite e non c'è un goccia di sangue; pare che stia per spiccare il volo; solo il volto tradisce un dolore profondo, ma si tratta di un dolore d'altro genere, e questo sembra fuso insieme con la certezza della sua prossima ascesa.
Davvero belli sono anche I comici ambulanti, La cattura di Gesù, Le sante Giustina e Rufina. In Goya le luci e le ombre, la vita e la morte, si alternano come in un rituale dionisiaco, eppure a volte l'una sembra dimenticarsi dell'altra e c'è una specie d'ingenuità assoluta che ti colpisce di sorpresa, togliendoti ogni voglia di pensare. Il Goya oscuro riesce viceversa a trattare soggetti metafisici e a renderli visibili e concreti: così Saturno che divora i suoi figli, Le Parche, od anche Il Colosso, o La visione fantastica. Piccoli uomini e grandi ombre, tutto vi è sproporzionato, o perlomeno è al limite, nella proporzione più inquietante e fatale.
Il Cane seminascosto dalla sabbia contiene invece tutto Goya, tutti gli elementi opposti della sua pittura racchiusi nell'immagine più povera.
Il pelele è una premonizione di Chagall. I due gatti che soffiano sono comici senza essere troppo realistici. Semplicemente bella, carica di presagi e serena ad un tempo, La cena al verano.
I quadri sulla rivoluzione del 1808 sono un'altra summa del suo stile: c'è uno sgomento, una paura, una danza di stati d'animo diversi che è poi difficile riuscire a raffigurarsi in un altro modo, perché qui sembrano vissute per la prima volta da gente quasi bambina.
Un ritratto molto fresco e penetrante del vecchio Goya al suo amico Lean Baptiste de Migueiro, che doveva essere una persona molto fine e simpatica, è l'ultima cosa che voglio vedere oggi (a parte la Maya desnuda che tanto non riesco a trovarla e un'altra breve visita a Las Meninas); e quando esco ho l'impressione di lasciarvi una vita permanente e ancora in corsa, con tutta quella gente che camminando stancamente riconosce qualcuno o qualcosa, e passa via, al quadro successivo, lasciandosi alle spalle un alone di solitudine in più od un breve e nostalgico bozzetto di gioia.
Mentre cammino in uno dei grandi viali alberati di Madrid mi fermo davanti ad una fontana. Un giorno, proprio davanti ad una fontana, mentre mangiava rumorosamente una mela Maria mi disse che aveva sognato di piangere. Era un sogno che faceva ogni tanto e sembrava contenta di raccontarlo, perché nella realtà non le capitava mai.
Prima di riuscire dall'albergo provo a richiamarla, ma ancora una volta non mi risponde nessuno. Ora mi sembra molto strano poterla rivedere e che mi abbia convocato in questo modo, senza un accenno di spiegazione, anche se questo è abbastanza in linea col suo carattere, con la sicurezza ch'emanava da ogni suo gesto. C'erano dei momenti in cui mi sembrava di poter sprofondare nel suo corpo accogliente, mentre i suoi occhi aerei ed obliqui indugiavano su qualcosa senza aspettarsi nulla, come due laghi profondi e disposti a raccogliere tutto quanto cadesse dal cielo.




XVII


Nelle vesti di presentatrice ufficiale Beatrice sale sul palco a leggere una breve introduzione al concerto e mi pare che se la sia imparata piuttosto bene. Intanto alle mie spalle Marco mi conforta massaggiandomi la schiena, sedere compreso, perché dice che è un ottimo sistema per rilassarmi e contemporaneamente riscaldarsi le dita. Ormai mancano pochi minuti. Cerco con lo sguardo la signora Rebeca, ma non la vedo, mentre incomincio a sentire quel profumo di menta che il nostro regista ha deciso di far spargere lungo le file delle sedie. Nel mito infatti c'entra qualcosa anche Menta, che era una dea, una specie di zia, mi pare, di Adone, anche se non mi ricordo quale ruolo abbia nella vicenda.
Questo è davvero un bel posto ed è sorprendente che nessuno dei miei amici fiorentini ci sia mai stato prima. Il sole è appena tramontato e il pubblico è già quasi tutto seduto ad ascoltare. Noi stiamo nascosti dietro le quinte sospese tra un gruppo di betulle. Le scene consistono in vaghe imitazioni a tempera di quadri famosi dedicati alla storia di Venere e Adone. Beatrice mi ha detto che uno è preso dal Tiepolo, e un altro, se non ricordo male, da Tiziano. Un po' di gente chiacchiera e si sente sullo sfondo il suono dell'acqua proveniente dalla fontana del Tritone che è qui vicino. Grandi fari illuminano la facciata della villa, che non è bella ed è stata rifatta di recente, e piuttosto male. Un uccellino di carta colorata oscilla sotto un ramo ed un altro più grande, che ha i colori di un pappagallo tropicale, sta appollaiato in cima ad un'altra betulla.
Mentre ci prepariamo ad entrare in scena qualcuno chiacchiera a bassa voce e a me viene in mente che almeno Federico si è ricordato che era oggi e ha telefonato per farmi gli auguri. Poi finalmente andiamo a sederci ai nostri posti e continuiamo ad accordare per un po' gli strumenti in attesa del maestro, che come al solito si farà aspettare. Quando finalmente si decide a venire il pubblico applaude. Lui fa un secco inchino con la testa; poi si volta verso di noi, rimane qualche istante immobile con le braccia leggermente sollevate e finalmente dà l'attacco della "Tempesta di mare" di Vivaldi.




XVIII


Chi non ha mai visto una corrida farebbe bene ad andarci, perché è molto diversa da come se la potrebbe immaginare. Oggi ho visto una novellada, ovvero sei tori uccisi da ancor giovani toreri. Per ammazzare il primo, dopo tutti i rituali del caso, è stato necessario che il torero conficcasse per tre volte la spada tra le scapole del toro; dopo di che questo era ancora vivo e ci sono voluti vari colpi dietro la testa per finirlo.
Il secondo toro era marrone e molto curioso. Quando è entrato si è messo a correre all'impazzata cercando di stanare gli assistenti del torero dagli appositi rifugi, dove tutti all'inizio si nascondono regolarmente, e poi a trotterellare per il campo con un'aria spigliata e abbastanza allegra. Durante la sua prestazione ha colpito il torero di striscio e questi si è ritirato nel corridoio che fiancheggia l'arena, lasciandolo uccidere all'altro torero, che poi in cambio gli ha ceduto il terzo toro. Questo sembrava un po' tozzo, ma aveva anche un'aria piuttosto furba, il che non gli ha però risparmiato una morte dolorosa e poco lineare. Comunque è riuscito a stendere un banderillo, il quale ha poi pensato bene d'involarsi oltre la staccionata.
In fondo il caldo secco di Madrid è molto confortante e non si capisce bene perché i posti all'ombra siano più cari; ma poi l'ho chiesto al vecchietto seduto vicino a me, e lui mi ha fatto notare che la maggior parte della corrida si svolge da quella parte.
Il quarto toro mi è parso insignificante e privo d'iniziative particolarmente coraggiose: hanno faticato ad ammazzarlo solo perché non capivano a che punto di cottura fosse. Il quinto invece era potente ed aveva un'aria esperta, come se avesse fatto quel gioco già molte volte. Ha tirato per terra il cavallo con il Picador sopra, quello stesso alquanto sleale che aveva indugiato più del dovuto sugli altri, beccandosi per questo qualche bordata di fischi, e alla fine si è fatto uccidere senza protestare, abbassando bene la testa e lasciandosi conficcare la spada tra le spalle.
Quando è entrato l'ultimo toro c'è stata un'altra ondata di fischi. Il solito vecchietto mi ha spiegato che era perché aveva le corna troppo corte, e dopo averlo guardato bene è parso anche a me. Ha comunque combattuto bene ed è morto al secondo colpo, per mano del torero ferito e ancora insanguinato su un fianco. I fischi però sono continuati fino alla fine, anche perché quello che doveva finirlo col pugnale ha stentato parecchio e gli ci sono volute cinque o sei coltellate.
Il primo desiderio che ho provato alla corrida è che il toro facesse fuori il torero; il secondo, molto teorico, di scendere nell'arena per dare ad un toro l'opportunità di ammazzarmi e il terzo quello di ammazzare io un toro.
La prima impressione invece è stata che i tori giocassero. Ho persino pensato che magari gli avevano allenati ad inseguire capote e muleta per gioco e che poi, proprio il giorno in cui la cosa sembrava farsi più interessante, gli altri facevano sul serio; ma poi ho controllato sul libro di Hemingway sulle corride e lui dice che i tori non hanno mai fatto nulla di simile prima di quel giorno e quindi non possono aver voglia di giocare.
Comunque questa è l'impressione che ho avuto in un primo momento e nemmeno quando ho visto il Picador conficcare l'asta sulla schiena dei tori, e questi prima infuriarsi e poi guardarsi intorno smarriti, sono stato sicuro che non volessero giocare, anzi, mi è parso proprio allora che si chiedessero a quale gioco gli altri stessero giocando e incominciassero a sospettare di non aver capito bene.
Il fatto che perdano tanto sangue e che questa perdita li indebolisca progressivamente e inesorabilmente, rendendo tutto il rischio successivo adeguatamente calcolato, è senz'altro una legittima misura preventiva, probabilmente necessaria affinché i toreri e i loro collaboratori non vengano incornati troppo spesso, ma dall'apparizione dei Picadores nell'arena ti viene in mente il momento che precede l'ingresso degli animali, mentre stanno rinchiusi nella penombra di uno spazio angusto, pieno di fessure da cui i curiosi e gli addetti ai lavori possono spiarli, e poi quello prima ancora, fino a quando non vedi intere mandrie che brucano o che scacciano le mosche sotto il sole in pascoli sterminati e allora anche la corsa sfrenata e nervosa dei tori all'inizio ha su di sé l'ombra della loro agonia. Quelli che vengono uccisi infatti non sono tori vivi, ma molto stanchi e a volte già moribondi, e sotto un certo profilo ammazzare dei moribondi dopo averli riforniti di almeno due pugnali e averli fatti ben infuriare proponendogli una sfida dall'aspetto onorevole mi pare una cosa piuttosto vile.
D'altra parte chi ha visto anche solo una volta quei luoghi dove gli animali vengono macellati - io non l'ho visto, ma me l'hanno raccontato degli amici che lavorano nel cinema e che li hanno visitati per dei sopralluoghi - chi ha sentito le loro grida e ha respirato quell'odore, come capita agli stessi animali da abbattere quando fanno il loro ingresso in quegli spazi saturi di morte che sono i macelli, è convinto che i tori preferiscano di gran lunga morire combattendo nell'arena, o almeno questa è la convinzione degli amici che me l'hanno raccontato. Mi hanno anche detto che il giorno dopo la corrida la loro carne viene venduta come quella di altri bovini e la si può comprare nelle macellerie vicine alla piazza, e questo in fondo fa sembrare tutta la faccenda meno gratuita.
Poi c'è l'aspetto tragico di cui parla anche Hemingway. Che si tratti di un rito, di una tragedia o di un sacrificio mi pare abbastanza evidente, ma la tragedia presuppone un destino che colpisce nello stesso momento vincitori e vinti apparenti, e sebbene questo sia scandito dal pubblico, che in un certo senso ha una funzione simile a quella del coro nella tragedia greca, qui il destino si mostra solo attraverso regole di abilità, di coraggio e di eleganza che sono conosciute solo da uno dei giocatori. Il toro ignora sia le regole che l'esito della sfida cui viene invitato, l'arco breve di tempo che lo separa dalla fine, mentre l'altro sa troppe cose, e tuttavia, condividendo il rischio, anche lui sembra partecipe dello stesso destino, è pronto a morire in una delle fasi del rito e partecipa in questo modo della nobiltà del toro. Questo da un certo punto di vista gli è superiore, perché accetta di combattere senza sapere che il suo avversario è come una divinità molto più accorta di lui e va incontro al nemico senza fare calcoli; ma d'altra parte il torero ha bisogno di molto più coraggio per combattere, la sua è una scelta completamente libera e non guidata dall'istinto, la scelta di percorrere nel rito tutte le fasi della vita, dall'euforia e intraprendenza degli inizi fino al momento culminante, quando il pubblico percepisce distintamente che la sua sorte è identica e soltanto differita nel tempo e che ogni esistenza deve comunque percorrere le tappe di un analogo tragitto.




XIX


Tutto sommato mi sembra di essermela cavata, e soprattutto di essere riuscita a non emozionarmi troppo e a non commettere errori. Alla fine del primo brano abbiamo ricevuto molti applausi e Beatrice mi ha fatto capire, soltanto con un movimento delle labbra e un pollice alzato, che era andata bene.
Poco dopo la trovo al buffet, dov'eravamo rimasti d'accordo di vederci. Mi guardo intorno cercando di scorgere la signora Rebeca. Non so come mai ci tengo tanto, forse solo perché sono rimasta impressionata da quella storia con suo marito. Così continuo a guardarmi intorno, ma siccome non la vedo decido di andare a fare la pipì.
In fondo si può essere contenti anche solo del fatto che c'è qualcuno ad ascoltarti suonare. Non ha nessuna importanza, ma probabilmente tutte le cose che possono farci piacere e renderci almeno un po' felici sono senza importanza, gratuite e leggere, vanità pure e semplici, prove d'affetto o di simpatia che finiscono lì, magari di stima, ma comunque qualcosa di cui non puoi far nulla come non si può far nulla di tutto quello di vero che sentiamo, che se ne può soltanto stare lì a consumarsi, fino a quando non lascia un senso di vuoto.
Il cesso fa proprio schifo e anche a lavarsi le mani sembra di sporcarsi. Ma quando esco la vedo. E' seduta in una delle ultime file, nell'ultima poltroncina dal lato della fontana, e tiene il mento appoggiato sulle nocche di una mano. Per raggiungerla subito mi metto a correre.
- Buona sera... sono contenta che sia venuta - le dico ansimando un po'.
- Buona sera - risponde lei muovendo appena la testa con sorriso meno rigido del solito e quasi stupito. Mi piego sulle ginocchia, davanti alla sua faccia, forse sospinta dal desiderio improvviso di darle un bacio rinfrancante e le domando se le è piaciuto.
- Sì... sei stata brava - dice dandomi del tu per la prima volta.
Le comunico che ora c'è il  "Giardino d'amore" di Scarlatti e poiché lei mi guarda senza dire nulla con un'espressione così tranquilla che mi mette a disagio incomincio a parlarle dell'opera, e dico che non viene eseguita in Italia dall'epoca della sua composizione, cioè dagli inizi del settecento. Poi le spiego che è una Serenata d'amore a due, soprano e contralto, per piccola orchestra d'archi più tromba, flautino e cembalo, e che il soggetto è ricavato dal mito di Venere e Adone. Quindi, visto che mi ascolta con una certa attenzione, sullo slancio mi butto a raccontargli tutta la trama, ricorrendo anche ad ampie citazioni dal libretto, che ormai so a memoria.
I due personaggi s'inseguono a lungo cantando senza mai riuscire a congiungersi; a volte duettano, ma poi subito devono separarsi, come nel mito, dove sono costretti a trascorrere lontani un terzo dell'anno perché un altro terzo Adone deve dedicarlo a Persefone ed uno trascorrerlo da solo. Proprio una statua di Persefone occupa il centro della scena e intorno ad essa le due cantanti si chiamano senza esito, scomparendo a turno nell'ombra di Persefone per ricomparire insieme solo alla fine di ciascun atto.
Dopo la breve sinfonia iniziale appare Venere: care selve amati orrori, rispondete per pietà, dice la sua prima aria. Ma le selve non rispondono, e in compenso celano i bei sembianti dell'idol suo. Spietate e avare, le selve non rivelano a Venere dove si trovi Adone e fuggono leggere per non udire il suo pianto. Fugge l'aura si posa ogni fronda, altro intorno non miro che orror riprende allora a cantare la dea, più del fiume non mormora l'onda, solo intendo la pena nel cor.
Al termine dell'aria scompare dietro l'ombra della statua di Persefone e dall'altro lato del palcoscenico Adone sbuca fuori da un cespuglio. Invano tra quelle selve cerca dar pace all'affannato core, che da quando ha fissato lo sguardo sul candore di Citerea, ne odia gli strali e il dardo; né più di fiere belve il caldo desiderio alimenta il suo pensiero, ma solo dell'idol suo segue la traccia a tutte l'ore per temprare la sua pena e il suo dolore. Più non gli piace il vago usignoletto benché vada cantando di ramo in ramo e più non è felice di seguir le belve, perché la sua Ciprigna gli ha tolto libertà e pace.
E qui Venere riappare dall'altro lato della statua, duettando, non vista, col suo amato.
   Ciprigna dove sei? chiede Adone disperato: siete voi che l'ascondete! antri crudeli, voi rubate al mio ben le ombre infedeli!
Adone, idolo mio, è tale il duol ch'io sento ch'avanza nel penar ogni tormento, implora la ciprigna.
Dici il ver, oppur fingi, anima mia; è troppa tirannia, empio tiranno fato, giunger nuovi tormenti a un tormentato protesta Adone di rimando.
Poi questi rimane da solo cantando ancora il suo dolore, e giacché il flautino si è di nuovo messo a suonare spargendo lamenti lui paragona la sua solitudine a quella dell'usignolo che si rispecchia nel proprio canto. I ruscelli mormorano la pena e il piacere di Venere e gli uccelli agitano le onde e le ali per ristorare il suo affanno. Ma dopo battaglie di fiero tormento e dopo aver provato tutti gli strali della separazione, finalmente, nelle ultime due arie, gli amanti si ricongiungono e cantano insieme con la pace nel cuore. Poi Persefone li avvolgerà in un lenzuolo bianco, dove rimarranno avvinti e immobili prendendo anch'essi le sembianze di una statua.
Alla fine del racconto la signora ha la stessa faccia immobile di prima, solo un po' più interdetta, e comunque dice che la storia le sembra interessante. Poi, siccome non so più cosa inventarmi e il tempo sta per scadere, le do appuntamento a dopo, rialzandomi in piedi e indietreggiando, e mentre indietreggio vedo che lei mi sorride e che questa volta nel suo sorriso non c'è più nessuna ironia.




XX


Dopo la corrida prendo il métro e poi passeggio a lungo, fermandomi solo quando arrivo in Piazza de Santa Ana, dove finalmente trovo un'atmosfera corroborante, del buon prosciutto di cinghiale e del vino rosso dal gusto fruttato, che mi rianima. Lo sorseggio lentamente guardandomi in giro alla ricerca di un telefono, ma non ce ne sono, e così ordino un altro bicchiere di vino.
Da piazza de Santa Ana, poco prima del tramonto, arrivo al Parco de Ritiro, che è grande, verde e con tanti animali. Giovani e vecchi vi si affollano con piacere. Dei ragazzi giocano a pallacanestro in mezzo ad una strada, improvvisando tornei. Davanti al palazzo di cristallo ci sono le anatre, ed anche oche e vari tipi di piccioni. Platani, castagni, magnolie, acacie, ippocastani, cedri del libano e pini sono gli alberi più diffusi. Gli scoiattoli attraversano spesso i viali ed io riesco finalmente a trovare un telefono. Questa volta non risponde nemmeno la segreteria, il che è almeno un segno di vita, perché a volte si scopre che qualcuno esiste quando non ti risponde.
Sull'erba accanto ad un viale un uccellino passeggia beccando dei chicchi qua e là: come in certi quadri, accanto al colore verde chiaro dell'erba, verso sera la luce del sole insinua un presagio di morte, e anche se ci vuole una volontà precisa per scorgerlo l'impressione è che resti solo una possibilità, vivere la vita nel suo momento presente, perché il tempo chiude ogni festa con la fretta di chi fugge.
Un bambino grassottello con un'aria un po' tonta insegue una palla colorata. Quando non si riconoscono più nel passato le anse in cui si soffermavano le speranze, talvolta caute o ritrose, altre audaci e risolute, non si sa più cosa fare di sé e anche il corpo diventa pesante da portare. Ci vorrebbe allora la possibilità di cui parla Kierkegaard, la possibilità di sentire di nuovo all'unisono qualcosa che rivendichi un diritto assoluto sulla nostra esistenza. Una palla che rimbalza nel verde ci può invece riportare alle credenze cui eravamo sospesi, a quello che non si può possedere perché non ha durata, alle foglie tremolanti che si vorrebbe ancora bere e che il vento preferisce regalare all'inverno.




XXI


La signora Rebeca è rimasta seduta al suo posto e guarda la gente andar via. Vado subito da lei, che proprio mentre sta per alzarsi mi scorge in fondo alla fila, e rimango ad aspettarla fino a quando non mi raggiunge. Dice che le è piaciuto e mi ringrazia per averla invitata, ma non ha molta voglia di parlare e mi saluta subito porgendomi la mano. Poi si avvia lentamente verso il cancello e mentre torno dagli altri mi volto per guardarla camminare. In giro non sembra esserci nessuno che la stia aspettando o che la guardi con particolare interesse. Comunque voglio controllare fino in fondo: vado a prendere il violino e saluto Marco e Beatrice, che nel frattempo si sono già abbarbicati, e quando mi volto di nuovo verso di lei è quasi arrivata all'uscita del parco e sta camminando pianissimo. Allora lo riconosco. E' un uomo alto, con i capelli lunghi e un po' scarmigliati, e indossa un abito scuro. Sta in piedi sotto una quercia che lo protegge dalla luce di un fanale. Lei cammina a testa bassa e gli passa davanti. Lui non si muove: tiene le braccia distese lungo il corpo e l'unico gesto che fa è quello di toccarsi per un attimo la fronte. A quel punto decido di chiamarla e lei si volta con la solita lentezza, fermandosi ad aspettarmi. Le chiedo se ha bisogno di un passaggio, perché sono in vespa e se vuole posso darle uno strappo, senza pensare che in qualche modo dev'essere venuta. Sul momento non risponde, mi osserva soltanto con la solita aria un po' stupita. Poi mi dice che è in macchina e per un attimo penso a lei che guida e non ce la vedo proprio, lasciandomi sfuggire un'occhiata di lato, verso la quercia dove avevo visto l'uomo, e lui è ancora là, seminascosto dal tronco.
- Pensavo che non ce l'avesse - dico con un lieve imbarazzo nella voce, ma posso accompagnarla alla macchina, se vuole.
Lei mi ringrazia, ma non c'è motivo che mi disturbi, ci vediamo a casa domani, e mi da la buona notte dopo una lieve esitazione e facendo il suo tipico inchino con la testa. Mi volto di nuovo verso di lui, ma questa volta la signora se ne accorge e guarda nella stessa direzione. Di colpo poi torna a voltarsi verso di me, osservandomi in un modo diverso. Ora c'è qualcosa d'interrogativo e quasi di cattivo nel suo sguardo che mi spaventa. I suoi occhi mi fissano con un'espressione di dolore misto a risentimento e il suo volto è assolutamente immobile. Io rimango in silenzio sopportando a stento quello sguardo e sento le mie mani che diventano sempre più fredde. Poi avverto un calpestio di foglie dietro a me e quando mi volto vedo che l'uomo si è avvicinato e ora è parzialmente illuminato dalla luce del fanale che si trova accanto a noi. Sta fermo e sembra volersi far riconoscere. La signora alza lo sguardo verso di lui, ma solo per un istante, perché torna subito a fissarlo su di me.
- Rebeca!... sono io... ti ho vista seduta e allora mi sono fermato...
- Buona notte signorina - dice lei senza rispondergli e accentuando quel sorriso ironico che ormai conosco così bene. Poi si volta di scatto e riprende a camminare verso l'uscita. Vedo le sua gambe magre che con la luce del fanale mi sembrano viola, e quindi mi volto verso il marito, che è rimasto fermo appena dietro.
- Rebeca!... aspetta un attimo! - la chiama lui rincorrendola  aspettami... solo due parole... perdonami... soltanto un attimo -le dice afferrandola per un braccio e fronteggiandola - volevo solo vedere come stavi, nient'altro... perdonami, lo so che non dovevo, ma è stato più forte di me... non ci vedremo più, oppure ci vedremo solo quando lo deciderai tu...
La signora Rebeca si ferma e lui continua a parlare, a dire che non voleva, che se ne sarebbe andato via subito e che poi avrebbero fatto tutto quello che decideva lei, gli basta solo sapere come sta e non osa toccarla, rimane immobile di fronte a lei e mi pare che non riesca quasi a muovere le braccia per la paura di toccarla.
- Sto bene. Lo sai che sto bene... perché me lo chiedi se lo sai... te lo già detto, abbiamo parlato l'altro giorno... non devi preoccuparti... ci possiamo telefonare quando vogliamo... tu mi scrivi continuamente... non c'è bisogno di preoccuparsi... d'accordo?    
Poi dice che deve andare, che si sentiranno per telefono, e gli da la buona notte mentre s'incammina di nuovo verso l'uscita. L'uomo la lascia partire senza dire più nulla, rimane fermo al suo posto guardandola mentre si allontana. Passandogli accanto mi fermo per salutarlo, per dirgli che mi dispiace, e con un filo di voce lui riesce appena a contraccambiare il mio saluto. Quando arrivo alla vespa non ho voglia di aspettare gli altri e decido di scendere da sola, e lungo la strada mi sembra di sentire la musica di Scarlatti che mi risuona nelle orecchie e che le curve siano più lunghe del solito e non finiscano mai.  




XXII


Sul Pais del giorno dopo, nella pagina dedicata alle corride, l'articolista rimprovera ad entrambi i toreri di aver toreato solo a destra, riducendo l'arte ad una sola mossa e rinunciando al movimento più naturale, che consiste nel tenere la muleta con la sinistra in modo da lasciare la mano destra libera per la spada. Sorseggiando un cappuccino mi leggo tutte le critiche, che sono in special modo rivolte a quello dei due rimasto incolume, e quindi mi metto in marcia verso l'Accademia delle belle arti, ma prima mi fermo a comprare dei sigari, perché dopo che ieri ho aspirato il loro profumo per tutto il tempo della corrida ho deciso di assaggiarli.
All'accademia naturalmente non si può fumare, ma in compenso ci sono dei divani comodissimi e non c'è molta gente. Tra i quadri, oltre a dei Murillo non dei migliori, i primi a colpirmi sono una testa di vecchio del Tiepolo ed un altro gradevolmente manierato di un certo Vaan Loo.
Ma poi vado subito a cercare Goya e nella stanza che gli è dedicata, oltre a varie scenette raffiguranti la tauromachia e l'inquisizione, c'è un autoritratto dell'artista da giovane nel suo studio, un famoso quadro del carnevale ed un altro autoritratto, che mi piace ancora di più del primo, dove Goya sta in piedi ed ha un'espressione torbida e svogliata. Ci sono anche dei Velazquez e dei Rubens, che però non sono niente di speciale, e poi La primavera di Arcimboldo.
Quello di Arcimboldo riesce ad essere un quadro un po' disgustoso, sebbene abbia il merito di trasmettere un messaggio estetico assai drastico. Tutte quelle verdure incastonate una accanto all'altra fanno pensare ad una sorta di macchina vegetale e quel che resta di umano è solo la forma finale, e quindi nient'altro che una mera apparenza, e dunque una specie di antiumanismo nel crepuscolo del rinascimento, oppure l'esatto contrario, vale a dire un'antropoformizzazione totale. Comunque è tutto un altro modo d'intendere la pittura, e allora, a proposito di modi diversi d'intendere la pittura, rimpiango di non essere rimasto un'ora di più a guardare il Trionfo della morte del vecchio Brueghel o uno qualsiasi dei quadri di Bosch che ho visto ieri (e di cui mi sono dimenticato di parlare), perché lì almeno puoi ritrovarti a brandelli, magari ingoiato dal fiore di una di quelle piante carnivore che vi compaiono ogni tanto.
Quando mi sembra di aver finito perché non c'è più nulla d'interessante mi accorgo anche di aver fame e mi fermo in un bar, dove prendo una fetta di Tortilla con un bicchiere di vino bianco. Se si evitano i vari tipi di carne di maiale che affiorano dalle vetrine di molti luoghi pubblici adibiti al cibo la cucina spagnola è buona, ed anche abbastanza leggera, fatta eccezione per le tortille, che sono piene d'olio fritto e rimangono sullo stomaco per un bel po'. Maria sosteneva addirittura che il tipico colore degli spagnoli, così olivastro e giallognolo, non era un tratto etnico, ma il segno d'un fegato affaticato.
La lingua castigliana invece non è affatto pesante: è calda, asciutta e ventilata come il clima di Madrid, anche se forse per un italiano è difficile non sentirla come una caricatura della propria. Il vento secco è l'incantatore di questa città, specie se è di tramontana, come oggi. Si abbina bene col prosciutto crudo, col vino e con la parlata degli spagnoli, e riesce a rendere più digeribili persino le tortille.
Al tavolo accanto a quello dove mi sono seduto, in un viale alberato, sotto un ombrellone bianco che oscilla rumorosamente, un gruppo di persone sta degustando un piatto di filettini di piccoli pesci, probabilmente sgombri, con delle olive. Peccato che ci bevano sopra della birra, che secondo me non ci sta bene.
A un certo momento mi viene in mente di scambiarci qualche parola, per vedere cosa riesco a capire, ma poi già l'idea mi stanca subito e allora accendo un altro di quei sigari con la carta argentata e ripenso a Maria, ai suoi occhi distanti e un po' strabici che non si fermavano su niente e guardavano appena il tempo per smascherare qualcosa o prenderlo di sorpresa.
Aveva anche l'abitudine di camminare nuda per casa, che poi era un monolocale con cucina che aveva preso in affitto vicino al Duomo, e a volte accostava il suo corpo agli oggetti come se fosse uno di loro. Con le braccia distese lungo i fianchi si fermava a guardare fuori dalla finestra, e rimaneva così, in piedi, diritta, in modo che io la vedessi respirare a lungo e regolarmente, senza incertezze e senza il bisogno di fare alcun gesto: solo il suo seno si muoveva appena, e tutto quello che faceva mi sembrava allora inesorabile e calmo come quel movimento.
Prima di pagare mi alzo e riprovo a chiamarla ancora. Questa volta mi risponde una ragazza che non conosco. Maria non abita più lì e mi dà il suo nuovo numero. Le telefono subito. Una donna con una voce fievole mi dice in italiano che sta riposando e che le riferirà non appena si svegli: quindi mi saluta, sempre in italiano.
Allora prendo un altro bicchiere di vino e rimango seduto in quel bar a leggermi le mie guide, aspettando che si svegli. Verso metà pomeriggio riesco finalmente a parlarci. Vive con un pittore, nella casa di lui, e non sa quando può vedermi, forse dopodomani, di richiamarla. Al telefono mi pare formalmente contenta di sentirmi, di sapere che sono a Madrid, ma non fa alcun cenno alla sua lettera, e la cosa mi fa sentire triste e stupido, e forse più stupido che triste.
 



XXIV


Federico non mi ha più richiamato, e a dire la verità mi pare un comportamento un po' stronzo. Probabilmente ha avuto da fare, perché rimane lì solo pochi giorni, ma a chiamare non ci vuole molto, e poi dopo il concerto mi sento come svuotata e mi sembra di non concludere nulla. Oltre tutto è tornato il caldo, e con il caldo le zanzare, che come al solito mi massacrano. Ma tengo lo stesso la finestra aperta, un po' per rinfrescare l'aria e un po' per far entrare le voci della strada, che mentre leggo mi piace sentire sullo sfondo.
Il libro della Austin in effetti è piuttosto bello. Da quando l'ho incominciato non sono quasi mai uscita e in questi due ultimi giorni l'ho quasi finito. Stasera poi ne leggerò un bel pezzo perché sento che non ho sonno e chissà quando riuscirò a dormire. Quando si dorme la mente è come se digerisse il corpo, o viceversa: è come se il corpo incominciasse a pensare. Le cose più estranee sembra che entrino a far parte di un unico tempo, passato e futuro confluiscono e non si riesce più a distinguerli perché incominciano a comunicare in un loro linguaggio segreto. Forse ci permette di riposare proprio il fatto che ci dimentichiamo della loro distinzione, e abbiamo bisogno di dormire perché il tenerli a forza separati come si fa sempre durante la veglia è molto stancante.
Ormai dalla sera del concerto mi sembra che sia passato un secolo e non ho più visto nemmeno Beatrice, che però ieri mi ha telefonato per dirmi che è andato tutto bene e chiedermi come mai Federico non era al concerto. Quando le ho detto che era partito lì per lì è rimasta veramente stupita e poi ha cercato di minimizzare, perché lei ormai si considera una specie di sponsor di tutta questa storia e forse vuole che vada avanti solo per capire se ci ha visto giusto.
Anche se questo viaggio in Spagna a dire la verità mi rende un po' nervosa, o per meglio dire gelosa. Mi piace il pensiero di quello che può provare, e non solo per me, ma forse anche per qualcun'altra, ma poi allora mi sento subito minacciata dalla gelosia, e mi consola solo l'idea che non è lui che amo, ma l'amore che potrebbe far nascere in me, e che forse è già nato, l'eco o il richiamo di quello che sente. Però dopo mi dispiace di sminuirlo in questo modo, di escluderlo quasi dal sentimento che ha suscitato, di ridurlo a una specie di strumento, a qualcosa che potrebbe essere sostituito, di non unico, e così mi sento colpevole e mi rimprovero di volerlo già abbandonare, e mi obbligo a soffrire per dimostrare a me stessa che ho bisogno proprio di lui, e non solo del suo amore, con tutta me stessa o almeno con la parte più importante di me. E infatti se ci penso mi accorgo che mi manca proprio, anche se forse sopporto troppo bene la sua assenza. Mi sento forte e normale, capace di resistere, affidabile e sicura. Per questo è come se fossi meno innamorata, e magari anche un po' infedele. D'altra parte, se non mi riuscisse di sopportare la sua assenza mi sentirei male, e per di più alla lunga la cosa non potrebbe andare avanti. Quindi quello che sento è contraddittorio. Devo sopportare la sua assenza e il riuscire a farlo mi può sembrare un tradimento. Mi viene voglia di rinfacciargli qualcosa, di pensare che in fondo anche lui può fare a meno di me, che con la mia assenza se la cava benissimo, perché se riesco a sopportarla io può riuscirci benissimo anche lui. Ma poi tutta questa specie di ragionamento mi da fastidio e allora mi sembra un'altra volta di amarlo di meno, anche se per questo ho subito paura che finisca, e voglio soffrire di nuovo per assicurarmi che soffra anche lui, fino ad addormentarmi sentendo di nuovo la sua mancanza, incapace di sopportare tranquillamente la sua assenza.




XXV


Nell'attesa di richiamare Maria ho deciso di visitare Segovia. Quando arrivo fa quasi freddo e il cielo è coperto. Mi siedo al tavolino di un ristorante sul quale poco prima avevo scorto un raggio di sole, ma dopo pochi minuti le nuvole si dissolvono improvvisamente e il caldo diventa insopportabile. Allora mi portano una zuppa alla castigliana bollente, che mangio sudando; e dopo aver pagato un conto abbastanza esoso vado a vedere la cattedrale, che è proprio lì accanto, e poi l'Alcazar.
Questi palazzi maestosi in genere non mi dicono molto, ma questo è in una bella posizione e domina tutta la campagna circostante. Mi arrampico lungo una ripidissima scala a chiocciola fin sulla grande terrazza che si trova all'ultimo piano per vedere il panorama. Mentre sono lì appoggiato al parapetto, ancora distrutto per la scarpinata, arriva una ragazza e si appoggia accanto a me, alla mia sinistra. Ha una gonna giallina e le gambe abbronzate; due scarpe bianche di tela, con i lacci tenuti larghi, e si aggiusta i capelli biondi dietro l'orecchio dalla mia parte. Con lei accanto anche il panorama migliora nettamente, perché guarda molto bene, muovendo appena le labbra e gli occhi. Abbiamo il sole quasi davanti ed io spero che non se ne vada e mi dia il tempo di attaccare discorso, anche se non mi sento tanto in forma.  
Invece lei si allontana quasi subito e fa un giro sulla terrazza, sempre guardando il paesaggio. Alla fine, prima d'imboccare le scale, si volta verso di me sorridendo, o almeno mi sembra. La seguo con lo sguardo fino a quando non scompare nel cunicolo delle scale, e rimango a contemplare ancora per un po' il panorama di Segovia, che mi pare ancora più silente e desolato di prima, senza nessuna traccia di Don Chisciotte o Sancio Panza sullo sfondo, che in effetti avrebbero potuto ravvivarlo.
Quando decido di scendere anch'io lungo la scala a chiocciola c'è molto traffico e mi devo fermare ogni due secondi per far passare quelli che salgono. Una volta fuori risalgo la strada che conduce verso il centro, accelerando il passo, perché incomincia ad essere tardi. A Segovia ci sono delle belle piazze e delle strade strette che hanno il colore della terra secca, un po' come certe città della Toscana. Una delle chiese più belle è quella di S. Martino, che però è chiusa, e poi quelle di S. Escobar e Quercia, che invece riesco a visitare.
Vicino a quest'ultima trovo la casa di Antonio Machado. Era una vecchia pensione, ora nominata casa-museo del poeta. E' ancora più semplice di come la immaginavo. Accanto ci abita il custode, un giovanotto alto con le orecchie a sventola, possessore di una motocicletta rossa di grossa cilindrata parcheggiata all'ingresso. Mi dice che da quando lui abita lì, cioè ormai da più di un anno, sono il primo italiano che visita la casa. Mi sento molto onorato, anche se so che Vittorio, un mio professore d'italiano al liceo che di Machado è un grande estimatore, c'è stato prima di me. Compro anche un libriccino sulla casa e leggo una frase tra le altre: "un cuore solitario non è un cuore"; che però in spagnolo è più evocativa. Prima di andarmene rubo anche un fiore dal giardino, per portarlo ad Albertine insieme alle poesie di Machado, che tuttavia decido di prenderle in Italia con la traduzione a fronte.
Quindi riattraverso tutta la città quasi correndo, passo sotto l'acquedotto romano e arrivo fino al monastero di S. Antonio. L'orario coincide con quello delle visite, e dunque suono fiducioso il campanello. Per un bel po' non risponde nessuno e così aspetto da solo in una specie di sagrestia, al fresco; poi una suorina si affaccia ed apre l'uscio e insieme ad un'altra che sta sempre zitta, o al massimo ripete quello che dice la prima, mi fa vedere il chiostro e alcune stanze del convento, che è stato per un certo periodo la residenza di Enrico IV di Castiglia, che poi se non ricordo male sarebbe il fratello d'Isabella.
Riesco ad arrivare al pulmann appena in tempo. Quando riparto fa ancora molto caldo e vedo in lontananza la Sierra e nei prati sbiaditi mandrie di mucche e forse di tori. Non è una bella campagna: è grande e bruciata dal sole, ma ti viene ugualmente voglia di abitarci, almeno per un certo periodo, magari d'inverno.
La sera, a Madrid, richiamo Maria, e mi dice che non possiamo vederci nemmeno domani, di risentirci. Cammino un po' per le strade fino a dopo il tramonto e poi vado a cena, in un ristorante economico, da mille pesetas. Nella stanza dove mi siedo c'è un tizio con una camicia verdolina spenta, che legge il giornale mentre mangia. In quella accanto invece c'è una giapponese immobile che guarda nel vuoto. Unico rumore di fondo quello di un vecchio condizionatore. Ordino dei filetti di pollo con contorno di patate, ma poco dopo il cameriere mi viene a dire che i filetti sono finiti e al loro posto mi porta dello spezzatino di pollo all'aglio, senza nemmeno chiedermi se è di mio gradimento. Comunque, anche se un po' stracotto, è abbastanza buono, e tutto sommato penso che si mangi meglio qui che in altri ristoranti più cari e che il prezzo tanto basso sia dovuto solo alla sconfinata tristezza che emana il locale.
Il tipo vicino a me continua a leggere il suo rotocalco, mentre al posto della candida giapponese di prima ora c'è un signore tarchiato e piuttosto peloso. Seduto al tavolo vicino al mio invece c'è un tizio che ha l'aria di essere inglese, o almeno ha dei baffi molto inglesi. Stiamo tutti e tre zitti, e anche di là parlano poco, e il signore che ha preso il posto della giapponese dev'essere già ubriaco, perché ha appoggiato la testa sul tavolo.
Il cameriere mi chiede se voglio una pigna e stupidamente rispondo di sì, pensando ad un pigna d'uva, e invece mi porta dell'ananas sciroppato. L'inglese ha un aspetto molto triste, il lettore di rotocalchi tragico; e l'ananas è troppo dolce.
Dopo cena ripasso dalla "sala rociera" del primo giorno. C'è la solita ragazza con il vestito nero e il fiocco rosa, il sorriso ironico ed azzurro, tante diverse passioni mimate, le stesse rumbe e sevigliane e tutto il gioco della vita raccolto sulla bocca e sui fianchi. La ragazza con la faccia da matrona stasera ha un vestito bianco, mentre quella con il fiocco rosa fa delle smorfie provocanti, sospese tra sorrisi di sfida in fuga.  
Il bambino con i tacchi torna sul palco a ballare ed io finisco di bere la mia sangria. Un cane aspetta il suo padrone sulla soglia perché gli ha proibito di entrare. Si sposta di poco, discretamente, e si accuccia seduto. Poi sposta piano piano il sedere con la sua coda attaccata che striscia, a piccoli passi invisibili, fino a quando non entra del tutto rimanendo fermo appena oltre la soglia a guardare quello che succede dentro con un'aria quasi indifferente, ma molto civile e composta.




XXVI


Federico dovrebbe tornare dopodomani. Devo ammettere che mi manca, e che questo suo viaggio incomincia a preoccuparmi. La signora invece temo quasi d'incontrarla. Dalla sera del concerto non l'ho più vista e ho l'impressione che non abbia affatto gradito la mia iniziativa. In effetti mi sono intromessa in una faccenda in cui non dovevo entrare e ora penso proprio che avrei dovuto farmi i cavoletti miei. Comunque ormai è successo e prima o poi dovrò riaffrontarla. Tanto per contraddirmi subito mi viene in mente di chiamare suo marito, per sentire come si sente, ma poi me lo impedisco, decido di non aggravare le situazione e per ogni evenienza mi copio sull'agenda il numero dal fogliettino dove l'avevo scritto il giorno della telefonata. Quella sera, dopo il loro incontro, rimase fermo sul viale con un'espressione muta e fissa, come se non vedesse più niente, e io non trovai il coraggio di dirgli nulla, mentre avrei voluto sentire la sua voce, smuoverlo in qualche modo. Ma in certi momenti si resta quasi paralizzati, nessun comportamento sembra adeguato, non si riesce a fare nemmeno un piccolo gesto e si ha quasi l'impressione di poter rimanere fermi nella stessa posizione per sempre, come se anche il tempo si fosse fermato e fossimo finiti dentro una fotografia della nostra vita, di tutta la vita, dentro un ritratto essenziale e fedele, in un passaggio senza appigli dove muoversi significherebbe precipitare, e allora si rimane fermi a fissare le stesse cose che non dicono più nulla, che diventano ad ogni istante nuove ed estranee e ci scorrono davanti agli occhi senza mandarci nessun segno che sappia rimetterci in moto.




XXVII


Davanti al Casone de Buen Retiro, il giorno dopo, c'è un bel vento fresco. Entro e ritrovo dei ritratti di Vincente Lopez (altri ne avevo già visti all'Accademia delle belle arti) tra i quali spicca quello del vecchio Goya con la tavolozza in mano. Due altri ritrattisti notevoli sono Carlo Mario Esquivel ed Eugenio Lucas, quest'ultimo un po' goyesco, ma senza la luce e la penetrazione psicologica di Goya. Un certo De La Vega ha uno stile vagamente  murillesco, mentre Madrazo a volte riempie l'occhio con toni vivaci. Martin Rico è uno dei più originali, ed oltre che dagli impressionisti pare influenzato dal Canaletto. Anche Maniero Fortuny ricorda molto gli impressionisti, e in qualche occasione anche i nostri macchiaioli, sebbene usi dei colori più sgargianti. Insieme a Madrazo ha ritratto il proprio giardino, dov'era seccato un cipresso.
Faccio ancora un giro tra i pittori spagnoli dell'ottocento prima di entrare nella stanza dove si trova Guernica, tergiversando, forse temendo che non mi piaccia. Quando finalmente mi decido a varcare la soglia tengo la testa bassa e mi fermo davanti a dei Mirò forse non tanto tipici che sembrano messi lì per tenerle compagnia. Poi sollevo la testa: Rubens e il Barocco, la testa del cavallo, le donne di Algeri, il toro che protegge la madre, il bambino morto e l'arte straziata, la Spagna disperata; cose che mi sono letto sulla mia guida in albergo e che ora ritrovo tutte insieme di colpo. Il movimento circolare è ossessivo, la tensione continua, e con tutto questo non sono neanche sicuro che mi piaccia. L'impatto col momento storico dev'essere stato possente, e forse questa è una delle ragioni principali del suo successo. La mancanza dei colori, e ciò nonostante la percezione dei colori, mi pare decisiva. Il centro del quadro è nella testa del cavallo, lì c'è l'impulso fondamentale al movimento. Non credo che perda molto in riproduzione, anche se le dimensioni sono essenziali, e quindi è destinato a perdere molto per forza.
Andarsene dispiace perché ci si lascia alle spalle un'intera vicenda di sofferenze diverse concentrate e viste in uno spazio troppo compresso, come in un'implosione cieca di dolore.
Quando esco mi sento svuotato come dopo la corrida e non penso più a nulla: soltanto mi sembra di guardare le cose con un altro ritmo e di essermi prosciugato, di essere diventato in qualche modo più essenziale, e così, nonostante una certa saturazione da quadri, ritorno al Prado, dove rivedo subito qualche De Ribera. Mi colpisce la Trinità, e anche un Ecce Homo giovanile. Chiedo del Caravaggio ad una custode carina, che mi ascolta con l'aria di non capire e poi mi risponde che è chiuso per far posto alla mostra di De Ribera. Mi dimentico invece di chiedere dove posso trovare la Maya desnuda, forse perché voglio scovarla da solo.
Sul Cristo di Goya non c'è una goccia di sangue: implora il cielo senza soffrire. Quello di Velazquez soffre invece nella piena accettazione e sanguina (ma questo l'ho già detto). Comunque il sangue ha lo stesso movimento dei capelli e cade con loro. Il viso della Vergine invece non è sensuale solo per eccesso, e Santa Margherita ormai non ho più nemmeno voglia di abbracciarla.
E ne Las Meninas, come ha fatto? Se dipingeva dal vero i due sovrani, dove vedeva gli altri? Oppure ha dipinto tutta la scena allo specchio? Naturalmente l'ipotesi che li abbia fatti posare in tempi diversi è verosimile, ma meno suggestiva.
Proprio davanti a "Las Meninas" mi torna in mente il sogno che ho fatto stanotte. Ero rimasto rinchiuso nel Prado e i personaggi dei quadri non uscivano dalle loro cornici sebbene potessero farlo. Stavano fermi e mi chiamavano. Nella stanza dove si trovano il Cristo e La Vergine di Velazquez quest'ultima m'invitava a restare, il primo ad andare via, in giro per il palazzo e fuori, all'aria aperta. Nella sala de Las Meninas c'era una festa, con tanti personaggi del tempo di quelli dei quadri che urtavo attraversandola, mentre altri stavano a guardare come da tante finestre. Una volta fuori mi ritrovo in una grande stanza circolare, con delle colonne e una fontana al centro. L'acqua zampillava da enormi pesci e da tartarughe giganti ed io mi fermo a bere, con un senso di grande ristoro. Dopo mi ritrovo su un terrazzo a guardare le stelle con una giovane donna che assomigliava un po' alla ragazza incontrata a Segovia: le stelle sono grandi e basse nel cielo e questa ragazza sembra capitata lì per caso, ma è molto gentile con gli altri invitati e pare conoscerli tutti. Con lei rientro nella grande sala e ci fermiamo davanti ad una natura morta con frutta, piuttosto moderna, con dei bei colori pastello. Vorrei prendere una pera, ma siccome mi dispiace sciuparla, e forse perché non ho voglia di impiastricciarmi le mani, prendo una mela, che mi piace un po' meno. Ha un profumo pungente e soave, acuto e cilestrino, come quello delle stanze dove in campagna si stendevano le mele cotogne a riposare, ma quando la mordo sento che ha un sapore strano e allora ne stacco solo un piccolo pezzo e dalla buccia intaccata vedo uscire una lunga goccia di sangue. La ragazza mi dice di non preoccuparmi, che se non mi piace posso tranquillamente rimetterla al suo posto, ed io lo faccio, mi pare con un certo sgomento. Lei mi spiega che la frutta sanguina perché è ancora molto fresca e poi non mi ricordo più bene, ma credo che mentre ci allontaniamo non mi va di voltarmi di nuovo verso il quadro dal quale l'ho presa, e per un certo tempo ho paura di ripassarci davanti, come se temessi di scorgervi una figura di donna ferita a morte, o qualche parte del corpo straziato della ragazza che mi accompagna, e che pure mi sta camminando a fianco, ma un po' più indietro, appena fuori dal mio campo visivo.
Tornando a Las Meninas, la cosa più probabile è che i due sovrani stessero dietro il pittore e che si riflettessero nello specchio davanti a lui. E se gli altri fossero stati in carne ed ossa di fronte a Velazquez, questi come avrebbe potuto vedersi? Nello specchio con i due sovrani appena dietro, la loro immagine rinchiusa in una cornice? Oppure lui e i sovrani nello specchio, e gli altri davanti... o anche i sovrani davanti, e lui solo nello specchio, di lato, in modo da non essere coperto dagli altri?
Nel primo pomeriggio scendo al piano di sotto per rivedere Rubens e l'Artemisia di Rembrandt, che però qui è troppo isolata e solitaria e rispetto alle lunghe teorie di quadri degli altri miei pittori preferiti fa una certa tristezza.
Poi richiamo Maria, per l'ultima volta, perché domani mattina ho l'aereo. Mi risponde la solita donna con quella voce leggera, dicendomi di aspettare. Quando riesco finalmente a parlare con lei mi dice che posso andarla a trovare più tardi, in via Guadalquivir, vicino a piazza Argentina. Me lo dice piuttosto freddamente, e io rimango esterrefatto, anche se nel complesso non me ne importa molto e non ho nemmeno più voglia di andarci. Comunque ci vado lo stesso, per quel vecchio principio di finire sempre le cose che ho cominciato.




XXVIII


Vado in pizzeria con Marco e Beatrice e quando ritorno a casa trovo la camera della signora semiaperta e sento il rumore della macchina da scrivere. La vedo china sulla scrivania e rimango per un istante a guardarla dal salone mentre continua a lavorare. Non sembra accorgersi della mia presenza e allora decido di andare a letto. Ma ho fatto appena alcuni passi quando mi sento chiamare. Allora torno indietro e mi affaccio sulla porta.
- La prego... si sieda - dice lei con una placida tonalità imperativa, come se desse per scontato che le avrei ubbidito.
Entro in camera e mi siedo sul letto, aspettando che dica qualcosa. Dopo aver riposto con calma il foglio su cui sta scrivendo dentro una cartella inizia a fissarmi con un'espressione assorta.
- Lei forse penserà che io mi sia comportata in un modo insensato... oppure crudele, ma non sarebbe un'impressione esatta.
Poiché non accenna a proseguire io distolgo lo sguardo e mi metto a fissare il suo piede, che sotto la scrivania resta sospeso e immobile dentro la sua calza scura, fino a quando non ricomincia e mi chiede se non penso anch'io che nella vita si debba scendere verso il proprio fondo, per raschiarne le scorie, dice proprio così, raschiarne le scorie, e poi inizia un lungo discorso che non è tanto facile da ricostruire, ma in pratica, secondo lei, se ci fermiamo lungo questa discesa allora non avremmo più speranza di veder mutare il nostro sguardo sulle cose, e queste diverrebbero la nostra prigione, la prigione delle nostre presunte qualità, che come viali di pietra segnerebbero il nostro percorso assegnandoci un dolore mai interamente nostro, paralizzato dal rispecchiamento, e che anche le persone più care, in questo modo, si spegnerebbero tra le nostre dita come fiori essiccati dal bisogno di restituire sempre qualcosa, dal mite languore della gratitudine, mentre secondo lei tra noi e tutto quello che possiamo sentire dovremmo sempre lasciar correre una distanza, la sorgente che zampilla dalle nostre pareti, perché solo quella è la fonte stessa del nostro bisogno di comunicare.
Tengo gli occhi fissi sulle mie ginocchia e queste mentre ascolto sembrano gonfiarsi lentamente come se l'incapacità di rispondere vi accumulasse un liquido penoso e sinistro. Quest'impressione scompare solo quando mi si accende dentro una specie di rabbia per il fatto di non capire bene tutto il discorso e il suo misterioso rigore, e allora ricomincio a fissare il suo lungo piede magro appannato dal colore bluastro della calza, la sua immobilità impenetrabile e opaca. Continuo a tacere, ma avrei voglia di urlare, di dire qualsiasi cosa, che non capisco nulla e che il suo discorso è pieno di buchi osceni. Vorrei che togliesse quella gamba sospesa dalla sua posizione e che posasse il piede per terra, adagiandolo su un lato dopo un movimento improvviso affinché riacquistasse un po' della la sua morbidezza perduta. Continuo a tacere, ma rialzo la testa, e vedo che mi sta osservando con quel suo solito sorriso indecifrabile, come se fosse soddisfatta del mio silenzio e della mia goffaggine. Allora mi lascio cadere sul letto e mi volto verso la parete. Il cuscino ha un odore pungente e sul muro una lunga crepa disegna una specie di pesce. Potrebbe essere anche un corpo di donna, con la testa reclinata, i due capezzoli al posto degli occhi. Tengo una mano tra le gambe e l'altra aperta sotto una guancia e mentre cerco nuove figure tra le crepe della parete riesco per un attimo a non pensare più a nulla. Il mio respiro si è fatto più profondo quando sento un leggero fruscio e il letto che s'inclina alle mie spalle. Poi la sua mano mi scosta i capelli riponendoli dietro l'orecchio, sfiorandomi il viso con le sue dita magre, ed io sono sorpresa dal fatto che non siano fredde. Continuano ad accarezzarmi e le sento tremare appena, come se stessero riscoprendo qualcosa d'antico. Ho voglia di scappare, o di dormire, di affondare il viso in quella pancia vuota, e infatti lo faccio, con un movimento rapidissimo e cieco. Quando riapro gli occhi vedo la spina del telefono inserita nella presa e poi lei che sta piangendo. Richiudo gli occhi e con la mano stringo quella di lei contro la mia guancia. In realtà lei non sta affatto piangendo, oppure sta piangendo senza saperlo e lo so soltanto io. Stringendole la mano più forte vorrei farglielo capire, come se in quella mano ci fosse nascosta una musica che può all'improvviso incominciare a suonare e risalirle fino al cuore, provocando un battito delle palpebre, solo un lieve palpito, dopo il quale quel sorriso ironico riapparirà negli occhi mutato, finalmente divertito, con un'allegria mai nata prima.
- Forse è l'ora di andare a letto - dice lei dopo un po', con un tono indefinito, ed io mi alzo quasi subito, senza risponderle, le do la buona notte ed esco dalla camera senza chiudere la porta alle mie spalle.




XXIX
   

Le stradine vicino alla piazza sono tutte piuttosto eleganti e la casa al numero diciassette dall'esterno ha un'aria fresca e piacevole. Suono il campanello e aspetto. Quasi subito mi apre il cancello una donna piccola, sui quarant'anni e con i capelli grigi, che riconosco dalla voce. E' molto gentile e dopo avermi fatto accomodare in salotto mi comunica ufficialmente che la signora scenderà tra poco. Mi siedo su di un morbido divano rosa e poiché la donna mi domanda se voglio bere qualcosa le chiedo un bicchiere di whisky con del ghiaccio, tanto per tirare un po' su la pressione, che con questo caldo è piuttosto a terra.
La stanza è piena di piante e sopra il divano c'è una vetrata che dà su un cortile interno, dove altre piante si arrampicano su un bersò formando una specie di giardino pensile. Alle pareti ci sono dei quadri importanti, uno forse della scuola di El Greco, ed un altro, molto bello, probabilmente preraffaellita. Quando la donna ritorna con la bottiglia di whisky, un vaso d'argento colmo di ghiaccio e un bicchiere sopra un vassoio mi chiede se non ho bisogno di nient'altro e per un attimo si ferma a guardarmi; poi mi saluta con un'espressione cordiale.
Per ingannare l'attesa sfoglio un catalogo di architetti contemporanei che è sul tavolo di cristallo di fronte a me e scarto un sigaro, ma subito dopo averlo acceso vedo scendere Maria dalle scale vicine all'ingresso, con un abito lungo e leggero. La osservo venirmi incontro e riconosco la sua solita andatura maestosa. Il suo sguardo è come lo ricordavo, appena troppo alto e slanciato in avanti sopra la mia testa. Mi alzo per abbracciarla, ma lei lo fa per prima, brevemente; quindi si siede sul divano, dall'altra parte.
La donna con i capelli grigi le porta dell'acqua tonica, come fosse una sua abitudine. Quando esce scomparendo come un pesce che torna nella sua tana Maria mi parla di lei. Appartiene ad una famiglia nobile, poi caduta in disgrazia, e parla cinque lingue correttamente. E' stata per un lungo periodo la donna di Manuel, in passato, l'uomo con il quale ora vive lei e che tra poco mi farà conoscere. Di Manuel però mi vuol dire subito che ha cinquantatre anni, che stanno insieme da poco più di uno e che parla bene l'italiano per aver vissuto dodici anni tra Roma e Venezia.
Poi mi racconta che la sua vita si è fatta regolare: la sera non esce quasi mai, solo con lui, ogni tanto, va a qualche cena o festa di amici. Ha un tono di voce estremamente formale e non dice più frasi che stridono con quello che accade, frasi solitarie e perentorie, come una volta. Io sono incerto, non oso chiederle perché ha voluto vedermi, ho quasi il sospetto di essermi sognato quella lettera e di trovarmi lì per una strana coincidenza.
La piccola donna con i capelli grigi ritorna con dell'altro ghiaccio e il suo corpo minuto scivola via in fretta sul pavimento di marmo, sondando lo spazio e le nostre espressioni con brevi occhiate discrete. Noi continuiamo a parlare del più e del meno: delle corride, degli allevamenti di tori, della rigida astinenza erotica cui sono costretti e del sangue che scivola sulle loro spalle dopo ogni picata. Maria dice che è l'unico caso in cui il sangue che esce dal corpo non suscita orrore o sgomento, ma è d'una lucentezza vitale, brilla al sole come un gioiello, e che anche la spada sembra immergersi nella carne quasi con dolcezza. Poi m'indica dove posso vedere delle buone sevigliane e mi da il nome di un ristorante gestito da ex toreri, dove c'è un vecchio banderillo abbastanza contento, se adeguatamente provocato, di raccontare le sue storie. Mi parla come si può fare con un turista o un amico recente, scrutandomi con un certo distacco, ed io sorseggio il mio whisky con l'impressione di non conoscerla, tutto quello che non ho mai provato per lei finalmente rivelato e sicuro, il tempo trascorso insieme remoto e senza spessore.
- Perché mi hai scritto che volevi vedermi? - le domando per farla finita con quel modo di fare evasivo.
Lei sembra che non abbia sentito. Mi guarda con un'espressione sorpresa, come se volesse rinfacciarmi l'inutilità della mia domanda. Poi mi comunica che sta per sposarsi, la data dovrebbe essere il quattro di Settembre, e che comunque aveva da tempo voglia di vedermi, ma senza collegare bene le due cose e con l'aria di voler aggirare apertamente la mia domanda.
- Quién es? - si sente urlare all'improvviso dal piano di sopra.
- Un mio amico italiano - risponde Maria indirizzando la voce verso la rampa della scale.
Sento i passi pesanti di Manuel discendere i gradini e quando finalmente lo vedo nell'atrio mi sembra enorme. Ha due piccoli occhi oblunghi e vivaci incastrati dentro una faccia piuttosto larga, con grandi mascelle ricoperte da una fitta barba curata. Si avvicina a noi senza guardarmi e quando ci raggiunge mi stringe la mano, a lungo, senza muoversi e fissandomi come si può fissare un animale domestico, innocuo e forse fastidioso. Pronuncia per primo il suo nome, continuando a stringermi la mano e a fissarmi dopo che gli ho detto il mio. Poi lascia bruscamente la presa e va verso la credenza, sceglie un bicchiere, se lo riempie di whisky e di ghiaccio e senza dire più nulla entra nella stanza dove prima ho visto scomparire la piccola donna. Da là poi lo sento parlare in spagnolo, mentre Maria riprende a darmi informazioni sui locali notturni di Madrid, come se non fosse mai apparso e ed io fossi venuto lì in gita di piacere, e a me non viene nemmeno in mente di dire che parto domani.
Dopo pochi minuti Manuel rientra in sala, sempre con il bicchiere in mano, e ancora in spagnolo dice qualcosa a Maria che non capisco bene, perché parla troppo velocemente. Quindi, rivolgendosi a me, mi chiede in italiano se voglio rimanere a cena. Accetto subito, ringraziando; e lui non aggiunge nient'altro, si versa di nuovo da bere e torna di sopra.
Mi volto verso Maria e mi pare improvvisamente ingrassata. Forse è più bella di due anni fa, ha il viso più rotondo ed un'espressione ancora più morbida, ma i suoi occhi si muovono di meno ed il suo sguardo non estrae più le immagini dalle cose come conigli da un cappello di prestigiatore.
Le racconto grosso modo quello che ho fatto in questi due anni, e così, parlando del più e del meno, arriviamo piano all'ora di cena, senza allegria e senza nostalgie particolari da parte di nessuno. Non mi ricordo nemmeno cosa potevo provare per lei allora e non riesco a immaginarlo; ma forse non era niente d'importante, magari solo una certa leggerezza e l'impressione di avere accanto un corpo compiuto e pensante, attento alle proprie sensazioni, infinitamente distante dai propri pensieri e dal mio.
Quando Manuel viene a cena puzza ancora di quelle sostanze che i pittori usano per dipingere e ha delle dita sporche di colore. Si mette a sedere senza parlare, e solo dopo aver finito il gaspacho mi chiede da quanto tempo sono a Madrid e che cosa ho fatto. Gli racconto le mie impressioni del Prado e lui mi dice che il primo Goya non gli piace, ed il Cristo di cui ho parlato gli pare troppo manierato e accademico. Quello di Velazquez lo apprezza in effetti molto di più, anche se per certi versi lo trova eccessivamente geometrico ed elegante. Gli piacciono invece molto Le filatrici di Velazquez, e l'altro Goya con la lotta dei ragazzi e, naturalmente, Il cane seminascosto dalla sabbia.
Parlando di quadri con lui sento venir fuori un mondo ben definito e i miei gusti e le mie reazioni oscillano per un attimo ad ogni suo parere, riuscendo in pochi minuti a farmi dubitare di aver trascorso tre giornate intere nei musei di Madrid.
Maria lo lascia parlare ed io la osservo mentre tace, fino a quando non sento lo sguardo di Manuel che mi fissa di nuovo, e poi il rumore sonante delle stoviglie urtate dal suo braccio con un movimento brusco e maldestro.
Il discorso quindi cade sulle corride e sul libro di Hemingway, che secondo lui aveva in merito dei gusti piuttosto esaltati. Dice che Hemingway ha fatto dell'antiretorica una nuova forma di retorica letteraria e che retorico lo è sempre, anche se sembra ossessionato dal tentativo di non esserlo. Solo nella prima parte di "Morte nel pomeriggio" forse non lo è, quando il libro sembra una specie di guida turistica, e in qualche racconto. Si affannava a scrivere della morte perché aveva paura di scorgerla nelle cose che capitano quotidianamente nella vita, nel puro trascorrere dei giorni, e quando riusciva a scovarla anche qui ne parlava in un modo tanto scarno e disincantato da risultare enfatico.
- Uno scrittore fasullo, e un uomo ancora più fasullo - aggiunge poi, con tono conclusivo, e allora io gli dico che forse sarà anche stato uno scrittore fasullo, ma che la sua fasullaggine mi era sempre sembrata abbastanza sincera, forse a suo modo retorica, ma sincera e asciutta come il vento di questa città.
- E' uno che nella vita ha fatto un sacco di bravate gratuite ed anche qualche stronzata ai suoi amici migliori, e questo chiarisce molte cose anche sulla sua letteratura, sebbene oggi vada di moda pensare che tra le due cose non vi sia legame - risponde lui alzandosi in piedi quasi di scatto come se fosse divenuto completamente insofferente per quell'argomento. Quindi mi offre da bere del Cognac spagnolo, mentre io penso che tutto sommato Hemingway lo avrebbe trovato simpatico e nient'affatto fasullo, e mi domando per un attimo se un uomo fasullo potrebbe mai trovare non fasullo un altro uomo sapendo che questo lo considera fasullo.
Quando gli chiedo se posso veder i suoi quadri senza nemmeno rispondermi si alza in piedi e mi dice di seguirlo di sopra.
Il suo studio è come ce ne sono tanti, con un grande lucernario rettangolare e il solito confortante casino che si trova negli atelier dei pittori. Il primo quadro che mi fa vedere è quello a cui sta lavorando: è una grande giostra con tutti i colori della spiaggia e del mare mescolati insieme e un cavallo giallo in primo piano. I bambini sembrano accecati dal divertimento: qualcuno ha la bocca spalancata, uno ha gli occhi rivolti al cielo come in un'implorazione, un altro digrigna i denti in una smorfia di piacere. Mi piace molto, anche se nel complesso mi pare un quadro terribile, e glielo dico. Lui è d'accordo, ma non fa ulteriori commenti.
In un altro ci sono due uomini dentro due cappotti, uno grigio e uno marrone, che parlano su una panchina gesticolando, sotto un albero, i loro volti dai contorni sfumati e i loro movimenti sospesi per aria e senza una direzione precisa. Una ragazza è sdraiata per terra, su un fianco, di spalle, con un soprabito d'un rosso indefinito, maculato di verde e di giallo, che si confonde con il colore dei boschi sullo sfondo, e guarda un panorama lontano dove non si riconosce quasi nulla, forse ascoltando distrattamente i due uomini, con un filo d'erba che le spunta da dietro la testa e che tiene probabilmente in bocca. Faccio anche qui qualche apprezzamento e Manuel dice che un quadro deve avere sempre una sola anima, un'unica inclinazione e che alla fine non si deve poter aggiungere nulla, mentre lui ha l'impressione di metterci sempre troppe cose.
- Del resto dipingere è una gran fregatura - aggiunge poi - perché non appena uno riesce a fare qualcosa che lo convince questa non è più sua, e a lui restano soltanto quelle che non considera pienamente riuscite e che sono destinate a mutare e ad accompagnarlo ancora per un tempo indefinito.
Mentre parla tira fuori da dietro un cavalletto un nudo di Maria. Lei tiene un braccio appoggiato dietro la spalliera di un divano che si trova sotto un pergolato d'uva rigogliosa, all'aperto. L'altra mano invece la tiene sopra le gambe accavallate e in quella posizione ricorda un po' la Maya desnuda che non sono riuscito a vedere. Guarda avanti a se e la testa sembra staccarsi leggermente dal collo, di lato. Ha la sua espressione di quando non pensa, o di quando è indifferente a quello che pensa e guarda qualcosa attaccandosi a quello che vede, come una cosa della natura, un ramo che si piega al vento e che torna identico nella sua posizione quando questo è cessato.
Guardandola mi ritorna in mente quest'idea e allora penso che deve trattarsi di una specie di mia fissazione. Un altro quadro raffigura un ragazzo ed una ragazza nella strada di una metropoli, di notte, con la luna seminascosta dietro una nuvola tra enormi grattacieli illuminati dal basso. Devono aver appena litigato, perché dalla posizione del volto e dei capelli di lei si capisce che si è appena voltata, mettendosi quasi a correre e guardando in avanti con un'espressione incombente di rabbia e amarezza.
Manuel nel frattempo si è sprofondato su una poltrona e si è acceso una sigaretta, e ho la sensazione che non si perda nessuno dei miei movimenti e delle mie espressioni mentre ora guardo un uomo dalla carnagione violacea addormentato sotto un ulivo, d'estate. Su un tronco vicino, abbastanza nitida, c'è una cicala; una mosca vola in primo piano e se ne sente quasi il fastidioso ronzio e una farfalla bianca la incrocia poco dietro.
Maria entra per dirci che va a dormire, e salutarmi. Lo fa semplicemente, dandomi un bacio e accarezzandomi un lato della testa con una mano fredda, dicendomi addio ed uscendo subito dalla stanza. Manuel allora mi domanda di cosa mi occupi, e quando gli rispondo che studio filosofia all'università dice che la filosofia oggi gioca soltanto a capire, a trovare spigolature dall'apparenza originale, ma dalle quali in realtà non si riesce a scorgere nessuna prospettiva buona per vivere. Tutto tranne che cercare d'imparare a vedere, com'era in origine: vuole solo scoprire l'ultimo anello di una catena, proporre un salto decisivo dell'intelligenza, ma di un'intelligenza che non ci parla di nulla e che nulla sa mutare.
Mi chiede il significato d'una parola che ho usato nel tentativo di prendere le difese della filosofia e poi mette nello stereo un quartetto di Beethoven e sostiene che anche nella pittura come nella musica ci sono due principi, uno d'opposizione, ritmico, dai toni netti, e uno implorante, sfumato, e che tutta la storia della pittura moderna è un modo di riproporre questo conflitto.
Ha il corpo massiccio e quando parla muove inavvertitamente le mani piccole e tozze. Per di più continua ad aspirare la sua sigaretta con la stessa lentezza con cui si potrebbe fumare un Avana. Secondo lui la cosa essenziale per dipingere, come anche per recitare o scrivere, è riuscire a farsi vuoti, è imparare a servirsi della mente come di uno specchio e non appropriarsi di alcuna sensazione, ma restituirla ogni volta intatta; o almeno questo è l'unico modo per riuscire a fare qualcosa che abbia una vita propria.
- Perché sei venuto a Madrid? - mi domanda poi senza darmi il tempo di rispondere qualcosa.
- Era un sacco di tempo che volevo venirci... per vedere il Prado e tutto il resto... ed anche rivedere Maria.
- E come l'hai trovata? - mi chiede scrutandomi con attenzione.
- Nel complesso mi pare più serena di due anni fa... e forse più felice - rispondo così tanto per dire, perché tutto sommato non mi era sembrata affatto più felice.
- Non è mai felice... e non le importa di esserlo. In realtà la felicità non le interessa affatto... vuole solo intravederla... sentirla girare intorno a se quasi fosse una minaccia...
- Mi ha detto che pensate di sposarvi a Settembre...
- Se te lo ha detto lei... non lo si può escludere - risponde seccamente, ed io non trovo più niente da aggiungere. Poi si alza in piedi e m'invita a seguirlo in un'altra stanza, dove c'è un quadro a cui tiene particolarmente e che vuole farmi vedere. Attraversiamo il corridoio del piano superiore e passando davanti alla camera di Maria vedo attraverso la porta socchiusa la sua gamba nuda che sporge sopra il lenzuolo.
Entriamo in un salotto piuttosto piccolo, ma molto elegante: nel quadro che Manuel voleva farmi vedere c'è un tavolino rotondo sul limitare di un bosco, con sopra una tovaglia bianca, e al centro di questa una piantina d'un verde chiaro i cui rami cadono riflettendo la luce che filtra tra i rami, di sera, accanto ad una lampada a petrolio accesa di ceramica azzurra e ad un quaderno aperto, attraversato da ombre e ricordi, con una penna vicino.
Quando riattraversiamo il corridoio sento la voce di Maria che mi chiama. Manuel mi fa cenno di entrare. La camera è illuminata soltanto dalla luce che viene dall'esterno e lei è coperta solo da un lenzuolo, la solita gamba ancora mezza di fuori fino al ginocchio. Mi dice di avvicinarmi, mentre Manuel resta dietro di me, ai piedi del letto.
Maria è voltata dall'altra parte e tiene un braccio piegato sopra gli occhi. Sussurra qualcosa che non capisco, ed io mi avvicino di più al letto per riuscire a sentirla: - ... tu mi devi portare via... non posso restare qui... io non lo amo... lui è un gigante di pietra che mi opprime il cuore... io non amo nessuno e devo partire... mi ha imprigionato dentro il mio corpo... tu devi portarmi via...
Ho la netta impressione di non capire più niente e mi volto per un attimo verso Manuel, che la osserva impassibile, senza nessuna espressione particolare. Le dico che può venirmi a trovare quando vuole, la prima frase stupida che mi viene in mente, che a me fa sempre piacere vederla. Mi era sembrata così distante tutta la serata che non riesco a trovare niente di più originale, e allora lei mi prende la mano e la stringe: - ma allora non capisci! - dice guardandomi per un attimo negli occhi con uno stupore disperato, come se recitasse. Poi si volta di scatto verso la parete e io rimango in silenzio a guardarla, senza riuscire a muovermi e senza saper cosa fare.
- Non è possibile che nessuno capisca nulla... - mormora contro il muro scuotendo leggermente la testa, - non è possibile... lo vuoi capire che non posso amare nessuno e che devo partire... che mi devi portare via... - dice tornando ancora a voltarsi verso di me con un altro movimento brusco, fissandomi con uno sguardo attonito.
Che devo portarla via lo ripete ancora due o tre volte, sottovoce, sempre più piano e con gli occhi chiusi come se volesse dormire. Poi non dice più nulla ed io mi piego sul suo corpo e le do un bacio sulla labbra, che lei riceve senza muoversi, riaprendo solo per un attimo gli occhi, ma con una espressione sonnambula e altèra sul viso. La sto ancora a guardare per un po', perché mi dispiace lasciarla, ma penso di non dover rimanere, che sarebbe del tutto inutile e che forse nemmeno lei lo desidera davvero.
Quando mi volto per uscire Manuel è ancora fermo sulla porta. Mi fa passare per primo e scendiamo le scale in silenzio; poi in sala mi chiede se voglio ancora qualcosa da bere. Gli dico di no, ringraziando, e lui mi accompagna fuori. Davanti al cancello gli chiedo perché... che cosa secondo lui avesse voluto dire.
- Esattamente quello che ha detto - mi risponde - lei riesce a dire solo esattamente quello che vuole... il problema è che vuole sempre anche l'opposto di quanto dice... perché non ha un'anima sola.
Prima di oltrepassare il cancello lo saluto di nuovo con un cenno della mano, mentre rimane a guardarmi con le braccia penzoloni lungo il corpo massiccio, che ingombra quasi tutto l'ingresso. La strada accanto al marciapiede è bagnata, forse perché è passato uno di quei camion con gli idranti a pulire, e io mi sento un'altra volta svuotato come quel giorno dopo la corrida.  
Accanto al ritratto di Maria, sopra un vassoio d'argento, c'erano delle melagrane secche con le loro ombre proiettate sulla parete. Anche il suo corpo sotto il lenzuolo sembrava un'ombra, un'ombra tra le ombre di altre cose vive, un corpo mimetizzato tra altri oggetti, come se lei stessa fosse stata parte di una natura morta, condannata per sovrabbondanza ad una perenne attesa, a consumarsi senza una direzione precisa, una parte della natura irriducibile e sospesa tra tante altre senza poter trovare un appiglio o un varco, chiusa eppure ancora viva dentro il suo alone opaco, che non sa cosa desiderare e non riesce a raggomitolarsi in un destino solo... insomma, la mia solita idea di lei, che sebbene confermata dalle parole di Manuel mi pare sempre più confusa e incapace di fornire una spiegazione qualsiasi. Allora scendo dal marciapiede e mi metto a camminare sulla strada bagnata per sentire di nuovo il rumore dei miei passi e vedo la mia ombra che cammina un po' avanti, un'ombra ondulata e lieve che striscia sopra il muro bianco di uno dei tanti giardini di via Guadalquivir.
    



XXX


Quando accendo la luce per controllare che ore sono ho la netta impressione di essere perfettamente sveglia e che non riuscirò più a prendere sonno. Sono appena le cinque e fuori è ancora buio. Mi sforzo invano di scorgere nel cielo sopra i tetti una qualche premonizione dell'alba e poi cerco di ricordarmi dei miei sogni, ma mi vengono in mente solo quelli d'altre notti. Eppure sono convinta d'aver sognato qualcosa di significativo, perché sono d'un umore strano, quasi allegro, nonostante la sensazione d'esser da poco scampata ad un pericolo. Sento in lontananza il tubare dei piccioni e mi ricordo che si difendevano dalle nottole con un abile gioco di squadra, girando loro intorno fino a disorientarle e colpendole poi ripetutamente alle spalle. Questo è almeno quanto mi ha sempre raccontato mio nonno e non ne ho mai dubitato, ma ora mi viene in mente che si tratti di una solenne sciocchezza, inventata appositamente per rassicurarmi dopo la spiegazione di come le nottole siano solite scacciare a beccotti in testa i piccioni dai campanili. Nonno aveva una grande considerazione della dignità d'ogni specie vivente ed un innato senso della giustizia e forse voleva farmi credere che i piccioni non si rassegnavano ad essere scacciati, che non si arrendevano tanto facilmente e che per difendersi dalle prepotenze bisognava giocare d'astuzia.
Tengo le mani intrecciate dietro la testa e penso a come deve essere doloroso un beccotto di nottola, od anche di piccione, sulla nuca. Provo una sensazione così sgradevole che mi sveglio del tutto ed ho voglia di alzarmi. Potrei aprire la finestra e mettermi a fare  ginnastica, oppure, visto che dopo tutto ho una certa fame, andare a prepararmi la colazione. Ho comprato dei biscotti che non mi piacciono, perché mi sono di nuovo lasciata abbindolare dalla fotografia sul pacchetto, ma forse inzuppandoli nel caffè potrebbero acquistare un qualche sapore. Infilo i piedi nudi nelle Superga abbastanza puzzolenti che uso come pantofole e rattrappendo le dita dei piedi per non strascicarle attraverso la sala. La porta della camera della signora Rebeca è ancora aperta e quando vi passo davanti scorgo il corpo di lei raggomitolato sotto le coperte, la testa reclinata verso la parete. Nel vederla provo soltanto una breve ondata di fastidio, che si fa più evidente quando accendo la luce in cucina. Questa mi pare più grande del solito, pulita e gelida, colma d'un odore spiacevole di cibo raffermo. Preparo la macchinetta del caffè e prendo i biscotti che ho riposto nella credenza. Frugandoci dentro trovo anche un vecchio barattolo di marmellata di more, coperta da uno strato di muffa, del pane a cassetta secco e un vasetto pieno di noci moscate, che non ho mai capito come debbano usarsi. C'è anche della pastina da fare in brodo, ma comunque niente di prontamente commestibile oltre ai miei biscotti. Apparecchio il tavolo di marmo e ne assaggio uno, che mi prosciuga la bocca senza produrre alcun'altra sensazione. C'è forse troppo silenzio per mangiare e per questo sono contenta quando sento il rumore del caffè che sta passando. Non capisco perché la signora Rebeca voglia tenere la cucina tanto pulita se non la utilizza mai, ma poi penso che forse è proprio per non avere a che fare con tracce di cibo.
Quando non dormo abbastanza i miei pensieri sono sempre così, sconnessi e rigidi, e hanno l'aspetto di una tavola apparecchiata male. Con il pensiero posso immaginare qualsiasi cosa, una strada infuocata dal sole o i piccioni sui tetti, ma ogni immagine pulsa dentro di me per qualche secondo e subito scompare, fino a quando non assume l'aspetto intermittente di una cosa qualsiasi che mi ipnotizza e non mi addormento di nuovo.
Mi verso il caffè e dopo averlo mescolato con due cucchiaini di zucchero aggiungo del latte freddo; poi v’inzuppo un biscotto quadrato e lo tengo immerso fino a quando la metà inferiore non sta per staccarsi. Quindi lo sollevo verso la bocca e la metà inzuppata ricade nella tazza, ed io la raccolgo col cucchiaino, pensando che avvenimenti di questo tipo hanno sempre l'aria di custodire qualche profondo messaggio.
Il caffè sa di gomma bruciata e penso che anche la mia vita ha un sapore del genere. La vita ha un gusto diverso in relazione ad eventi insignificanti, a seconda di quello che si è mangiato la sera prima o del primo cibo ingerito al mattino, e tutti i sapori si succedono senza che noi possiamo farci niente. Prevenirli o cercare di predeterminarli sarebbe inutile e meschino, sbagliato e triste, perché la vita può sembrarci più vicina proprio quando sa di gomma, insulsa e distante proprio mentre sembra più buona e gustosa.
Ho appena immerso un secondo biscotto nel caffellatte quando vedo la signora Rebeca appoggiata allo stipite della porta.
- Buon appetito! - dice stando in piedi appoggiata alla soglia.
- Grazie... lei non fa colazione?  
Mi stupisco del tono secco e quasi provocatorio della mia domanda, ma mi pare naturale così e senza alzare la testa dalla tazza mi dedico alla raccolta dell'altra metà ormai dispersa del biscotto. Lei dice che ci dovrebbero essere delle fette biscottate, da qualche parte, e che forse c'è anche del miele molto buono, e intanto sale su una sedia e apre uno sportello nella parte alta della credenza, dove non avevo guardato, e tira fuori un pacchetto di vecchie fette biscottate e un barattolo quasi vuoto di miele. Le dico che se vuole c'è rimasto un po' di caffè, e che comunque, se le va, possiamo rifarlo, e aspetto una risposta osservandola mentre scende dalla sedia, cosa che fa con una sorprendente lentezza. Quindi mette tutto sul tavolo ed io a quel punto, dopo aver versato il caffè rimasto in un tazza, mi decido ad alzarmi per fare un'altra macchinetta.
- Grazie... ma non si preoccupi, continui pure... - dice mettendosi a sedere, - si è svegliata presto stamani...
- Sì, non so perché... non ho dormito bene - dico preparando comunque la caffettiera. Le faccio notare che anche lei però si è alzata presto, ma dice che si sveglia sempre a quest'ora: la mattina lavora molto meglio, e poi le bastano poche ore di sonno. Intanto si alza di nuovo e prende del burro dal frigorifero, ma appena raggiunge la sedia quasi vi si accascia sopra, come se facesse fatica a reggersi in piedi; riesce a stento a sedersi diritta e incomincia a spalmare il burro su una fetta biscottata, con un certo affanno e rompendola in vari pezzetti.
- A me no... io se non dormo almeno nove ore mi sento male... anche a lei piacciono con burro e miele?
Dice di sì, ma che ci vorrebbe del pane fresco, e che comunque dobbiamo accontentarci.
- Assaggi... sono un po' vecchie, ma non dovrebbe essere male... - dice porgendomi un pezzo della fetta che ha appena finito di spalmare.  
- E lei non ne prende?
- Certo - risponde asportando via del burro con un coltello seghettato, e a quel punto, visto il suo impaccio nella manovra, le domando se sa fare i riccioli come li facevano negli alberghi. - Meglio di così non credo... lei sa farli meglio?
In silenzio prendo un cucchiaino e con un gesto sicuro lo faccio passare sulla superficie bianca del burro premendo leggermente fino ad ottenere un ricciolo quasi perfetto; e poi lo immergo nel miele, riportandolo fuori completamente avvolto in un bozzolo trasparente e dorato.
- Faccia presto che se no sgocciola - dico porgendole il boccone. Poi levo il caffè dal fuoco e ne verso un po' nella sua tazza.
- Insomma... non è male... forse solo un po' troppo dolce - dice bevendoci dietro un sorso di caffè amaro. Poi ci mette dentro un cucchiaino di miele, fissando il filo dorato che precipita lentamente dentro il fondo nero e dopo averlo assaggiato aggiunge dell'altro caffè, sorridendo con un'espressione vagamente disgustata, e afferrata di nuovo la tazza con le due mani beve un altro sorso, chiudendo per un attimo gli occhi e facendo una lieve smorfia.
Le pare è troppo dolce e dice che il dolce uccide tutti gli altri sapori, prendendo una fetta biscottata imburrata che nel frattempo le ho messo nel piatto. Ne inzuppa una buona metà nel caffè, ma poi, nel portarsela alla bocca quella metà inzuppata le cade sulla camicia e allora improvvisamente si mette a ridere in un modo un po' isterico. Si asciuga la macchia con un tovagliolo di carta e riafferrato subito il coltello cerca di fare un ricciolo di burro completo, ma il suo gesto è troppo rapido. Riprova ancora una volta, e ancora un'altra, sempre più in fretta, facendo tanti frammenti semiarricciati e spalmandoli approssimativamente su una fetta biscottata, crepandola e sbriciolandola, e dopo averla ricoperta di miele la immerge mezza rotta nella tazza e la morde con una voracità compassata, senza più alcuna espressione sul viso.
Per consolidare la confidenza raggiunta le chiedo se posso invitare due o tre amici, perché non ho mai organizzato una cena e una sera mi piacerebbe provare.
- Basta che poi rimettiate tutto a posto... e che non facciate troppa confusione - risponde dopo aver bevuto un altro sorso di caffè.
- Mi farebbe piacere che ci fosse anche lei...
- La ringrazio, ma è meglio di no... non sono molto adatta a questo genere di circostanze.
- Non è proprio una circostanza... e comunque non c'è fretta, può decidere anche la sera stessa... pensavo di farla sabato della prossima settimana...
Smetto di parlare perché vedo che si è portata una mano sulla bocca dello stomaco e che è visibilmente impallidita. Le domando se si sente bene e lei risponde che non c'è da preoccuparsi, che passerà subito.
- Vuole un bicchier d'acqua?
- Grazie... lo prendo da sola - dice alzandosi a fatica dalla sedia - lei invece potrebbe andarmi a prendere delle pasticche in camera mia? ...sono delle capsule verdi, sulla scrivania.
In camera quelle pasticche le cerco a lungo, ma proprio non le trovo, e quando finalmente riesco a scovarle, in un tubetto incastrato tra due pile di libri, sento un rumore dietro le spalle e la vedo piegarsi sulle ginocchia e aggrapparsi alla maniglia della porta. Il bicchiere si è rovesciato sul pavimento e lei sembra che non riesca più a respirare. Mi avvicino e cerco di sollevarla, e solo a fatica riesco a distenderla sul pavimento. Le tengo una mano sotto la testa e con l'altra provo a massaggiarle lo stomaco, ma faccio appena in tempo a sentire come si è gonfiato perché lei mi toglie via la mano, dicendo che sta meglio e che vuole sdraiarsi sul letto. Allora l'aiuto a raggiungerlo e dopo averle aggiustato il cuscino sotto la testa ne metto un altro sotto le gambe, perché mi ricordo che in questi casi bisogna fare così. Quando mi pare che abbia ripreso a respirare regolarmente vado in cucina a prendere un altro bicchier d'acqua e poi l'aiuto ad ingoiare una pasticca verde sorreggendole la schiena mentre beve. Le asciugo la fronte con un lembo del lenzuolo e rimango a guardarla respirare, cercando di capire se sta davvero meglio. Alla fine glielo chiedo, e lei annuisce. Ha un'espressione dolcissima, mentre annuisce, che non le ho mai visto, e piange in silenzio, con grosse lacrime e le labbra che tremano impercettibilmente. Per asciugarsi il viso si passa una mano su di una guancia, e poi su l'altra, chiudendo gli occhi.
Quando li riapre ha smesso di piangere e sembra stare decisamente meglio.
- Se lei vuole posso farle una diagnosi esatta, basta che mi dica di cosa ha voglia... - le dico io, felice di sentire che sta stringendo forte la mia mano; - non so... per esempio... le andrebbe un pollo arrosto con patate?... oppure vediamo... delle meringhe con la panna?
Lei dice che se proprio dovesse scegliere preferirebbe le meringhe con la panna, e allora incomincio a farle subito altre domande, del tipo dove vorrebbe essere in questo momento, e se in montagna le piace il rumore della neve che cade, qual è la cosa che le da in assoluto più fastidio, quale genere di ballo proprio non vorrebbe ballare... fino a quando all'improvviso lei non scambia i ruoli chiedendomi qual è la cosa che da più fastidio a me.
Io non me l'aspettavo, ma poi dico che forse è non riuscire a capire quello che sentono gli altri, o almeno alcuni altri, e per evitare altre domande le chiedo subito cos'è che sa renderla almeno un po' felice, e lei risponde che è quando non sente più nascere i suoi pensieri, quando arrivano chissà da dove e non pretendono di farsi sentire.
Allora le domando se ha mai fatto qualche sport e se le piace il mare, se ha un'amica e qual è il suo attore preferito, come se volessi farla parlare ad ogni costo temendo di sentirla di nuovo tacere. Continuo a fare domande senza incontrare resistenza e poi dico che la musica dell'altro giorno al concerto tutto sommato era piuttosto melensa, ma lei non è d'accordo, sostenendo che invece era molto bella.
Fuori il sole non si vede ancora, ma a giudicare dalla luce deve già essere sorto da un pezzo. Non capisco perché faccio tutto questo, ma non m'importa, e mi sembra d'incominciare a poter prevedere le sue risposte, fino a quando lei non chiude gli occhi, forse perché si è finalmente rilassata e vorrebbe dormire. Allora non le dico più nulla e facendo piano mi alzo dal letto, la copro alla meglio con un lembo della coperta e vado alla scrivania, dove oriento la sedia verso la finestra per guardare i tetti fuori, con le loro antenne e i loro piccioni. Non c'entrano niente le une con gli altri, ma stanno accanto, come io in quella stanza sto accanto alla signora Rebeca, senza un motivo preciso. Nella luce dell'alba i piccioni stanno accucciati e si spiumacciano al sole appena spuntato rovistando col becco sotto le ali. Le cose stanno per riprendere il loro corso e su quel tetto non c'è niente di particolare da fare. Sento il rumore delle macchine e qualche voce per strada, ma nessuno ha in realtà niente d'importante da fare. Ci sono cose che stanno posate su altre cose, provvisorie e come intruse, e così io sto su quella sedia d'un bel legno scuro, foderata d'una seta turchese e ricamata di bianco. La scrivania è piena di libri che non c'entrano niente col cielo ed io non capisco che gusto ci sia a voler capire per forza qualcuno. Se anche ne capissi la ragione questa forse non mi basterebbe perché tutte le cose più importanti avvengono senza che la loro ragione abbia qualche importanza. In cima alla pila più bassa ci sono i volumi del romanzo di cui mi ha parlato ed ora mi sembra di capire quel titolo, o meglio, l'avevo già capito l'altra volta ma in un altro modo, perché l'altra volta quella di essere senza qualità mi era sembrata una bella idea, una cosa auspicabile, mentre ora mi pare di non averne davvero nessuna e di non capire nemmeno cosa siano né come se ne possano avere sopra un tetto dove il sole ci scalda e siamo preda di tante minuscole pulci dal sapore non sgradevole. Ora capisco meglio perché in realtà non capisco più nulla, e questa ha tutta l'aria d'essere una forma superiore dello stesso capire qualcosa. Basta fermarsi e non voler aggiungere nessun nuovo pensiero, interrompere la catena, o almeno lasciare che i pensieri si trasformino in una sola eco, in una pigra scia di spuma bianca sopra una superficie blu troppo scura e profonda.
















                                      UN GIORNO DI FESTA




   La prima cosa che vedo quando mi sveglio è il manifesto di Van Basten che sta di fronte al letto. Poi mi volto subito verso la finestra per controllare che tempo fa. Fuori c'è il sole; sui vetri la brina sta incominciando a sciogliersi e allora penso che se voglio andare alla partita devo alzarmi subito per fare i compiti. Tanto non ho più sonno, perché il sonno a volte sparisce non appena uno apre gli occhi. Io li ho aperti senza accorgermene e sento cigolare il letto in camera dei miei. Ci dev'essere qualche molla rotta in quel letto perché fa un rumore tremendo e sembra che stia sempre per sfasciarsi da un momento all'altro.
Guardo l'orologio e sono già le dieci passate. Potrei pensare un po' a Barbara, a come muove la bocca e le mani per la timidezza quando viene interrogata, o magari a Monica, che se ne sta davanti a quella di matematica senza fare una piega, senza nessuna paura. In certi giorni è meglio Monica, perché ha la faccia più perfida e i capelli neri, mentre in altri è meglio Barbara, perché è più morbida e dolce.
Ma il letto di là continua a cigolare e così decido di lasciar perdere e di alzarmi. M'infilo le ciabatte e vado in camera di mia sorella. Dorme bene, tutta coperta fino al mento. Con una mano tiene il lembo del lenzuolo. La guardo per qualche istante e poi entro nel bagno, che sta proprio di fronte, lasciando la porta della camera aperta. Nello specchio il mio naso mi pare un po' troppo grosso e provo a stringerlo con due dita. Il naso si sbianca e rimane per un attimo più stretto ma poi torna subito a gonfiarsi come una patata. Allora lo lascio stare, mi lavo la faccia e i denti, torno in camera, mi tolgo il pigiama e accendo lo stereo, ad un volume bello alto. Raccolgo da terra un calzino e rimango a fissarlo per un po', senza mettermelo, con quell'impressione di non esistere più che mi prende ogni tanto all'improvviso, come se la mia vita fosse un sogno, e quel sogno fosse dentro un altro sogno, e così via all'infinito. Quest'impressione poi smette di colpo, come sempre. E' una sensazione che può arrivare in qualsiasi momento, aumenta rapidamente e subito scompare, dopo qualche secondo, ed io ritorno come prima. Così mi ritrovo con il calzino in mano e lo sollevo per annusarlo, lo rivolto e me lo metto. M'infilo anche l'altro, e poi le mutande i pantaloni la camicia ed il pullover e dopo ritorno in camera di Margherita, che continua a dormire. Mi avvicino al lato scoperto della sua faccia e le dico di svegliarsi, che il suo Andrea la sta aspettando. Lei borbotta qualcosa e poi apre per un attimo gli occhi. I suoi occhi sono grigi e verdognoli, come quelli di Barbara, solo più grandi e sporgenti. Dice se doveva capitarle un fratello così cretino e si volta dall'altra parte. Poi richiude gli occhi, che sono gonfi come due uova, e con la faccia rivolta contro il muro mi urla di abbassare lo stereo. Allora mi alzo e vado in camera dei miei per vedere se stanno per alzarsi. Non c'è più nessun rumore, anche perché con lo stereo acceso è impossibile sentirlo, e quindi lo vado ad abbassare. Poi ritorno davanti alla porta e rimango per un po' in ascolto, ma siccome non succede niente vado in cucina, apro il frigo, tiro fuori il cartone del latte, ne verso un po' nel bollilatte e lo metto sopra il fornello. Mentre cerco qualcosa per accenderlo sento l'inconfondibile passo di mio padre che dalla camera va verso il bagno. Papà cammina come uno che non ha tempo da perdere, anche quando è appena sveglio. Chiude la porta senza girare la chiave, mentre io invece la giro sempre, per evitare che mia sorella o qualcun altro entrino mentre sto sul cesso, o mentre mi strizzo i brufoli davanti allo specchio. Finalmente trovo l'accendino elettrico e lo faccio sfavillare sopra il fornello piccolo. Ne viene fuori la solita fiammella azzurra del metano che ci da una mano, anche se io mi ricordo di averla vista anche giallina, forse in montagna. Prendo la scatola dei Corn Flakes dallo scaffale e mi siedo ad aspettare. Gli unici rumori che sento sono quelli dei Corn Flakes che mi scrocchiano in bocca e quello del rubinetto del bagno, dove papà si sta lavando i denti, ma se faccio attenzione posso sentire anche quello della fiamma del gas, anche se questo forse me lo immagino soltanto. Poi mi stufo di aspettare e vado a vedere cosa sta facendo mamma. La porta è socchiusa e mi affaccio. Lei sta girata su un fianco, rivolta verso la finestra dalla sua parte. Allora faccio il giro del letto e la raggiungo da quel lato. Ha gli occhi aperti ed una faccia strana. Quando mi vede quasi non si muove. Soltanto dopo che mi sono avvicinato mi prende la mano e se la stringe sulla bocca e poi mi dice di andare a svegliare Margherita, perché deve studiare.
Quando mamma fa certe espressioni mi sento sempre piuttosto imbarazzato e non riesco a pensare a niente. Però l'idea di mandarmi a svegliare Margherita per dirle che deve studiare è proprio buona, e infatti ci vado subito. Nel corridoio incontro papà che ritorna in camera e gli dico buongiorno. Anche lui mi dice buongiorno, ma senza nemmeno guardarmi. Margherita invece è nella stessa posizione di prima e dorme ancora, anche se con un'aria un po' incavolata, perché prima di alzarsi ha sempre l'aria un po' incavolata. Le dico che mamma ha detto che se non si sveglia subito per fare i compiti non può uscire con Andrea. Non alzo troppo la voce, ma faccio un tono molto deciso. In un primo momento lei non reagisce ma poi dice perché non ti fai mai i cazzi tuoi, da sotto le lenzuola, ma io dico che l'ho avvertita e intanto mi metto a sedere sul letto. Visto che continua a non muoversi mi appoggio con la schiena al suo corpo sotto le coperte e lei si gira di scatto e mi da una spinta, facendomi quasi cadere, e poi dice di lasciarla in pace, che tanto ora si alza, e di andarle a fare un caffè, come se fossi il suo schiavo, ma io rispondo che non ci penso proprio e mi alzo per tornare di là.
In cucina papà mi rimprovera subito perché ho lasciato il latte sul fuoco e se non fosse arrivato lui sarebbe uscito fuori. Dice che non ho nemmeno apparecchiato, con un tono un po' acido, e intanto scalda dei toast. Allora mi metto ad apparecchiare, mentre lui sembra concentrato su qualcosa, perché si tocca l'unghia del pollice con quella dell'indice, come fa sempre quando è concentrato su qualcosa. Sta in piedi davanti alla finestra e mi piacerebbe sapere cosa gli passa per la testa, ma non glielo chiedo, perché a lui non piace che gli si domandi quello che pensa.   




II  


Quando arrivo a tavola hanno già iniziato a fare colazione e mamma dice subito ad Alfredo di non finirsi la marmellata, prima ancora di essersi seduta, e gli porta via il barattolo. Alfredo risponde subito che se l'è finita papà e nel tentativo di anticiparla rischia di cadere dalla sedia, perché sta sempre in bilico sulle due gambe posteriori. Poi si prende un toast già imburrato dal mio piatto e allora senza dire nulla io ne prendo uno da quello di mamma, che non reagisce, mentre Alfredo ne approfitta per chiedere a papà se lo porta alla partita e lui risponde che si vedrà, e che poi deve studiare. Io gli dico che tanto lo sa che quando ci sono le partite non studia, ma allora mamma mi chiede quando penso di fare la mia versione, perché lei si ricorda i miei compiti meglio dei professori. Papà vuol sapere di chi è, e quando sa che è di Seneca allora dice che è abbastanza facile, anche se lui non ne faceva bene una neanche per sbaglio. Non come Cicerone, ma comunque abbastanza facile, dice con una faccia tosta incredibile; e intanto spalma della marmellata su di una fetta di pane. Gli dico che allora potrebbe farmela lui, ma fa finta di non aver sentito e manda giù l'ultimo sorso del suo caffè, mentre Mamma si alza e prende dal cassetto dove l'aveva nascosto un barattolo nuovo di confettura di fichi e lo mette in tavola. Alfredo mi anticipa d'un soffio, ne prende un po' con un coltello e se la mette da parte su un piattino, mentre continua a tenere il barattolo nell'altra mano, ma proprio quando incomincia a prepararne una nuova papà gli frega la prima, divorandola in pochi bocconi. Poi si alza in piedi ed esce dalla stanza, e io allora domando a mamma come fa a sopportarlo. Lei dice che è abitudine, e io preciso subito che non voglio abituarmi a niente. Lui però ci sente dal corridoio e dice che mi abituerò anch'io, e intanto s'infila le scarpe per uscire, perché riesce sempre a sentire tutto, in qualsiasi parte della casa si trovi e qualsiasi cosa stia facendo.
Allora mamma mi chiede se penso di vedere Andrea e siccome le rispondo di sì dice magari di non fare troppo tardi. Le domando cos'ha, perché mi sembra nervosa, scrutandola in faccia e cambiando argomento, ma lei risponde niente. Mi sembra che ce l'abbia con papà, ma lei dice di no, che non ce l'ha con nessuno, e poi con l'aria più tranquilla possibile incomincia a sparecchiare, mentre io vado un attimo in bagno, e mi chiudo a chiave, il che è per tutti un chiaro segno che per un po' non ci sono per nessuno.


III


Devo mettere a punto le ultime due, quella dei biscotti e l'altro per i detersivi, e decido di prendermi un altro caffè. In fondo tanti caffè non mi rendono affatto nervoso, anzi, tutto sommato mi pare che abbiano un effetto distensivo. Anche se nel bar sotto casa non è il massimo. Alla fine ho deciso di lasciar perdere la sceneggiatura, perché tanto non riesco a pensare a nulla che abbia i tempi di un film. Comunque entro la fine dell'anno vorrei finirla. Potrei rifare l'ultima sequenza. Invece di lei che corre come all'inizio potrebbe sdraiarsi sull'erba bagnata e poi chiudere sul cielo sopra la sua testa.
Alfredo mi ha chiesto di nuovo se lo porto a vedere il Milan all'Olimpico ma io gli ho detto di andarci con Gabriele e con suo padre. Tutti questi giornali non si capisce bene perché li compri. Comunque per il detersivo quell'idea su Garibaldi non è male, con Anita che stende tutta una serie di camicie rosse vicino a un ruscello mentre lui si fa la barba a torso nudo davanti ad uno specchietto mezzo rotto incastrato nella forcella di una albero. Secondo me funziona, checché ne dica Fabio. E anche quando i colori sono importanti come headline mi pare vada bene. Bisogna solo convincerlo. Che la gente non riconosca Garibaldi non ci credo. E poi basta metterci qualche baionetta intorno e un po' di garibaldini sparsi qua e là. E magari un cannone e una bandiera, che non ci starebbe affatto male.


   

IV


Quando rientra Papà si mette a leggere il giornale in sala, mentre io mi faccio dettare da Susanna la traduzione della versione di latino, che questa volta è meno scema del solito. S'intitola la gioia vera e dice che la gioia vera è cosa severa. Non è nel riso delle labbra, non è nella fronte spianata o nell'occhio ridente. Nella gioia vera, che è cosa severa, si disprezza la morte, si apre la casa alla povertà, si vince il dolore. E' grande questa gioia, ma senza carezze. E' una gioia solida, e si palesa nel profondo dell'anima.
Appena ho scritto l'ultima parola le do appuntamento a oggi pomeriggio e le dico che Andrea mi deve chiamare lui quando torna, perché come al solito Susanna vuole saperlo. Poi appena riattacca prendo il foglio e stacco il telefono per portarlo in camera mia. Papà mi osserva con la coda dell'occhio mentre esco dalla stanza, ma senza muovere la faccia dal giornale, e intanto mamma appare nella stanza vestita elegante e dice a tutti che sta uscendo. Papà le domanda subito dove va e lei dice a fare un giro, e intanto si volta e s'incammina verso la porta col suo tailleur grigio abbinato con la mantella verde bottiglia senza nemmeno gettarmi un'occhiata. Io rimango a guardarla fino a quando la porta non si chiude, e poi mi butto sul letto a leggere, anche se non ne ho molta voglia, perché mentre aspetto che telefoni non riesco a concentrarmi e poi dovrei anche copiare in bella la versione e magari darle una controllata.
 



V


Sento la porta di casa che sbatte e mi affaccio nel corridoio. Mamma dev'essere uscita perché ho visto che si stava preparando e allora vado da Margherita per sapere dov'è andata, perché di solito la domenica non esce mai, almeno da sola. Margherita è sdraiata sul letto e sta leggendo un libro mentre ascolta Lucio Dalla. Io le chiedo cosa legge e lei risponde il rosso e il nero, senza alzare nemmeno gli occhi dal libro. Penso che voglia prendermi in giro e allora mi siedo sul letto e la osservo per controllare se legge sul serio e le chiedo se è bello. Lei risponde di sì e io voglio sapere perché si chiama il rosso e il nero, e lei dice che parla del contrasto tra il vecchio e il nuovo, tra la vita di chiesa e quella militare, e intanto tiene gli occhi fissi sulla pagina e dondola il piede a tempo di musica.
Penso che tra il rosso e il nero il rosso sia veramente più nuovo e poi rimango a guardarla in silenzio perché non so cosa fare. Dopo un po' le chiedo se ha voglia di giocare a carte, ma lei risponde di no e così mi affaccio alla finestra. Ma dopo aver guardato per qualche secondo la gente che passa nella strada ci ripenso, vado verso lo specchio e dal portacenere di vetro sulla scrivania prendo la sua palletta di gomma e inizio a farla rimbalzare per terra e contro i muri.
Lei grida di lasciar stare la sua palletta, ma io non rispondo e continuo a lanciarla contro le pareti attraverso il corridoio e poi entro in camera dei miei, dove incomincio a fare un giro perlustrativo sempre facendola rimbalzare. Ad un certo punto la fermo per vedere cosa c'è nel cassetto del comodino di papà e trovo il tagliaunghie una lampadina dei foglietti e una scatola di preservativi. Allora l'apro e conto quanti ce ne sono, ne stacco uno e richiudo il pacchetto e poi continuo il mio giro per la stanza, ma senza trovare nient'altro d'interessante, fino a quando non sento il rumore della porta del bagno che si chiude e decido di tornare in camera sua, dove la cassetta di Lucio Dalla nel frattempo è finita. La giro sull'altro lato e metto il preservativo nello stesso posacenere dove prima si trovava la palletta di caucciù e a quel punto mi piazzo davanti alla porta del bagno e dico che tanto lo so che si sta truccando. Lei naturalmente non risponde e di sicuro si sta spalmando in faccia le creme di mamma facendo delle espressioni idiote davanti allo specchio. Allora faccio rimbalzare due o tre volte la palla contro la porta e vado a vedere cosa sta facendo papà e lo trovo che ha cambiato giornale e che lo sfoglia senza leggere praticamente nulla, a parte un po' i titoli.




VI


Nel parco di Villa Pamphili mi siedo sulla solita panchina. Ho appena iniziato a sfogliare una rivista quando mi accorgo che un uomo, seduto su di un'altra panchina poco distante, mi sta osservando con insistenza. Sollevo per un attimo lo sguardo in quella direzione, ma torno subito ad abbassarlo, facendo finta di niente e continuando a sfogliare le pagine pur rendendomi conto che l'uomo continua a fissarmi. Nelle vicinanze non c'è nessuno, solo una coppietta non è troppo lontana ed una signora con due bambini, poco oltre, nei pressi del laghetto.
Sulla rivista vedo la fotografia di una donna molto elegante che raccoglie nelle mani qualche goccia luminosa di Yves Saint Lorent e nella pagina accanto un santone indiano, seduto con le gambe incrociate in mezzo a un prato, con una lunga barba bianca. Ad un certo punto mi accorgo che l'uomo si è alzato in piedi e che si sta guardando intorno, come se fosse indeciso. Potrebbe avere una cinquantina d'anni, ma forse anche di più. E' alto e ha un naso pronunciato e rossastro, la fronte ampia, e dei capelli piuttosto lunghi scompigliati dietro la nuca. Si volta di nuovo verso di me e questa volta fa alcuni passi nella mia direzione, fermandosi a pochi metri dalla panchina dove sono seduta e ruotando intorno lo sguardo ancora una volta, esitante come se fosse incerto sul da farsi. Continuo a guardare le illustrazioni della rivista, senza sollevare più la testa, temendo di trovarmi alle prese con un tipo strano e forse spiacevole, ma proprio quando incomincio a pensare che abbia rinunciato ad attaccare discorso mi chiede se può sedersi con un tono molto cortese. Io mi scosto leggermente di lato, e dopo avergli dato una breve occhiata riprendo a sfogliare la mia rivista. Ma lui riprende subito a parlare: dice che è tutta la mattina che cammina parlando da solo e che ora gli è venuta voglia di sentire il suono della sua voce.
Lo guardo di nuovo, attentamente, ma anche con una certa diffidenza, e dico che forse stava semplicemente pensando, riabbassando per un attimo lo sguardo sul giornale, ma lui replica che parlare da soli è un po' diverso dal pensare, perché quando uno pensa va diritto allo scopo, tende ad una conclusione, mentre quando si parla da soli si vaga in qua e in là, come se la cosa più importante fosse comunicare con qualcun altro che è lì vicino a te.
Allora gli chiedo se stava parlando con qualcuno, voltandomi di nuovo verso di lui. Risponde che oggi era un qualcuno molto vago, ma che di solito questo qualcuno assomiglia molto a sua moglie. Con lei andavano spesso a passeggiare nei parchi, mentre ora non si vedono più, e lei forse è cambiata. Gli pare che abbia cambiato opinione su un sacco di cose, e a volte mentre parla da solo si stupisce per certe sue opinioni nuove, che prima non conosceva. Comunque oggi non parlava proprio con lei, ma con un altro uomo, del quale potrebbe essersi innamorata nel frattempo. - Chi lo sa... non si può sapere - aggiunge sorridendo, e a me quella sua espressione ispira simpatia, tanto che mi viene voglia di farlo continuare. Così gli chiedo se non era un po' geloso, mentre parlava con lui, senza aver capito perché non si vedano più, e con una certa voglia d'indagare. Dice di non essere geloso, e pensa che in fondo la gelosia non esista, perché a volte si chiama gelosia semplicemente la paura di non essere amati, e in questo caso assomiglia molto all'anticipazione di un dolore, mentre altre volte è solo una proiezione del desiderio, una sorta d'immaginaria provocazione erotica cui siamo chiamati a rispondere.
Sebbene mi sembrino in effetti due cose diverse, gli dico che secondo me in entrambi i casi c'è qualcuno che ama di meno; ma lui pensa che amare di meno significhi solo non condividere un certo modo di guardare alla vita, e che una persona in fondo è gelosa proprio quando si accorge che in un certo senso ama di meno, perché non riesce a condividere con l'altro proprio ciò che in lui lo attrae di più.
- Il problema è che spesso proprio chi ama di meno è convinto di amare di più - dice guardando davanti a sé con un'espressione distratta e quasi divertita. Si toglie gli occhiali iniziando a pulirli con un fazzoletto bianco, e io non so perché, ma incomincio a pensare che con sua moglie si siano separati davvero, in una maniera irreversibile e dolorosa. Un po' mi dispiace, e rimango in silenzio cercando di capire se è sincero. Dette da lui, quelle cose che in altra forma ho sentito dire da amici o conoscenti, mi sembrano più verosimili, per niente velleitarie o convenzionali, e quella persona, con quel corpo così grande dentro uno spigato di lana scuro, dall'aspetto civile ma anche un po' anonimo, se non fosse per la sua imponenza e lo sguardo vivace degli occhi, mi pare senza stonature evidenti.
Gli domando se quando stavano insieme non gli è mai capitato d'innamorarsi di altre persone, e lui dice di no, anche se forse poteva succedere, perché a volte si accorgevano di poter amare qualcuno proprio parlandone insieme. Comunque secondo lui non è necessario dare seguito a eventuali innamoramenti, perché può essere sufficiente sentirsi in grado di amare, intravedere i riflessi di quello che sentiamo per ricondurli a un unico dialogo, in parte palese e in altra parte segreto, e poi perché ogni rapporto è come un'opera che si desidera portare a termine e che non si vuole interrompere prima che sia finita.
Mi pare una teoria un po' astratta, e penso che comunque anche questo dovrebbe essere spontaneo: non si può deciderlo o provocarlo, altrimenti significa che non si ama davvero più. Ma lui non crede che si possa smettere di amare. Sono solo le persone che cambiano. E' quando non ci sono più, quando non sono più le stesse, che si può pensare, e con ragione, di non amarle più.
Gli domando se sua moglie negli ultimi tempi è cambiata molto, con un'intonazione sempre più perplessa, e lui risponde di no, non troppo, o almeno non ancora, guardandomi negli occhi e rispondendo al mio sorriso involontariamente ironico, e poi tira di nuovo fuori il fazzoletto e si soffia il naso con energia, in maniera rumorosa, e dopo averlo ripiegato con cura lo ripone nella tasca del cappotto tirando su col naso mentre guarda davanti come se si fosse all'improvviso dimenticato di dove si trova e di me che gli sto accanto.




VII


In camera mi siedo alla scrivania per copiare in bella la versione. La telefonata di Andrea comincia a ritardare troppo e vorrei chiamarlo; ma mi faccio forza e riesco ad aspettare. Quando finalmente squilla il telefono m'informo di come è andata la partita, perché lui gioca in una squadra di pallacanestro, e gli racconto di come Alfredo m'ha svegliata. Poi ci mettiamo a parlare di un film che abbiamo visto ieri sera. Secondo me era un cumulo di banalità, perché tutta la storia sembrava fatta apposta per spremere fuori irresistibili passioni dai personaggi. Andrea ribatte subito che sono l'unica alla quale non è piaciuto, ma io rispondo che non me ne importa niente di essere l'unica, perché mi è sembrato un film scontato e anche ipocrita, e non posso farci niente.
Poi gli chiedo chi sarebbero quelli a cui è piaciuto e lui risponde che per esempio è piaciuto sia a Franco che a Claudio e che ha avuto anche delle critiche favorevoli sui giornali, ma che tanto a me non passa mai in mente di essere in torto. Mantenendo la calma gli spiego che posso anche avere torto, però penso quello che penso.
- Forse dipende dal fatto che sei competitiva... e anche un po' cocciuta - dice lui con un tono paternalistico veramente stronzo.
- Sarò anche cocciuta - dico io - ma non me ne frega nulla... e non credo affatto di essere competitiva... solo che a volte mi capita di essere convinta di qualcosa... tutto qui.
- Va bene... d’accordo... lasciamo stare, tanto hai ragione tu - dice ancora lui con tono sbrigativo, e io gli dico di non fare il cretino.
Allora finalmente confessa quello che voleva dirmi, e cioè che oggi non può uscire, e che magari ci vediamo stasera. Gli rispondo che stasera non posso io e gli domando perché non può, con un fastidio alla bocca dello stomaco che incomincia subito a salirmi verso la gola, e lui prima dice che deve studiare e poi, quando gli faccio notare che non mi sembra una grande scusa, ammette che gli ha telefonato Elisabetta e gli ha detto che voleva vederlo, e siccome gli dispiaceva dire di no così sono rimasti d'accordo per oggi.
A questo punto sto zitta, ma siccome sta zitto anche lui e non vorrei che pensasse che sono rimasta mortificata o qualcosa del genere gli ricordo che aveva preso un impegno, ma senza alcuna espressione nella voce, e lui risponde che non era sicuro.
- D'accordo... ciao - dico io, seccamente, pensando che non riattacchi subito. E infatti lui risponde ciao, con un filo di voce, ma senza riattaccare, mentre io abbasso all'improvviso il ricevitore e rimango seduta sulla sedia accanto alla scrivania come una scema guardando la mia faccia allo specchio. Poi mi alzo, giro la cassetta di Lucio Dalla e mi lascio cadere sul letto, a pancia sotto. Mi viene per un momento voglia di piangere, ma non piango, perché penso che non ne vale proprio la pena, perché tanto sono tutti uguali, le uniche differenze degne di nota sono che qualcuno preferisce un'Honda e un altro una Yamaha, uno i Duran Duran e un altro gli U2, ma non riescono mai ad avere una cosa chiara nella testa e non perdono occasione per farti delle stronzate, e poi che tanto non me ne frega niente, ne posso fare benissimo a meno e se anche m'importa qualcosa è solo per occupare il tempo in una maniera tutto sommato piacevole e anche se non si facesse più sentire tanto meglio, potrei tranquillamente mettermi con Franco che in fondo è anche più bono, ma poi quest'ultimo pensiero mi sembra subito una gran cazzata e allora sprofondo tutta la faccia dentro i cuscino.




VIII


Papà ha smesso di leggere e ora si guarda degli spot che gli hanno mandato da Milano. Nel primo una ragazza in body nero è accovacciata davanti alla T.V. e sta mangiando una mela rossa nel salotto un po' buio di casa sua. Ad un certo punto mentre guarda la televisione fa una faccia strana perché vede qualcosa e la mela le cade di mano, scivola lungo il corpo al rallentatore e si ferma accanto al suo piede nudo. Poi nel suo televisore si vede un cucchiaino luccicante che ripulisce un barattolo di marmellata e dopo essere uscito dal barattolo si sposta nell'aria e si avvicina alla bocca di un uomo. Allora si rivede anche il viso di lei che si volta di colpo e fa appena in tempo a fregare il boccone a quello che le sta seduto accanto, e a quel punto una voce con un tono molto astuto dice Primizia, che sarebbe il nome della marmellata, e poi quando la frutta non sa abbastanza di frutta, con lo stemma della marca che appare disegnato nella parte bassa del video. Ma Papà fa una faccia non tanto convinta, e aspetta seduto senza dire nulla guardando i numeri che compaiono sullo schermo. In quello dopo si vede l'ombra di una giraffa che sale su una specie di collina al tramonto. La si vede dall'alto, come da un aeroplano, e l'immagine prima si avvicina sempre di più alla giraffa fino a quando non si vede che cammina su una rete e poi si allontana di colpo, come da un aeroplano, e allora si capisce che la rete avvolge una gamba e che quella collina era il ginocchio piegato. La giraffa ora sembra piccola e dopo essere giunta in cima al ginocchio discende lungo la coscia fino a dove termina la calza e qui annusa l'aria, vista ancora da vicino, in primo piano, perché l’aeroplano deve essere ridisceso in picchiata. Cerca qualcosa da brucare con il muso, ma senza trovare nulla; e poi distende il suo lungo collo su di un fianco e si addormenta, accoccolandosi sul bordo della calza. A questo punto una voce femminile sussurra il nome della marca, aggiungendo la frase a prova di curiosi, con un'intonazione molto sensuale.
Ma proprio mentre finisce suonano il campanello e io vado ad aprire, perché tanto tocca sempre a me. Davanti alla porta c'è Giulio, un ragazzino che abita nel palazzo e di cui sono un po' amico. Tiene in mano un pallone e mi chiede se vado a giocare con lui, ma ora non posso, semmai ci vengo più tardi, dico per non deluderlo troppo, avendo visto la sua faccia speranzosa. Lui però mi domanda subito che devo fare. M'invento che sto guardando un documentario sulle corse delle giraffe, per vedere se abbocca.
Le giraffe fanno le corse? dice spalancando gli occhi.
Certo! non hai mai sentito parlare delle corse delle giraffe?  Veramente no, fa lui.
E nemmeno di Girastrix, la più veloce Giraffa del mondo, che raggiunge quasi la velocità di una motocicletta?
Giulio rimane con un'espressione imbambolata e poi mi domanda di quale motocicletta.
Anche di moto da corsa, perché può superare i duecento orari.
E dove le fanno queste corse delle giraffe? chiede con una faccia schifata.
Un po' dappertutto, specialmente in Africa, ma anche in America, e qualche volta anche in Italia, ma allora tu non conosci neanche le corse degli ippopotami?! E lui risponde di no, che non le conosce, e vuol sapere su che canale sono, mentre l'ascensore che si trova sul pianerottolo si è messo in moto. Gli dico che sono su una rete privata, ora non mi ricordo quale, e che comunque adesso è meglio che vada, se no me le perdo. Magari giochiamo oggi dopo le partite, dico per non mandarlo via troppo deluso.
Che stronzata! risponde voltandosi e poi iniziando a scendere le scale. Okay... tanto oggi ne prendete almeno tre... aggiunge sollevando il dito medio, perché infatti non è per niente scemo. Intanto arriva l'ascensore, proprio quando sto per chiudere la porta, e vedo Andrea che se ne esce fuori salutandomi col suo solito tono di voce un po' idiota.
Ciao! gli rispondo io, assolutamente impassibile, senza spostarmi di un millimetro dalla soglia. Margherita stranamente non viene subito, anche se la sua voce deve averla sentita per forza. Lui non sa che fare, e allora mi chiede se c'è.
Certo che c'è, rispondo io. E non mi muovo.
Me la puoi chiamare? dice ancora lui. Ma a quel punto Margherita apre la porta e se lo guarda, senza dire nulla. Mi sembrava troppo strano che ci mettesse tanto!
Va bene... entra pure, dico io, e lo faccio passare, e lei non lo saluta nemmeno, lo fa entrare in camera sua e chiude subito la porta a chiave.




IX


Appena sento la voce di Andrea mi alzo subito dal letto e vado alla scrivania, aprendo il libro di latino, anche se in fondo potevo tranquillamente continuare a tenere aperto quello di Stendhal, ma poi in quella posizione mi sento subito cretina e mi alzo per andargli incontro. Alfredo gli dice di entrare col suo tono condiscendente, e Andrea se ne rimane lì impalato senza saper dove andare. Allora lo faccio entrare e richiudo subito la porta. Lui sembra titubante, ed io mi siedo di nuovo alla scrivania, guardandolo dritto in faccia. Dice che se voglio può spostare la cosa, che potrebbe vederla un altro giorno, se mi va, ed io gli rispondo di non preoccuparsi. Poi vuol sapere se ce l'ho ancora con lui. Assolutamente no, dico con un tono molto deciso; ma lui insiste, se voglio può spostare l'appuntamento. Non voglio: se le ha promesso di vederla è bene che la veda. Vuol sapere se mi dispiace, ma non mi dispiace assolutamente. Lui pensa che sia una balla, e ha il coraggio di dirmelo, ma io gli preciso, se non l'avesse ancora capito, che non racconto balle.
- Allora... le telefono? - mi domanda a bassa voce, dopo essersi avvicinato, mentre si piega sulle ginocchia accanto a me.
- Fa' come vuoi.
- Preferisci che ci vediamo più tardi... o stasera?    - mi chiede ancora cercando di farmi una specie di carezza con una mano quasi fredda.
- Non lo so - dico io schivandola e voltandomi dall'altra parte, verso lo specchio. Infastidito da quel gesto Andrea si alza in piedi e dopo un attimo d'esitazione dice di richiamarlo quando lo avessi saputo, e che comunque lui sarebbe andato alla festa di Claudio verso sera e quindi se mi veniva voglia di vederlo potevo raggiungerlo là.
- Senz'altro... ciao - rispondo io guardandolo di nuovo in faccia, senza muovermi dalla sedia, e lui se ne esce dalla camera senza dire più nulla e subito dopo sento il rumore della porta di casa che si richiude. Torno a voltarmi verso lo specchio e mi mordo il labbro inferiore come faccio sempre quando c'è qualcosa che mi sembra particolarmente idiota e poi giro di nuovo la cassetta di Lucio Dalla nello stereo. Mi metto a sedere sul letto e resto così per una decina di secondi, fissando un punto del pavimento, fino a quando Alfredo non si affaccia sulla porta per sbirciare. Visto che non reagisco entra in camera e come al solito si siede sul letto, chiedendomi a bruciapelo se mi ha lasciato. Io gli dico di farsi i cazzi suoi, continuando a guardarmi nello specchio e sforzandomi di non sentire tutte le stupidaggini che sta per dire. E infatti lui dice che lo sapeva, che me l'aveva detto che era uno stronzo, uno perfettamente normale che si crede d'essere proprio in gamba, e io dallo specchio gli getto una di quelle occhiate che ho imparato a fare da mamma, e poi lo ringrazio per la solidarietà e comunque specifico che non è lui che mi ha lasciato, ma che l'ho lasciato io, e poi gli dico di andarsene e di chiudere la porta, e dopo avermi ben squadrato per capire se sono convinta di quello che dico finalmente lui incomincia ad uscire dalla stanza camminando il più lentamente possibile.




X


Sulla scrivania c'è solo il pomodoro verde con dentro le gomme e gli appuntalapis. Tiro su lo zaino che è per terra e prendo il diario, lo apro, do un'occhiata ai compiti per lunedì, frugo di nuovo nello zaino per cercare i libri che mi servono, prendo l'antologia d'italiano e cerco con calma il quaderno. Quando finalmente lo trovo apro l'antologia alla pagina che è segnata sul diario. Devo fare il commento ad una poesia e mi ricordo che quando l'abbiamo letta in classe con la professoressa mi è abbastanza piaciuta. La rileggo un'altra volta a voce bassa e poi incomincio a pensare fissando la tenda, pronto con la penna per scrivere. Ma non mi viene in mente nulla. Solo dopo un po' rileggo una frase sola, la caparbia aveva fatto non so cosa, e allora inizio a scrivere sul quaderno che quella poesia parla di una sorella caparbia, la quale aveva fatto arrabbiare il padre, che poi l'aveva inseguita per tutta la cucina, ma che quando la stava per raggiungere non aveva avuto il coraggio di picchiarla perché lei aveva avuto paura. Aveva avuto paura di lui, che era suo padre, e questa cosa non era possibile, perché lui le voleva bene e se anche voleva dargliele era solo perché se le meritava. A raccontare tutto questo però non era il padre, ma il fratello, che si ricordava di come suo padre non potesse far male ad una mosca, perché aveva un cuore fanciullo, e per questo il fratello, cioè quello che scriveva la poesia, lo avrebbe amato anche se non fosse stato il suo padre vero, ma un altro, conosciuto per caso, magari per strada, oppure alla partita.
Provo a rileggere quello che ho scritto e ci trovo due errori, anche se di uno non sono proprio sicuro, e ci aggiungo tre virgole che mi ero dimenticato. Quindi richiudo il quaderno d'italiano e lo scosto leggermente sulla scrivania, convinto di aver già finito, ma poi ci ripenso, riapro il diario e mi accorgo che di poesie devo scriverne una anch'io, sui bambini zingari che abbiamo conosciuto un giorno durante una visita ad un'altra scuola che si trova in periferia, vicino a Cinetica. Così riprendo il quaderno e lo riapro. Questa volta su quei ragazzini non so proprio cosa scrivere e così mi fermo a pensarci, guardandomi in giro per la stanza, e fisso per un po' il pomodoro verde dove ci sono gli appuntalapis le gomme i gommini e le cimici, ma siccome non mi viene in mente proprio nulla mi alzo in piedi per fare un giro e vedere cosa stanno facendo gli altri.




XI


Seguendo il viale facciamo il giro del laghetto. Un gruppo di bambini gioca con un motoscafo telecomandato e il suo rumore contrasta con il suono delle campane che si sentono da lontano. Il tempo si sta guastando, e l'aria è umida e grigia, ma la giornata, con quei suoni infantili, sembra ancora più festiva.
Scopro che fino a l'anno scorso ha fatto il professore di Latino e Greco al Liceo. Ora è in pensione, e passa le giornate camminando e leggendo. Un po' di tutto: romanzi, saggi, ultimamente anche libri di psichiatria. Dice che li trova utili, e che leggendoli si possono fare delle scoperte interessanti.
Per esempio che in fondo non impazzisce chi vuole. Ci vuole sempre un punto di fuga, di non ritorno. A volte può bastare un pretesto banale, un sentimento tradito, non corrisposto; ma poi, quando si insediano gli dei nemici, quando un  sabotatore interno prende la parola, le persone diventano ombre di un meccanismo, esseri astratti, attraversati da una regola ignota, e allora diventa molto complicato riuscirci a parlare, ad infrangere il muro di parole mute o gridate che li separa dagli altri, perché le parole rimbalzano, risuonano come le cifre di un calcolo di cui non possiedi la chiave, anche se d'altra parte è convinto che resti l'unica azione che sia sensato tentare, l'unica capace di trasformare, a parte le solite medicine, che comunque gli pare che servano solo a limitare i danni.
Sembra che per lui parlare, saper comunicare, sia in assoluto la cosa più importante. In fondo tutti passiamo il tempo a parlare o ascoltare, o tutt'al più si è in attesa di farlo. Solo che, a differenza dei pazzi, crediamo di sapere con chi parliamo, o di conoscere il nostro interlocutore. E anche quei momenti in cui non si riesce ad immaginare niente che valga la pena di dire forse derivano solo dal fatto che non c'è la persona giusta ad ascoltare un discorso che prosegue comunque, anche nel silenzio.
Guarda davanti a sé ed io vorrei che continuasse, perché è molto tempo che non mi capita di parlare così con qualcuno, nemmeno con le mie amiche migliori, con Sandra o Giulia, che oltre tutto negli ultimi tempi vedo sempre di meno.
Gli dico che almeno il silenzio è sempre un po' misterioso, perché ci evita di essere ripetitivi, e quando ci si accorge d'essere ripetitivi è già l'inizio di una separazione. Forse è per questo che le storie più interessanti sono quelle che non assumono mai dei contorni troppo chiari, quelle in cui non si possono prevedere in anticipo gli avvenimenti. Ma lui non è d'accordo, non crede che siano le più interessanti. Pensa invece che sia necessario saper affrontare la cosa, cioè la paura di non riuscire a rinnovare in noi e nell'altro il desiderio d'ascoltare, come se la verità potesse esaurirsi, mentre ce n'è sempre di riserva. Anche se a volte sembra che ci serviamo delle parole per sfuggire a qualcosa che non vogliamo vedere chiaramente, magari nella speranza di trovare delle zone inesplorate, qualche aspetto di noi che ci piaccia di più e ci restituisca a noi stessi, perché spesso si preferisce farle trovare a qualcun altro, queste misteriose regioni inesplorate, come se solo un altro ce le potesse fare intravedere.
Poi, all’improvviso, dopo qualche secondo di silenzio, mi chiede se sono sposata e ho dei bambini. Gli dico che ne ho due, indicando i rispettivi nomi ed età, e lui dice che i bambini non hanno paura di ripetersi, anzi, la cosa li diverte molto, perché sanno che lì c'è un trucco fondamentale, che si possono cogliere a poco a poco sfumature diverse, far ruotare il pensiero, assimilarlo secondo prospettive radicalmente nuove e paradossali. Poi lascia all'improvviso il discorso in sospeso, senza aggiungere più nulla; ma questo fatto, che lui si sia interrotto, non mi sorprende, perché mi sono accorta che parlando è scivolato a poco a poco in una specie di torpore, che rallentava sempre più il ritmo delle parole come se in realtà stesse pensando a qualcos'altro e non avesse voglia di continuare, e allora gli domando se non vuole che ci sediamo, ma dice che possiamo continuare, che non è ancora così vecchio, e nel dirlo ostenta un'espressione vivace ed impettita del corpo.
Facciamo alcuni passi verso il laghetto e ci appoggiamo alla staccionata rimanendo a guardare i ragazzini che giocano sull'acqua con le loro barchette di varia foggia. E' convinto che i bambini siano una prova a favore dell'esistenza dello spirito, perché sanno riconoscerlo anche senza averlo mai incontrato. Riconoscono la superiore capacità d'amarli di una persona, sanno scegliere chi può e sa condurli per mano verso la prospettiva più vitale, chi sa loro indicare un obiettivo degno.
Gli dico che devono solo incontrarlo in tempo, altrimenti perdono a poco a poco tutto il coraggio e poi non sanno più credere a nessuno, ma per lui ci sono persone che non lo perdono, persone che non smettono mai di credere, e poi ce ne sono altre che diffidano di queste, che invece si ostinano a non credere all'incredulità degli altri, perché chi crede lo fa sempre con un leggero anticipo, non aspetta di avere motivi sufficienti, mentre gli altri sono disposti a farlo solo in ritardo, quando i motivi sono abbondanti.
A questo punto mi viene in mente la domanda forse più scontata, e gli chiedo se crede in Dio. Risponde che Dio non è contento che si creda in lui. Per non credere in Dio ci vuole una dose di fede superiore, di cui non è capace chi pensa di credere. - Del resto, se Dio ci fosse non avrebbe senso credere in lui... la fede può esserci solo se Dio non c'è - dice alzando gli occhi al cielo, con un tono scherzosamente declamatorio. Ne desumo che la sua sia una specie di fede, una delle tante. Anch'io penso che si possa credere solo nel dubbio, senza certezze, ma lui precisa subito che il dubbio non c'entra, perché credere in Dio in fondo può essere facile, è alla vita che è difficile credere, alla possibilità di vivere la vita, con o senza Dio, che nella sua implacabile inesistenza in fondo ci chiede soltanto di non rinunciare a credere a questa possibilità.
Non sono d’accordo; ho quasi voglia di dissentire in qualche modo e dico che anche credere alla vita può essere facile: in un certo senso non smettiamo mai di farlo, perché ci comportiamo sempre come se ci fossero possibilità nuove, come se ci fosse sempre qualcosa in cui sperare; ma lui si ferma a guardarmi e risponde che questo, appunto, non è facile, e che spesso costa fatica.
- Ma lo si fa comunque... - insisto io - chissà se Dio vuole davvero che noi cerchiamo d'essere felici: in fondo potrebbe volere che sappiamo rassegnarci a non esserlo, almeno quando non si può.
Lui pensa però che questa sia per Dio la più grande offesa, l'unica possibile ferita. A meno che non significhi un altro modo per essere felici. Il suo Dio infatti si offende facilmente. Quella d'offendersi è quasi la sua unica attività, insieme a quella di compiacersi per la tenacia e la mitezza degli uomini, per la loro umiltà e il loro coraggio, per la loro pazienza di vivere e il loro desiderio di felicità, e noi bisogna supporre che non esista proprio per questo, perché altrimenti si rischia d'infastidirlo con le nostre preghiere, che sono sempre un po' ipocrite.
Intanto ci siamo allontanati dal laghetto e mentre percorriamo un altro viale fiancheggiato da ippocastani passiamo accanto ad una giovane coppia, sdraiata su un prato vicino, con lui rannicchiato accanto a lei e con la tasta appoggiata sul suo seno. Mi pare una bella posizione e gli racconto che Alberto una volta si è addormentato così e che al risveglio rimase tanto sorpreso che usò un'immagine analoga qualche tempo dopo, in una pubblicità di profilattici; ma mentre glielo racconto vedo che guarda l'orologio, e che sembra distratto, e infatti subito dopo dice che è quasi l'una e m'invita a pranzo. Ho un attimo d'incertezza, perché in effetti non mi aspettavo una proposta del genere, o perlomeno non in quel momento, ma accetto senza pensarci troppo, aggiungendo solo che però dovrei avvertire a casa.




XII


Dico a papà che nella poesia non so che scriverci ma lui non mi risponde nemmeno perché è sempre impegnato al computer. Allora torno in camera, mi risiedo alla scrivania e apro il quaderno. Davanti a me c'è la solita pagina bianca, con le sue righe azzurrine completamente vuote. Ad un certo punto sento sullo sfondo la musica che viene dalla camera di Margherita e quella musica mi dà coraggio. Così incomincio, da una frase qualsiasi, e proseguo fino a quando non mi sembra d'averla finita. La poesia alla fine dice che la periferia è come una trascurata fantasia. I bambini zingari se ne vanno raminghi, sono dei poveracci che vestono stracci. Ma con questo non mancano di vivacità e molta allegria. Da una piccola cosa ne fanno una prosa e con le uniche cose che hanno loro, divertendosi, fanno.
Appena ho finito di rileggerla poso la penna e la rileggo un'altra volta. Mi sembra che sia venuta abbastanza bene, ma non mi sento soddisfatto, anche se mi è piaciuta. Riprendo la penna e incomincio a scriverne un'altra, più in generale, perché la professoressa ha detto che non dovevamo parlare per forza dei bambini della periferia. Questa la scrivo più velocemente per paura di dimenticarmi quello che mi viene in mente, e dice che in tutti i mondi, in tutte le nazioni, in tutte le regioni, i bambini hanno tutte le ragioni di fare stessi giochi, stessi pensieri, stessi divertimenti, in tutti i continenti, e anche un elettricista, un musicista, oppure un teppista, dallo stesso punto di vista, da bambini, facevano stessi  casini, stesse gioie, stesse noie.
Dopo averla scritta rimango per qualche minuto a rileggerla, perché non capisco come mi è uscita fuori, tutta così di fila, ma non trovo nessuna spiegazione. Mi viene in mente di andarla a far leggere a papà, o a Margherita, anzi, prima a Margherita, ma preferisco aspettare, voglio rileggerle tutt'e due un'altra volta, e poi dopo che le ho rilette non mi decido ancora, non so se siano belle o brutte, però mi piacciono abbastanza, anche se mi sembra strano alzarmi dalla sedia per farle leggere a qualcuno. Mentre sono sul punto d'alzarmi sento squillare il telefono e penso che forse potrei andare a rispondere, anche se i telefoni sono nella camera di mia sorella e nello studio, ma siccome tanto è per lei e io mi sono deconcentrato mi conviene andare di là per sentire cosa dicono, e allora mi alzo.  
   



XIII


Mi sono appena accesa un'altra sigaretta davanti allo specchio quando squilla di nuovo il telefono. Lo lascio suonare per un po', giusto il tempo per non dare l'impressione d'aspettare la telefonata, ma senza correre il pericolo di far rispondere qualcun altro, e poi sollevo il ricevitore, proprio un attimo prima che Alfredo si affacci sulla porta. Ma è soltanto mamma. Dice che sta facendo una passeggiata e che non tornerà a pranzo.
- Come non torni a pranzo?! - le dico io, ma lei conferma, tornerà più tardi, e aggiunge che tanto le patate sappiamo dove sono e che l'arrosto è nel forno e basta accenderlo.
Alfredo mi chiede chi era non appena riabbasso la cornetta. Vuole sapere cosa voleva ed io rispondo niente, solo che non torna a pranzo. Senza rispondergli vado nello studio per dirlo a papà, che smette per un attimo di scrivere al computer.
- E non ti ha detto dove andava? - domanda ricominciando.
- No, non l'ha detto.
- E non ti ha detto nient'altro?
- Solo che c'è l'arrosto già preparato nel forno e le patate da fare fritte sotto la credenza, e poi che torna più tardi.
- Va bene - dice lui senza alzare lo sguardo dal computer - fra poco ci pensiamo.
Alfredo però dice che è strano, e intanto si sdraia sulla poltrona anatomica. Rimane così a guardare il soffitto mentre io ritorno in camera; ma non faccio in tempo ad  oltrepassare la soglia che il telefono squilla di nuovo. Questa volta è Susanna, che vuol sapere se ho controllato la versione e se va tutto bene, ed io rispondo che mi pare a posto, anche se non l'ho controllata per niente, l'ho solo copiata in bella. Poi mi chiede se nel pomeriggio penso di andare con Andrea alla festa di Claudio. Le dico che abbiamo litigato e che è uno stronzo, ed anche un po' cretino, e che semmai alla festa ci verrò da sola, anche se forse ci sarà anche lui.




XIV


Mi porta a pranzo in un ristorante che non conoscevo, dove viene di solito quando è a Roma, e ci sediamo accanto ad una finestra che da su un giardino interno. Al centro della tavola c'è un vaso pieno di frutti di ceramica fatti molto bene e intonati con la stagione.
Dopo aver finito di servire il consommé che abbiamo ordinato il cameriere si allontana con un leggero inchino e lui mi da il buon appetito sollevando il cucchiaio. Davanti a noi c'è una natura morta con dei bei colori, e lui mi spiega che è una copia di un famoso quadro di Giorgio Morandi, fatta da un giovane pittore molto bravo che esegue buone copie dei quadri che gli richiedono.
Era tanto che non guardavo veramente un quadro e ora quelle bottiglie mi sembra che se ne stiano in silenzio come se s'interrogassero sulla loro presenza, come se si fossero improvvisamente sorprese a vivere, mentre noi non sembriamo stupirci più di niente, siamo sempre afferrati da qualcosa. Desideri, progetti, un mare di attività che a volte ci sembrano non appartenere alla nostra vita; ma secondo lui anche la natura è sempre intenta a realizzare qualche progètto complessivo che ogni sua singola parte ignora. Voltandosi di nuovo verso il giardino mi indica i rami di un melo e dice che hanno già incominciato a torcersi come se dovessero realizzare chissà quale piano. Quel rametto potrebbe ergersi diritto, oppure piegarsi progressivamente di lato, riempirsi di fiori e di frutti, oppure restare pressoché sterile, solo con qualche foglia, a sorreggere con la sua vita i frutti degli altri, al loro servizio.
Rimane di nuovo in silenzio, continuando a guardare fuori. Non voglio interromperlo e lo osservo senza parlare, fino a quando non riabbassa la testa sollevando di nuovo il cucchiaio sopra il piatto.
Di punto in bianco gli chiedo se ha figli. Risponde che non se la sono sentita. O meglio, sua moglie non se l'è sentita. Lui ad un certo punto lo avrebbe fatto, ma lei non voleva, diceva che ad un figlio non si poteva garantire nessuna felicità, nemmeno nelle migliori condizioni, nemmeno con tutte le attenzioni e tutto l'affetto, e tuttavia quando parla da solo a volte è come se parlasse con un figlio, magari non necessariamente suo, ma ad un figlio.
Secondo me non ha senso volere per i figli qualcosa che non possiamo chiedere nemmeno per noi. Io non sono mai stata spaventata da questo. Un figlio deve cercarsi la propria strada da solo e correre i suoi rischi. Qualche volta ho avuto anch'io paura di non fare abbastanza, ma poi, pensandoci bene, mi sono accorta che non era vero e che voler fare di più sarebbe stato un errore. Comunque non gli fu possibile convincerla, perché lei diceva che non era necessario e poteva essere solo un atto egoistico, anche se forse non lo era più di qualsiasi altro.
Penso che forse sua moglie temeva di essere gelosa. Sapeva che lo avrebbe amato molto e temeva di essere gelosa. Ma secondo lui in un certo senso poteva essere vero il contrario, cioè che potesse non sentirsi più libera di non amarlo. Gli parlava spesso di questa sua libertà di non amarlo di cui non poteva fare a meno.
Dico che quello può sempre accadere, ma non mi sembra comunque una motivazione valida. Neanche a lui sembrava giusto, ma a lei sì, e in fondo gli pare un punto di vista legittimo, che ha le sue giustificazioni.
Finisco di bere il mio consommè e lo guardo di nuovo. Tiene la testa alta e gli occhi abbassati sul piatto. Quando li risolleva per un attimo mi paiono vivaci e malinconici insieme, senza un colore definito, ma lontani da tutto e da tutti. Quindi riabbassa leggermente la faccia verso la tavola per incontrare a mezz'aria il cucchiaio e sporge in avanti la grande testa calva al centro.




XV


Dopo aver finito le poesie mi ricordo che devo impararne un'altra per il professore d'inglese, solo che di stare seduto non ne ho più voglia e così decido di prendere il libro e di studiarla camminando per casa. Quando ad un certo punto Margherita mi vede girare con il libro in mano mi chiama perché la aiuti a sbucciare le patate ed io porto il libro in cucina, lo appoggio sopra il tavolo, prendo un coltello non seghettato e mi siedo. Mentre sbuccio sto attento a scegliere tutte quelle più tonde e lisce perché mi piace batterla in velocità, farne di più in meno tempo, anche se lei non sembra farci troppo caso, e intanto provo a ripetere qualche verso a memoria. Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo, e poi non mi ricordo più nulla.
Cosa?! chiede lei, e allora mi torna in mente il seguito. Se riesci a far fronte al trionfo e alla rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori.
Questa è la poesia che recitavano sempre alla fine della trasmissione di mezzanotte, dice lei.
Si chiama If ed è di Kipling, dico io, e poi leggo un altro verso, se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto distorta dai furfanti per abbindolare gli sciocchi.
Ma almeno la capisci? m'interrompe lei.
Certo che la capisco, o a contemplare le cose cui hai dedicato la vita infrante, e piegarti a ricostruirle con arnesi logori.
Che vuol dire? mi domanda convinta che non capisca quello che dico.
Vuol dire che quando va tutto male bisogna cercare di aggiustare le cose anche se non sai come fare e pensi di non farcela, dico io, e poi continuo subito, se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite e a rischiarle in un colpo solo a testa e croce.
Cerca di non buttarne via la metà, dice lei indicando con gli occhi le patate. A quel punto arriva anche papà con una delle sue facce peggiori. Chiede cosa c'è da mangiare, mette l'acqua sul fuoco per preparare degli spaghetti e incomincia a cercare un tegamino per il sugo, mentre io continuo a ripetere... se tutti contano per te, e nessuno troppo...
Dov'è un tegame? chiede lui aprendo il forno.
Sopra l'acquaio, risponde Margherita.
E l'aglio? domanda ancora lui dopo aver trovato il tegame.
Dove stanno le verdure, risponde sempre lei, mentre io dico se riesci ad occupare l'inesorabile minuto con trenta secondi pieni di significato... tanto ormai vado avanti senza problemi perché leggo direttamente sul libro.
A un certo punto Margherita mi dice di lavare le patate già sbucciate e d'iniziare a tagliarle a bastoncini. E poi rimaniamo tutti in silenzio. Nell'attesa che l'arrosto cuocia apparecchiamo la tavola e all'ultimo istante, quando stiamo già per buttare la pasta, aggiungiamo dell'acqua nella pentola, perché nel frattempo ne è evaporata la metà, mentre continuo a ripetere anche se nessuno mi ascolta.
Quando finalmente gli spaghetti sono pronti andiamo a tavola e Margherita inizia subito a versarsi del vino.
Da quando bevi il vino? le chiede Papà.
Veramente l'ho sempre bevuto, dice lei.
Cosa vuol dire se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo scopo? domando io, che mi tengo la traduzione accanto al piatto.
Secondo te cosa vuol dire? E poi non è il tuo scopo, è il tuo padrone, dice Margherita.
Non lo so, se no non lo chiederei. Forse vuol dire che non bisogna credere ai sogni.
Ai sogni bisogna credere, ma non devono diventare dei padroni, dice papà.
E come fa un sogno a diventare un padrone? domando io.
Un sogno diventa un padrone quando non ti permette di avere altri sogni, risponde lui con calma, dopo aver ingoiato una forchettata di spaghetti.
E se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo?  
Che pensare dovrebbe servire a cambiare la vita.
E perché bisognerebbe cambiare la vita? gli chiede Margherita.
Perché la vita non è mai esattamente quella che avresti voluto vivere, risponde lui senza nemmeno guardarla e continuando a mangiare con la testa dentro il piatto.
Tu avresti voluto viverne un'altra? gli domanda sempre lei.
Non completamente, ma in parte sì... un'altra... e tu sei contenta della tua?
Lei risponde in parte.
E cos'è che non ti piace della tua vita? domanda ancora lui smettendo d'arrotolare gli spaghetti. E lei risponde gli altri.
Ma gli altri non si possono cambiare, dice papà.
Se gli altri fossero diversi io potrei essere molto più felice, dice lei.
E che cos'è che non va negli altri?
Non sono seri... non s'impegnano abbastanza e non credono a quello che fanno.
I tuoi amici non credono a quello che fanno? chiede papà ricominciando a mangiare.   
No. O almeno non abbastanza. Non saprebbero rinunciare a niente, e non hanno niente cui rinunciare, risponde lei, mentre papà manda giù un'altra forchettata. Poi scosta di lato la scodella e si serve con le patatine fritte e l'arrosto.
E tu hai qualcosa a cui rinunciare? le chiede ricominciando a guardarla negli occhi.
Io rinuncio ad un sacco di cose. A tutto quello che non desidero abbastanza... per esempio.
Perché il trionfo e la rovina sono due impostori? li interrompo io dopo aver dato un'altra occhiata al libro.
Perché non dicono la verità, risponde Margherita, e tu a cosa hai rinunciato? chiede a papà mentre si serve con le patatine senza rispondermi nemmeno.
A dire o pensare qualcosa che gli altri non volessero già sentirsi dire, risponde lui con un'espressione stufa e anche un po' triste.
Non sei contento del tuo lavoro?
Se non fossi contento del mio lavoro credo che non sarei nemmeno contento della mia vita.
Potresti fare un mucchio di tutte le tue vincite e rischiarle in un colpo solo a testa o croce, dico io cercando d'inserirmi nel discorso.
Non è detto che tu non ci riesca, gli dice Margherita; ma lui non capisce subito a cosa si riferisce e chiede a fare che cosa.     Non lo so... quello che vuoi, risponde lei, e nessuno dice più nulla per un bel po'.




XVI


Ad un certo punto siamo finiti a parlare della solitudine, mentre il cameriere ci porta i due filetti al pepe verde che abbiamo ordinato, con dell'insalata. Lui dice che l'unico modo per alleviare la solitudine è di non nasconderla, di lasciarla risuonare, e che proprio per questo è insensato pretendere di dire tutto, che tra due persone è necessario uno spazio concavo di possibilità e omissioni per poter continuare ad avere qualcosa da comunicare e condividere, ed io penso che con Alberto siamo stati accanto per tutti questi anni e che siamo stati anche felici, ma forse senza aver mai imparato ad ascoltare insieme il rumore della vita che ci passava accanto. Ci siamo sempre nascosti reciprocamente quello che restava fuori dal gioco, la nostra insofferenza per quanto non accadeva più, per quella specie di meccanismo che si era impadronito delle nostre vite, e abbiamo sempre evitato di comunicarla all'altro per paura di sancirla, di costatare qualcosa di cui non vedevamo la soluzione.
Dice che non si può dire tutto, ma che non ci dovrebbe essere nulla che non si possa dire. Si può non dire quello che è ancora confuso, o incerto, o che ci serve per poter oscillare tra la nostra solitudine e quella dell'altro, e quando si sa percorrere questo tragitto senza spaventarsi, quando non si teme d'attraversare questo spazio vuoto e si continua a desiderare di riempirlo allora si può anche restare soli, ma non lo si è mai.
Si volta di lato, verso sinistra, alle mie spalle, e mi fa notare una signora seduta a un tavolo in fondo alla sala. Sta pranzando da sola, in silenzio, portandosi il cibo alla bocca con dei movimenti lenti e misurati. E' molto elegante, ed anche bella. Mi chiede se mi sembra sola. Non saprei e non capisco perché me lo chieda. Dice che non è sola, perché è attenta a tutto quello che le succede intorno, anche a noi. Per dimostrarmelo mi suggerisce di sorriderle. Non capisco bene, ma comunque torno a voltarmi verso quella signora e provo a sorriderle, o meglio, sulla faccia mi spunta una specie di sorriso, da solo, senza un motivo, anche perché la signora non mi sta guardando affatto; ma subito lei si volta verso di me rispondendo per un attimo a quel sorriso e poi continua a mangiare col solito ritmo lento e compassato.  
Dice che è attenta a tutto ed è vicina agli altri più di quanto non sembri. Per me il fatto che abbia sorriso non vuol dire necessariamente che sia vicina agli altri. E poi quel sorriso mi è parso strano, come attraversato da una specie d'amarezza. Ma secondo lui anche nell'amarezza può esserci un soffio di felicità, come in ogni felicità una punta d'amarezza, e intanto alza il bicchiere del vino per un brindisi.
Dopo quel brindisi silenzioso incominciamo a parlare d'altro, di cose meno impegnative, di cucina e di piatti prelibati e lui trova qualche imperfezione anche nel filetto al pepe verde che stiamo mangiando, elogiando invece l'insalata, che è stata condita bene, con un olio buono e in quantità non eccessiva.
Quando usciamo dal ristorante scendiamo a piedi lungo il Gianicolo verso Trastevere. Passiamo sopra l'orto botanico e poi davanti al Fontanone. Dalla grande terrazza panoramica che si trova sopra il consolato spagnolo vediamo le chiese e i palazzi di Roma, ma senza quel colore ocra e rosa che c'è nei giorni di sole. Poi scendiamo le scalette fino a via Mameli, parlando un po' di cinema, dei film visti negli ultimi tempi, e ancora una volta ho la sensazione che Alberto eviti di parlare proprio delle cose più essenziali, come se per lui su quelle non si potesse dire nulla e le parole potessero solo servire ad imbrigliare i pensieri più veri. Mi torna anche in mente un giorno di qualche settimana fa, in cui mi ha detto che non poteva fare niente per me, perché non avevo bisogno di lui, perché non c'era niente che mi mancasse in lui, ha detto proprio così, e per la prima volta ho capito con chiarezza che era vero, che in fondo aveva ragione e che nemmeno io sapevo più cosa chiedergli e cosa aspettarmi.
Quando passiamo accanto ad un manifesto che annuncia per il pomeriggio un concerto di musica da camera all'auditorio di via della Conciliazione mi chiede se voglio andarci. Sono per un attimo incerta, perché tutta la giornata mi sembra ora decisamente strana ed irreale. Poi penso che è un sacco di tempo che non sento della musica dal vivo e poiché il concerto sarebbe terminato con ogni probabilità prima delle sette accetto, pur essendo in un certo senso sorpresa della mia decisione.




XVII


Subito dopo pranzo mi preparo per uscire e mi metto un paio di calze verde bottiglia sotto la gonna bordò, e poi una camicetta bianca e la giacca di tweed che mi hanno regalato per il compleanno. Mentre m'infilo le scarpe do un'occhiata allo specchio; poi mi alzo in piedi e cerco di fare l'espressione più naturale possibile, ma la situazione non migliora di molto, nonostante mi sforzi di pensare che sembrerò a tutti una gran figa. Comunque decido di non pensarci, mi rimetto a sedere e mi allaccio la fibbia della scarpa ancora aperta; quindi vado nello studio, dove papà sta disteso sulla poltrona anatomica a pensare con gli occhi chiusi e la bocca un po' aperta.
- Io esco... ciao! - gli dico aspettando per vedere se da cenni di vita.
Lui in un primo momento non capisce bene, ma un attimo dopo alza la testa, apre un occhio e mi domanda dove vado.
- Ad una festa con Susanna.
- E quando torni?
- Non lo so... quando vuoi che torni?
- Sono quasi le tre... - dice lui guardando l'orologio, - facciamo le sette, va bene?
- Okay per le sette - rispondo io, perché tanto so che poi non controlla e che in fondo non gli importa molto di quando torno o non torno.
In motorino riesco quasi a battere il mio record personale, lo manco solo per una manciata di secondi. Quando arrivo sotto casa di Susanna la finestra di camera sua è aperta e sento la solita musica Reggae che ascolta di continuo. Provo a suonare il campanello, ma visto che nessuno si decide ad aprire cerco di chiamarla dalla finestra aperta. Finalmente si affaccia, dicendo che sta per scendere, e allora mi tolgo il casco, mi siedo sul muretto di sostegno della cancellata e cerco di darmi una sistemata ai capelli. Dalla finestra continua ad arrivare il suono della musica Reggae e mentre scuoto la testa mi accorgo di uno scarabeo che si sta arrampicando sull'inferriata. Lo sto ancora guardando quando cade sul dorso, incapace di girarsi. L'osservo un po' mentre si divincola, incerta se aiutarlo a recuperare la posizione corretta. Finalmente mi decido e l'aiuto a voltarsi. Lo scarabeo vola subito via, anche se il suo decollo è abbastanza faticoso, e io alzo gli occhi al cielo, seguendolo con lo sguardo. Dopo qualche secondo Susanna sbuca dalla porta del garage spingendo la sua moto da cross e sbuffando lungo la leggera salita che conduce al cancello, con la punta della lingua che sporge sul labbro superiore.
- Possiamo andare...
- Hai lasciato la radio accesa - le dico accennando con lo sguardo alla finestra.
- Quando mi piace non mi va d'interromperla - risponde lei cercando di mettere in moto, ed io m'infilò di nuovo il casco e mi metto a pedalare per ripartire.
   



XVIII


In alto, l'immagine di un divano con una donna sdraiata sopra, in una posizione un po' provocante, con la testa rovesciata all'indietro mentre si passa una mano tra i capelli. Sotto, l'headline: l'unico problema dei divani Nesta è che appena ti siedi ti vengono strane idee per la testa.
Poi, su due pagine: nella prima c'è l'immagine di un Toro nero che in mezzo ad un prato verde pieno di margherite osserva con vivo interesse una mucca bianca. Nell'altra invece ci sono lo stesso toro e la stessa mucca insieme ad un vitellino pezzato bianco e nero che succhia il latte dalla mamma. Sta nevicando, il prato è imbiancato e in cielo i fiocchi di neve disegnano il nome di Cremlat.
Non sono poi tanto male. Per il momento può bastare, tanto per la campagna dei biscotti non mi viene in mente nulla. Probabilmente Giovanna è rimasta fuori a pranzo con qualche sua amica. Stamani si è rotto per l'ennesima volta qualcosa. La stessa cosa può rompersi molte volte senza cessare per questo di restare misteriosamente intatta. In fondo ci salva solo una mutua complicità. La complicità sorveglia ogni gesto e lo guida verso quello successivo. Non avrebbe senso nessun'altra soluzione. Non ho desideri particolari. In fondo qui mi sono incagliato e qui voglio restare, anche se forse è solo perché tutte le alternative mi sembrano altrettanto scontate. Potrei cambiare la vita in mille modi diversi. Ma mi sembrano tutti già perfettamente vuoti, ed io il loro specchio perfetto, dove l'immagine si depura e nulla viene alterato. In uno specchio non c'è storia, passato e futuro sono sovrapposti e qualsiasi forma di consapevolezza è inutile. Anche quell'autenticità che in molti considerano stupidamente vitale è solo un'illusione e può essere smascherata da un'altra qualsiasi illusione, perché ogni consapevolezza è un intrattenimento passeggero. Il piacere che si può ricavare dalla vita non dipende in realtà da alcuna consapevolezza, ma dal lasciarsi risucchiare in qualche gioco e dal volerne rispettare le regole, dallo scegliere la propria pedina e dall'assecondarne tranquillamente il movimento, perché è possibile fornire risposte precise solo a domande precise. Anche con Laura, per esempio, tutto è stato molto chiaro fin dall'inizio, cosa davamo e cosa prendevamo entrambi. E' chiaro in ogni momento tutte le volte che finiamo a letto insieme, è chiaro il gioco sul suo viso, quello che ci unisce e quello che ci separa, e non c'è altra felicità al di fuori di questa. Persino il nostro piacere ha un aspetto automatico, assomiglia ad un gioco ad incastro di cui conosciamo alla perfezione il funzionamento, ed è proprio per questo che non c'è bisogno di nessun sentimento particolare e di nessun chiarimento e che tutto può svolgersi con reciproca soddisfazione.




XIX


Quando arriviamo a casa di Claudio non c'è ancora molta gente. Dopo aver salutato qualche amico ci sediamo su un divano accanto ad un ragazzo e ad una ragazza che conosciamo di vista ed iniziamo a fare un po' di conversazione. Poi Susanna va a prendere da bere e torna con due bicchieri pieni di whisky e Coca. I due ragazzi si sono allontanati per ballare e lei mi chiede cosa è successo con Andrea stamattina. Le dico che tanto non me ne frega più nulla, che lui si è comportato come uno a cui non gliene importa nulla e che ho capito che non ne vale proprio la pena.
- Quando si dice così in genere è solo per evitare di star male - dice lei con un tono sicuro di sé che mi da fastidio.
- Non è vero... sono stronzate così piccole che dopo non te ne frega davvero più nulla. E poi tu che ne sai? - le domando alla fine un po' risentita.
- Perché mi è capitata la stessa cosa. Quando mi lasciai con Piero facevo gli stessi discorsi.
- Almeno Piero non raccontava balle - dico io dopo aver bevuto una lunga sorsata.
- Se io fossi in te tirerei la cosa un po' per le lunghe. In fondo a piantarlo sei sempre in tempo... e poi non credo che sia proprio uno stronzo...
- Potresti mettertici tu...
- Sarebbe un'idea - dice Susanna bevendo anche lei.
Un amico di Claudio viene in quel momento a sedersi accanto a noi. E' un tipo che parla sempre di sé e delle canzoni che scrive, ma oggi nessuna di noi due ha voglia di starlo a sentire. Tanto per fargli fare qualcosa e non averlo tra i piedi Susanna gli chiede se va a prendere delle tartine sul tavolo in fondo alla sala e questo si alza senza battere ciglio, ma fa troppo presto, e proprio mentre ritorna col vassoio della tartine vedo Andrea che entra nella stanza con degli amici. Saluta un po' di gente col suo modo di fare disinvolto, che ora mi sembra proprio odioso, e poi viene verso il divano, guardandomi con un sorriso assai rigido.
- Ciao! - dice fermandosi in piedi davanti a me e fissandomi come se dovessi cascargli ai piedi.
- Come mai sei già qui?
- Ho fatto presto - risponde lui salutando subito dopo anche Susanna, che gli risponde con uno sguardo indagatore. Il ragazzo con il vassoio delle tartine intanto ne offre a tutti ed Andrea ne prende una senza smettere di fissarmi.
- Allora? - mi fa tenendo la tartina sospesa a mezz'aria.
- Allora cosa? - dico io.
- Ce l'hai ancora con me?
- Non vedo perché dovrei avercela con te.
- Non lo so... hai una faccia!
- Che tipo di faccia?
- Molto scocciata.
- Può darsi che sia scocciata.
- Ti annoi?
- Non troppo.
- Se vuoi ce ne andiamo a fare un giro - propone lui, ingoiando subito dopo la tartina.
- Grazie... non ne ho voglia.
- Ma insomma... - ricomincia a dire con un tono irritato e falsamente lamentoso dopo aver deglutito - si può sapere cosa ho fatto... mi ha telefonato Elisabetta... e tu sai quello che c'è stato... mi ha detto che voleva vedermi e mi dispiaceva dirle di no... tutto qua.
- Tu avevi preso un impegno con me.
- D'accordo, scusa... dai... andiamo a farci un giro, così ne parliamo.
- Ti ho detto di no.
- Sei cocciuta... ed anche orgogliosa.
- Tu solo cocciuto - rispondo io.
Rimaniamo a guardarci in silenzio con un'aria di sfida. Andrea non sa cos'altro dire, ma non accenna a muoversi; poi una bella ragazza, alta e in minigonna, che conosco solo di vista, viene alle sue spalle a toglierlo d'impaccio e abbracciandolo alla vita gli stampa col rossetto un bacio sul collo.
- Ciao, quando sei arrivato? Non ti avevo visto - dice quella con un modo di fare veramente idiota. Andrea la saluta baciandola sulle labbra e risponde che è arrivato da poco.
- Scusate - dice la tipa sorridendo fino a scoprire le gengive - ve lo porto via un minuto - e intanto lo tira per un braccio.
- Ti devo presentare ad un'amica che vuole conoscerti - aggiunge poi mentre si allontanano. Andrea resiste per un attimo lanciandomi un'occhiata e poi si lascia trascinare via, abbracciandola alla vita, ma quando si è allontanato di qualche passo si volta leggermente dicendomi di avvertirlo, se ci avessi ripensato.
- Non credo che ci ripenserò... e sai perché non lo credo? - gli dico io mentre lui continua a tenersela abbracciata alla vita. Lui a quel punto si ferma e torna a voltarsi, guardandomi negli occhi in attesa che finisca di dire quello che volevo dire.
- Perché sei stupido. Perché sei troppo stupido - gli dico con un'espressione perfettamente tranquilla. Lui rimane ancora per qualche istante a fissarmi, con la faccia contratta, mentre la tipa sembra particolarmente felice di capire esattamente quello che sta succedendo. Quindi la stringe più forte e lentamente attraversano la sala, dove raggiungono un'altra ragazza vicino alla finestra.
- Forse non è stata una grande mossa - dice Susanna dopo che si sono allontanati.
- Non me ne frega niente.
- Vuoi che ce ne andiamo?
- Sì, ma non subito. Che ore sono? - chiedo io dopo aver scolato il bicchiere.
- Le quattro e mezzo.
- Fra poco andiamo... tanto devo essere a casa presto.
Lei vuol sapere come mai e io le dico che è tanto per dare una soddisfazione a mio padre, che oggi in assenza di mamma si è messo a fare il genitore, e poi siccome lei vuole sapere anche mamma dov'è andata le spiego tutto quello che è successo.
- Se vuoi posso venire con te... così magari a tuo padre gli tiriamo un po' su il morale - dice lei, ma io non rispondo perché guardo verso il centro della stanza, dove Andrea se ne sta in mezzo a quelle due che ridono in continuazione. Poi all'improvviso dico di sì, che è una buona idea e che fra poco ce ne andiamo. Voglio solo vedere per un altro po' cosa fa. Per il momento sta ancora parlando con quelle ed io non smetto di guardarlo. Lo vedo solo con la coda dell'occhio, ma per il momento non ho intenzione di muovermi. Anzi, invece mi muovo e vado a prendere un altro bicchiere di whisky e Coca, come se non esistessero, e poi torno a sedermi e mi metto a parlare con due tizi che nel frattempo si sono seduti al mio posto, accanto a Susanna, che mi guarda con una faccia un po' da scema, come se pensasse che la scema sono io.




XX


In attesa dell'inizio del concerto ci sediamo in un bar nei pressi dell'auditorio. Dietro di noi un ragazzo ed una ragazza si scambiano dei bigliettini, o meglio, uno stesso bigliettino sul quale ogni volta dev'essere sempre più esiguo lo spazio per scrivere. Ad un tavolino accanto al loro una nonna aiuta la sua nipotina a mangiare il gelato, imboccandola e facendo attenzione che non si sporchi. Senza capire bene perché mi sono messa a parlare del mio rapporto con Alberto, della nostra intesa quasi automatica, e poi della passione, che nonostante tutto continua. E' una strana attrazione, reciproca, ma sorda, che in certi momenti mi da persino fastidio.
Lui mi domanda se i primi tempi eravamo innamorati e rispondo naturalmente di sì, ma che neanche allora riuscivo a parlargli di come avevo immaginato il nostro rapporto, forse perché credevo che dovesse capirlo da solo: credevo che potesse capire tutto solo perché era appassionato e deciso in ogni gesto.
La cameriera, una ragazza alta e dalla carnagione scura, con due occhi neri molto truccati, viene a domandare le ordinazioni. Lui chiede un Porto bianco, ed io lo imito, perché non so bene di cosa ho voglia. Poi la cameriera se ne va ancheggiando leggermente e la segue per qualche istante con uno sguardo incuriosito. Dice che la cosa più triste è quando non c'è più risonanza, e che c'è risonanza solo quando tutti e due si lascia sgorgare la propria ferita, perché altrimenti il bisogno d'amare rimbalza nell'altro, non riesce ad alimentarsi, diventa pavido e convenzionale e non sa più guardarsi attorno. E' per questo che le parole sono importanti, perché permettono di compiere l'esercizio fondamentale, l'esercizio a non amarci per quello che siamo, o per quello che vorremmo essere, ma per il nostro modo di guardare le cose, amarci fuori di noi, dal nostro io, e imparare a dialogare col nostro desiderio di felicità senza identificarlo con qualcosa o qualcuno.
La cameriera ritorna sulla sua ultima frase posando i due bicchieri di vino sul tavolo. Mi pare decisamente attraente e penso per un attimo che a lui possa piacere, perché forse è una persona alla quale possono piacere i tipi più diversi, e questo pensiero mi accorgo che in qualche modo lo rende a miei occhi più credibile.
Sempre le parole, che possono anche tradire quello che si sente, farne un'altra cosa, spostare l'attenzione su aspetti parziali. Ma è proprio per questo che secondo lui sono essenziali, perché ci fanno vedere le cose di scorcio, da una prospettiva particolare. E' attraverso le parole che s'impara ad apprezzare la distanza che ci separa dai nostri desideri, e anche quando sembra che ci si capisca molto meglio senza parole questo non accade mai senza che altre parole risuonino da qualche parte dentro di noi.
Sposta leggermente il bicchiere sul tavolino. La sua voce è calda e pigra. Non so bene a cosa serva tutto questo. Lui dice a niente di particolare, solo a saper trovare nuove parole per quello che proveremo domani, e che in qualche modo bisognerà far uscire fuori. Penso che forse ha ragione, che magari è davvero l'unica cosa indispensabile, e intanto guardo in direzione della coppia che si scambia il bigliettino e il ragazzo mi ricorda Luca, un mio fidanzato durante i primi anni all'università. Insieme eravamo stati felici e poi smettemmo di esserlo, solo perché volevamo esserlo a tutti i costi ed in ogni momento, e cerco di provare nostalgia per quella storia, riuscendoci male, come se quella pretesa di felicità non avesse più senso e fosse persino un po' colpevole.
Forse non ho proprio nessuna voglia d'imparare ad apprezzare questa distanza. Anzi, è proprio la distanza che vorrei far scomparire, perché s'infiltra a poco a poco tra le persone senza che ce n'accorgiamo. Ma lui dice che può essere quasi un'allegria, un essere intorno, vicini e lontani. Cicerone la chiamava letizia, distinguendola dal gaudio, che invece scaturiva dall'impressione di un pieno possesso della persona amata.
Mi pare una bella definizione, e già che ci sono gli chiedo qual è la definizione più bella dell'amore che conosce. Ce n'è una di Leibniz molto semplice: amare è essere felici della felicità di un altro. Il che non mi pare un requisito sufficiente. Bisogna vedere come la s'intende. Io la intendo come una cosa importante, ma non sufficiente. Altrimenti in fondo non sarebbe troppo difficile.
Vuol sapere se mi è mai capitato d'essere felice perché lo era qualcun altro. Qualche volta. Anche se in effetti non potrei dire con sicurezza se fossi felice proprio per quello, oppure perché sentivo che la felicità dell'altro dipendeva almeno in parte da me. In ogni caso non ci vedo niente di male, sebbene sia un'altra cosa. Comunque penso che potrei essere felice anche se le cause fossero indipendenti da me, anche se forse non sarebbe una grande felicità.
- Infatti... non sarebbe una grande felicità - ribadisce annuendo leggermente e guardandomi con un'espressione più attenta, e mi accorgo che tutto questo parlare della felicità  incomincia a farmi sentire a disagio, mi pare un po' inutile e retorico, come se si volesse stringere qualcosa che non si può afferrare.
La sua espressione è accogliente e gentile, ma anche un po' stanca, d'una stanchezza tutta compressa, segreta, che si lascia appena intravedere. Vorrei smettere di parlare e starlo a guardare, per vedere cosa fa, se riesce a stare zitto, e in effetti per qualche secondo non dice più nulla, come se mi avesse capito.
Intanto la nipotina ha finito di mangiare il gelato ed è andata al tavolo dei due ragazzi, rimanendo in piedi davanti a loro e guardandoli seria. I ragazzi le sorridono e lei subito scappa via per l'imbarazzo. Tornando indietro si ferma anche al nostro tavolo e rimane lì ferma a guardarci. Non sembra nemmeno troppo imbarazzata, forse perché ci vede più adulti e rassicuranti. Lui intanto controlla l'orologio e dice che forse è l'ora di andare, perché manca poco alle cinque. Annuisco e prendo la borsa sulla sedia accanto, mentre con un gesto chiede il conto alla cameriera, che poco dopo ci raggiunge con la sua solita andatura ancheggiante. Anche la bambina le getta un'occhiata incuriosita, e poi torna correndo dalla nonna, che l'accoglie pulendole la bocca sporca di gelato.
 



XXI


In fondo a Fabio glielo avevo già detto quando mi fece leggere il soggetto che mi pareva scontato. Forse poteva farle dare un bacio a lui e poi mettere la testa sulla sua spalla... mentre continua a guardare la televisione, tipo finta ingenua... e comunque mi pare che lo si potesse montare diversamente. Quell'altro invece mi pare vada bene. E' una cosa originale, anche se forse un po' inquietante... mentre per quella dei biscotti possiamo riprendere il discorso dell'esitazione, variandolo appena... questa dev'essere Margherita... un bambino con un libro aperto in mano... sulla copertina si può leggere Shakespeare... Amleto... di fronte a lui, sul tavolo, tutto un pacchetto di biscotti srotolato con un ultimo biscotto, ben visibile... in fondo. Il bambino alza gli occhi sopra il libro e pensa, come in un fumetto: mangiare l'ultimo Slaem o non mangiare l'ultimo Slaem?... questo è il problema. Poi dopo un po' arriva la sorella... si vede solo lei che si affaccia sulla porta e poi si vede lo stesso bambino con il libro leggermente abbassato ed una guancia piena di qualcosa. La sorella è appena entrata in cucina e lui ha evidentemente preso una decisione, perché sul tavolo l'ultimo Slaem non c'è più. L'ultimo è sempre il migliore come headline potrebbe andare... anche se lui non era tanto convinto e bisognerà riparlarne in ufficio... ma che fa?... ci dev'essere anche quella sua amica...
    



XXII


Appena arrivo a casa mi precipito nel bagno. Susanna si ferma davanti alla porta socchiusa e dentro io vomito l'anima. Poi arriva papà e le chiede che cosa è successo, prima d'entrare, e lei dice niente, che non mi sento troppo bene, senza spostarsi dalla soglia.
- Ha mangiato qualcosa... o bevuto?
- Un pochino - sento che dice.
Quando entra sono ancora piegata sul water. Mi chiede subito come sto ma io non posso rispondere perché sono nel bel mezzo di un conato, uno di quelli dove non ti esce nemmeno un filo d'aria e che consistono soltanto in un crampo a singhiozzo.
- Ora un po' meglio - dico dopo aver sollevato la testa, mentre lui mi aggiusta i capelli sulla fronte.
- Cos'hai bevuto?
- Un po' di Coca - rispondo io trattenendo un sorrisetto - ma deve avermi fatto male perché era gelata.
Mi aiuta ad alzarmi e con Susanna che lo segue a ruota mi accompagna in camera come se fossi moribonda, mi fa sdraiare sul letto e poi mi domanda se ho freddo e se voglio una coperta.
- No, grazie... se poi ho freddo entro sotto.
Mi chiede anche se voglio qualcosa da bere... un tè, o un bicchier d'acqua... ma io non ho voglia di niente, solo di chiudere gli occhi e di non sentire più niente, ma lui si siede sul letto e siccome in effetti sento un po' freddo ci ripenso, e gli dico di prendermi il plaid che è nell'armadio. Lo prende e me lo avvolge sopra, rincalzandomi pure, e poi mi mette una mano sullo stomaco dicendomi di fare dei lunghi respiri e io tutto sommato non mi sento più tanto male, e questo mi fa pensare che raramente si sta bene come dopo essere stati male e che forse per sentirsi davvero tranquilli bisogna star male almeno una volta al giorno, buttar fuori tutto il fastidio che si accumula, tutte le schifezze che si appiccicano addosso per respirare di nuovo senza fatica, con un movimento libero e naturale.
Poi mi domanda un'altra volta se sono sicura di non volere un tè, o un caffè, e io ripeto di no, e allora dice che lui comunque va a farsi un caffè e chiede a Susanna se ne vuole. Lei risponde subito di sì con un certo entusiasmo, mentre io tengo gli occhi chiusi e li riapro solo un attimo quando escono dalla stanza.
In cucina sento che si mette a trafficare, mentre Susanna magari scruta ogni suo movimento standosene appoggiata al muro come fa sempre con me. Poi sento il rumore del caffè che sta passando e il rumore delle tazzine. Papà le chiede quanto zucchero vuole e lei dice due, e subito dopo vuol sapere se il suo lavoro gli piace. Lui risponde la solita cosa, che in fondo si tratta solo di convincere ancora meglio le persone di qualcosa di cui sono già convinte, mentre io li ascolto tenendo gli occhi chiusi e mi piace sentire le loro voci sullo sfondo.
Susanna dice che secondo lei qualche volta bisogna anche saper raccontare delle balle, ma papà non è d'accordo, e difende la categoria sostenendo che c'è un modo onesto per parlare di qualsiasi cosa. Intanto uno dei due deve aver messo la sua tazzina sotto la cannella dell'acqua, perché distinguo benissimo il rumore tipico. Poi lui incomincia a rispiegare tutta la sua teoria... che ultimamente c'è stato un certo abbassamento della qualità, in parte per la concorrenza delle telepromozioni, in parte perché i clienti hanno in testa degli stereotipi di pubblicità da cui non vogliono mai rischiare d'allontanarsi, e poi perché bene o male lavorano tutti sulla base degli stessi sondaggi, il che contribuisce ad omologare il prodotto.
A quel punto Susanna dice che il suo spot preferito è quello della Volkswagen Golf, quello con quei due ragazzi in macchina che vengono circondati da una mandria di Tori, ma trova carina anche quella dello Yogurt Yoplait, e lui precisa subito che quello della Golf è uno spot della Verba, mentre Yoplait della Universal, e che in effetti sono molto buoni tutti e due.
Poi il discorso si sposta sul cinema e lei dice che le piacciono enormemente le storie squallide, forse per sembrare interessante, perché questa è la prima volta che gliela sento dire. Più sono squallide e più le piacciono, e siccome lui vuol sapere cosa intende per storie squallide lei dice quelle dove non c'è più niente che possa tenerti su di morale, dove le situazioni sono in caduta libera verso il basso e non c'è nulla che possa consolarti, perché in fondo sono anche le più vere e svelano l'aspetto meccanico della vita, che poi invece è una teoria di cui abbiamo parlato insieme, anzi, in fondo più mia che sua. Infatti ci facciamo solo quelle domande di cui ci piace la risposta, e anche se ci da fastidio quando ce ne accorgiamo in fondo è abbastanza divertente, perché fa vedere come siamo tutti molto bravi a fare il nostro gioco, e prevedibili, perché abbiamo già tante strategie disegnate, dentro di noi, e ci possiamo considerare fortunate quando qualcuno ci costringe a scoprirle in anticipo, senza farcele percorrere per intero. Da un certo sollievo, e anche perché altrimenti si corre il rischio d'incagliarci nelle situazioni più comode e più stupide, fino a quando non ci sentiamo soffocare.
 



XXIII


Rientro in casa e vado in cucina, dove ci sono papà con Susanna, e lui mi chiede subito com'è andata la partita. Io gli dico abbastanza male, grazie, perché abbiamo pareggiato zero a zero, e ci hanno anche annullato un gol, ma lui dice che un pareggio con la Roma fuori casa può andare bene. Allora mi prendo una Coca dal frigo, lasciando perdere l'argomento, e poi mi metto a sedere tenendomi in bilico sulle gambe della sedia e chiedo dov'è Margherita. Papà risponde in camera, perché non si è sentita bene. Ho capito, dico io, è perché ha litigato con Andrea, e Susanna mi chiede che ne so, e allora le spiego che stamattina hanno litigato e che io glielo avevo detto che era uno scemo, ma Susanna si mette a dire che vorremmo sempre che gli altri capissero tutto al volo e poi, se per caso capiscono troppo, la cosa ci offende, e io non capisco cosa c'entra e dico che a lui non gliene importava niente. Ma lei continua il suo discorso guardando papà, e dice che in fondo è meglio stare con qualcuno che non gliene frega niente che con gente innamorata follemente di te, perché a lei è capitato ed è stata un'esperienza tremenda.
Papà non capisce cosa c'è di tremendo se qualcuno s’innamora di te e poi dice che possiamo andare a parlare di là perché stiamo più comodi, e appena ci sediamo lei risponde che non puoi nemmeno odiarlo, e intanto accavalla una gamba. Io invece mi sono sdraiato dentro la poltrona di fronte e la osservo, in attesa della prossima frase di uno dei due, e infatti lui dice che odiarlo non gli pare indispensabile, ma Susanna risponde che non sapeva cosa farsene di essere amata per tutto, per il colore dei suoi capelli per le sue manie e le sue debolezze, come diceva quello con cui stava insieme e che penso sia Giorgio, che poi sarebbe un amico anche di Margherita. E aggiunge anche che non c'era più nulla che poteva amare oltre se stessa, e che non sapeva più cosa farsene di tutto quell'amore, perché lui non c'era più. E così l'ha lasciato, anche se non è stata una cosa semplice. Si è messa a fare tutta una serie di cavolate e lui voleva ancora starci insieme, qualsiasi bestialità facesse. Papà allora dice che forse l'altro aveva capito che erano tutte balle, ma lei risponde di no, che non erano balle, che le dava fastidio davvero, anche se gli piaceva ancora e gli voleva bene, ma era diventato come uno specchio.
Papà allora le domanda come dovrebbe essere uno che sa amarla e lei non risponde, tiene sempre la gamba accavallata scoperta e guarda verso la finestra, ma poi rincomincia a parlare e dice che innanzi tutto dovrebbe saper capire tutto quello che in lei non và. Poi dovrebbe essere appassionato, non parlare molto, saper oltrepassare le apparenze e arrivare al suo essere più vero. E poi soprattutto che non dovrebbe essere un tipo permaloso, perché i tipi permalosi non li sopporta.
L'ultima frase la pronuncia cambiando la gamba accavallata. Io continuo a guardarla, ma lei non mi guarda, e papà dice che gli pare un tipo in gamba, ma che magari però, dopo che è arrivato al suo essere più vero, lo troverebbe ugualmente insopportabile, e allora Susanna in questo caso dice che si rassegnerebbe e che prenderebbe il primo tipo con un po' di soldi che le capita e se lo sposerebbe, e mentre risponde fa una faccia seria, come se si fosse già convinta.
Poi stanno un po' zitti e allora io le chiedo se sa giocare a Poker, e siccome risponde di sì propongo di fare una partita e convinciamo anche papà, anche se non lo trova il massimo del divertimento. Così vado a vedere se Margherita sta meglio e se ne ha voglia, perché altrimenti manca il quarto, e lei si sente meglio e ci sta. Poi torno di là prendo il panno verde e le fisches e mi metto a fare le poste. Alla fine prendo anche le carte, ma prima di mescolarle e di farle alzare per vedere chi prende la più alta spengo la luce centrale e lascio accesa solo quella vicino al tavolo per creare l'atmosfera come nei film.




XXIV


Ci sediamo in una delle prime file ed io scorro il programma di sala, che prevede l'esecuzione del quartetto numero cinque opera venti di Haydn e del numero quattordici opera centotrentuno di Beethoven. Lui si guarda intorno e da quando ci siamo seduti ha smesso di parlare. Poi i quattro musicisti appaiono da dietro le quinte, tra gli applausi del pubblico. Fanno un breve inchino ed iniziano ad accordare gli strumenti. Mentre ascolto quelle note sospese mi sento come non mi capitava da tempo e non capisco lui cosa ascolti. Forse riesce a riconoscere qualche passaggio del quartetto che stanno per eseguire e gli è spuntato un lieve sorriso su un angolo della bocca. Guarda attentamente i musicisti e sembra essersi dimenticato di me, perché respira tranquillo come chi sta per addormentarsi e posso scorgere con la coda dell'occhio la sua camicia bianca sollevarsi e riabbassarsi lievemente sotto la cravatta.
C'è un attimo di silenzio e poi attaccano le note del primo movimento, un tempo moderato, piacevole e lievemente pensoso. Lui è completamente immobile e tiene lo sguardo fisso sui musicisti. Anch'io guardo davanti, ma sono distratta, le note scorrono via troppo veloci e non faccio in tempo a sentirle. Mi afferro alla cadenza di una melodia, ma questa subito s'interrompe, fa una specie di ghirigoro, ha una turbolenza, e quando riappare è mutata, ha perso il portamento e si è immalinconita.
La donna davanti a me emana un odore dolciastro, che mi da fastidio. Forse è colpa sua se non riesco a concentrarmi. E poi ha i capelli di un biondo innaturale, un'acconciatura gonfia dove si possono distinguere i capelli più esterni uno per uno nella penombra per i loro riflessi dorati, e allora penso che probabilmente è perfettamente intonata con quel suo profumo fastidioso e leccato. Anche lui emana un suo odore, non troppo forte, ma pungente e caldo, lievemente amarognolo, a suo modo gentile; e con l'odore un senso di pace per quella camicia bianca e tirata sul petto largo, dove non si può scorgere un'irregolarità del respiro, e per la sua faccia attenta, anch'essa larga e solcata da rughe profonde sulle guance. Visto così, di profilo, mi pare anche bello, ed ora percepisco la sua stessa presenza come una cosa rassicurante, una stanza familiare e sicura, con tutti gli angoli pieni di simboli affastellati in un proprio ordine.
Sento che un'altra melodia può di nuovo trascinarmi con sé, ed anche il fraseggio che segue mi pare naturale, nascere senza fatica, incresparsi appena senza complicazioni. E' curioso come tutto quello che abbiamo detto insieme sia rimasto sul fondo, quasi senza importanza, ma lasciando un suo alone, tutto un passato alle spalle, che ha poi assunto un sapore compiuto, e adesso sono contenta che i miei pensieri non mi facciano sentire distratta, che riescano ad accompagnare la musica come uno strumento in più alle prese con le sue variazioni.
Stamattina ho percepito di nuovo il mio corpo come qualcosa di morto, le gambe e le braccia mi sono sembrate appartenere ad una cosa non mia, e il piacere, soprattutto il piacere, è stato tremendamente distante e per l'ennesima volta mi è parso come il presagio d'una solitudine definitiva.
Inizia un altro movimento, fievole e raccolto, tutto l'opposto della sensazione d'essere rimasta sola in una città sconosciuta che sto provando. Questo movimento quasi esita a partire, a trovare il suo scopo; sonnecchia sul bordo di qualcosa senza potervi entrare o poterlo afferrare.
Mi distraggo di nuovo per una folata di quell'odore dolciastro, provando quasi rabbia per questo e sentendola crescere dentro di me, fino a quando non mi accorgo che sta diventando piacevole anch'essa e segue il tempo della musica, che è allegra e vorticosa come la corsa di una ballerina che sfiori chiunque incontri per strada col suo corpo di piuma.
Poi quel movimento finisce all'improvviso come è incominciato e il pubblico applaude. Anche lui applaude, più forte degli altri, generosamente, emettendo un suono scuro e profondo. I musicisti escono dal palco e rientrano poco dopo, inchinandosi di nuovo; poi riescono senza rientrare più, nonostante gli applausi continuino ancora per un po', e lui ha smesso di battere le mani e mi chiede se mi è piaciuto.
Rispondo di sì, trovando la domanda fuori luogo, perché mi pare quasi impossibile esprimere una parere preciso, sebbene la musica un po' la conosca, perché una volta l'ascoltavo piuttosto spesso e da ragazza ho anche studiato tre anni pianoforte. A lui è piaciuto specialmente il terzo movimento, ma anche il primo, e lo paragona a un giovane che conversa con un tono leggero, gesticolando appena e appassionandosi a quello che dice. Si è rimesso a parlare e a me quel suo voler parlare sempre di tutto ora mi sembra una mania, una cosa stupida, un atteggiamento inutile. E questo pur dovendo ammettere che questo pomeriggio e soprattutto questa mattina in certi momenti sono stata molto bene.
Si volta di nuovo verso il palco e rimane ad aspettare come si fosse accorto che non mi va di parlare. Quando buona parte del pubblico si è già alzata mi chiede se voglio bere qualcosa al bar. Non ne ho molta voglia, ma rispondo ugualmente che se vuole possiamo andare. Ma nemmeno lui ha molta sete, e così ce ne restiamo seduti a fissare il palco vuoto. Sembra piuttosto imbarazzato e mi domando cosa si aspetti da me. Comunque dico che mi pare abbiano suonato bene. Solo che non ho molti termini di paragone perché sono anni che non vengo a un concerto. A casa non c'è molto tempo per ascoltare la musica. Lui invece l'ascolta abbastanza spesso. Ha un vecchio apparecchio e alcune registrazioni che si è fatto da solo, anche se le sente di rado. Però qualche volta viene ai concerti. Penso per un attimo di domandargli quali autori gli piacciano di più, ma lascio perdere, per evitare che si metta a parlare di nuovo e poi perché è una di quelle domande alle quali non so mai cosa rispondere. Vorrei sapere anche se ora vive da solo, ma non lo faccio, anche se penso di sì, magari con una sorella che ogni tanto viene ad aiutarlo per le faccende di casa, ma ogni volta mette in ordine e brontola contro il suo disordine, e allora lui si chiude nello studio e aspetta che se ne sia andata.
Comunque decido di cambiare argomento e gli domando cosa sta leggendo in questo periodo, e lui risponde un trattato di psichiatria, come mi aveva già detto, e che a volte gli pare di riuscire a cogliere certe differenze, anche se gli sembrano sempre più fluide, meno definite rispetto alla loro interpretazione scientifica, come se ci fosse una debole barriera tra casi diversi e soprattutto qualcosa che è difficile spiegare, i punti di volta, i motivi per cui scatta un meccanismo piuttosto che un altro. E' questo a lasciarlo soprattutto perplesso: è come nell'inizio di una fuga, può prendere una certa piega, come quella che abbiamo ascoltato, ma potrebbe anche prenderne una completamente diversa, può bastare lo spostamento di un accento, introdurre una nuova voce o scegliere un ritmo leggermente diverso che la situazione cambia radicalmente. E comunque c'è sempre qualcosa che s'incatena da solo, con le mani del proprio capire, e questo forse non vale soltanto per i malati.
Ora con lui mi pare che anche la mia vita sia minacciata, e quella di Alberto, o dei nostri figli. Basta slittare lungo la fuga, svolgere un tema qualsiasi per restare imprigionati nella sua cadenza. Rimango in silenzio a guardare le sedie vuote sul palco perché mi sembra di non avere più nulla da dirgli, sperando che i musicisti tornino presto ad animarle con i loro movimenti, concentrati sulla musica come se tutta la vita si riducesse in quel momento all'esecuzione d'una melodia, dei suoi sviluppi e dei suoi legami invisibili.
Nell'attesa leggo quello che dice il programma di sala sull'ultimo brano. Intanto il pubblico riprende posto e poi accenna ad un applauso quando i musicisti riappaiono dal solito lato. Anche questa volta fanno un breve inchino e perfezionano l'accordatura con alcune note ripetute. Con lo sguardo lui sembra cercare qualcosa nei loro suoni scomposti. Ad un certo momento mi pare che stia per parlare, che abbia emesso un sospiro, ma invece non dice nulla; si è solo accomodato sulla poltrona e continua a fissare il proscenio.  
Un attimo prima dell'inizio, quando loro si scambiano uno sguardo d'intesa, faccio un lungo respiro, e si crea uno spazio vuoto, una specie di cavità musicale, che viene subito riempita dal suono del primo violino, al quale a poco a poco si uniscono gli altri, dialogando e rispondendosi a tono, riprendendo a turno lo sviluppo del tema, sostenendolo o rafforzandolo, lentamente, adagio ma non troppo, aumentando progressivamente d'intensità, con improvvise variazioni, di nuovo languendo, ripensando qualcosa con un filo di voce e poi tornando ad acquistare vigore espressivo. E all'improvviso un cambio di ritmo, l'allegro, scherzoso e vivace, che non sa dove poter riporre quella gioia con la sua energia; gioia immotivata, irragionevole, con delle improvvise cadute, sospensioni presaghe di un'altra più moderata, di nuovo riflessiva, quasi malinconica, che giunge dopo una riapertura perentoria come un fiume da lontano, un canto che si fa più vicino, non destinato a durare, ma a trasformarsi, a tornare pensiero, a scavare al suo interno tanti piccoli vortici, alcuni distratti e irriverenti, di nuovo quasi allegri, ma subito venati di solitudine, accecati da una passione ancora lamentosa, sul punto di piangere, per poi riprendersi, in una lenta fuga con lunghi salti, sospensioni dove sembra di volare, di salire in alto o scendere chi sa dove e lì potersi riposare. E ad un certo punto infatti quella melodia pare posarsi, la sua lenta rincorsa si è appigliata ad esili cose oscillanti, a nulla di solido, per poi accasciarsi ai suoi piedi e trasporsi di nuovo all'interno, in nuovi pensieri, stringenti e sempre più brevi, ed anche i pensieri sembrano appoggiati a qualcosa d'instabile, che oscilla ad un vento sottile dell'anima, che riprende a camminare sulla strada, con tutto il proprio peso, come prima e tante altre volte, cercando d’accelerare, trascinata in avanti dal proprio passo che tuttavia si spegne di nuovo, colpita da qualcosa, forse da un rumore nel bosco o dallo sgocciolio di una fontana, da uno schiocco di frusta che fa riassumere al passo un peso più leggero da portare, una certa speranza, di nuovo facilmente distratta, interrotta, che torna sui propri passi e guarda il cammino percorso, afferrata da una nostalgia che si trasforma di nuovo in un canto, nel tentativo di sentire alta la propria voce, ma che di nuovo ricade, scandita dal violoncello, dal suo caldo segnare il tempo di una caduta, tesa tra quel tempo basso e la melodia dei violini che se ne vogliono uscire all'aperto.
E infatti ci riescono, improvvisamente risuonano verso il cielo, la viola a legare, a conservare per loro il corpo, mentre accelerano quasi spiccando un grido, un'alta nota che muore.
Poi come un vento gelido il presto spazza via tutto quello che resta, ruba le foglie cadute facendole correre sull'erba con un movimento frenetico e accompagnandole con una canzoncina soffocata e puerile, in un'allegria forzata ed instabile, sfuggente come un insetto che agiti in volo le deboli ali di un corpo eccessivo.
Il corpo allora discende placandosi, raccolto nell'ombra di un grande albero ad osservare il lui impazzito di prima, accecato dalla sua fuga. Si placa e raccoglie in sé stesso fino a quando non ritorna il pensiero ossessivo, che quella gioia sia possibile e che debba essere urlata, agitata nell'aria con movenze leggere. E questa possibilità ribadisce una volta, più volte, consumando la materia del suono e lasciando che il vento la sospinga disegnando i propri arabeschi tra i rami, fino a chiuderla in una gabbia austera da dove quell'urlo non possa sparire.




XXV


Raccolgo le fisches e le distribuisco con calma sulle rispettive colonnine. Susanna intanto ridà le carte. Sta vincendo anche lei, ma un po' meno di me, mentre papà e Margherita sono in perdita secca. Comunque mi sembra che si stiano divertendo abbastanza, perché ogni tanto ridono e fanno gli spiritosi. Invece io sono concentratissimo, non perdo una mossa, anche se forse è inutile, perché magari loro pensano ad altre cose e tanto non sanno giocare, e non osano bluffare mai, neanche per sbaglio. Solo papà ci ha provato una volta, ma l'ho scoperto subito, perché aveva un'espressione già rassegnata e gli si leggeva in faccia lontano un miglio che tanto non aveva nulla, nemmeno un tris, che comunque non sarebbe bastato.
Susanna invece ha una faccia strana. Chiede quante carte vogliamo. Forse ripensa a qualcosa dei discorsi che faceva prima. Sembra persino emozionata. Ed anche tesa. Mi piace molto così tesa, perché è magra e le brillano gli occhi, e quasi le tremano le mani, forse perché le è entrato qualcosa e non sa se le conviene rischiare. Comunque non si capisce perché si preoccupi tanto. Il piatto non è molto ricco, e lei non ha ancora puntato. Margherita intanto infila la carta nuova in mezzo alle vecchie, da vera tonta, e quindi le dev'essere entrata una scala a incastro, perché penso proprio che con un full l'avrebbe messa in fondo, anche se non è sicuro. Guarda caso quella che è entrata a me non è a incastro, ma decisamente più alta, perché mi è entrato uno splendido asso di fiori.
Papà guarda le carte che ha in mano come se custodissero qualche profondo segreto, ma non penso che abbia qualcosa, è andato a full e dev'essere rimasto all'asciutto. Susanna invece non sono sicuro: si è presa tre carte e le ha messe accanto alle altre, anche se nel suo caso questo non è molto significativo. Con tre carte ci sta di tutto, e comunque uno scontro con lei non sarebbe poi male e anche se perdo mi piacerebbe vedere la faccia che fa quando mi vince in un confronto diretto.
Allora faccio tremila, tanto per rendermi conto di cosa ha. Papà va via, come previsto. Margherita vede pari pari, e anche questo è in regola. E lei? Cinquemila. Ci penso un po' su. La posta in palio è di circa seimila e quindi forse le è entrato un full. Comunque rischio, decido di rilanciare, e faccio diecimila.
Lei ci pensa. C'è rimasta male e getta un'occhiata a papà, come se lo implorasse di darle un consiglio senza chiedergli nulla. Vorrebbe cavargli fuori un suggerimento a tutti i costi, ma lui la guarda con un'espressione ferma come se pensasse a qualche altra cosa che non c'entra nulla col gioco.  




XXVI      


Sembra che le carte gli debbano cadere di mano da un momento all'altro, perché è distratto, e le tiene con indifferenza. Ma io non sono mai distratta, e tanto meno indifferente. Lui dice sempre che noi ci dobbiamo fare le ossa, ed io in fondo me le sto facendo, o almeno prima o poi imparerò a farmele. In fondo ognuno sopravvive solo se sa incunearsi nelle debolezze degli altri. In fondo siamo soltanto delle zeppe, e ognuno pensa di amare una persona solo fino a quando ne ha bisogno. Siamo come dei supporti, delle leve, qualcosa che s'infila e sposta dei pesi, e anche le opinioni e i desideri, e l'unica cosa sensata è lasciare che tutte le illusioni del mondo si sciolgano come neve al sole perché tanto la vita va avanti lo stesso ed anche meglio senza di loro.
Con questa luce bassa sul tavolo mi sento ancora più pallida. E per fortuna che non mi sono truccata quasi per niente, altrimenti ora sarei proprio patetica, e comunque Susanna mi scruta come se lo fossi. Forse è insicura, non sa prendere una decisione. Rispetto a tutte quelle strafiche idiote che ci sono in giro non c'è proprio paragone, anche perché di loro puoi sempre prevedere le mosse con largo anticipo, mentre lei almeno ti riserva sempre qualche sorpresa.
Ora guarda papà in un modo furbetto, sembra quasi che gli piaccia, e non c'è da escluderlo a priori, perché in fondo è un bell'uomo, ha un aspetto ancora abbastanza giovane e un certo fascino. Lui ha scartato due otto, probabilmente per tenersi due figure ed un asso, ma come al solito lo ha fatto senza convinzione, perché tanto dice sempre che i full non gli entrano mai, e quelli d'assi meno che mai, e gli unici fulletti che gli ho visto mettere insieme sono solo serviti a fargli perdere poste più alte. Invece io ho chiesto una sola carta, rinunciando a un misero nove che tuttavia mi faceva coppia. La scala a incastro più non mi entra e più mi ostino, come del resto per tutte le altre cose.
Chi sa dov'è finita mamma. Tanto l'ho capito subito che stamattina era strana, perché quando qualcosa va storto lo capisco immediatamente e non ho bisogno che gli altri mi spieghino niente. Quell'idiota di Andrea ora si sta sicuramente scopando una di quelle fighette amiche di Claudio, ma tanto è chiaro che la cosa rode anche a lui, e sicuramente finirà col sentirsi più scemo del solito, per non parlare poi di come starà male tutta la prossima settimana, e probabilmente anche quella dopo, e poi quella dopo ancora... in pratica per tutta la vita, con un'accentuazione dello strazio verso il trentesimo anno, quando scoprirà sicuramente d'essere un fallito completo.
Incredibile!...  mi è entrata!... ho pescato un jack e la scala a incastro è entrata!... e questa è chiaramente la prova che ho ragione e che Andrea si renderà presto conto d'essere un fallito, forse anche prima dei trenta, probabilmente fin da questa sera ... e con una certezza irreversibile.
Papà guarda Alfredo con un'aria molto compiaciuta, come se essendo suo figlio stesse vincendo anche a suo nome, anche se probabilmente non si ricorda bene da dove prende tutti quei soldi.
- Tremila - fa lui, e Papà non vede. Io è chiaro che devo vedere per forza, anche se con la scala ad incastro non è tanto sicuro, ma se non vedo questa volta è inutile che giochi. E Susanna? Ci pensa su, è sempre più indecisa.
- Cinquemila - dice alla fine, e mette il fiscione rettangolare sul piatto.
Ora è Alfredo ad essere in difficoltà.  
- Diecimila - fa senza battere ciglio, perché lui quando gioca non si scompone d'un millimetro, sembra un vero professionista, e non si capisce mai nemmeno se bluffa. Io devo andarci per forza, e mollo l'ultimo fiscione, ma invece Susanna ci pensa. Guarda papà, gli getta un'occhiata vagamente seduttiva, e lui non le sorride nemmeno, come se non volesse darle il consiglio giusto per vedere che faccia fa. Lei ci pensa ancora qualche istante e poi aggiunge cinquemila lire di fishes sul piatto.
- Scala all'asso - dice Alfredo appoggiando sul tavolo le carte senza tradire la minima soddisfazione. Susanna controlla, fa un'espressione desolata e poi cala sul tavolo due miseri jack con dieci.
Non dico nulla nemmeno io e scopro tristemente la mia sudata scaletta, con in testa il re di quadri in cui avevo riposto tanta fiducia, e poi rimango a guardare Alfredo che ammonticchia con grande calma le fisches sulle rispettive colonnine che ormai stanno in piedi per scommessa.




XXVII


Il pubblico applaude di nuovo e i musicisti, dopo un prolungato inchino, escono una prima volta. Quando rientrano per raccogliere un'altra dose d'applausi mi guardo intorno e dapprima è solo un'impressione, ma poi mi volto indietro verso la mia destra e guardo meglio, ed è proprio lei, la donna del ristorante, tanto composta ed elegante che sembra immobile, sebbene applauda energicamente. Allora con un gesto istintivo allungo la mano e gli afferro il braccio.
- C'è quella signora del ristorante... alcune file più indietro, sulla destra - dico indicandola con lo sguardo. Non si tratta di una notizia che giustifichi una qualche meraviglia, ma ho la sensazione che quella presenza lo riguardi, e che in un certo modo riguardi entrambi.
Lui si volge dalla parte che gli ho indicato, ma poi torna immediatamente a guardare verso il palcoscenico, senza fare alcun commento né mutare espressione. Subito dopo però appoggia la sua mano sulla mia. La cosa mi stupisce, e tuttavia mi pare naturale. Lascio che le dita di lui scivolino tra le mie ed anche questo mi sembra perfettamente naturale, come se non fosse la prima volta e quella mano pesante mi fosse familiare. Buona parte del pubblico è già in piedi ed alcune persone hanno smesso d'applaudire e stanno uscendo dalla sala, ma lui continua a tenermi la mano senza fare niente, fino a quando non si avvicina con il viso sussurrandomi che forse possiamo andarcene. Annuisco e lui mi lascia la mano per prendere i soprabiti che sono sulla sedia accanto e dopo avermi porto la mantella si alza in piedi per infilarsi il cappotto. Quindi c'incamminiamo verso l'uscita risalendo un corridoio laterale. La signora cammina davanti a noi e la sua testa con i capelli raccolti dietro la nuca emerge sopra le altre che procedono in fila e sembra appoggiata sulla sommità del collo esile e candido di una statua.
Quando raggiungiamo l'atrio dell'auditorio ci accorgiamo che fuori piove a dirotto. Un rivolo d'acqua mi scorre davanti ai piedi gorgogliando lungo il bordo del marciapiede e della donna non c'è più traccia. Sui gradini lui si toglie il cappotto per ripararmi dalla pioggia e ci mettiamo alla ricerca di un taxi. Continua a tenere il cappotto sollevato sulle nostre teste e mi fa segno di spostarci un po' lungo il marciapiede. Quando giungiamo davanti alla fermata ne è appena partito uno e così rimaniamo ad aspettare sotto la pioggia. Altre due persone che sono arrivate dopo di noi riescono ad anticiparci prendendone al volo un altro che si è appena fermato, ma per fortuna ce n'è uno subito dietro e lui riesce a chiamarlo alzando la mano.
Do l'indirizzo al tassista, mentre riparte, e proprio un attimo dopo, guardando fuori dal finestrino, la vedo di nuovo. E' ferma sotto la pioggia e ha i capelli bagnati, perché non accenna a ripararsi in alcun modo. Continua ad osservare noi che ci allontaniamo e ho l'impressione che ci abbia sorriso. Allora mi volto e mi accorgo che anche lui si è voltato indietro, ma sul suo viso non c'è alcun stupore, solo un'espressione amara e contratta che non riesco a capire.
Potevamo farla salire con noi. Spero nel suo assenso e cerco di decifrare la sua espressione, e lui chiede al tassista di tornare indietro fino alla fermata, anche se ci vorrà un po' di tempo perché non può fare subito la conversione.
All'improvviso una sicurezza nuova si fa luce, la certezza di essere riuscita finalmente a cogliere quello che sento. Poi osservo di nuovo l'espressione di lui e noto che è rimasta immutata, senza un accento, distante come non era mai stata in tutto il giorno.
Quando il taxi raggiunge il luogo dove l'abbiamo vista la signora è di nuovo scomparsa. Apriamo i finestrini e la cerchiamo con lo sguardo da tutte le parti, ma senza riuscire a vederla. Il tassista nel frattempo ha disinserito la linea del radiotaxi ed un brano di musica jazz risuona nell'auto insieme al rumore della pioggia.
Dice al tassista che possiamo andare rinunciando a cercarla ancora. Richiude lentamente il finestrino, in silenzio, e anche a me sembra di non aver più nulla da dire. Quella musica jazz rimbalza dentro l'auto risuonando come il grido di chi si è perduto pur essendo ancora vicino, insieme all'impressione di poter di nuovo sfiorare la vita senza doverla per forza afferrare. Ripenso ad Alberto, che ormai se ne sta ripiegato su sé stesso, e a me che devo procedere come un'equilibrista, in bilico tra tutto quello che sempre minaccia di scomparire e il desiderio di trasformare ancora questa minaccia, forse solo perché non so più cos'altro amare e posso solo andare avanti giorno per giorno, mentre ora mi trovo in macchina con un uomo che si sta eclissando, che è apparso all'improvviso nella mia vita e già scompare, come una cosa mai nata, o non ancora completamente nata, come me, che ho sempre compiuto tutti i passi necessari, con passione e prudenza, e un giorno ho incontrato la mia ombra, la vita senza trucchi di una donna sola, capitata lì per caso, sotto la pioggia, ombra di un'altra ombra, a ricordarmi che mi trovo sospesa su un'isola sopra la terra e tutto il resto scorre di sotto, gli alberi e gli uomini, e che posso solo accettare l'affievolirsi di ogni legame, tranne quello con i miei figli, cui tutto resta ad ogni modo ancorato, traendosi avanti necessariamente per una forza misteriosa, per la stessa forza che tutto fa sempre ruotare sotto la volta del cielo.
Chiudo il finestrino. Ormai siamo vicini a casa e accanto a me lui continua a tacere. Guarda fuori le luci della strada rifrangersi sulle gocce d'acqua che sul vetro si spostano oblique e poi volano via, muto come se avesse un delitto sulla coscienza o reggesse sulle spalle un dolore non soltanto suo, e allora quel sospetto di prima si fa luce, si fa strada un'idea che potrebbe restituire a tutta la giornata il suo contorno definitivo.
- Chi era quella donna? - chiedo quasi soprappensiero, senza guardarlo.
Lui dapprima non risponde, né muta posizione; ma poi si volge lentamente verso di me, fissandomi per un attimo negli occhi e socchiudendo leggermente la bocca per rispondermi. Ma non ne esce alcun suono e le labbra si richiudono senza emettere un respiro.
- Era sua moglie - dico allora io, ma non a voce alta, lo sussurro soltanto, anzi, forse nemmeno, mi limito a pensarlo mentre fisso il tergicristallo che davanti spazza via piccole ondate di pioggia, ma lo penso per un attimo con un'assoluta certezza nella voce.
Non mi risponde, non può aver sentito, ma dopo qualche istante muove di nuovo la bocca come se facesse fatica ad articolare le parole, e poi riassume la sua espressione di prima guardando la strada.
Il taxi si ferma davanti al portone di casa e la musica jazz con la macchina ferma mi sembra stonata. Non so bene come mi sia venuto in mente, ed ora non posso dire più nulla. Ad un certo punto mi è parso chiaro, quella frase mi sembra assurda e non riesco a capire dove abbia trovato la forza per pronunciarla con tanta decisione, dentro o fuori di me ha poca importanza, e ora il suo silenzio mi sembra una conferma.
Dico che sono arrivata, che spero di rivederlo, che quando vorrà venirmi a trovare mi farà piacere, senza volerlo mentre vedo gli occhi del tassista nello specchietto retrovisore che ci guardano. Allora cerco un'altra frase per congedarmi, ma non la trovo, e alla fine gli porgo la mano, anche se in realtà vorrei abbracciarlo, forse solo per gratitudine o farmi perdonare qualcosa, sebbene non capisca il suo silenzio, mentre lui mi sorride di nuovo come questa mattina stringendomi la mano e trattenendola nella sua, ed io rispondo a quella stretta, gli lascio la mia mano, vorrei lasciargliela e andarmene via perché non sono più convinta di nulla.
Alla fine dico che devo proprio andare, aprendo lo sportello, ma appena fuori voglio guardarlo ancora e precisare che per me è stata una bella giornata. - Anche per me - risponde lui, senza aggiungere nient'altro, ed io finalmente riesco a sorridergli per un attimo. Poi richiudo subito lo sportello e mi precipito fuori correndo sotto la pioggia verso il portone.




XXVIII


Tre donne, dico mostrando le carte. Buoni... va bene, mi arrendo... è tardi, risponde papà appoggiandosi allo schienale della sedia e restando in bilico come faccio sempre io. Poi dice che è l'ora che paghi i suoi debiti e che perde due poste e mezzo, se non sbaglia, e infatti non sbaglia, perché due le deve a me e mezza a Susanna, perché Margherita in pratica è andata pari.
Mi chiede di prendere il portafogli nella giacca all'attaccapanni e io mi alzo subito, mentre Susanna gli dice di lasciar stare, che si rifaranno un'altra volta, mentre io appena torno contando i soldi che ha nel portafogli gli chiedo perché non ha più bluffato e lui dice che bisogna essere un po' ispirati per bluffare, e oggi non lo era. Infatti ha perso, e così deve tirare fuori ventimila lire per me e poi darne dieci a Susanna, che però non ha da fargli il resto. Allora dico subito che ce li ho io da cambiare e estraggo dalla tasca dei jeans un po' di fogli da mille accartocciati. Margherita intanto si è alzata per andare in cucina a bere un bicchier d'acqua e noi sentiamo il rumore della chiave nella serratura. E' mamma, e appena si affaccia in sala papà le chiede dov'è stata e lei risponde a fare una passeggiata, e intanto torna nel corridoio per posare la borsa sulla sedia. Io la seguo e intanto Margherita riappare dalla cucina e le dice che è bagnata mézza, osservandola per cercare di capire di che umore è, e lei risponde ora mi asciugo, senza incrociare lo sguardo di nessuno, e poi si riaffaccia in sala e saluta Susanna, che prima si era dimenticata di salutare, e anche Susanna la saluta. Poi mamma se ne va in camera e io allora torno a sistemare i miei soldi; lui invece la segue subito, senza dire più nulla, ma si dimentica di chiudere bene la porta e dalla sala si risente la sua voce che le domanda perché non gli dice dove è stata, e lei invece di rispondere esce con l'accappatoio, tenendo in mano il vestito bagnato infilzato in una cruccia per appenderlo nel bagno, senza guardare nessuno e senza parlare, ma siccome lui la segue anche lì e si ferma sulla soglia allora mamma dice niente di particolare, che ha solo fatto una lunga passeggiata ed è stata a sentire un concerto, e quando le domanda se c'è stata da sola lei risponde di no, e poi chiude a chiave la porta e si sente che apre il rubinetto della doccia.
La tua mamma mi sembra un po' incavolata, dice Susanna, e Margherita risponde che può darsi, ma non mi sembra abbia molta voglia di parlare. Io intanto sono andato a sedermi sul divano con i miei soldi in tasca e le guardo in attesa di sentire cosa si dicono. Ma non dicono più nulla. Margherita rimette a posto le carte stando zitta e l'altra la osserva stando zitta. Poi Susanna dice che forse è meglio che vada a ripassare storia, perché ha l'impressione che quella strega domani la interroghi, e Margherita l'accompagna alla porta, ma prima infila le carte nel cassetto della credenza, e mentre si gira ha un'aria triste come una che non ha voglia di spiegare nulla a nessuno. Ogni tanto le capita e allora fa una faccia secca e la bocca le si rimpicciolisce come se le mancasse la saliva. Nell'ingresso porge la giacca impermeabile a Susanna, che le da un bacio, e lei l'abbraccia dicendole di non preoccuparsi per domani, che tanto a storia ci sono due volontari. Io allora passo apposta dal corridoio e dico ciao, buona notte, facendo finta di andare in camera, cioè andandoci veramente ma solo per passare dal corridoio e salutarla. Lei mi risponde dicendo ciao anche lei, ma a guardarla non mi volto, e appena la porta si richiude torno subito di là, dove Margherita prende la rivista bagnata che esce dalla borsa di mamma e va a sfogliarla sul divano di sala, aspettando gli avvenimenti della serata, e cioè l'ora di cena. Io la seguo e accendo il televisore. Poi mi siedo sulla poltrona, in attesa che inizi "Domenica Sprint". I momenti di attesa prima della sigla mi piacciono e poi ho simpatica quella che presenta, perché non fa tante smancerie ed ha un bel sorriso, ed è anche molto carina con quello pelato che presenta insieme a lei. Sento il rumore della porta dello studio che si chiude e penso che papà deve essercisi chiuso dentro e che quindi la cena ritarda e che posso tranquillamente finire di vedermi tutti i gol della giornata. Sarebbe stato molto meglio se il Milano avesse vinto, ma invece ha pareggiato, e per oggi bisogna accontentarsi. Per distaccare tutte le altre ci vuole un po' di pazienza, ma lei mi chiede di abbassare il volume, anche se secondo me non le da affatto fastidio. Lo fa soltanto così, per farmi capire che non si dimentica mai di rompere. Tiene gli occhi sulla rivista bagnata e sfoglia le pagine stando attenta a non staccarle, e in quel momento mi scappa detto che Susanna è simpatica, e lei subito dice che se mi piace posso dirlo, che non c'è niente di male. Ho detto solo che è simpatica, dico io, perché non sopporto quando vuol dirmi cosa penso, ma lei ripete che non c'è niente di male se mi piace. Anche a lei piaci, fa poi con una faccia molto furba e indifferente mentre continua a leggere. Io non dico più nulla, perché tanto quando fa così è meglio lasciar perdere, ed anche perché è finalmente iniziata la sigla. Dopo le solite chiacchiere d'introduzione fanno vedere i risultati della schedina ed io mi volto un attimo, perché con la coda dell'occhio vedo mamma che passa nel corridoio con i capelli raccolti dentro un asciugamano viola per tornare in camera sua. Quando si mette gli asciugamani in testa mi sembra sempre un fantasma, una che potrebbe fare qualsiasi cosa, anche strangolare qualcuno, specialmente quando fa una certa faccia e guarda a diritto davanti senza sentire quello che le si dice. Poi iniziano i servizi sulle partire e il primo ovviamente è quello sul Milan ed io conto le occasioni che ci siamo mangiati, anche se in effetti se n'è mangiata qualcuna anche la Roma, mentre dalla camera sento dei rumori. Anche Margherita alza la testa, perché si è accorta che papà ha chiuso la porta. Ora non potrà più sentire cosa si dicono e per capire cosa succede dovrà immaginarselo. Mi chiede di abbassare un altro po' il volume e continua a sfogliare la rivista come se non le importasse nulla. A volte recita bene, riesce a non fare davvero nessuna espressione, e fa anche tutta una serie di piccole stronzate per far credere che lei in un certo senso è superiore a tutto. Però nonostante le voci della televisione sento che di là parlano, e naturalmente anche lei. Parlano piano apposta, ma non sanno regolare il volume. Tutto sommato è molto meglio quando s'arrabbiano tranquillamente e urlano, perché allora non si crea quella cappa di piombo che può durare per giorni. Ma all'improvviso, proprio mentre intervistano i nostri, la porta della camera si apre e mamma viene di qua a passi veloci e poi chiede a Margherita se è vero che si è sentita male, con un tono un po' arrabbiato, come se fosse colpa sua, e lei risponde che ha solo vomitato e invece di dare altre spiegazioni le domanda cosa ha fatto lei, cercando di prenderla in contropiede. E mamma dice niente, un giro con un amico, che non conosce... e vuol sapere cosa ha bevuto. Margherita allora dice solo un po' di Whisky e coca, alla festa di Claudio. Mamma se la guarda per un istante in silenzio, cercando di stabilire se non ha fatto qualcos'altro e poi si volta verso di me chiedendomi se ho finito i compiti, e quando le rispondo di sì va in cucina e dice che se vogliamo mangiare qualcosa possiamo anche incominciare ad apparecchiare.




XXIX           

   
Ceniamo che sono le nove passate, con dell'insalata e l'arrosto avanzato da oggi. A tavola non diciamo molto e appena finiamo papà torna subito nello studio, mentre Alfredo porta in cucina l'oliera e il cestino del pane e poi se ne va in camera sua. Invece io continuo a sparecchiare insieme a mamma e lei mi chiede se ho litigato con Andrea mentre raccoglie i tovaglioli di carta sporchi.
- Un po', ma non mi va di parlarne - dico io, che in effetti non ne ho proprio voglia. Portiamo in cucina le ultime cose e sistemo i piatti nella lavastoviglie. Lei non mi domanda più nulla e in fondo mi dispiace; ma ormai è già andata in camera e probabilmente era destino che non riuscissimo a parlare. Ha sulla faccia una specie di taglio un po' dolce e un po' severo che le passa sulle labbra e mi pare un'espressione nuova. Avrei voluto parlarle, ma lei non ha insistito ed anche questo non è tanto normale. Così guardo un po' la televisione dove non c'è nulla d'interessante e poi decido di andare subito a letto. In camera mi spoglio, m'infilo il mio pigiama preferito, quello con due gatti sdraiati sulle tette che si guardano facendosi gli occhi dolci, ed entro sotto le coperte, da dove accendo la luce sul comodino. Quindi apro il libro di Stendhal al segno dov'ero rimasta. Julien è appena entrato nella camera della signora De Renal, dove un lume da notte arde accanto al caminetto acceso, e lei lo rimprovera per l'imprudenza. L'idea di poterle non piacere gli pare in quel momento il peggiore dei mali. Io immagino il suo viso delicato, i suoi lineamenti sottili, aspri e appassionati. Assomiglia ad Andrea solo in parte, perché la sua espressione è turbata, ma anche più sicura e attraversata da una decisione assoluta. Si avvicina al suo letto lentamente, senza far rumore, e si ferma in piedi davanti a lei, guardandola senza parlare, mentre lei può vedere il suo viso illuminato dalla luce sul comodino che trema soffusa come quella di una candela. Julien si piega sul suo corpo e lo stringe per un attimo dentro le coperte, ma la signora De Renal non reagisce in alcun modo, fingendo di dormire. Allora lui si alza in piedi e con un gesto rapido solleva le coperte, rovesciandole sul pavimento. Lei sotto è completamente nuda: le gambe e il busto leggermente piegati su un fianco e i seni gonfi, protesi verso di lui, che con pochi rapidi gesti si è sfilato i vestiti. Ora posso vedere i muscoli asciutti delle sue braccia stagliarsi nella penombra accanto al costato e per un attimo immagino che la sua bocca sia attraversata da una smorfia cattiva. Appena avverto il contatto delle labbra sento tutta la tensione del corpo dischiudersi, mentre le mani di lui mi sfiorano leggere e dure lungo il collo e poi scendono fremendo sui fianchi, sulle cosce e sul sedere, libere da ogni timore, e io sono certa che quelle dita impazienti non si sarebbero fermate di fronte a nulla. Poso il libro sul comodino spengo la luce e faccio scivolare l'altra mano tra le gambe, che l'accolgono stringendola, ma che si riaprono subito dopo formando un angolo ampio come un lungo respiro. Lascio che i polpastrelli delle dita accompagnino l'immagine di quel viso sconosciuto nel buio e sento la leggera pressione del corpo di lui avanzare sul seno come se potesse sollevarmi all'improvviso, farmi perdere ogni peso o sprofondarmi in una morbida discesa senza fine. Poi sento il rumore della porta dello studio che si chiude e i passi di papà che gira per casa, ma non mi lascio distrarre. La mia mano continua a muoversi ritmicamente, accompagnata dalla musica di oggi pomeriggio alla festa e per un istante la bocca chiusa sul mio viso è quella di Andrea, perché ne riconosco distintamente l'odore della pelle ed anche il sapore. Allora mi abbandono con rabbia alla prepotenza di lui, lo assecondo completamente in una specie di sfida, ma quando avverto nella forza che mi tiene ferme le mani una volontà cieca che non mi vede, che non riesce a vedere il mio corpo ed il viso e che mi stringe senza toccarmi, come se io quasi non ci fossi, il piacere slitta di colpo, rimane senz'alone, diventa subito meccanico e scontato e allora richiudo le gambe con un senso di fastidio improvviso che viene in parte accentuato dalla presenza della mia stessa mano, che ora percepisco come un'intrusa. La tolgo e mi rannicchio su un fianco, con le gambe strette, mentre sento dall'altra stanza le voci dei miei che parlano con un tono normale, come quello di tante altre sere, e mi sembra di non potermi aspettare più nulla dalla vita e che tutti i desideri siano come delle fantasie che servono solo ad occupare un posto vuoto.




XXX     


Ripiega i pantaloni sulla sedia continuando a farmi domande. Non ho molta voglia di rispondere e continuo a tenere il libro aperto, pronta a ricominciare a leggere. Ma lui insiste e mi chiede ancora di cosa abbiamo parlato mentre si toglie la camicia. Rispondo che abbiamo parlato di molte cose, anche delle stoviglie del ristorante, che erano antiche e decorate a mano, mentre lui riempie la stanza con i gesti meticolosi di ogni sera e non rimane nemmeno troppo stupito quando gli dico che non conosco il suo nome.
- Insomma... un tipo simpatico - commenta con una specie di sospiro un po' infastidito mentre entra nel letto.
Gli dico che quando ci siamo salutati ho avuto l'impressione che fosse una persona stanca, ma capace di parlare della felicità come se la si potesse incontrare per strada. Nel frattempo lui ha preso un giornale dal comodino e lo sfoglia senza leggerlo, e poi avanza delle riserve dicendo che bisogna diffidare di quelli che parlano troppo della felicità, perché la felicità non è da prendere tanto sul serio. Quelli che credono d'essere felici secondo lui sono persone gravi, vivono come se trasportassero un bicchiere pieno che al minimo movimento potrebbe traboccare o rompersi, e tutto questo lo dice tranquillamente e con distacco mentre continua a sfogliare il giornale. Solo a un tratto solleva lo sguardo verso la finestra per controllare se le imposte sono ben chiuse, perché non sopporta quel raggio di sole che la mattina a volte gli cade sul viso.
Richiudo il libro, appoggiandolo sulle ginocchia, e dico che per questo se ne può avere paura, ma secondo lui non ha molto senso cercare di trovarla parlandone. Rispondo che parlarne non serve a trovarla, ma solo ad essere pronti a riconoscerla quando la si sente arrivare, ma lui dice che ad un certo punto non la si sente nemmeno più arrivare, perché è fatta com'è fatta, e non si muove, e intanto posa il giornale per terra e spenge la luce dalla sua parte. Anch'io poso il libro sul comodino e spengo la mia. Poi restiamo in silenzio. Senza riabbassare il cuscino rimango supina, appoggiata alla testiera del letto, e posso sentire il suo respiro. Respira regolarmente, ma troppo veloce. Penso che non si addormenterà subito come gli riesce quasi sempre quando è stanco, e che resterà come certe altre volte accanto a me senza dormire e senza poter dire nulla, e invece dopo un po' sento la sua mano che mi accarezza i capelli, ma non mi muovo, non trovo alcun motivo per muovermi, e tuttavia vorrei che continuasse, ho quasi il terrore che ritiri quella mano e vorrei prenderla per trattenerla, ma non lo faccio e mi limito ad allungare leggermente le braccia distanziando le dita sopra le coperte. Allora rivedo sotto la pioggia il sorriso della signora e mi pare di nuovo un presagio di solitudine. Lui ritira la mano e la infila con tutto il braccio sotto il lenzuolo, ma in compenso si volta completamente di fianco verso di me e sento che mi fissa nel buio con il suo respiro troppo veloce.
In macchina che quella donna fosse sua moglie mi era parso evidente, e anche se si trattava di un'idea assurda il suo silenzio e la sua espressione avevano avuto il sapore d'una conferma. C'era un'ombra nel suo modo di parlare, nelle cose che diceva, come se fossero l'eco di un fallimento doloroso; ma a tratti mi è parso anche pronto a vivere di nuovo, oppure non era vero e si limitava solo a mettere a posto le caselle della sua vita, a farne un rendiconto spietato a me che non c'entravo nulla, tanto per renderlo più oggettivo o riceverne una sanzione definitiva. Ma perché proprio a me?... Forse solo perché gli ero piaciuta e magari gli ero sembrata un tipo che sapeva ascoltare, che non aspettava altro che poter ascoltare.
Immagino di trovarmi di nuovo nel parco, seduta su quella panchina, da sola, e mi pare di volerci rimanere per sempre. L'aria è fresca e posso vedere il mio respiro, ma non ho freddo e ci sto bene. Intorno non c'è nessuno e si sente soltanto il suono della fontana che si trova vicino al laghetto, un rumore di passi lontano, sulla ghiaia del selciato, e poi più nulla, solo le foglie addormentate che stormiscono sfiorandosi nel buio, come se confabulassero tra loro sommessamente per non disturbare i loro padroni, i grandi tronchi oscuri ed i rami silenziosi che incutono rispetto con quelle ombre distese sui prati a dormire anche loro. Alcune abbracciate fanno nodi di cui non si vede la fine, si stringono sull'erba bagnata dalla luna per non farsi portar via dal vento leggero che le fa lentamente oscillare, che le vorrebbe sospingere chissà verso dove.
Mi viene voglia di sdraiarmi sul prato e di fare all'amore con qualcuno che non conosco, un essere aitante e leggero, una pura apparenza, ma invece vedo lui e la signora abbracciati in un angolo, sotto un grande platano, raggomitolati in una persona sola. La capigliatura raccolta di lei sotto la luna emerge dall'ammasso scuro dei loro corpi con dei riflessi dorati, mentre il viso dell'uomo scompare sul suo seno, perché quel viso si capiva che era destinato a sprofondare e ad annullarsi in qualcuno.
Il respiro di Alberto ora si è allungato, come se anche lui fosse finalmente disceso nel parco per ascoltare i rumori della notte e percepirne tutte le insidie. Non ha molta importanza che la signora non sia sua moglie: io l'ho pensato, ho pensato a loro due come ad un incastro perfetto, dal quale sono stata esclusa tutto il giorno. A volte pensare cose stupide ne fa capire altre ed in questo modo ho incontrato il mio desiderio, in una forma assoluta, come nei sogni, dove non sopporta a volte d'essere vissuto in prima persona. Invece è apparso di lato, al di fuori e vissuto da altri, e così non mi ha ingannata, mi ha indicato la strada senza determinare nulla, senza causare o significare null'altro oltre a quello che mi ha permesso di capire e provare. Sento un po' freddo e scivolo meglio sotto le coperte, voltandomi appena su un fianco, dalla parte di Alberto che ora sembra essersi addormentato. Il vento fresco del parco lo sento sul viso e mi pare di percepire anche il profumo dell'erba bagnata; poi ripiego le ginocchia e metto il naso sotto il lenzuolo, fino a quando non avverto sugli occhi il tepore umido del mio respiro.




XXXI


Finisco di rileggere un vecchio Diabolick e poi m'infilo tutto sotto le coperte. Ma non riesco ad addormentarmi e ripenso alla partita, perché ripensare alla partita in genere mi fa dormire. In casa non c'è nessun rumore e mi torna in mente un film western che ho visto a scuola qualche giorno fa e la scena di un indiano che stava per uccidere un soldato dell'esercito americano, ma che quando stava per trafiggerlo invece lo ha risparmiato. Forse gli è sembrato troppo giovane per essere ucciso, perché era stato giovane anche lui e in fondo quel soldato non aveva colpa dell'attacco al villaggio. Ma poi mi torna in mente che lui riconosce al collo del soldato l'amuleto che aveva regalato alla ragazza e allora capisce che lei stava con lui, che magari si erano messi insieme, e quindi pensa che non può farlo fuori, nemmeno se è uno di quelli che gli ha massacrato il villaggio.
Domani porto a quella nuova d'italiano le poesie. Mi sembra strano averle scritte, anche perché non lo avevo mai fatto. All'ultima ora c'è educazione fisica e forse il professore ci farà giocare a pallone. Se faccio io le squadre scelgo Matteo e Stefano, e dopo anche Filippo, anche se non è molto forte, perché Filippo è comunque il più simpatico di tutti.
Domani è lunedì e a parte quell'ora di educazione fisica il lunedì è il giorno più brutto della settimana. Poi viene il martedì. L'orario di scuola è anche peggio. Il mercoledì invece è buono, perché ci sono anche musica e religione, e dopo la settimana incomincia a finire. Il sabato si avvicina, e poi arriva la domenica. La domenica è il più triste dei giorni, nonostante il campionato. Specialmente la sera. Tutti ripensano a qualcosa, cambiano idea su qualcosa. A volte anche le altre sere sono così, ma non come la domenica. La domenica sera tutte le partire sono finite e il risultato non può più cambiare; tutti i gol sono stati fatti e tutti i tiri sbagliati sono sbagliati per sempre.
Alla fine del mese facciamo la gita a Ravenna ed io dormirò in camera con Matteo e con Stefano, ci siamo già messi d'accordo. Poi faremo quelli scherzi a Marta e Francesca, che saranno in camera insieme; tanto quella di scienze ha già detto che lei vuole dormire e non si accorgerà di nulla.
Finalmente Margherita ha capito che Andrea è uno stronzo. Ci mette sempre un sacco di tempo per capire le cose, anche quelle più facili. Io l'ho capito dal primo giorno che l'ho visto. Si capiva da come parlava, ed anche da come mi guardava. Mi guardava come uno che non si fida, che pensa tu possa rovinargli la festa, e quindi era chiaro che era uno stronzo e che non gliene fregava nulla, neanche di lei, anche se lei se lo merita perché in fondo c'è stata come una scema.
Mi volto su un fianco e aggiusto la testa sulla parte più fresca del cuscino, infilandoci il braccio sotto. Così posso sentire il battito del cuore, il sangue che pulsa nell'orecchio con un rumore che impedisce di pensare a qualcos'altro. Sento solo il suo ritmo regolare e se faccio attenzione anche le pause. Se aumento l'attenzione il colpo successivo ritarda, lo spazio è come se si dilatasse, ed anche quando faccio un respiro più lungo. Provo a farne uno molto più lungo degli altri e il rumore del sangue smette di battere, c'è un lungo silenzio che mi pare infinito e per un attimo ho l'impressione che il cuore si sia fermato; ma non appena ricomincio a respirare riparte subito, più veloce di prima. Allora tolgo il braccio da sotto il cuscino e lo distendo nel vuoto. Ora se ne sta lì, scoperto e sospeso per aria, e qualcuno potrebbe anche tagliarlo e portarselo via perché mi sembra indifeso, senza forza e mezzo addormentato, come se non fosse neanche più mio. Invece penso di essere uguale a quel braccio, appeso al resto del corpo, solitario nello spazio sconfinato, senza conoscere nessuno, tutte le persone come se non ci fossero più, ed io da solo, senza poter chiamare aiuto. Invece provo a chiamare sottovoce il nome di Margherita, ma anche quello mi sembra irreale, che non significhi più nulla. Nemmeno la domenica significa più nulla, è un giorno come gli altri, e neanche vincere o perdere, fare un gol, vedere la rete gonfiarsi. Ma questo lo penso solo per un attimo perché mi sembra subito troppo assurdo, e così la sensazione finisce. Rimetto il braccio sotto le coperte e riapro gli occhi per rivedere gli oggetti della stanza. Non mi muovo e me ne sto fermo nel caldo del letto, mentre fuori deve essere molto freddo, perché persino la luce della strada sembra che tremi.
Sento dei rumori nella camera dei miei, e poi i passi di papà, i soliti passi veloci che vanno verso lo studio, dove scompaiono subito sopra il grande tappeto cinese che attutisce tutto. Allora ripenso a Monica, al suo sguardo calmo e perfido mentre quella di matematica la interroga e lei non fa una piega, e mi viene subito voglia di accarezzarle le cosce e di baciarla sulla bocca. Mentre risponde impassibile a tutte le domande di quella di matematica le metto una mano tra le gambe e lei mi lascia fare. Io me ne sto accucciato sotto la cattedra e la professoressa non può vedermi, mentre tutti gli altri mi vedono ma non dicono nulla perché in fondo vorrebbero farlo anche loro. Lei si muove appena e la sua bocca si socchiude un po', ma continua a sentire le domande e a rispondere senza tradire nessuna emozione, muovendo soltanto a poco a poco le gambe che tremano quasi. Poi un ginocchio si piega ed io scivolo più lontano sotto la gonna e sento il caldo del suo corpo e la voglia di muoversi e allora anche la mia mano si muove sempre più forte mentre lei è felice di sentire la mia bocca che la bacia e le mie mani mentre le accarezzano le gambe che le tremano fino a quando non vedo più nulla e tutto si ferma di colpo in mezzo a un respiro.




XXXII


Tanto non dormo e ora non posso fare nient'altro. Quest'affare ci mette sempre più tempo. F5 invio e di nuovo invio. Eccolo qua. Cerotti. Una bambina naviga in mezzo al mare in tempesta, al timone di una barca a vela, ma quando ormai sembra perduta un bambino su un'altra barca la raggiunge, le lancia una corda e la salva. Ma nell'approdo successivo, su una spiaggia vicina, lei si ferisce contro un cespuglio spinoso e allora il bambino estrae un cerotto dalla tasca ponendolo sulla ferita. Non saranno mica di quelli che fanno male quando si levano? chiede la bambina, e lui con un'aria quasi offesa lo toglie subito via con un gesto deciso, tanto che lei non se accorge nemmeno. Poi, mentre guarda verso l'orizzonte, il bambino le porge l'intero pacchetto dei cerotti, raccomandandole però di non finirseli subito. La sua barca è in secca sulla riva e lui si volta di nuovo verso il mare in tempesta con un'espressione malinconica e coraggiosa da vecchio lupo di mare, mentre lei l'osserva ammirata e sotto l'headline dice che è meglio averli sempre a bordo.
In realtà bisognerebbe sempre avere il coraggio di anticipare la fine di ogni cosa. Questo è il principio: anticiparne la fine. Ogni cosa deve compiersi prima d'aver annunciato la propria conclusione, prima che sia possibile anche solo intravederla. Ogni storia deve compiersi prima che il tempo intervenga a disperderne il senso. Anche se tutte le storie devono susseguirsi incessantemente con le loro fini, dovrebbero saper ripartire da zero ogni volta e correre diritte con il loro destino nel sacco. La vita o è una corsa o diventa un'inesorabile attesa, e correre significa giocare d'anticipo, dilatare il tempo fino a riempirlo d'unità indipendenti e minori che sappiano incastrarsi da sole. In fondo è il mio mestiere. Ma la vita sembra soggetta anche ad un'altra legge, attraversata dal bisogno di conservare, di prolungare ogni storia oltre il suo termine naturale. C'è qualcosa che se ne frega altamente dei suoi esiti, di chiusure che scandiscono un senso, perché ogni cosa cospira per non finire, anche a costo di camuffarsi e contraffarsi. C'è come un impulso irresistibile, un'anticipazione che gioca la sua mano prima di ogni altra sotto forma d'una resistenza ottusa e della quale ci si può forse sbarazzare, magari anche con una certa facilità, ma senza essere davvero sicuri di volerlo davvero. Per autoconvincersi sono state inventate nuove filosofie, nuove ideologie, utili per restare fedeli a se stessi, per essere sempre pronti a ripartire ogni volta di slancio, ma per nessuna ragione al mondo si può essere sicuri di volerlo fare. Però proprio per questo non resta che tagliare, scomporre una sola vita in tanti minuscoli scomparti, fino ad estenuare quest'attaccamento, per ritrovarselo davanti ogni volta nuovo e con immutate energie. L'alternativa vera è tra l'andare incontro alla fine delle cose o il volerla rinviare, si è necessariamente sempre all'interno di una delle due prospettive, e qualsiasi altro ipotetico criterio di scelta è solo un trucco o un'illusione.
Tutto questo silenzio assomiglia a un grave vuoto di memoria. Ci si potrebbe giocherellare sul ciglio di un burrone con questa palla di silenzio. Qualche situazione piacevole, comportamenti oculati, con i colleghi e la committenza, con Laura un desiderio che riparte a folate dopo un certo letargo, una nuova ragione per sedurre, sempre divertente, divertente ed eccitante, con tutti quegli imprevisti, quelle mosse, ed io sempre più bravo, più padrone delle circostanze, senza mai provare una stanchezza vera, mentre quell'altro è stanco, o almeno a Giovanna è sembrato stanco. Invece io non so cosa voglia dire, me ne sono semplicemente dimenticato, da ragazzo lo ero spesso ma poi stanco non lo sono più stato, troppo divertente la vita, con quella possibilità di conquistare sempre qualcosa, di scoprire un trucco nuovo, un meccanismo perfetto, un piacere compiuto, come un impeccabile ragioniere dell'anima. E per di più risulto anche decisamente simpatico, perché trovato il meccanismo si può andare avanti senza intoppi, con agilità ed eleganza, senza turbamenti e non solo il corpo di Laura, ma lei stessa, il suo modo di pensare e di sentire, sembra perfettamente calibrato per provocarmi in allegria, per darmi nuove energie senza inutili ritorsioni. Laura è ad un tempo spontanea e ragionevole, perfettamente equilibrata, e persino il dolore che è in grado di provare sembra misurato a puntino, l'elemento di un puzzle che deve essere solo trovato e messo al posto giusto.
E l'altro invece è stanco. Ma stanco di cosa? O si è stanchi di qualcosa o non ha senso, è sbagliato, semplicemente sbagliato e non esistono giustificazioni di sorta.
Un altro goccio di whisky per contemplare meglio lo schermo traforato. La mia faccia seduta sta lì nascosta dietro quei puntini. Forse è meglio spegnere. Questa è Giovanna che esce di camera. Adesso deve essere entrata nel bagno ed ha aperto il rubinetto del lavandino. Si lava il viso. L'acqua che scorre, gorgogliando leggermente. Sembra sempre più vicina. E questo è il portasciugamani che urta contro la mattonella.




XXXIII  


Davanti allo specchio tengo premuto l'asciugamano contro il viso. Non ho più voglia di staccarlo, di tornare a vedere la mia faccia e lo muovo appena sui lati, finendo di asciugarmi. Dentro l'asciugamano provo anche ad aprire gli occhi e mi trovo immersa in una tonalità bluastra, da una parte più chiara, quella da dove filtra un po' di luce, e dall'altro più buia. Allora lo tolgo via e mi osservo con calma, cercando di decifrare la mia espressione, e questa è perfettamente la stessa di tante altre volte, nessuna differenza, nessun mutamento, l'unica differenza è semmai un certo stupore che sia proprio la stessa, gli occhi appena più cerchiati, probabilmente nemmeno troppo invecchiata, la pelle tutto sommato ancora giovane e liscia. Con una mano mi tocco una guancia piegando la pelle ed un angolo della bocca e poi allungo le dita verso l'alto, fino alla tempia, che è attraversata dalla stessa vena troppo visibile che ho sempre avuto e che ad Alberto è sempre piaciuta. Vi appoggio sopra un dito e la sento pulsare, soffrire per quella pressione, e dunque la libero, pensando che quella vena è in realtà sempre piaciuta anche a me, e sono contenta che se ne stia ancora lì a pulsare, tranquilla e spavalda come una volta. Lui dev'essere nello studio, ma non lo vado a cercare, e così ripongo l'asciugamano e torno in camera, m'infilo di nuovo sotto le coperte e rimango assolutamente ferma, senza un pensiero, quasi felice di sentire il mio corpo lungo disteso che si riscalda da solo. Poi ripenso alla voce di quell'uomo, al fatto che non so nemmeno il suo nome e alla sua faccia assorta, come se trattenesse un pensiero o un sorriso e lo avesse sempre fatto per tutta la giornata, un sorriso quasi uguale a quello di lei, della sua moglie segreta, con la stessa amarezza impressa sulle labbra che li accompagna da ogni parte senza lasciarli mai soli.




XXXIV   


Si può riconoscere ogni suo movimento dal suo piccolo rumore. Quando uno dei due non riesce a dormire spesso non ci riesce nemmeno l'altro. Anche se per me è in genere meno difficile. Dalla camera non viene più nulla. Però non ha chiuso bene il rubinetto, perché sta gocciolando. Sono gocce molto deboli, ma testarde. Le persone felici sono persone gravi, ed è insensato parlarne. L'unica cosa che si può fare è giocare secondo le regole in vigore, non discutere e non obiettare, perché anche la felicità ha le sue leggi misteriose, e volerne fare di migliori non ha senso.
Di fatto nessuno dei due riesce a dormire. Per quale motivo non riusciamo a dormire?... non c'è un motivo preciso, anzi, non ce n'è proprio nessuno. C'è solo un buco, un buco del tutto naturale, formatosi da solo, col tempo, e che nessuno è in grado di riempire. L'unico modo per non esserne risucchiati è rispettare le regole, non permettersi mai di non stare al gioco.
Le gocce cadono regolarmente nel buco e l'whisky è finito. Di alzarmi a prendere la bottiglia non ne ho voglia. Anche non averne voglia è una delle mosse del gioco, non fa eccezione, ed è chiaro che per inventarsi qualcosa di giusto da fare bisogna fare cose sbagliate, tutto il gioco si basa sulla possibilità di ricreare l'illusione del caso attraverso mosse sbagliate, per quanto i loro effetti siano ingiusti o crudeli.
Alfredo ripeteva la sua poesia di Kipling e sembrava molto convinto. Quando si mette in testa una cosa in effetti riesce a farla bene. Ma ormai ci vorrebbe un manuale nuovo per le giovani generazioni, un manuale per giovani gaudenti, o aulenti, perché puzzano sempre un po' d'idee appiccicose e convenzionali. Una lista di regole fondamentali che gli facciano evitare le stronzate peggiori.
Non dare l'impressione di voler a tutti i costi drammatizzare le cose, per esempio, anche se ti puoi sentire pedinato. Quando piove bagnati, e quando tutto va storto cerca di restare fermo. Esercitati a ripulire le tue pareti interne, ma ogni volta che pulisci non dimenticarti di provare un filo di compassione per quei poveri germi che spazzi via. E non dimenticarti di ascoltare il rumore del tuo peso sotto i piedi. Sebbene tu non sappia esprimerti chiaramente, prega gli altri d'ascoltarti e dimostra di gradire la loro collaborazione per le piccole spese di dolore che ogni argomento comporta. Ma non chiedere agli altri di mettersi nei tuoi panni, perché non ne vale la pena, e poi non sarebbero comunque della misura giusta. Domani è un altro giorno. Non dimenticarlo. Non bisogna avere fretta di capire, perché tutto funziona, bene o peggio. Quello che succede ci cambia arbitrariamente, senza consultarci, e noi dobbiamo stargli dietro senza recriminare. Quel che si può fare è tenere calmo il tempo, oppure tenerlo a distanza, oppure assecondarlo senza farsene accorgere, perché è molto permaloso. Se lanciando in aria il tuo respiro ti accorgi che questo ti ritorna in bocca come una mosca affezionata prova a voltarti da un'altra parte, perché non c'è niente di peggio che rimasticare troppo a lungo la stessa aria che hai già consumato. Quello che ti sfugge del tuo carattere è l'incapacità di trasformare la sete in asciuttezza. Certo non sei qui per bere o per dissetarti in alcun modo. Ormai il tuo può essere soltanto un esercizio di continenza. Non sei qui per realizzare desideri, né tantomeno per pregare. Se proprio vuoi dare prova dei tuoi buoni sentimenti recati dove nessuno gli attribuisce qualche importanza. Qui siamo nel regno dei vivi, e non c'è posto per gli idoli o per i santi. I santi sono un'altra faccenda, e l'unica cosa che ti accomuna a loro è che non dovrebbe interessarti nessuna forma di remunerazione o di compensazione. Se non sbaglierai strada, ciò che ti aspetta sarà pur sempre una forma di ascetismo, e nemmeno troppo nuova. Non dovresti mai fare qualcosa perché non ti va di farne un'altra. Questa è la prima regola. E poi non dire che non sai riconoscere la verità: per farlo basta dimenticarsi le stronzate che ti sei conficcato in testa da solo. Ogni balla che eviti di raccontare a te stesso vale di più della migliore scopata. Tu hai soltanto bisogno d'ordine, ma non di uno qualsiasi. L'unico ordine possibile per te può scaturire soltanto dalla rilettura delle tue ferite più antiche, dalla loro accurata disinfezione, oppure dal loro pullulare o propagarsi, a scelta. Si tratta sempre di togliere, mai di aumentare. Anche questo ormai dovresti averlo capito. Tutto dipende da un'escrescenza del senso. C'è una sproporzione tra il bisogno che scatena l'amore e la solidità delle sue fondamenta, e non sempre basta saper navigare in questa differenza. Cerchiamo alimenti nuovi per acuire le nostre percezioni. Per risvegliare l'olfatto. Anche gli ambiziosi lo fanno, ma travisando l'obiettivo, scambiandolo per i suoi pretesti. Si vorrebbe avere un altro sapore in bocca al mattino, incrementare la nostra perspicacia. Tutto pur di acuire lo sguardo, perché qualcosa si stacchi finalmente da noi e incominci a camminare con le sue gambe, trascinandoci avanti. Cerca di camminare a testa alta, il mento sollevato a perpendicolo sull'asfalto, e non l'abbassare mai se non per motivi futili. Schioda gli altri con lo sguardo dai loro ripostigli e sforzati sempre di risparmiare vergogna a qualcuno. E' la cosa più umana. Bada all'effetto più immediato di ogni tua azione, a non lasciare ai vili e ai pusillanimi il tempo di orientarsi di nuovo quando sei riuscito a disperderli. Evita gli specchi di qualsiasi forma o foggia e trascorri un'ora buona ogni giorno a specchiarti davanti a un muro bianco, e comunque sempre prima di uscire di casa. La maggior parte delle persone è afflitta da una noia persistente e prova un certo fastidio quando altri mostrano di divertirsi, oppure di provare interesse per qualcosa che a loro non procura il minimo piacere. Fa' in modo che questo non sia il tuo caso, e che il rimanere in una posizione defilata costituisca invece una sorta di buon auspicio, il segno premonitore che la cosa sta per farsi interessante. E soprattutto non dimenticarti d'interrompere i tuoi discorsi a metà per ascoltare la seconda metà di quegli degli altri.
E poi non dimenticarti di ritrovare la leggerezza originaria. Quella dimenticata. Questo lasciarsi andare. Perché si tratta solo di saper vomitare, di vomitare fuori tutto prima che scada il tempo. Sai quelle sere in cui un amico ti telefona dopo una vita e ti accorgi che qualcosa di noi, di tutti, rimane comunque, e avresti voglia di saper raccogliere tutte le scorie di passaggio, il tuo vecchio sogno di farti barbone, grande raccoglitore degli strati di un'immondizia millenaria, della tua e delle altrui vite. E poi urlare riconciliato con tutto. Saturo come un occhio d'uovo spalancato mentre guarda il cielo. Si potrebbe ancora fare, ma bisognerebbe metterci d'accordo. Bisognerebbe aver pazienza. E soprattutto tempo. Bisognerebbe metterci d'accordo di avere un tempo grande che non abbiamo, forse perché il numero degli umani incomincia ad essere esorbitante e il mondo sta per implodere. E quindi dobbiamo correre. Fino a quando la gratitudine non ci soffi nell'animo il suo venticello spavaldo, esalazione e soffumigeno di lacrime calde. Noi avanziamo nell'ombra. Un balzo e ci afferriamo alla grondaia fradicia che scricchiola, voglia di morire e di rinascere, perché chi vuol morire spera sempre di rinascere un giorno e di andare incontro alla vita come lui se l'era immaginata. La grondaia scricchiola e noi ci tiriamo su con uno scatto felino. Saltiamo sul tetto e poi ci precipitiamo nel lucernario aperto. Cadiamo in un letto bianco e disfatto dove un profumo di donna ci assale. Alla ricerca di qualcosa che stia sospeso tra i pensieri, una specie di erotismo meditabondo, lucernario dello spirito nuovo di zecca. Alla ricerca della congiunzione del nostro capire con tutta l'anima che vorremmo restituire al cielo, magari entro le dosi circoscritte di nubi paffute, palloncini d'anima in forme d'animali graziosi, levità immarcescibili e variopinte appena vomitate fino ad esaurimento. E questa voglia di farsi musica che acceca, senza potere, di trasformare questa musica mancata in parole nuove e le parole in un ruscelletto sonoro, come fosse una danza già nascosta nel nostro pensamento, che lo renda a tutti gradito prima che vero.
Chi più rapidamente va incontro alla morte più profondo ha il respiro e prolungato. Lo assale una calma che prosciuga il tempo. Anche se forse è solo un'illusione. La confusione di binari che si perdono all'orizzonte. Per tenere vivo il bisogno d'avventura si vorrebbe salpare verso una navigazione smemorata, per non restare incauti sulla soglia del nostro alveare spirituale, con l'anima di blu Fellini che ci raggiunge di soprassalto, che irrompe senza usura nella musica di Rota, la musica che ci porta alla deriva, barbonesca canzone, tangenziale ossessione, un fremito sottile di nostalgia per tutte le cose, con la voglia di unire gioia e dolore fino a saldarli nello stesso fiato. Anche se tutto è con usura, suo tramite, fatto di nuove scaglie sempre nuove, prodotte da un nonnulla usurato. Di cui alla fine resta solo un calmo torpore, nel lento risveglio che ci ammicca con occhiate oblique di fanciulla. Volute di fumo dai boschi tutt'intorno, portate da un vento gentile e spietato sopra il mare che perpetuamente trascolora. Proprio qui, sull'isola degli emigranti in visita, sull'isola dell'attesa e dell'approdo, mentre le gocce continuano a cadere e tra una goccia e l'altra lo spazio è sempre più breve, oppure sempre più lungo. Il buco se ne sta minaccioso ad osservare ogni mossa, indifferente signore di ogni cosa. Il buco si è scavato da solo, col tempo, e le gocce ora vi risuonano dentro, profonde e lontane come un monito, a non smettere di giocare, a non distrarsi un 'attimo per conservare tutta la tensione verso lo scopo, il momento successivo, quello immediatamente successivo, passo dopo passo, perché in fondo si tratta solo di rendere più fitti quei punti affinché il buco non ci possa ingoiare prima del tempo.
La serratura del bagno che si richiude. Questa volta dev'essere  Margherita, che ora ha riaperto il rubinetto. Le gocce sono cessate. Anche se non ho voglia di alzarmi lo faccio lo stesso. Voglio capire perché ancora non dorme.




XXXV


Quando riapro la porta del bagno mi trovo davanti papà che mi guarda senza dire nulla e si scosta un po', e io non capisco cosa stia facendo lì in piedi con quella faccia stupita di vedermi.
- Perché non dormi? - mi chiede appoggiandosi alla maniglia come un ubriaco. Dico che non lo so, e rimango a guardarlo senza vederlo bene, ma lui a un certo punto si avvicina e appoggia le braccia sulle mia spalle abbracciandomi. Allora gli accarezzo i capelli con un gesto istintivo e mi accorgo che un po' deve aver bevuto davvero, perché ha l'alito che puzza di whisky. Comunque gli do un bacio, mentre lui mi stringe la testa contro la spalla e mi dice di tornare a dormire, che tanto mi addormenterò subito, perché in fondo non ci sono mai abbastanza motivi per stare troppo svegli e un buon sonno può rimettere tutto a posto. Allora mi stacco da lui che lascia quasi cadere le braccia e torno in camera, lasciando però la porta socchiusa.
Nel letto mi rannicchio su un fianco e aspetto che venga il sonno. Ma sento i suoi passi nel corridoio e penso che forse prima vuole controllare se dorme anche Alfredo. Infatti socchiude piano la porta che cigola. Lo vede nel letto tutto sbilenco come dorme sempre lui, con un braccio sospeso nel vuoto e un'espressione soddisfatta, perché quando dorme sembra sempre molto contento di sé.
Riaccosta lentamente. Non si sente più nulla. Poi di nuovo i suoi passi e l'altra porta che si chiude. Ora in camera starà cercando a tentoni uno spigolo qualsiasi, o il bordo del lenzuolo. Fino a quando non sbatte col ginocchio in quello spigolo e lo trova. Allora risale verso il cuscino e sguscia sotto. Mamma sta tutta dalla sua parte e lui allunga una mano nella zona vuota fino quasi a sfiorarla. Vorrebbe sfiorare anche il suo odore. Gli pare l'unica cosa reale, come un'essenza, l'unica cosa certa di voler restare al suo posto, più reale persino di lei, che ha un fremito leggero, e muove una gamba, mentre lui si avvicina ancora un po', procedendo all'invasione cauta e progressiva della sua parte di letto. A poco a poco. E ora non si muove più. Vorrebbe soltanto addormentarsi tenendo gli occhi ben aperti per non perdere neanche un respiro. Respirando piano. Sempre più piano senza muovere nemmeno un dito fino a domani. Ma poi invece chiude gli occhi e con pazienza aspetta che venga il sonno, e si accorge che un po' sta già arrivando.



 










                                            NEVE E LUNA




Mio padre lavorava il marmo e la creta. Scolpiva ritratti, e con la terra faceva delle stoviglie di ceramica che poi vendeva ai negozi delle città vicine. Tutte le sere, dopo cena, mi faceva stare un po' sulle sue ginocchia davanti al camino e intanto smuoveva la brace con l'attizzatoio. Diceva che il fuoco dev'essere trattato con riguardo, che merita le attenzioni di un bimbo. Una sera, sfogliando un mio libro di scuola, si fermò su una pagina dov'era disegnata un'anatra, che però era anche un coniglio, e si poteva passare dall'una all'altro solo mutando l'intenzione dello sguardo. - Lo vedi il coniglio?- mi diceva, - ecco, ora guarda l'anatra - ed io dovevo vederla quando lo diceva lui, subito, o prima possibile, e poi ritrovare il coniglio, e poi di nuovo l'anatra, fino a quando non si decideva che il gioco era finito e andavamo a dormire. Dopo quella sera lo ripetemmo tante altre volte e dopo cena io mi facevo trovare pronto sulla poltrona già con il libro aperto in mano.
Il fuoco non sopporta di essere lasciato troppo solo, vuole sempre dei piccoli aggiustamenti. Deve sempre passare dell'aria, da qualche parte, altrimenti soffoca. Come la materia, che ti chiama per farsi sgrossare, per trovare la sua forma. Anche lei diceva ha bisogno d'aria.
Un giorno comprò un potente scalpello meccanico e tornò a casa esibendolo trionfante. Disse che era lo scalpello meccanico più potente che ci fosse in commercio, e che ci si poteva aprire una montagna, bisognava solo stare attenti a rivolgerlo sempre verso la pietra, perpendicolarmente, perché la punta era libera, e se scappava poteva bucare qualsiasi cosa.
La materia ha bisogno di noi, e noi abbiamo bisogno della materia, perché il tatto è il più importante dei sensi, l'unico che non si lascia ingannare tanto facilmente. Per lui ogni cosa contava per la sua consistenza e la sua forma. Guardandolo mentre lavorava imparavamo ad apprezzare il corpo delle cose, a non sentirci separati e a stabilire un contatto duraturo con la natura.
Diceva che nella pietra c'erano già le tracce di tutti colori. Appena accennati, a volte decisi, sgargianti, opachi o trasparenti. Tutta la memoria di quanto ci sembra più vivo, il rossore delle foglie d'autunno, il verde e l'azzurro del mare, il rosa e il viola del cielo, tutti i colori qui sono fissati per sempre, perdono ogni loro tratto effimero.
Mio padre ci lavorava tutto il giorno con le pietre, a volte aiutato da mamma, quando non doveva sbrigare le faccende. Lei si era adattata a stare in quel posto un po' isolato dal mondo, forse perché non potevamo mantenerci da nessun'altra parte. Insegnava nella scuola elementare dove andavamo anche noi. Sempre affamati, tutti e due, specialmente mia sorella. Io ogni tanto non avevo voglia di mangiare e allora non c'era verso di convincermi, perché se insistevano non mangiavo proprio più nulla, nemmeno quello che mi piaceva. Ero un po' testone, come ora. Forse è per questo che mi piacciono ancora le pietre. Mi mettevo in un angolo della stanza dove lavorava con un giornaletto in mano e leggevo, guardandolo ogni tanto senza dire nulla. Lui si dimenticava persino che stavo lì, perché non facevo nessun rumore.
La pietra assorbe il calore molto lentamente. Raccoglie il calore che il legno disperde. Ci si cuoce molto bene, sulle pietre, perché lo rilasciano nei tempi giusti, e sgrassano i cibi. E poi ci ricordano che è tutta una questione di fatica. Si tratta solo d'imparare a sopportare una certa fatica. A volte nella vita ci si illude che si possa andare avanti a colpi d'idee, capendo cose nuove. Mentre non bisogna aver fretta di capire. Si capisce al momento giusto, se si fa quello che si deve, e fare quello che si deve costa fatica. Capire nel momento sbagliato non serve a nulla. Anzi, è persino peggio. Perché il fuoco ci scaldi dobbiamo alimentarlo con nuova legna, bisogna andarla a prendere, farla stagionare, tagliarla in tanti pezzi della misura giusta. Le cose iniziano sempre molto prima. Ma noi spesso abbiamo fretta. Le pietre ci fanno passare la voglia di avere fretta. Noi abbiamo fretta quando tutte le vie sembrano chiuse, sbarrate, già sperimentate. A volte per cercare nuove strade c'inventiamo dei problemi assurdi, ci si perde in fantasticherie. In realtà sappiamo bene quello che ci vorrebbe, ma fingiamo di non saperlo con la scusa di cercare nuove soluzioni. Non sappiamo aspettare e sospettiamo che ci sia un errore nascosto da qualche parte, in qualche meandro della nostra vita passata. E a volte c'è davvero. Ma gli errori sono quasi sempre nascosti sulla punta del nostro naso e basterebbe saper starnutire per toglierli di mezzo. Finiamo sempre con l'assomigliare a quello che facciamo, ed è giusto così. C'illudiamo di poter essere diversi, ma alla fine siamo sempre la stessa cosa, quello che facciamo. Anche le sue mani avevano quasi la consistenza delle pietre con cui lavorava, e a volte si screpolavano come loro per il freddo mutando colore, diventavano grigie, con delle sfumature un po' rosa e violacee.
Quando si rimane inchiodati ad un punto di vista c'è sempre un errore. E un errore radicale a poco a poco può indurci alla rinuncia. Anche tu rinunci troppo presto. Non vedi l'anatra e allora vorresti dormire. Ti aggiusti sotto le coperte al calduccio, quando invece basterebbe un piccolo salto di prospettiva, uno scarto tempestivo. Riesci a vederlo il coniglio? Allora puoi vedere anche l'anatra. Questo è il punto. La vedi l'anatra? Non la vedi? Prova a non vedere il coniglio. Prova a confondere le sue linee. E ora cerca un becco. Cerca subito un becco d'anatra. E sopra il becco un occhio. Li vedi? Come fai a non vederli?! Prova ancora, chiudi gli occhi e riprova.
Se non riesci proprio a vederla è chiaro che un errore, nascosto da qualche parte, ci dev'essere per forza. Tu ora non lo senti, non ci pensi, ma è necessario supporlo, immaginarne l'esistenza, crearlo, persino, se proprio non si riesce a trovarlo. Un errore di proporzioni indeterminate. Nascosto da qualche parte. Certi errori possono essere molto profondi. Dei pertugi intasati dalla stoppa. Soffici e invisibili. Basta una tacca scheggiata e tutto l'ingranaggio si sgrana e s'inceppa. Se lo puoi aggiustare lo aggiusti, altrimenti conviene cercare da qualche altra parte, fingere che non sia quello lo sbaglio, ma che ce ne sia un altro che è possibile aggiustare. Basta aggiustarne anche solo uno qualsiasi e tutte le cose vanno a posto. Basta saperne aggiustare anche uno immaginario e tutta la situazione incomincia a quadrare. Non è importante che sia quello vero. E' l'idea di saperne aggiustare uno che ci piace più di ogni altra, l'idea di cui abbiamo bisogno.
Bisognerebbe sapersi sintonizzare con quanto è ancora possibile, con quello che potrebbe ancora accadere. Ma non è facile. Si ossidano anche i rubinetti più generosi. Tu preferisci non pensare a queste cose. Bisognerebbe pensarci, invece. Anche mentre si prepara da mangiare. Stasera non devo aver digerito bene, anche se ho un certo appetito. E' da ieri che mi sembra di aver sempre fame. E qui non c'è neanche un biscotto. Neppure una mela. Chissà se ce ne sono ancora, di mele.
Mele non ce ne sono. Ma fuori c'è la luna. E' quasi piena. Il suo alone implode nello spazio lasciato vuoto dal buio, s'incastra nella ruota che l'avvolge. Il suo alone si addentra nell'ombra. E l'ombra risucchia la luce.
Ti ricordi quell'estate in Sardegna, quel costone di roccia sul mare coperto di elicriso e degli asfodeli sul bordo della strada? Fu il nostro primo viaggio. Ti ricordi che aspettammo la notte sull'erba bagnata? Anche quella notte c'era la luna, quasi piena, proprio come oggi. Le immagini migliori trovano solo col tempo il loro alone, quando il pensiero s'arrende, rinunciando a descrivere e a martellare le cause, perché anche quando le strategie dell'intelligenza vanno a vuoto lei continua a voler dimostrare qualcosa ad ogni costo, non rinuncia a dar battaglia, scambia il suo fallimento per un altro tipo di dimostrazione e si erge fiduciosa sulle sue macerie.
Ha incominciato a nevicare. La luna s'è velata. Ma la cosa non ci riguarda. Forse è perché non ci riguarda più nulla che ho tanta voglia di parlare. C'è qualcosa di leggero nella mia mente, come neve che non si attacca. Cade ben dritta, sicura di far presa, ma poi non si attacca e scorre via, ammutolendo sull'asfalto e sul mare nella rada. Non attacca perché è troppo leggera, come la musica quando si allontana senza sparire del tutto, in balia del vento che soffia dentro una parte del cervello. Come le voci discrete e misurate di un coro muto.
Una volta ti piaceva sprofondarci i piedi, nella neve. Con quei doposci piantati nel bianco sembravi un pupazzo. Anche la faccia della luna sembra quella di un pupazzo. E' una luce bionda e leggera, come una voce che non scalda mentre ci addormenta. Anche i nostri pensieri, sono tanto leggeri che non si riesce a darli a nessuno, che non si lasciano trattenere né regalare. Come fanno ad essere tanto leggeri? Possibile che non ci appartengano? Che non siano di nessuno e che non abbiano un corpo? Un peso qualsiasi, che non sappiano ancorarci da qualche parte? Le nostre teste hanno lunghe antenne che toccano il cielo e tra noi c'è una grande distanza, come una linea di confine. Non la senti una specie di musica? Non lo senti il richiamo del silenzio, che continua a interporsi tra noi e le nostre parole?
Questa stufa mi scalda dalle sue fessure, che sembrano piccole barre di sole cadute da un pianeta sconosciuto. Sarà questa nostra leggerezza a farci paura? E' per questo che te ne stai sdraiata al sicuro nel letto, per non farti portare via? Hai sempre paura d'essere portata via e ti aggrappi al nostro letto come se fosse tutto quello che ci resta, per resistere al vento e alle intemperie.
Anche il vino è finito. E' una buona zavorra che ci ancora a terra. Una zavorra che ci lava. Perché non importa la storia che c'è dietro? Perché le cause non contano nulla? Non ci importa nemmeno di ricordare. E tuttavia si ricorda, senza fatica, anche se non c'importa di ricostruire nulla, con i ricordi. La senti la neve che cade? Come non attacca? Appena tocca per terra si scalda quel tanto che basta per non attaccare. Lo sai tu con chi vorremmo discorrere insieme? Ti giri nel caldo del letto e sembra che tu risponda sempre a tutto. Perché sembra che tu risponda?
La stufa continua a scaldarmi bene. Riflette il calore bianco della luna e svolge per intero la sua mansione. Raccoglie il freddo tutt'intorno e lo trasforma in un lieve tepore. C'è qualcosa che ci scalda nonostante tutto, e qualcosa che si raffredda mentre sale. Sei tu o è la luna che mi risponde, o questa stufa di ceramica bianca? E' quello che siamo? E' la nostra anima che si raffredda salendo per il fatto che non ci appartiene? Tutto quello che facciamo e diciamo vorremmo usarlo come un'àncora nuova per radicarci nel mondo. Ma c'è qualcosa di falso nelle nostre parole. Sono gli uncini nascosti con cui si aggrappano alle cose. Non senti come volano sempre via le parole? Come scendono silenziose senza potersi attaccare bene a nulla nonostante i loro uncini affilati? Nascono nella pancia, le parole, oppure in cielo? E noi perché non pensiamo di poterci più radicare? Per radicarsi bene ci vogliono un orizzonte e un futuro. Un futuro semplice e poi un futuro anteriore. Una volta bastava un desiderio qualsiasi a radicarci bene. Fino a quando non scompariva. Allora ne rimaneva soltanto l'alone, un alone chiaro e freddo come quello della luna. Vedi come non finisce da nessuna parte questo suo alone? Vedi come risponde e ci parla?
E se tutto si appoggiasse ad un granello di menzogna? Se cattedrali e deserti ci poggiassero i piedi, su quel granello? Senti come il cielo risponde senza ingannarci? Non ha bisogno di parlare. Pensa se non ci fosse, se sparisse all'improvviso in un'unica vampata. Ma continua ad esserci come l'alone della luna e il caldo bianco di questa stufa. Pensa se smettesse di rispondere o ascoltare! Diventeremmo come gusci svuotati e senza meta. Ma rimane sullo sfondo, come noi, che in apparenza non abbiamo nulla da aggiungere. E' perché non abbiamo nulla da dirci che continuiamo a parlare, perché abbiamo bisogno di cadere da qualche parte, di scivolare in un silenzio sempre nuovo e fresco come il buio che circonda la luna, di consumarci come un fuoco in un luogo che non ci rifiuti, nello spazio circolare e indefinito del suo alone. Ormai il fatto di essere dei personaggi chiusi in una vita non ci basta più. Non ci basta il libero gioco dei loro punti di vista, non ci basta il libero mercato delle nostre emozioni. Noi vorremmo sentire il momento in cui la neve attacca e cade, almeno per un attimo, per poi imparare ad ascoltare il momento in cui cadendo non fa in tempo ad attaccare. Sarebbe come la luce della luna, quel momento, un puro dileguare dopo essere rimasti sul posto quanto basta prima di sparire. E il buio intorno è quel vuoto nero d'aria che ascolta la luce della luna, l'alone del suo mormorio davanti al sole che l'incendia. Se non ci fosse quel nero intorno, non avrebbe luce da mormorare. Nel buio si dispone lo spazio che la consuma. Infatti di giorno è meno bella, e lo sarebbe comunque se non sapessimo già che arriverà la notte a rischiararla. Di giorno infatti non sprigiona nessun contrasto, la sua luce non può disperdersi nel suo alone e non risucchia il buio che la rischiara. Senti come ascolta? Guardala! Prova almeno ad alzare la testa e a guardarla! E' soltanto un attimo. Provaci almeno una volta! Se non la vedi non puoi sentirla bene. Smetti di sorridere di nascosto e prova a guardarla.
Quando venisti a prendermi dal barbiere quel giorno avevi lo stesso misterioso sorriso che hai ora sotto il cuscino. Mi sembra di vederlo, so che ce l'hai. Il barbiere mi stava facendo i capelli e tutti i clienti alzarono la testa per guardarti. La tua bocca minuta, un po' giapponese, e gli occhi distanti che sembravano guardare ogni cosa di scorcio, senza fissarsi su nulla, catturarono i loro sguardi ed il mio. Fu quella domenica che poi andammo sulla neve, a rotolarci nel bianco e a sprofondare tra gli abeti senza sentire il freddo. Solo la tua bocca sottile sembrava tremare un po', anche se non si muoveva affatto. Tremava soltanto, impassibile sotto il mio fiato che ti scaldava le labbra. Il rosso dei capelli e la tua pelle profumavano di bosco ed io brucavo il freddo sul tuo viso. Eravamo felici d'una felicità che brucia ancora. E poi lo siamo stati tante altre volte. E lo siamo anche in questo preciso momento, perché in fondo nulla è cambiato. Ma ora quasi non riusciamo a muoverci. Il freddo non ci spaventa, ma cerchiamo di tenerlo a distanza. Poltriamo nel letto o su questa comoda poltrona e tu non ti alzi più a guardare la neve. Ce ne stiamo accanto come due sacchi di patate e non ce ne importa niente di girare a vuoto. Ci siamo radicati nei corpi a vicenda, come licheni sulla stessa pietra riscaldata dal sole, e abbiamo minute invisibili radici che si propagano ovunque. Sotto le coperte tu sei ancora così bella che io non posso andare da nessuna parte, aspetto il momento di tornare nell'alone tiepido del tuo corpo che ormai si muove appena, per amarci stancamente e con indolenza. Nessun modo d'amare è più bello di questo. Nessuno radica meglio nell'anima il proprio torpore, la carezza della nostra mutua presenza. Sotto le coperte sei morbida come un budino e profumi d'amarene appena colte.
D'allora sei decisamente ingrassata, hai acquistato una morbidezza solenne. Muovi appena le dita dei piedi per restare in ascolto del tuo corpo immobile, come io di questa luna col suo alone ovattato. Anch'io mi sono rassegnato a questa felicità e mi è rimasta solo questa voglia di parlare che sporge verso l'esterno, che sale leggera verso quella calamita rotonda che da lassù ci ascolta tra le stelle. Senti come non faccio nessuna fatica a pensare e a parlare? Senti com'è tutto così facile per noi, come ogni parola sgorga placida dal breve silenzio che la precede?
Pensa ai primi tempi, a quante volte ci siamo divertiti a fare piroette in mezzo ad una pista da ballo affollata di gente. Quello che ci capita ora non è l'opposto di prima, come invece potrebbe sembrare, ma è la sua logica continuazione, il suo sviluppo naturale, il completamento della sua inerzia. Ci siamo fermati solo un po' e stiamo bene in questa stanza che ci abbraccia. La voce che c'ascolta c'invita a tacere e noi la ringraziamo con le nostre parole, che sono sempre più leggere e non s'attaccano a nulla. Stanno nella loro scia senza un'intenzione particolare, senza sussulti o rimpianti, nuotando nella calma del vento, nel tepore di un unico barbaglio di stufa. Vorremmo uscire, andare da qualche parte, e non c'andiamo. Ma è come se fossimo già ritornati. I nostri tempi si sono incastrati al contrario. E' dal futuro che consideriamo ogni cosa, ogni azione già svolta nel procrastinarsi del suo sapore iniziale. Fanno appena in tempo a incominciare le nostre azioni che sono già finite. Si svolgono tutte nella grazia del loro svanire. I nostri cinque sensi prosperano in un perenne anticipo sulle loro sensazioni, sono discreti e fuggiaschi. Sono come i tuoi occhi, come il tuo modo antico di guardare di scorcio, che poi è lo stesso di quelle divinità greche o indiane d'una bellezza insondabile che si lasciano apprezzare solo da una certa distanza. E' per questo che non ci pareva corretto avvicinarle nei musei, che non volevamo scendere sotto misura. Mentre noi abbiamo oltrepassato quella misura per poi ritrovarla, l'abbiamo resa stabile. Siamo riusciti ad appartenerci come due animali qualsiasi, muti e distanti, come due ruscelli che si mandano segnali sollevando in aria piccole nebulose d'acqua contro il sole. Forse è per questo che non ci fanno paura le insidie del mondo. Siamo gelosi del nostro abbandono e ci piace schivare le occasioni, indugiare nei gesti più consueti per non farci distrarre dalla prontezza degli altri, dei personaggi che girano lesti intorno alla loro sfera di cristallo, perché noi invece siamo lenti, ormai troppo lenti per evitare simili pericoli. Non perché ci sia davvero qualcosa d'insidioso, ma perché non c'è proprio nulla d'aggiungere, e temiamo di doverlo costatare ogni volta pagando lo scotto dei nostri riflessi appannati. Come questo vetro reso ancora più opaco dalla luce un po' velata della luna, che si diffonde, che sembra una di quelle mele gialle e rosate che abbiamo finito.
Ha già smesso. Non nevica più. O forse è soltanto più fine, perché dalla finestra non si capisce. S'è aperto uno squarcio nel cielo e si rivede una striscia di luna. Non vuoi proprio alzarti a vedere il suo alone opaco dietro le nubi viola inghiottite dal grigio? Fra poco tornerò a letto anch'io, ma prima voglio guardare un altro po' la nostra cara luna. Quando ci ascolta possiamo parlare senza dire cose utili. Tutto è inutile quando lei ci ascolta, tutto è piacevole a dirsi, perché non c'è più nulla da capire. Le più povere parole acquistano una dignità nuova. Non hanno quasi bisogno d'essere accompagnate da veri pensieri. Senti come sono staccati gli uni dagli altri i nostri pensieri? L'aria ci passa in mezzo e loro non hanno alcuna voglia d'incatenarsi. Non vogliono dire nulla perché gli basta d'essere ascoltati. Sono i riflessi di un intelletto che non pensa e si raffredda fumando. Vapori celesti. Meteore che stanno per addormentarsi.
Ora vengo e ti faccio un massaggio alle ginocchia. Vengo a rosicchiarti con i denti e a levigarti con le labbra le fossette delle ginocchia. E poi ti prendo per tenerti un po' tra le braccia. Questa è la cosa più bella. Tenerti tra le braccia come se tu non desiderassi che quello, e come se io non esistessi. In due si fa troppa confusione. Bisogna esserci uno alla volta, altrimenti ritorniamo dei personaggi, ed è quello che vogliamo evitare. Non vogliamo né concordare né litigare né conversare. Non ci vogliamo nemmeno amare, vogliamo solo far caso a qualcosa che ci passa accanto, fermarci a metà di un passo. Cogliere sul fatto l'alito d'un respiro, la puntura di qualche stella di passaggio, l'alone della luna mentre abbraccia il nostro letto, poterlo vedere almeno un momento, sentirne il fiato che si estingue sul tuo lungo collo. Resistere in una confidenza sonnambula, nella prossimità della separazione destinata ad accompagnarci. Pensa a quante cose abbiamo evitato di fare in questo modo! Quante sono le cose di cui non abbiamo avuto bisogno. Una volta le facevamo tutte. O almeno molte. Mentre ora non ne facciamo nessuna, o almeno pochissime. Non abbiamo nemmeno bisogno di ricordarle. Ci basta riassaporare il loro alone. Questo sappiamo farlo bene. In questo siamo impareggiabili. Questo sa farci felici. A una felicità così grande la gente non crede. Gli sembra strano, o forse impossibile. Oppure un trucco, o un vezzo. Ma è solo perché non hanno mai provato, o fingono di non saperlo, o fingono di non averci nemmeno provato. E' quando un abbraccio è in corso che sono felici, quando un abbraccio si protende e richiude. Pensano di essere loro a darlo o riceverlo, mentre dovrebbero solo aspettarlo per poi vederlo sfilare di lato, spiarlo e poi sentirlo scivolare sulle spalle di chi gli giace accanto. Tutte le loro energie troverebbero finalmente una meta sicura. Basta che si facciano un serio esame di coscienza e trovano tutta la felicità di cui sono stati capaci in qualche dettaglio. Non in un'azione. In nessuna impresa o conquista. In nulla di cui siano stati protagonisti. Ma nell'angolo di un viso o nel canto notturno dei grilli portato dal vento, in qualcosa che passava dentro una fotografia senza fermarsi, che passava e ripassava dal solito punto ostinandosi a non sparire.
Dovrebbero farsi un serio esame di coscienza. In tali pieghe è nascosta la nostra felicità, quella che non può essere di nessun personaggio. Nelle pieghe di un passaggio, in uno spiraglio aperto. Ecco a cosa serve la vita, e la letteratura e le arti e tutto quanto dalla vita si protende in avanti mantenendosi in equilibrio instabile per dissolvere i personaggi, per riportarli nelle loro insenature e nei loro spiragli. In quelli veri, intendo, che poi sono gli unici dove passa un po' d'aria. Tutto il resto è storia, e la storia non è maestra di nulla che ci riguardi, vuole solo tenere insieme qualcosa per farci imparare qualcos'altro. Ma abbiamo davvero così bisogno d'imparare? Siamo sicuri di non sapere già quanto basta? E dove ci portano tutte queste storie? Siamo sicuri che portino da qualche parte? Anche quando siamo di fronte a un panorama, diventa significativo soltanto come dettaglio, quando produce un'emozione precisa e composta. Nitida e precisa anche nella sua foschia, perché ogni storia in fondo ci riporta sempre agli stessi punti focali, che non sono mai molti. Li si possono contare sulle dita. Situazioni sconfinate ci riportano ed emozioni numericamente limitate, ad assimilabili differenze. A differenze che sono significative proprio perché possono essere assimilate in tempo utile, perché sono digeribili in un unico fiato e segretamente chiuse da un rammendo invisibile. Come quello delle stelle in questo squarcio terso e freddo di cielo.
In effetti incomincia a fare freddo. Non lo senti uno spiffero? Deve venire dalla finestra. Bisognerebbe metterci dello stucco, o del silicone, oppure chiedere alla padrona un altro di quei rotoli da infilarci sotto. Comunque non dovresti passare troppo tempo a letto, perché alla lunga può far venire strane voglie. Forse sarebbe meglio andare a fare una passeggiata, invece di stare sempre qui a confabulare davanti alla finestra. Ma le finestre mi hanno sempre ispirato. Sia aperte che chiuse. Anche quando siamo all'aperto, in fondo, ci piace guardare verso un punto fisso, come se fossimo davanti ad una finestra. Non possiamo guardare da tutte le parti, e allora preferiamo guardare verso un punto solo. Ci si può sempre consolare di qualcosa, guardando verso un punto solo. E si può sentire una stanchezza improvvisa, che ti entra nelle ossa senza un motivo. Non senti anche tu una certa stanchezza? Il letto non ti trasmette la sua langue stanchezza? Qualcuno dice che passare molto tempo a letto fa bene alla pelle. Forse è per questo che tu non invecchi mai, che la tua pelle è sempre giovane. Te ne stai lì, sempre pronta ad accogliermi con la tua pelle fresca e tiepida. Starei ad ascoltare il tuo respiro per ore, e il tuo cuore che batte piano dietro al seno. Bisogna ammettere che il cuore ha scelto proprio un buon posto per risponderci e farsi cullare dalla forza che lo muove. Dalla forza che lo incatena all'universo tutto intero. Ogni tanto continuo a parlare apposta, per ascoltare il tuo cuore che sbatte comodamente tra un respiro e l'altro facendosi largo tra le mie parole. E' per questo che parlo tanto. E' sufficiente per sentirti riposare. Se uno non pensa finisce che si preoccupa sempre di qualcosa, mentre se uno non si preoccupa di nulla può finalmente incominciare a pensare. Non serve nemmeno la musica, perché le frasi sono già una specie di musica, hanno una direzione che non abbiamo deciso e non ci appartengono, sono solo un ponte sospeso tra due scie di pensieri, uno visibile e l'altro che sta per nascere.
Anche ascoltare la musica è un modo economico per pensare. C'è lei a pensare, c'è il suo alone sonoro, che si protrae in avanti fino a quando un'eclisse improvvisa non cancella lo scorrere del tempo un attimo prima della fine di un brano. Come quando si smette di esistere, di essere un personaggio. Le parole si fanno più fioche e non riconosci la tua faccia allo specchio. Ti cerchi negli occhi che ti guardano, sai di stare nascosto appena dietro, ma la tua faccia ti sembra la custodia di un sogno che non ricordi d'aver mai sognato e che non smette un momento di rinascere da quello sguardo. Restiamo lì immobili, sorpresi dallo scorrere del sogno che non cessa di fissarci e dal suo riflesso che non muore.
Eppure ogni tanto qualcosa nella mia mente si accende, quasi un bianco torpido velo che prende fuoco e illumina il gelo della strada. Dobbiamo ancora percorrerne un lungo tratto e già mi pare di sentire un galoppo di cavalli sull'erba, il rumore del bosco che si muove per incontrarci. Qualcosa lo trattiene a distanza, ma io già sento il suo odore, il profumo di una nuova guarigione, e scorgo una foglia in lontananza dondolarsi nel vuoto come le mie parole che vorrebbero posarsi sui tuoi occhi, baciare il tuo terzo occhio ancora socchiuso.
Riesci a vederla l'anatra? Dimentica il coniglio. Cancella ogni coniglio dalla tua memoria e concentrati sulle anatre. La vedi ora l'anatra? Non c'è un metodo per riuscire a vederla. O la vedi o non la vedi. Potresti smettere di vederla anche se te l'avessi mostrata. E comunque mostrarla non vale. Bisogna vederla da soli. Allora si capisce che non è difficile. La cosa più difficile è capire come certe cose siano facili, quanto basti poco per mutare scenario. Ma è difficile a credersi, fino a quando non ci si riesce. Ci ostiniamo con la volontà, e la volontà non porta da nessuna parte. E nemmeno l'abbandono. Anche nell'abbandono la volontà può rimanere intatta, covare in gran segreto il suo progètto. Innanzi tutto bisogna avere fede, ma senza sforzarsi di averla. Essere certi che l'anatra stia lì, davanti ai nostri occhi, ad un passo dal nostro sguardo, pronta a farsi catturare. Che tutti i conigli se ne siano andati a dormire, che abbiano cambiato posizione nella loro gabbietta e non siano più riconoscibili. La cosa più sorprendente è che non puoi vederli insieme, le anatre e i conigli. O vedi le anatre o vedi i conigli. Tutto dipende da dove si guarda, da cosa prendiamo di mira. E per prendere di mira qualcosa bisogna non occuparsi del resto. Come quando in guerra devi trovare la forza di ammazzare qualcuno. All'inizio sembra difficile, ma poi si scopre che non è tanto difficile. Basta capire che c'è una guerra, che noi ci siamo in mezzo, e che in guerra bisogna sparare per forza, se no è come se non ci fossimo. Se non ci rendiamo conto di essere in guerra allora è facile non poterlo fare, ma se entriamo in guerra allora diventa quasi naturale, e non è più tanto difficile nemmeno il fatto di morire. E' tutta una questione di concentrazione. Uno può ammazzare qualcuno e poi riprendere tranquillo la sua passeggiata fischiettando un motivetto che gli è tornato in mente all'improvviso. E così uno può morire, se capisce che non ha scampo gli può anche andare incontro, alla morte, piuttosto che aspettarla come una parassita. Se riesce a vederla, dopo diventa persino difficile separarsene. Lo stesso che succede con la vita. Se l'hai intravista diventa difficile separarsene, altrimenti lo è molto meno, perché sai che non si può essere dissolta, ma che se ne deve stare in agguato da qualche parte. Se riesci a non vederla per un attimo può sembrare quasi fatta. Può bastare un momento e capisci che può essere facile, ma poi lei ti assale alle spalle, fa finta di dileguarsi per ripiombarti addosso quando hai già rinunciato, come i conigli con le anatre, ti aspetti di riuscire finalmente a vedere le anatre e di colpo ti ritrovi davanti il solito coniglio che arriccia tranquillo il suo naso, ignaro di tutto quello che gli può capitare, delle olive e degli intingoli alla cacciatora. Come se fosse giusto e perfettamente normale non vederle affatto, le anatre. C'è un attimo infinitesimo in cui stai per vederle e invece non le vedi. Un attimo decisivo in cui ogni coniglio riappare sulla scena con un risolino sardonico disegnato sopra i baffi.
Come l'eroe Bellerofonte quando in odio agli dei errava per il campo consunto di tristezza; oppure si richiudeva nella sua tenda ad aspettare che gli passasse l'inedia, il desiderio d'inazione. Se ne stava lì, a sognare scontri con l'indomita chimera e duelli con le virili amazzoni che ora non lo riguardavano più, come un estraneo, uno qualsiasi che non aveva mai dovuto battersi e non lo avrebbe più fatto. Allora la vedeva, la sua anatra, e non vedeva più il coniglio. Non aveva più nemmeno voglia di mangiarselo, il suo coniglio. Poi, dopo che gli era passata, di nuovo sentiva di poter volare e combattere. Come se niente fosse. Perché in effetti in mezzo non c'era niente. Non c'era un ponticello, e nemmeno una traccia, il segno di un passaggio. C'era soltanto lui che ad un certo punto indossava come Achille le armi lucenti e usciva all'aperto con una gran voglia di fare sfracelli. Solo che Achille non si dimenticò mai di essere Achille e di trovarsi in guerra. Nella famosa guerra di Troia. Sembrava che lo sapesse di essere un personaggio importante nella famosa guerra di Troia, mentre Bellerofonte si dimenticava persino d'essere un eroe.
- Tu mi piaci! - diceva Achille a Briseide prima che gliela portassero via, ma senza farsi sentire da nessuno. Briseide se ne stava lì discinta, senza scomporsi, emettendo solo qualche lamento consolatorio, con tutta la guerra che c'era intorno, eppure era lo stesso così bella che il solo pensiero di dover fare a meno di lei lo faceva disperare. E infatti la guardava, fino a quando non se la riprese Agamennone, magari per puro capriccio, perché a lui non piaceva nemmeno così tanto.
Forse se tu non ci fossi starei zitto, oppure no, perché ormai mi sono abituato alla tua presenza, sono destinato a vivere come se tu ci fossi, come se questa luna non ci potesse abbandonare e tu potessi ascoltarmi sempre e comunque, anche mentre dormi. Ma tu fingi soltanto, in realtà non vuoi saperne affatto di dormire. Ti giri nel letto come se tu non trovassi pace, ma ascolti nonostante tutto, e non ti stanchi, oppure ti stanchi e non lo fai vedere, fingi affinché continui, perché non vuoi che smetta e temi il mio silenzio. Cosa resterebbe se volessi interrompere questo vano ruscelletto di parole? Che ne sarebbe della luce bianca della luna che ti sfiora le ginocchia sotto le lenzuola? Cosa le resterebbe da ascoltare?
Un bel niente! Se smettessi di parlare ci sarebbe un silenzio poco credibile e molto rumoroso. Anche il tuo cuore calmo comincerebbe ad agitarsi troppo, a fare smorfie e versi poco ortodossi. Dunque non ci conviene, il silenzio. Ci sono sempre troppe scorie che lo cospargono, rumorose e un po' arrugginite, amare o dolci, ma d'una dolcezza che alla lunga ammorba. Sono ripetitivi, i silenzi, anche quando sono tutti diversi, mentre le chiacchiere mettono una certa allegria, fanno venire una certa voglia di un silenzio vero, non della scimmiottatura d'un silenzio.
Il mare si sta agitando. L'ennesima tempesta si avvicina e tu non te ne accorgi. Non ci fai più caso alle tempeste, nemmeno quando sono imminenti. Non badi al vento che scuote le vele sopra il tuo sudario, agli alberi che cigolano per lo sforzo. Lo trovi sufficientemente fresco, questa specie di letto esposto alle intemperie, perché è un succedersi di confortanti avvallamenti, una superficie privata della sua monotonia originaria e con un umore che si rinnova di continuo, notte dopo giorno, secrezione dopo secrezione, blu turchino sul disfarsi dell'azzurro.
Hai visto Vicky, quella ragazzina che ci porta sempre al tavolo il salmone fresco? Forse le assomigliavi. Dice che è irlandese, e anche lei ha i capelli rossi, quasi come i tuoi. Il saperla d'intorno a camminare tra un tavolo e l'altro rende senza tempo le nostre serate e rinnova i colori della sala all'imbrunire.
E poi con i clienti ha un tatto molto civile e pungente. Anche nella risposta al signore tedesco con i baffi biondi che protestava per il ritardo delle sue pietanze è rimasta ferma nell'aperto interrogativo del suo sorriso.
Penso che siamo le illusioni prodotte da un ingranaggio arcano. Siamo preda di piccole grandi cose. E la cosa grande si fa piccola, e la piccola si fa grande. Come fa la grande a farsi piccola? Non lo so e non lo chiedo. Anche i colori e i profumi sono piccole grandi cose. Cose non cose, ombre di altre cose, effluvi incerti e passeggeri, delicati civili riflessi. Cosa si può dire di più delle cose piccole grandi? Della loro callida junctura come di qualsiasi altra, che ne riassume qualsiasi altra? Tante cose sono di più, si possono dire di più, ma nessuna come le piccole grandi.
E mentre la guardavo, pensando alla leggerezza che passava davanti ai suoi occhi di ragazzina, lei ad un certo momento ha sorriso, le è venuto un sorriso strano, non so se l'hai notato, come se fosse imbarazzata, ma non lo era, era solo grande piccola. E' per il non saperlo, che sembrava imbarazzata? E' per il lieve imbarazzo che procura l'essere grandi piccole che sorrideva senza sorridere, soltanto con la leggerezza degli occhi? E perché fui rapito da quella leggerezza muta come da un vento benefattore?
Non lo so perché; non si può sapere. Ora vorrei solo restare sempre così fermo, saperti vicina nel rosso dei capelli e nel castano degli occhi, nel tepore della tua spalla contro la mia mentre ripenso allo scalpitio dei tuoi passi rapidi sull'impiantito di questa piccola camera che si affaccia sul mare. Vorrei rimanere fermo proprio come sono ora, immobile come quelle tendine che nascondono la luna col loro fiocco vaporoso, mentre la neve scende dentro il suo alone nel cielo buio del mare.
   

























    




                                        L'UOMO DI VETRO




La cameriera del vagone ristorante ci portò una bottiglia di Boujoulet. Aveva delle lunghe gambe, impeccabili nelle calze a rete, e ci sorrise con una certa complicità. Poi riprese a servire tra i tavoli. Dal finestrino si vedevano le luci dei paesi, mentre seduti accanto a noi dei turisti americani parlavano a voce un po' troppo alta. Federico ogni tanto guardava la cameriera che percorreva il corridoio con quel suo passo elegante, e intanto sorseggiava il suo bicchiere, ma pensando a qualcos'altro, perché quando pensa si fissa sempre su qualcosa.
Quella sera dopo aver finito la nostra bottiglia andammo a dormire. Mi piace dormire in treno, specialmente nei vagoni letto, sebbene capiti raramente. Di solito mi addormento subito, non appena m'infilo sotto le coperte, anche se poi ho un sonno leggero. Lui invece si agita. A volte lo sento quando cambia di fianco o il tempo del respiro. Il suo sonno è più pesante del mio, ma anche più agitato, specie in treno. Deve pensare sempre a qualcosa, anche mentre dorme, e io posso quasi avvertire il peso dei suoi pensieri nel sonno. Le sue espressioni assomigliano a quelle di qualcuno che segue il filo di un discorso e che non lo vuol mollare fino a quando non è arrivato alla fine, e qualche volta ha degli incubi rapidi, che arrivano e scompaiono con brevi sussulti. Allora la mattina al risveglio è un po' diverso e come colpito da qualche impressione nuova, di cui però non sa parlare.
Avevamo deciso di comune accordo, seduti accanto sul solito scalino della solita fontana, dopo un lungo silenzio, senza mai guardarci nemmeno in faccia. Avevamo paura che finisse. Decidemmo di andare a Parigi, ma prima ci fermammo a Montpellier. Nella piazza grande ad un certo punto ci perdemmo, diciamo così, anche se non è proprio esatto, e quando tornai al mattino avevo girato tutta la notte per la città. Ero molto stanca e mi addormentai quasi subito. Lui era sveglio, ma non mi chiese nulla, questa era diventata una regola, la sua nuova strategia. In realtà avevo provato un impulso irresistibile ad andarmene e a lasciarlo solo, quasi che fosse colpevole di qualcosa, mentre tutto sommato non c'entrava niente.
Quando mi svegliai lui invece si era addormentato e io rimasi con gli occhi sbarrati contro il soffitto e incominciai a ripensare a quell'incontro. A un bambino non nato. Alla vita che avrebbero potuto vivere insieme. All'ostinazione della signora Rebeca e al suo bisogno di solitudine. Quel pomeriggio d'estate che incontrai suo marito a Roma faceva un caldo tremendo e ci sedemmo alla casina Valadier, sotto un ombrellone bianco, e dopo qualche mia domanda lui incominciò a raccontarmi di quel loro viaggio in Bretannia. Forse è per questo che anch'io volli subito partire, andare in Francia, e soprattutto in Bretannia, anche se ci passammo solo due giorni, appena il tempo di vedere quel paesino e la pensione dov'erano stati. Era un piccolo paese sul mare, con una bella chiesa tutta di legno, vicino a San Malò, la città dei pirati, dove credo ci sia ancora la loro sede ufficiale.
Non so se quella dove dormimmo noi fosse stata anche la loro camera. L'ultima sera che trascorsero lì, dopo cena, lei non faceva nulla. Stava sdraiata sul letto e lo ascoltava tenendo gli occhi aperti. Ogni tanto li chiudeva ma poi li riapriva subito, guardando il soffitto o verso la finestra. Senza dire niente. Guardava il soffitto senza fare il minimo movimento. Solo ogni tanto si girava su un fianco, tirandosi le coperte sopra la spalla e poi sventolando il lenzuolo come se avesse caldo, mentre in realtà faceva piuttosto freddo. Lui ad un certo punto si alzò dalla sedia e si accorse che gli girava la testa. Allora andò a prendere un'altra bottiglia d'acqua sul comò e a vedere se c'era rimasta qualche mela, perché secondo lui le mele fanno passare il mal di testa. Lei sempre zitta, ma con un sorriso nuovo, come se tramasse qualcosa. Ogni tanto infilava la testa sotto il cuscino, e poi la riscopriva, chiudendo ogni tanto gli occhi come se fosse sul punto di addormentarsi.
La pensione era piccola, ma carina. Fuori era color carta da zucchero e aveva una bella vista sul mare. Quando arrivammo il porticciolo era in secca per la bassa marea. In camera c'erano solo un lavandino un frigorifero e una vecchia stufa di ceramica, e poi un'unica finestra, molto piccola, con due tendine azzurre raccolte nel centro. Di sotto c'era la sala da pranzo, una saletta con pochi tavolini, anche questi piccoli, perché era tutto un po' in miniatura, e ci serviva una ragazza con i capelli rossi, che però non era bretone, ma irlandese, la nipote credo della proprietaria, se non ricordo male, e di giorno la vedevamo andare a cavallo sul prato dietro la pensione, perché aveva una grande passione per i cavalli e da grande ci disse che avrebbe voluto aprire un centro ippico nel suo paese, vicino a Dublino.
Tutto sommato la Bretannia non era un posto malinconico come avevo immaginato. I posti vicino al mare non sono mai troppo malinconici, anche se possono sembrarlo. Specie se il mare è l'oceano. E poi era una pensione simpatica. Anche la padrona era simpatica, molto premurosa e cordiale.
Lui poi le mele non riuscì a trovarle. Guardò dentro il frigorifero e lo richiuse senza aver trovato nulla di commestibile, e con la bottiglia in mano tornò a sedersi al solito posto. La signora Rebeca si rigirava nel letto e lui beveva lunghe sorsate dalla bottiglia, e poi ricominciò a parlare, o a pensare, perché non se lo ricordava nemmeno tanto bene, forse pensava a voce alta, o almeno qualche parola gli pareva di averla detta, perché si ricordava il suono della propria voce. Ad un certo punto lei si alzò in piedi sul letto, la vide in piedi sul letto che saltellava. Poi, dopo essere sobbalzata per un po' di volte scese giù e attraversò la stanza a piccoli passi veloci dirigendosi verso di lui, riempì d'acqua il bicchiere, lo bevve tutto d'un fiato e lo rimise sul tavolo, e sempre a piccoli passi veloci ritornò verso il letto e s'infilò di nuovo sotto le coperte.
Lui aveva conosciuto anche sua madre. Disse che era una donna alta, che le assomigliava, con un viso in apparenza sereno, ma anche con una certa durezza che veniva fuori solo a tratti, in certe espressioni, quando meno te lo aspettavi. Sua madre cercava di renderla indipendente, indipendente da tutto, tutto sommato anche da lui, nonostante che mostrasse di apprezzarlo e formalmente la incoraggiasse. Ma che per lei non bisognasse attaccarsi troppo a nulla e a nessuno era abbastanza chiaro. La signora Rebeca non le dava troppo ascolto, almeno fino a quando la madre fu ancora in vita. Sembrava che il suo problema fosse rendersi indipendente proprio da lei, ma quando poi morì volle renderle testimonianza, come se la sua morte le avesse dato ragione e bisognasse davvero rendersi indipendenti da tutto e da tutti. Allora tornò a stare a casa dei suoi e si chiuse nel lavoro, vivendo con pochissimo e rifiutando ogni suo aiuto economico.
La malattia della madre fu lunga e dolorosa. Negli ultimi tempi stava molto male e nel sonno protestava di continuo, come in preda ad un risentimento antico per qualcosa che le era stato tolto. La signora Rebeca se ne prendeva cura con una dedizione assoluta, intrappolata nella stessa stanza, guardandola per tutto il giorno mentre si agitava nel letto. Anche se nessuna terapia aveva sortito gli effetti auspicati, lei continuava a sperare. I medicinali si limitavano ad assopirla, ma non gli andava di fargliene prendere troppi, per non farla abituare, sebbene a volte si lamentasse molto.
Ora vive di nuovo da sola. Quel suo saggio non lo ha ancora finito, ma in compenso sta lavorando a un romanzo. Ogni tanto si vedono, ma raramente, e comunque continuano a scriversi. Ripresero a vedersi qualche giorno dopo quella sera del concerto. I primi tempi solo una volta o due la settimana. Lo propose lei. Gli chiese se aveva voglia di fare una passeggiata. All'inizio stentò a crederci, sebbene i primi tempi del loro rapporto a quanto pare la facessero quasi tutti i giorni. Qualche volta andavano anche a ballare, e anche in montagna. Facevano un sacco di cose e passavano quasi tutto il tempo libero in un'attività frenetica, di notte e di giorno.
La prima volta che uscirono di nuovo insieme andarono ai giardini di Boboli. Lei aveva una grande voglia di parlare. Dopo tanto tempo sembrava un torrente di parole. Parlava di tutto quello che capitava, delle persone che incontravano per strada e di qualsiasi altra cosa.
Poi io me ne andai vivere con Federico e qualche tempo dopo loro fecero quel viaggio in Bretannia. Una sera lei gli disse che voleva fare un viaggio. Anche questa volta dopo un concerto. E lui le propose di andare in Bretannia perché c'era già stato e pensava che le sarebbe piaciuto.
Quella notte a un certo punto gli parve che si fosse addormentata e allora smise di parlare. Rimase qualche istante a guardare la finestra, caricò bene la stufa e poi andò a letto. Lei si era messa bocconi e incominciò a muoversi senza aprire gli occhi. Prima gli strinse una mano con forza, respirando profondamente, e poi rimase immobile, fino a quando non l'abbracciò. Gli parve subito diversa dalle altre volte, c'era una determinazione nuova, quasi una solennità in ogni suo gesto, anche se solennità non è la parola giusta, una specie di concentrazione assoluta, come se non volesse perdere nemmeno una sfumatura, un respiro, o volesse ricordare, o sapesse già che non avrebbe comunque dimenticato, perché quella notte era assolutamente decisa ad avere un figlio, un figlio che invece non venne.
Poi lui volle sapere quello che avevo fatto io durante quel periodo. Disse anche che avevano parlato a lungo di me una sera, proprio durante quel viaggio. Non avevano idea di dove fossi finita. Così gli raccontai tutto, anche se per sommi capi. Che andai a vivere con Federico e che dopo la sua laurea, circa un anno dopo, venimmo ad abitare Roma, perché qui avevo delle buone opportunità di lavoro. Federico invece trovò subito un posto in una scuola privata, dove insegna tuttora.
Fu anche per quell'incontro che decisi di fare questo viaggio. Dopo la Bretannia andammo a Parigi, dove passammo un periodo abbastanza tranquillo, anche perché eravamo così impegnati a lavorare che non c'era molto tempo per discutere di altre cose. Praga invece fu la nostra meta successiva. Io temevo quasi di vederla, per i racconti dei miei e per l'aura che si era conquistata nella mia fantasia. Il sistema di sopravvivenza doveva essere sempre lo stesso: suonare il violino e la tastiera nelle piazze e nelle strade. Non avevamo problemi di soldi, perché si guadagnava abbastanza bene. Così quando venimmo via da Parigi ci potemmo permettere un viaggio più comodo, da veri signori.
Quel giorno che decidemmo di partire anche da lì litigai al telefono con mia madre, che in pratica non era mai d'accordo con nessuna delle mie decisioni. In fondo a Parigi avevamo trovato una sistemazione, diceva lei, e un modo per sopravvivere, e l'idea di sapermi di nuovo in giro la preoccupava. Mio padre no, o comunque di meno, anche se forse non me lo faceva semplicemente capire, oppure perché capiva davvero.
Su quello scalino in mezzo a Place de Vosge, perché naturalmente decidemmo di ripartire da uno scalino, c'erano solo note stonate e io avevo voglia di risentire l'odore del treno, che mi piaceva e mi seguiva dovunque. Ormai lo confondevo col mio odore, anche se il mio non era così acre e ferroso. Mi era entrato nei pori della pelle e non mi lasciava mai da sola, come lui. Mi lasciava muovere sempre con un leggero anticipo, ma senza farmi allontanare troppo. Non so come facesse a sopportare tutta la situazione, le mie fughe e le mie reazioni alle volte un po' isteriche. Si muoveva con passi felpati e in pratica gli andava bene tutto quello che decidevo, e anche sulla mia scelta di Praga non ebbe nulla da ridire, anzi, disse subito che piaceva anche a lui.
   A Praga i nonni e papà per un pelo non furono presi dalla Ghestapo. Il nonno rilegava libri anche lì. Lo aveva sempre fatto, fin da ragazzo. Forse non sapeva fare altro, o forse era solo convinto di saperlo fare bene. Credo fosse il 1939, nel mese di Marzo. Me lo ha raccontato un sacco di volte, ma la data esatta non la ricordo mai. Nella soffitta dove si erano rifugiati c'era una goccia che cadeva in un catino, e quella goccia era il ricordo più ricorrente di tutta la sua prigionia. Non c'era verso d'eliminarla. Avrebbero dovuto aggiustare il tetto, ma in quel periodo non era proprio possibile. Un giorno, papà doveva avere sette-otto anni, proprio sotto la finestra di quella soffitta fucilarono delle persone che avevano cercato di scappare. Probabilmente non avevano fatto nulla, volevano soltanto non farsi prendere. E invece le presero. Lui non poteva vedere nulla ma sentì tutto distintamente, gli ordini dei tedeschi e le urla di quelli che erano stati presi. E alla fine sentì molto bene anche gli spari, il rumore dei mitra e quello ancora più sinistro delle pistole. Quando fu tutto finito andò proprio sotto quella goccia e la osservò mentre si staccava dal soffitto, mentre nasceva, e se la fece cadere in faccia, dove lo prese proprio sotto un occhio, come se avesse pianto. Ma non pianse affatto. Non ne aveva alcuna voglia. Aveva voglia di andarsene da lì, ma anche di rimanerci per sempre, di non muoversi più per tutta la vita, di rimanere in quel posto per sempre senza morire mai. Il nonno invece avrebbe voluto accendersi una sigaretta, ma le avevano finite, mentre lui si rimise a sedere con quella goccia ancora sulla faccia che non scendeva e non si asciugava.
Dalla finestra potevano vedere la piazza vecchia, e anche i camion militari e le jeep che l'attraversavano di continuo, ed era proprio la stessa piazza dove noi ci fermammo a lavorare la prima sera. Era piena di giocolieri e sputafuoco, di mimi che andavano avanti nelle loro espressioni solo dopo un'altra moneta. Uno era molto carino: aveva una faccia che sembrava di plastica e imitava uno specchio, riuscendo ad assumere le sembianze di chi stava ad osservarlo, movendosi lentamente e poi fermandosi di colpo sull'espressione giusta. Rimanemmo tutti e due a guardarlo per un po', ma io invece ad un certo punto mi allontanai, piano piano, quasi di soppiatto, con un movimento perlustrativo naturale, come avevo già fatto quella sera a Montpellier, senza un motivo preciso e senza voglia di lasciare traccia. Feci un giro della piazza e poi mi addentrai nelle stradine intorno, fino all'altra piazza di S. Venceslao, senza voglia di suonare o di ritrovarlo. Quando molto più tardi tornai alla pensione non c'era e così andai a cercarlo dove l'avevo lasciato, nel punto esatto dov'ero sparita. Gli sputafuoco avevano smesso di lanciare fiamme, ma nell'aria c'era ancora un certo odore di benzina, insieme ad una nebbiolina che era scesa a velare i rifiuti lasciati dai turisti. Continuai a camminare per le strade deserte, illuminate poco, umide e sporche. Incontrai qualche cane, un ubriaco, un gruppo di ragazzi appena usciti da una discoteca, altri ragazzi che parlavano a voce alta, mi pare tedeschi, e poi tornai alla pensione, dove mi addormentai con la luce accesa. Durante il sonno sognai un elefantino molto piccolo che correva sventolando le orecchie sotto la pioggia mentre io cercavo di riparare entrambi con un ombrello mezzo rotto, e a un certo punto ci rifugiammo dentro un portone dove potevo vedere i suoi occhi che mi fissavano nel buio e un po' l'ombra bianca delle orecchie che sventolavano. E' l'unica volta in vita mia che ho sognato un elefantino e credo sia per questo che lo ricordo ancora perfettamente. Quando mi svegliai all'improvviso erano quasi le cinque e lui non era ancora rientrato. Tornai a cercarlo nella solita piazza e questa volta incontrai il mimo della sera prima, seduto al tavolino di un bar, che naturalmente era chiuso. Stava accovacciato su una poltroncina di vimini con lo sguardo un po' perso, ed io mi misi a sedere senza dire nulla. Fu lui a rivolgermi la parola per primo, qualche istante dopo. Parlava in inglese, perché era di Cardiff, ed io l'inglese lo capisco abbastanza bene, anche se il suo era più difficile del solito. Gli chiesi qualcosa sul suo lavoro, sul perché avesse deciso di farlo, e lui incominciò a raccontarmi una storia che all'inizio sembrava non entrarci nulla. Parlava senza fare il minimo gesto, quasi come se non ci fossi, guardandomi solo di tanto in tanto. Dopo un po' vidi Federico sbucare da dietro al grande monumento a Jean Huss che c'è al centro, con un'aria infreddolita e un'andatura claudicante. Mi salutò come se ci fossimo lasciati cinque minuti prima e poi mi disse che si era sdraiato sugli scalini dall'altra parte del monumento e che si era addormentato. Per questo camminava un po' zoppo, perché gli si era intorpidita una gamba. L'altro gli gettò appena uno sguardo e continuò subito il suo racconto. Una storia abbastanza assurda, che ascoltavo tenendomi le ginocchia strette tra le braccia, mentre Federico ci guardava a turno. A volte era geloso di certi incontri, ma la gelosia sulla sua faccia durava solo pochi istanti, una frazione di tempo infinitesima, perché in fondo pensava che fosse inutile e fuori luogo, e che non c'entrasse nulla con noi e il punto dove eravamo arrivati.
L'inglese, che poi sarebbe un gallese, perché Cardiff è nel Galles, aveva sempre la stessa faccia di plastica e non faceva alcun movimento. Mentre la sera prima si muoveva con grande perizia, trovandosi a suo agio in qualsiasi espressione, ora non muoveva più nemmeno un dito. Aveva un tono di voce molto leggero, appena percettibile, e muoveva poco anche le labbra sottili mandando lo sguardo in giro per la piazza.   
Un giorno incominciò ad aver paura di poter rompere qualcosa, di poterlo mandare in mille pezzi senza un motivo. Tutto quello che afferrava avrebbe potuto sbriciolarsi all'improvviso. Poi, subito dopo, fu sorpreso dal timore opposto, quello di potersi rompere lui, fracassarsi emettendo un rumore di bicchieri scaraventati a terra dopo un brindisi. Le sue mani incominciarono a farsi esitanti anche nei gesti più semplici, come per esempio aprire la porta di casa. La pressione della chiave sulla mano avrebbe potuto creparla in maniera irreversibile, per cui bisognava fare attenzione e andarci piano. Quella sera si sdraiò sul letto usando grande cautela. Sui letti spesso succedono molte cose interessanti, disse, incipienti trasformazioni, che a volte trovano un terreno fertile per impiantare le loro radici ed altre volte si dissolvono nel nulla da cui sono venute. Lui stava sul letto con una gamba accavallata sopra l'altra e nel tentativo di distrarsi si era messo a leggere un libro. Ad un certo punto fu preso da un prurito alla pianta di un piede e incominciò a grattarsi. Ma con sua grande sorpresa non ne venne fuori alcun sollievo, come se fosse divenuto impermeabile a qualsiasi forma di attrito. Anzi, la situazione peggiorava, perché riusciva a provocarsi solo un solletico maggiore, tanto che gli venne persino da ridere. Ci riprovò ancora, ma andava sempre peggio. Allora mosse le dita e le osservò attentamente mentre ondeggiavano dentro il calzino. Quindi tolse quel calzino, si rimboccò i pantaloni e risalì con lo sguardo verso il ginocchio ripiegato, che era uguale, della stessa consistenza fatta di soli confini. E così per tutto il resto del corpo, fino alla testa e al torace, fino alle stesse mani, della cui trasparenza fino a quel momento non si era accorto, forse perché si erano cristallizzate proprio in quel momento. Anche la punta del suo naso era divenuta eterea e diafana, come una crisalide essiccata. Quindi, per quanto la cosa potesse risultare inverosimile, precisò, dovette prendere atto che era di vetro. E cioè perfettamente trasparente. E probabilmente non infrangibile. Pensò che da quel momento l'accortezza e la prudenza sarebbero diventate le sue virtù preferite. Anche le ciglia: cercava di sbatterle piano. Solo gli occhi potevano essere di carne. Di vera carne colorata, vitrea ma colorata, e con tutti i riflessi dell'iride ancora intatti. Gli occhi dovevano essere ormai il suo unico punto molle, il suo tallone d’Achille, l'unica eccezione intorno cui poteva raccogliersi. Il resto, era di vetro.
   Ovviamente, aveva qualche esitazione a guardarsi allo specchio. A quel punto tutti gli specchi gli assomigliavano un po' troppo, se non altro per i loro componenti di base. Certo, poteva sempre contare sugli occhi, sul fatto di possedere ancora uno sguardo variopinto e carnoso. Proprio la parte del suo corpo che gli era sempre parsa la meno concreta, quella più impalpabile e meno definibile, diveniva ora l'unico ancoraggio deciso ad una qualche consistenza biologica. Il corpo era sospeso al suo sguardo, e quindi ai suoi occhi. Si può capire che non era piacevole, che si trattava di un'esperienza poco rassicurante. Tuttavia questa era esattamente la sua sensazione, e abbastanza netta da indurlo ad agire, a compiere un'azione qualsiasi. Così, dopo averci messo un po' per decidersi, si alzò in piedi e si avvicinò allo specchio, per controllare se anche gli occhi non si fossero cristallizzati. Lo fece con un'estrema cautela, infilandosi subito il paio di pantofole che teneva sotto il letto e che per sua fortuna aveva avuto l'accortezza di scegliere tra le più soffici.
Si avvicinò allo specchio a piccoli passi, attento a non perdere l'equilibrio e a non fare movimenti troppo bruschi, appoggiandosi al cassettone che aveva in camera. Lo specchio gli confermò quanto aveva sperato, che gli occhi erano salvi, incavati nelle loro orbite, senza un collegamento visibile di nervi o di vene con le altre zone del corpo, ma lui non ci fece caso, perché la cosa incredibile era un'altra, e cioè che uno era completamente bianco, mentre l'altro, l'occhio destro, aveva tutti i colori dell'iride che ruotavano all'impazzata come in una giostra, e quell'occhio lo fissava, come anche l'altro, e sembravano proprio suoi, sospesi senza radici nella loro sede naturale come se nulla fosse successo, indifferenti alla consistenza nuova di tutto il resto. Anche i capelli erano di vetro, ma d'un colore appena più scuro. Forse si trattava di un colore appena accennato di caramello, l'unica cosa un po' colorata che gli era rimasta addosso oltre all'occhio destro.
Quindi girò un po' nella stanza senza saper cosa fare, sperimentando la solidità dei propri passi, fino a quando non tornò a sdraiarsi sul letto. L'occhio colorato disegnava sul soffitto strane ombre dentro una luce bianca, ombre cinesi che venivano da lui e probabilmente quell'occhio avrebbe dovuto portarselo in giro, e tutti l'avrebbero visto e forse avrebbero avuto paura, oppure avrebbero avuto paura dell'altro completamente bianco e infatti si accorse che per strada gli altri guardavano soltanto un occhio per volta, mentre lui nel sogno si era quasi dimenticato di avere un corpo di vetro.
Quando si svegliò era tutto finito e il sogno lo ricordava solo a brandelli. C'era un nesso mancante tra la prima e la seconda parte che feci un po' fatica a ricostruire. Quel pomeriggio comunque fece i bagagli e il giorno dopo partì per Parigi, dove in seguito frequentò la scuola di Marcel Marceu, e d'allora viveva in quel modo, facendo il mimo e interpretando la parte dello specchio.
Rimasi un po' sconcertata, dopo il suo racconto, e la fine mi parve un po' brusca. Forse mi aspettavo un qualche sviluppo più inquietante o avventuroso, e poi non l'aveva raccontato come un sogno, ma come una vicenda reale che sembrava veramente accaduta. Comunque sia, a parte il mio scetticismo, lui mi piaceva perché aveva un modo di parlare molto tranquillo e normale, come se avesse vissuto davvero tutta la storia, anche se c'era qualcosa a cui non riuscivo a credere, o che mi pareva esagerato, e poi non riuscivo ancora a cogliere fino in fondo il nesso, anche se non aveva l'aria di raccontare balle. Ogni tanto guardava verso la piazza e ogni tanto guardava me, che continuavo a ripensare al suo corpo di vetro e ai suoi occhi indipendenti, e soprattutto a quello che ruotava come una giostra, ma anche all'altro, e capivo che non era possibile guardare l'uno senza riuscire a non guardare anche l'altro, almeno ogni tanto, e mi venne in mente di ripartire, subito, anche l'indomani.
Dopo Praga dovevamo andare a Bratislava e poi scendere giù fino a Trieste. Federico non diceva nulla, ma ascoltava in silenzio col suo solito sorriso concentrato e lo sguardo distante, e io chiesi al gallese in quali posti era stato. Allora mi fece un lungo elenco di città: descrisse le piazze, gli abitanti e le loro reazioni ai suoi spettacoli. Aveva viaggiato davvero molto più di me, visto posti dove mi sarebbe piaciuto andare. Avrei voluto domandargli se quella sensazione non era più tornata, ma non lo feci. Mi faceva un po' paura e mi sembrava stupido indagare oltre, tanto se non voleva dirmi la verità non l'avrebbe detta. Sembrava quasi una statua e non aveva un'espressione precisa. Lui che sapeva fare tante espressioni ora non ne aveva nessuna, la sua faccia era come una maschera, ed anche il corpo, pareva davvero un po' di vetro, pallido e magro, senza sangue nelle vene. Era vestito tutto di nero, con un gilet rosso carminio pieno di tasche. Federico ogni tanto guardava anche me, forse per tentare di capire dalla mia espressione se gli credevo o cosa ne pensavo. Non mi sembrava tanto convinto. Non diceva nulla e continuava ad avere quell'espressione assorta che ha sempre quando segue un filo parallelo di pensieri.
In quel momento il nostro rapporto era sospeso a metà di un guado, quello che avevo sentito si era trasformato in un sentimento nuovo, impalpabile e precario. Non volevo forzare la situazione, non volevo decidere niente, c'era solo quest'accordo di viaggiare insieme e di aspettare. Eravamo partiti per Parigi all'improvviso, dopo aver subaffittato il nostro appartamento ad un'amica, senza sapere cos'avremmo fatto dopo. In fondo l'idea di provare a vivere viaggiando con lui mi piaceva, almeno all'inizio, anche perché forse da sola non me la sarei sentita. A volte quando era stanco di camminare s'incurvava leggermente con le spalle, senza guardare dove metteva i piedi e con l'aria di non capire bene dove ci trovavamo, e allora mi sembrava di riconoscerlo e non sapevo più cosa fare, sentivo di amarlo ma mi sembrava che quella non potesse essere la mia vita, che anche la mia vita avesse ancora bisogno di un tratto di solitudine in più, e comunque avrei voluto solo prendere una decisione qualsiasi per dare alla cosa il suo contorno definitivo.
Poiché il gallese continuava a tacere fissando la piazza deserta gli chiesi come faceva ad imitare tanto bene le espressioni della gente. Rispose che le persone si insediavano nello spazio del suo corpo, che non aveva più un corpo proprio. Disse che senza un corpo si possono sentire anche i pensieri delle altre persone. Anche i miei, e anche quelli di Federico, che secondo lui pensava a me, a cosa sentivo in quel momento e a cosa ci aspettava. Federico l'osservava come se parlasse di un'altra persona e ogni tanto fissava anche lui un punto lontano della piazza, o forse dei cani che erano saliti sul monumento a Jean Huss.
Alla fine mi decisi e domandai al gallese come quel sogno potesse averlo fatto decidere e se lo avesse più fatto. Lo chiesi con una perplessità che mi era rimasta nello sguardo e da cui non riuscivo a liberarmi. Quel sogno non l'aveva più fatto, ma poi si avvicinò a me per farsi illuminare la faccia da un lampione e i suoi occhi erano davvero diversi, uno un po' più chiaro e l'altro più scuro, e forse con dei colori più vivi. Nemmeno quella sensazione d'essere di vetro era più ricomparsa, perché secondo lui era stata sostituita da tutti i corpi che poteva prendere a prestito. Era per questo che non aveva più bisogno del suo. Non aveva nemmeno bisogno di avere un'espressione particolare, ne poteva fare tranquillamente a meno, e infatti in quel momento mi parve che non ne avesse alcuna e che non potesse averne mai nessuna che gli appartenesse, e non riuscivo a capire che effetto potesse fare girarsene per l'Europa senza una faccia precisa. Lui disse che tutti lo notavano per questo e mentre lo diceva gli sfuggì un sorriso un po' amaro, perché in fondo l'essere notati perché non si ha una vera espressione sulla faccia poteva essere il sintomo di una specie di trasparenza. Tutti gli gettavano almeno un'occhiata, perché secondo lui le persone sono attratte sempre da quello che manca di una direzione o di un'espressione precisa, oppure dalla differenza tra due cose che dovrebbero essere uguali, dalla rottura di qualche simmetria.
Mi strinsi di nuovo le ginocchia al petto, quasi per la paura che anche il mio corpo potesse frantumarsi. Il gallese continuava a fissarmi con i suoi occhi diversi, anche se nel buio non si vedevano, senza badare all'effetto che poteva farmi quel suo sguardo tanto insistente. Non riesco mai a provare nulla quando qualcuno mi osserva così, la confusione prevale, insieme a un certo imbarazzo e a una buona dose di fastidio. Però aveva un collo esile, morbido e bianco. La prima cosa che affiorò era la sensazione che in quella storia ci fosse qualcosa che ci riguardava tutti, e una certa considerazione nei suoi confronti per averla presa tanto sul serio, forse perché anch'io in quel momento avrei voluto prendere sul serio un segnale qualsiasi. Aveva anche delle guance magre e incavate, che davano un'idea strana di sofferenza raggelata, e ripensando al suo sogno mi parve che in fondo si potesse amare qualcuno solo quando si fosse spogliato di tutte le facce possibili, solo nel suo sguardo un po' divaricato, solo per una specie di pietà che si può provare per uno spazio vuoto che ha da qualche parte e che tutti gli altri modi d'amare fossero al confronto un po' falsi e appiccicosi.
L'incontro col gallese di vetro quella sera mi fece sentire meglio quanto fosse tutto precario e come il nostro modo di stare insieme non lo fosse più di tutto il resto. Federico continuava ad osservarlo con un'espressione molto attenta, con la sua faccia di quando ascolta senza nessuna fretta di capire o giudicare, e io in quel momento sentii chiaramente che volevo restare con lui, che avevo deciso di non smettere di amarlo.
Il giorno dopo era una calma mattinata tranquilla e per le strade di Praga c'era una baccano terribile. I bambini urlavano per strada, gli autobus strepitavano, i gatti miagolavano e i cani ci giravano intorno correndo e abbaiando. Io piangevo camminando avanti, accelerando il passo per arrivare alla stazione, perché ero felice, stanca da morire, da sola e felice. Intanto Federico continuava a seguirmi senza dire nulla e ogni tanto accarezzava un cane sulla testa fermandosi a parlare con lui. Gli faceva qualche carezza e poi accelerava per raggiungermi, mentre io andavo sempre avanti perché la fine di tutto mi sembrava alle spalle e l'idea di poter ricominciare, che quella fosse proprio la mia vita non mi faceva paura.
         


































                                         LE FIGLIE DI NICOLAJ




Nelle notti d'estate la luce si mantiene vicino a chi dorme, priva d'impurità, abbracciandone il sonno leggero. Qui anche i pensieri degli uomini si conservano come le pietre, come le tombe dei morti o i basamenti del Cremlino, ricoprendosi anch'essi di rossi licheni. Proprio in questo posto i deportati di Stalin morirono di freddo e di fame d'inverno, nella torre più alta dell'isola, legati agli alberi e mangiati dalle zanzare d'estate. Nella bella stagione l'interno è abitato da queste bestie fameliche, innumerevoli e odiose. Una ritorsione del fresco che si sprigiona dalle acque placide dei molti laghi dove le ninfee riposano come ombre addormentate e le anatre si allungano chiamandosi in volo.
Passeggiando nella luce bianca dei prati, lungo i sentieri intorno al monastero, la voce di Nicolaj s'infittiva, diventava più debole e intensa, commentando ogni cosa con messaggi lapidari, frasi nette da non scordare.
Quando vennero a trovarmi le sue figlie in Italia erano passati tre anni. Svetlana, la più grande, Sonia e Julia, che ne aveva solo otto al tempo del mio viaggio. Il ricordo delle due circostanze, della loro visita e della mia precedente, si confonde e completa, come se il tempo interposto fosse anch'esso una continuazione di quel primo viaggio, necessario per accettare la decisione di Rebeca.
Alcuni giorni dopo quel concerto alla villa di Pratolino, al ritorno dalla mia breve vacanza romana, riprendemmo a vederci. Durante le passeggiate che facevamo insieme mi sembrava che le frasi oscillassero sull'erba come i primi tempi e insieme a lei avevo ancora la sensazione che rimanesse da qualche parte una traccia del nostro passaggio, un po' come quei due cordoli azzurri intrecciati nel vuoto che avevamo visto un giorno penzolare da due lunghe lumache appiccicate al tronco di un albero. Quando stavamo sdraiati nei parchi ci accompagnava spesso il canto delle cicale o il volo di qualche calabrone, ma proprio lì, intorno ad un calabrone verde o nero, aleggiava in me il timore di perderla ancora, come se quello che sentivo contenesse sempre il germe che poteva farlo fallire.
Un pomeriggio lei disse che il volo dei calabroni rappresentava il futuro e quell'osservazione, stranamente, mi parve del tutto appropriata. Poi aggiunse che in quel momento le sembrava d'essere senza desideri, che la nostra felicità fosse priva di legami, che non si fondasse su un bisogno e non creasse alcun vero attaccamento, ma ci scorresse accanto con un leggero anticipo spiandoci in silenzio.    
Circa un mese dopo il ritorno dal nostro viaggio in Bretannia la situazione precipitò e lei volle tornare a vivere da sola. Avrei potuto protestare, oppormi, fare qualcosa. Invece questa volta non cercai più di trattenerla o di convincerla. Rimasi soltanto paralizzato dal fatto che potesse avermelo comunicato come una decisione ormai presa e dopo poche settimane decisi di trasferirmi a Roma.
Per qualche tempo continuammo a sentirci per telefono. Poche parole per comunicarci che andava tutto bene, per provare a capire tra le righe e i silenzi, io non più ostinato e tenace come un volta. Poi ci fu la sua lettera, quella fondamentale, l'inizio e la fine di una spiegazione.
In quella lettera mi diceva che era stupido voler essere felici, forse addirittura indecente. Che lei sopportava solo una felicità moderata e leggera, che non si lasciasse del tutto afferrare. Un demone severo le impediva di amarmi in un altro modo, in un modo possibile. Io le ero affine in tutto, da parte a parte, terribilmente e angosciosamente affine, come lei a se stessa. Eravamo fedeli a qualcosa fuori di noi e nessuno poteva trovare asilo nell'altro, perché l'altro occupava lo stesso luogo, guardava al mondo da un medesimo scorcio. Lei sapeva amare solo la persona che in una giornata di primavera poteva preferirle l'ombra di un pioppo incontrato lungo la strada e ormai non riusciva a fare molta differenza tra un libro, un albero o una persona. Tutto quello che poteva amare lo amava di un unico amore e in questo io non ero molto diverso. Questo era il solo modo in cui sapevamo farlo, e un altro non ci era concesso. Anche quando parlavamo così a lungo eravamo proiettati all'esterno, e se anche io avessi cercato di trasformare il nostro rapporto in un reciproco scambio lei credeva che non sarebbe servito a niente e che alla fine si sarebbe chiusa in se stessa, perché non sapeva dare nulla per avere qualcos'altro e non sapeva appoggiarsi all'amore come a un sostegno. Non voleva coinvolgere o legare, voleva soltanto distrarre dalla vita e da se nella vita.
Ora che ognuno aveva il suo dolore da preservare avrebbe voluto che la portassi via per tutta una sera, per dimenticarmi un po' ritrovandomi. Per essere in due a portarmi dentro, diceva. Con la sua decisione forse aveva tradito se stessa, ma doveva farlo, anche se in questo modo aveva tradito anche me, perché tradiamo sempre noi stessi, e non l'altro, ma se l'altro in quel momento sei tu stesso, tradiamo comunque anche l'altro.
Nell'amore lei diceva di non esistere: c'era un essere frenetico, fuori di lei, sofferente, un'anima senza corpo che ogni giorno non era a casa nella sua vita. Per la stessa impossibilità di costruire dalla vita l'amore, e dall'eternità frazioni di giorni, noi avevamo vissuto accanto fuori dalle nostre vite, fuori di noi. Potevamo soltanto incontrarci, ed ora non importava molto a chi questo dolore facesse più male.
Infine mi chiedeva di scriverle solo quando mi sembrava necessario e di fare in modo che lo fosse più spesso possibile.     Non provavo esattamente le stesse cose, ma ormai era chiaro che aveva ragione. Neppure i primi tempi parlavamo di noi, nemmeno quando ci pareva di farlo. Qualcosa ci portava sempre fuori, un po' più lontani. Anche il fare all'amore sapeva distanziarci, lasciandoci raccolti nella stessa ombra e dentro un unico spazio aperto. E neppure quel nostro viaggio aveva cambiato qualcosa, tutto si era svolto con gli stessi silenzi e nella stessa attesa.
Nelle lettere che seguirono non toccammo più quell'argomento, come se fosse vano discutere o cercare di fornire ulteriori chiarimenti. Incominciammo a scriverci cose sempre più semplici, in un linguaggio quasi cifrato, e lei ogni tanto infilava nelle buste frammenti di resina o strisce di muschio quali tracce delle nostre passeggiate.
Alla vigilia del mio viaggio in Russia, ripercorrendo per l'ennesima volta la sua scrittura nervosa e decisa, le nostre frasi di allora mi sembrarono scorie pietrificate, residui stentorei e indiscreti, qualcosa che mi seguiva ancora da lontano e pesava sulla coscienza come un'omissione grave.
Avevo preso contatto con Nicolaj circa due mesi prima. Mi aveva dato il suo numero una mia ex collega e telefonicamente mi ero accordato per essere ospitato a pensione, per centocinquanta dollari la settimana, con inclusa una gita nell'estremo Nord, in Kerelia, propostami proprio da lui fin dalla prima telefonata.
Nicolaj insegnava letteratura italiana all'università e quindi con lui parlavamo italiano. Lo stesso giorno del mio arrivo mi portò a vedere i luoghi di Dostoevskij a Pietroburgo, il suo appartamento sull'angolo, vicino ad una chiesa, come tutte le sue case, e poi il cortile di Rascolnikov, simile a molti altri.
Il resto lo vidi da solo nei giorni successivi, percorrendo la prospettiva Nevskij almeno una decina di volte, avanti e indietro senza stancarmi. Nonostante l'avessi già vista in fotografia non me la immaginavo così grande e animata, tanto essenziale per la vita della città, per i sogni e le aspettative dei suoi abitanti. Poi, sempre da solo, visitai l'Hermitage, ed anche la casa-museo di Puskin, una delle molte dove aveva abitato in affitto, che era arredata con una sobria eleganza e dotata di un'enorme biblioteca, piena di libri che non capivo, per il tipo di vita che aveva condotto e la sua morte precoce, dove potesse aver trovato il tempo di leggere.
La prima serata che trascorsi con loro, dopo cena, Julia suonò il pianoforte. Si trovava in un angolo della camera che mi aveva ceduto, ma non avevo ancora chiesto chi sapesse suonarlo. Eseguì due brani di Schumann, che non conoscevo. Per una bambina della sua età suonò decisamente bene e quando ebbe finito si produsse in un lungo inchino, sorridendo appena con la faccia rivolta a terra.  
Il pomeriggio del quinto giorno partimmo per Kem. Viaggiammo in treno per più di sedici ore, tra ininterrotti boschi di betulle e di abeti. La natura dominava ogni cosa, le povere case di legno isolate e le squallide periferie delle città. Fu durante quel viaggio che mi parve di capire come un'idea d'appartenenza a qualcosa di unico e comune potesse aver segnato il destino di una nazione attraverso vicende e circostanze storiche tanto diverse. In uno spazio così vasto e selvaggio si poteva comprendere come gli zar fossero stati spesso amati come padri oppure odiati come despoti e che i governi successivi avessero continuato ad esercitare un potere mai controllabile dal popolo, in qualche modo ancora patriarcale e tuttavia remoto.
Nei vagoni di seconda classe gli scompartimenti erano aperti e le persone stavano disposte come nelle corsie di un ospedale, seduti o sdraiati sui letti già ricoperti dalle lenzuola, chi giocando a carte o mangiando, i bambini correndo od urlando sudati, spossati dall'aria viziata e dalla stanchezza.
Da Kem, dove trovammo il tempo di visitare una bella chiesa di legno, vicino alla foce di un fiume, c'imbarcammo per le isole Solovki. Nicolaj vi si recava spesso d'estate, con tutta la famiglia, ma quell'anno sua moglie non venne. Forse non stava già bene, ci ripensai più tardi, perché allora nessuno mi fece parola della sua malattia.
Attraversammo il mare in tempesta su una piccola barca e durante il tragitto in molti si sentirono male, anche Sonia e Svetlana, ma non la piccola Julia, che invece corse tutto il tempo sul ponte afferrandosi alle corde o ai piloni di sostegno. A poppa, nella parte bassa, un prete cantava con la sua numerosa famiglia. Sei figli di varie età, più una moglie dall'aspetto maestoso, mentre lui portava un pizzo rossastro che s'intonava con la sua magrezza. A chi stava male faceva annusare dell'ammoniaca, che subito li rianimava, e poi tutti insieme continuavano tranquilli a pregare intonando delle nenie malinconiche che avevano probabilmente l'effetto d'aumentare il disagio degli altri passeggeri.
Quando giungemmo nelle acque calme del golfo ci apparvero le cupole del monastero. Si stagliavano nel cielo al di sopra delle mura e in quel momento ci riappacificarono con il mare. La famiglia che ci affittava le camere era loro amica di vecchia data, le stanze pulite e ordinate. Al piano di sopra c'era una sala col camino dove trascorrevamo parte delle serate a parlare bevendo dell'ottima vodka. La legna di betulla era secca e bruciava rapidamente, inondando di luce la stanza e gli occhi incavati di Nicolaj. Aveva un modo lento di parlare e scandiva le frasi col movimento delle mani bianche ed ossute, che alla luce del fuoco disegnavano lunghe ombre sulle pareti. Fuori dalla finestra erano i pochi alberi radi a proiettarle sui prati, ma quelle erano deboli ombre, slavate impressioni lunari prive d'una consistenza precisa.
Il monastero rimane l'unico approdo d'ogni distanza. Dentro è come un paese e di notte la luce si specchia nel bianco delle sue case, mentre le mura della fortezza, costruite con grandi pietre poi ricopertesi di licheni rossi, emanano una luce purpurea che contrasta con il debole verde dei prati. Tutt'intorno il passato non sembra passato e la natura s'impone con i suoi contrasti dovunque, erige una barriera che unisce, salda ogni affinità degli astanti. Per quanti secoli qui è fiorita la vita? Per quanto tempo le campane hanno continuato a suonare sul mare e sui laghi? Non si può dire, non ha senso il volerlo calcolare, perché il tempo ha un respiro più lungo, privo d'argini netti, avvolgendo ogni cosa entro un velo trasparente e precario.
Mentre lungo la costa un vento gelido spazzava via l'aria, all'interno era un rigoglio di primavera. Passeggiando tra i laghi s'incontravano case abbandonate che ci osservavano mute, come se la natura avesse ricevuto un'offesa essenziale e si fosse ritratta in questo luogo segreto per meglio abbracciare o tradire ogni attesa. Non sembrava un posto adatto per la speranza, ma solo per una fede sottomessa e raccolta. Nicolaj del resto lo disse una sera, mentre davanti al camino la barba e le sopracciglia sembrava dovessero prendergli fuoco, che Dio faceva a meno della speranza degli uomini, in quanto la raccoglieva già prima sul nascere, nel vedersi in trasparenza dei cuori, oppure nel suo dileguare, di fronte alla quiete indifferente della natura. Anche in quell'occasione mi pare citasse qualcosa di Florenskij, che lì era stato deportato negli ultimi anni della sua vita, scomparendo poi secondo alcuni in circostanze misteriose, mentre per altri fu semplicemente fucilato.
Di Florenskij Nicolaj doveva essere un grande estimatore, perché poteva citarne interi passi a memoria. Forse anche per questo motivo tornava sulle isole quasi ogni anno, per rimanere vicino a quella testimonianza sommessa e tuttavia non sbiadita, ancora vivente nel suo intatto scenario.
Una notte, durante una delle solite passeggiate, incontrammo Svetlana che cavalcava, inseguita a piedi d'alcuni suoi amici dell'isola. Erano ragazzi che frequentava ogni estate e con i quali passava quasi tutto il suo tempo. Si fermò davanti a me offrendomi di fare un giro sul loro cavallo pezzato. Feci così una breve passeggiata trottando nel chiarore dell'erba, ripensando alla famiglia che ci ospitava, al loro cibo fatto col latte inacidito, monsone di profonde diarree. Gente che non parlava a vanvera, come Nicolaj e la piccola Julia, come la signora Sofia, deceduta dopo il mio viaggio, due anni prima della loro visita, di leucemia. Era una donna incantevole la signora Sofia, con due splendide spalle e una risata sonora, che liberava il pensiero da qualsiasi riposta oppressione. Quando arrivai a Leningrado era da poco iniziata l'era della Perestrojka. Lei sulle riforme era scettica, come su molte altre cose. Una sera che riuscimmo a parlare di letteratura mi disse che non le piaceva nemmeno la Natascia di Guerra e Pace, e gliene chiesi spiegazione. Suo marito mi tradusse che si trattava di un'impressione d'inconsistenza, d'una leggerezza che le pareva ostentata, come una eccessiva disinvoltura nell'affrontare la vita.
Sull'isola, durante una delle nostre conversazioni notturne, Nicolaj mi disse che tra i lager sorti in Russia dopo la rivoluzione quello era stato il primo, e secondo alcuni il più feroce. Fu chiuso nel trentanove, alla vigilia della guerra, dopo innumerevoli scelleratezze. Parte dei prigionieri stavano reclusi nel Cremlino, altri fuori, nella torre che ho detto, ed altri ancora, i detenuti politici in particolare, in una casa più in basso, vicino ad uno dei tanti laghi. Nicolaj aggiunse tra l'altro che quando Gorkij venne qui in visita, per accertarsi delle condizioni in cui erano trattati aggiustarono tutto per il meglio, e che lui non indagò oltre, relazionando all'opinione pubblica mondiale in modo complessivamente favorevole.
Ma la storia delle isole era stata da sempre lo specchio di quanto avveniva nel resto della Russia. Fondato da Zosima e Sabbatio nella seconda metà del quattrocento, il monastero era col tempo divenuto una vera e propria fortezza per arginare le invasioni degli svedesi e di altre popolazioni del nord. Anche Ivan il Terribile ne aveva compreso l'importanza, finanziandone le attività con ampie elargizioni. Nel 1584 lo zar Fedor Ioannovic aveva deciso la costruzione delle mura in pietra al posto delle precedenti in legno. I lavori furono condotti dal monaco Trifone e vi presero parte numerosi contadini provenienti dalla zona di Kem e dintorni. Alla fine dei lavori di rifacimento le mura erano lunghe oltre un chilometro e il loro spessore, più di cinque metri, superava quello delle mura del Cremlino a Mosca.
All'inizio del seicento, durante il periodo dei torbidi, mentre vari nobili si contendevano il trono, il monastero svolse un ruolo importante nel mantenimento dell'indipendenza dello stato russo. In seguito, quando il patriarca Nicone - che qui aveva in precedenza trasferito le reliquie del metropolita Filippo, fatto strangolare da Ivan il Terribile - introdusse la riforma dei testi liturgici e questa venne rifiutata da vasti strati della popolazione e del basso clero, le Solovki furono l'apice dei disordini che ne seguirono e nel 1668 dovettero difendersi dalle armate dello zar. Dopo il tradimento del monaco Teoctista, il quale indicò alle truppe zariste un passaggio segreto, la punizione dei rivoltosi fu particolarmente dura. Durante l'ultimo assedio erano rimasti nel monastero circa 400 uomini e di questi ne furono lasciati vivi solo quattordici, mentre molti furono gettati nella baia e lasciati morire di freddo.
Il racconto di Nicolaj procedeva con brevi esitazioni, come se la vicenda storica alludesse ad un'altra più personale e gli fosse impossibile distinguerle. A volte citava il grande storico russo Dmitrij S. Lichacev, autore tra l'altro di un saggio importante sulla storia del monastero, di cui esisteva una traduzione in francese che mi consigliava di leggere.  
Secondo Lichacev qui era stato inviato al confino anche il falso zar tartaro Simeone, accecato per ordine di Godunov, e qui venne internato l'ultimo "ataman" dei cosacchi liberi di Zaporoz'e, Petr Kalnysevskij, il quale, liberato nel 1801 dopo una prigionia durata più di un quarto di secolo, scelse di restare alle Solovki, morendovi all'età di 112 anni.
Tra coloro che vi furono reclusi c'era anche uno zio di Puskin, un certo Pavel Hannibal, nipote, se non ricordo male, del negro di Pietro il Grande. Questo Pavel Hannibal per una ragazza venne poi sfidato a duello dal nipote, di cui era anche grande amico. Il duello però non si fece, perché lo zio non dette seguito alla cosa. Venne arrestato dopo che una sera, durante una delle cene goliardiche di cui era abituale animatore, aveva preso le difese dei decabristi, ed in seguito venne spedito qui per aver minacciato di morte il governatore provinciale di Volodga. Quando alcuni anni dopo fu liberato gli fu concesso di vivere nella città di Luga, sebbene non avesse mai ritrattato le sue minacce.
Il carcere delle isole venne chiuso nel 1903 e i locali furono restituiti ai monaci per essere adibiti ad ospedale; ma nel 1919 fu fatto riaprire per ospitarvi i deportati del nuovo regime. Dopo quella data furono inviati qui religiosi e dissidenti sospetti, ma anche prostitute e delinquenti comuni. Venivano fatti partire da Arcangelo sui dei barconi e molti di questi fecero naufragio nel Mar Bianco.
Quella notte, dopo essere rientrati dalla consueta  passeggiata, prima di dormire mi affacciai alla finestra di camera e vidi di nuovo Svetlana. Indossava una vestaglia bianca, nonostante ci fosse il solito vento, e leggeva sul prato appoggiandosi ad una grossa pietra, con le gambe piegate e il libro posato sulle ginocchia. Ogni tanto voltava le testa verso il mare, come se fosse chiamata da qualcuno, e quel gesto di girarsi all'improvviso mi ricordai di averlo già notato, perché lo faceva ogni volta che era assorta in qualcosa, e allora lo sguardo poteva caderle sulle persone vicine, che di colpo si trovavano di fronte alla sua espressione stupita e un po' interrogativa che le fissava senza un motivo.
Comunque per un po' evitò di voltarsi dalla mia parte, sebbene fossi convinto che mi avesse visto, perché ogni tanto alzava lo sguardo verso i boschi che dietro la casa nascondevano il sole. Quando lo fece rimase assolutamente immobile, incominciò a fissarmi come se non mi vedesse, intenta a decifrare qualcosa sul mio viso, quasi utilizzandolo come un punto d'appoggio o un pretesto per finire un pensiero.   
Un altro giorno che camminavo da solo vicino al mare invece incontrai la piccola Julia. In pratica fu quella la prima volta che parlammo: mi fermò per strada e mi sottopose ad un vero e proprio interrogatorio. Era con una sua amica dell'isola, che mi volle presentare, ed accogliendo anche i suoi suggerimenti all'orecchio esibì tutta la gamma delle domande imparate dal manuale scolastico d'inglese, formulandole una dietro l'altra con una buona pronuncia. How old are you? Where do you live? Which are your preferred sports? How many brothers and sixters do you have?... e così via, per un buon quarto d'ora. Mi chiese anche se andassi spesso dal dentista e per un attimo ebbi il sospetto di non essermi lavato i denti abbastanza o che fosse rimasta colpita dal tartaro che si era depositato su un incisivo inferiore. Ad ogni mia risposta scoppiava in una breve risata, arricciando un po' il naso e scostando con due dita i capelli che le andavano sugli occhi.
Nel frattempo io ero completamente intirizzito dal freddo. Per fortuna ad un certo punto uscì fuori il sole, così che potei riprendere coraggio e rivolgerle anch'io qualche domanda, sebbene la cosa non la divertisse altrettanto, probabilmente perché utilizzavo parole che non conosceva.
La luce del sole è un tema assolutamente fondamentale nella pittura religiosa russa, ecco un'altra cosa che mi spiegò Nicolaj, e che poi, al mio ritorno in Italia, ritrovai con calma in Florenskij. Allora non capivo assolutamente nulla d'icone, non sapevo proprio come guardarle e spesso evitavo per questo di farlo. Fu quando Nicolaj mi disse dell'oro, del significato dell'oro, che incominciai ad avvicinarmi. L'oro rappresentava la luce del sole: il cielo azzurro non rendeva l'idea della luce, ma solo d'una nostra sensazione, del nostro particolare punto di vista sulla luce.
Quell'osservazione alludeva ad una prospettiva teologica rigorosa e ad una concezione del dipingere radicalmente diversa da quelle cui ero abituato, forse più simile ai canoni di certa arte contemporanea che non a quella che va dal nostro rinascimento fino agli inizi di questo secolo. Mentre nell'antica pittura russa l'illuminazione proveniva prevalentemente dall'esterno, secondo Nicolaj già nelle icone di Rublev la luce incominciava a sprigionarsi dagli oggetti stessi come un segno della loro vitalità interiore. Nelle opere di Dionisio i colori divenivano luminosi e trasparenti, e ancora di più in quelle del Maestro del Cremlino, dove lasciavano affiorare in maniera simbolica la tristezza e la gioia insite nella natura umana, esattamente come affioravano nella liturgia ortodossa, e questo perché i grandi pittori d'icone non erano soddisfatti da un'arte intesa come riproduzione del mondo esteriore, ma esigevano che sapesse riprodurre il proprio universo spirituale.
Del resto una natura tanto vasta ed omogenea poteva risultare irrappresentabile, ogni sua imitazione realistica sembrare equivoca e stentata, frutto d'una sconsiderata fiducia nel proprio particolare punto di vista.
Ripensai spesso a quei monologhi di Nicolaj durante la visita delle sue figlie a Roma, nell'estate del novantuno. Quando le vidi spuntare dal corridoio degli arrivi a Fiumicino stentai a riconoscerle. Svetlana era ormai una giovane donna e spingeva il carrello con ampie falcate. Le spalle ricordavano molto quelle di sua madre, ed anche la sua espressione fiera, nonostante avesse un tratto più inquieto. Anche Sonia era molto cresciuta, ma non aveva mutato fisionomia, era solo ancora più magra ed aveva la stessa pelle chiara d'allora, senza sfumature di rosa. Julia la seguiva verso l'uscita con piccoli passi rapidi, guardando di lato la gente in attesa. Portava una passata bianca con due fiocchi sui lati ed aveva un sorriso malinconico, solcato da un lieve sconcerto. Alzai un braccio e lo agitai nell'aria per farmi vedere. Fu proprio Julia a scorgermi per prima, indicandomi alle sorelle. Svetlana sollevò in alto una delle sue lunghe mani e Sonia incrociò per un attimo il mio sguardo, riabbassando subito la testa per controllare dove poggiava i piedi, come se camminasse su un terreno accidentato.
Mi limitai a stringere loro la mano e poi chiesi a Svetlana come stava suo padre. Mi confermò quello che lui mi aveva già scritto, che ora stava un po' meglio, ma che dalla morte della signora Sofia, oltre che per andare all'università, non usciva quasi mai di casa.
Prendemmo l'ascensore e ci facemmo portare dal tapis-roulant al parcheggio multipiano. Julia mi stava vicino, ma sembrava imbarazzata ed evitava di parlare. A momenti mi guardava con un'espressione incuriosita, come se mi trovasse cambiato e stentasse a riconoscermi. Svetlana invece sembrava perfettamente a suo agio, quasi fosse stata lì già molte volte. I suoi capelli erano d'un colore opaco e indefinito, forse simile a quello naturale della canapa, o del lino, e li aveva raccolti in una crocchia sopra la nuca in modo da tenere il collo scoperto. Si era iscritta alla facoltà di medicina, ma a quanto mi aveva riferito Nicolaj non era troppo convinta della sua scelta. Sonia invece frequentava il terzo anno delle scuole superiori e Julia la classe corrispondente alla nostra seconda media. Il suo inglese aveva fatto notevoli progressi e mi parve assai migliore del mio.
La prima cosa che mi chiese quel pomeriggio, anche a nome delle altre, fu di portarle a vedere il Colosseo. Ci andammo più tardi, dopo che si furono riposate e quando il caldo mi parve meno insopportabile. All'interno ci sedemmo su uno degli anelli più alti e le raccontai la storia del pollice verso. Lei mi chiese perché usassero proprio il pollice e non un altro dito e quando le risposi che probabilmente era il più comodo da rivoltare in ogni direzione lei volle verificare, facendo delle prove con tutte e cinque le dita di una mano e provocando l'ilarità di una altissima e bionda turista che osservava la scena.
Il giorno dopo invece vollero che le portassi al mare. A Sabaudia si ustionarono al sole, specialmente Sonia, e fecero una mezza dozzina di bagni. Solo Julia ebbe l'accortezza di trasferirsi all'ombra nelle ore più calde, ed infatti fu l'unica che poi riuscì a dormire, mentre le altre, nonostante si fossero spalmate di crema Nivea, si lamentarono tutta la notte.
Julia era molto attenta ai dettagli, sempre, su qualsiasi argomento. Nella lunga intervista che mi fece alle isole, tra le altre domande, mi chiese se sapevo cucinare, ed io le dissi che cucinavo spesso cibi piccanti, con molto "red pepper". Non ero affatto sicuro che quello fosse il modo migliore per tradurre il nostro "peperoncino", ma comunque lei ne rimase colpita e arricciando il naso proruppe nella sua solita acuta risata. Nicolaj in seguito mi scrisse che usava infilare a sproposito il "red pepper" in ogni conversazione e che nei giochi con le sue amiche aveva trasformato quell'espressione in una specie di parola d'ordine.
Quando un giorno, durante la loro visita, preparai le penne col "red pepper", in un primo momento l'effetto fu catastrofico. Incominciarono a bere acqua dopo ogni forchettata, spalancando la bocca e poi ventolandosela con la mano, minacciando d'incendiarsi nonostante ne avessi messo in misura modesta. Tuttavia dopo un po' ci presero gusto, specialmente Julia, che si metteva a ridere ogni volta che riafferrava il bicchiere per bere. Sonia invece sembrava la più sconcertata e non appena avvicinava un nuovo boccone alle labbra allargava bene la bocca per ridurre al minimo l'impatto.
Pur essendo piuttosto prudente, Julia non era affatto paurosa. Un pomeriggio che andammo con lei e Natascia, la bambina sua amica, a vedere la diga dall'altra parte dell'isola, incontrammo un grosso cane che ci ringhiava, d'una razza piuttosto ibrida, e prima che noi avessimo il tempo di fare qualsiasi cosa gli andò vicino, si piegò sulle ginocchia e si mise a guardarlo negli occhi. Il cane fece un passo indietro, continuando intimorito a digrignare i denti, ma poi le si avvicinò e si lasciò accarezzare, con scodinzolature sempre meno incerte, fino a quando, ormai fiducioso e ammansito, non decise di seguirci per tutto il tragitto.
Quel giorno camminammo per più di venti chilometri tra i boschi e fummo divorati dalle zanzare, da quelle stesse zanzare che volteggiavano ancora intorno alle croci di legno piantate qua e là nella terra in memoria di coloro che avevano divorato fino a cinquant'anni prima. Sventolandosi davanti al viso una frasca di acacia Nicolaj disse che la natura ci aveva inventati per irriderci e ingiurarci e questa era forse l'impressione più esatta guardando le acque immacolate dei laghi, silenziose e accoglienti, dove gli uccelli di tante specie diverse volavano bassi a caccia di quelle fameliche e fastidiosissime prede, attraversandone i nugoli senza scalfirne il numero esorbitante.
Seduti sulla diga, mentre Julia e Natascia ci portavano conchiglie e frammenti d'alghe secche, Nicolaj riprese a parlare delle icone, continuando la nostra conversazione della sera precedente, dopo la visita al piccolo museo del monastero. Le definì reminiscenze d'un archetipo celeste, sue linee di contorno, sostenendo che non avevano nessun significato quando non erano prodotte dall'artista nella pienezza del suo essere spirituale, e quelle frasi, che lui enunciava con tanta disinvoltura citandomi Florenskij od altri studiosi russi dai nomi per lo più impronunciabili, appartenevano ad un genere che poteva venir riempito da comprensioni diverse. Rimanevo interdetto specialmente di fronte ai riferimenti alla pienezza spirituale su cui tanto insisteva, perché mi sembravano ad un tempo approssimativi e perentori. Parlava come sempre a bassa voce, con un tono appena sufficiente a coprire il rumore del mare, senza quasi tenera conto della mia presenza o del mio desiderio d'ascoltarlo su quel tema. In mancanza d'una tale pienezza nell'atto creativo l'opera d'arte religiosa tornava secondo lui ad essere cosa tra le cose, cosa senza vita, nonostante l'eventuale abilità dell'autore, la cui intelligenza correva allora il rischio di separarsi dalla forma umana comune e di produrre astrazioni eretiche e settarie, e insisteva su quel punto come se il significato d'un opera non potesse essere disgiunto da quello dell'atto che la produceva, dalla purezza ideale del suo intento e condizione. Lo ascoltavo come al solito capendo solo a metà, o soltanto con l'impressione di capire. Ripensavo alle poche icone viste insieme a lui il giorno prima, e che aveva per la maggior parte evitato di commentare, ma non vi trovavo esemplificazioni evidenti delle sue tesi; ed inoltre mi meravigliava che proprio lui, insegnante all'università di lingua e letteratura italiana, fosse tanto competente su quell'argomento e desiderasse farmene partecipe.
Davanti a noi forti correnti si scontravano gorgogliando sopra le secche che circondavano la diga. Acque che in lontananza sembravano azzurre, da vicino erano d'altri colori, a volte rossastre, o gialle, variegate di chiazze marroni, a seconda delle sfumature delle pietre sul fondo o delle alghe che proliferavano sotto la superficie. Sui fianchi della diga c'erano anche cumuli di schiuma, indizi d'un inquinamento che non sospettavo in un mare aperto e in una zona così poco abitata, ed anche questi rafforzavano l'aspetto sinistro d'un luogo per altri versi placido e tranquillo, dove poteva sembrare facile dimenticare qualsiasi cosa, ogni radice individuale come ogni preoccupazione per il futuro. Le generazioni che dovevano averlo abitato non erano dissimili dagli attimi d'una vita qualsiasi, della nostra ormai più che adulta o di quella di Julia o Natascia, e lì sembrava di sentirli battere uno per uno nello strazio indolore d'un tempo apparentemente immoto, mormorante nei giochi della corrente come il fresco dono d'una solitudine celeste.     
All'interno della basilica di S. Pietro, il terzo giorno della visita delle ragazze a Roma, ripensai a quello che Nicolaj mi aveva detto quel pomeriggio sulla prospettiva, sull'assenza o la presenza parziale della prospettiva nelle icone e di come questa non fosse da considerare un difetto, ma bensì un tratto decisivo e vitale del genere. Si poteva dire altrettanto di alcune chiese russe che avevo visto: in queste lo spazio non aveva il significato simbolico che invece assumeva nelle grandi chiese cattoliche, perché era piuttosto suddiviso in una geometria ordinata di sezioni raccolte, nelle quali ciascun fedele era sospinto a concentrarsi nel rapporto con l'immagine sacra o gli altri oggetti di culto. La navata centrale di S. Pietro mi parve allora vanamente immensa, volta a impressionare i fedeli con la profondità dello spazio. In certe chiese dei monasteri, viceversa, spazio e tempo sembravano ripiegati all'interno senza alcuna pretesa di stupire ed ogni iconostasia appariva come una finestra socchiusa su un mondo sconosciuto, non commensurabile al nostro spazio quotidiano, sebbene le icone vi si riferissero con vari accenni ed oggetti simbolici.    
Sonia si era seduta vicino alla Pietà, nell'angolo di una panca, ma poco dopo si alzò per andare ad accendere una candela. Con Julia e Svetlana camminavamo più avanti, ognuno seguendo un suo percorso, e osservando la volta della cupola ebbi la sensazione di trovarmi nel ventre di una termite regina, in grado d'innervare con la sue più segrete volontà la vita di tutto un popolo, anche di quelli che pensavano di esserle indifferenti od ostili.
Quando Sonia ci raggiunse mi chiese se poteva accendere una candela nella chiesa di un'altra religione. Le risposi che non c'era niente di male e che tutti potevano accendere candele, che dipendeva soltanto dal motivo che la spingeva a farlo. Non fu affatto soddisfatta della risposta e mi domandò se poteva confessarsi. Le dissi che avremmo dovuto trovare un prete che parlasse, se non il russo, almeno un po' d'inglese, e che non sapevo proprio dove cercarlo. Svetlana, che aveva sentito la sua domanda, mi fece cenno di non darle troppa importanza scuotendo leggermente la testa, ma Sonia mi chiese ancora di farle da interprete. Le spiegai che la confessione era, almeno sotto quel profilo, un atto privato e che gli interpreti, a quanto ne sapevo, non erano ammessi; ma non mi parve convinta, soltanto delusa, e tuttavia poco disposta a rassegnarsi, tanto che prima di uscire me lo chiese di nuovo. Allora mi voltai intorno in cerca di un prete e riuscii a persuaderla dell'impossibilità della cosa solo mostrandole che in giro non ce n'era nessuno.
Da piazza S. Pietro andammo a piedi fino a piazza Navona, dove incontrai Albertine insieme ad un uomo piuttosto alto che le camminava accanto e che identificai subito come suo marito, perché lei teneva per mano una bambina bionda e lui un braccio appoggiato sulle spalle di un ragazzino un po' più grande. Li vidi attraversare la strada di fretta e cercai di raggiungerli, senza un'esitazione e con l'impressione netta di doverlo fare.
Quando fui a pochi metri di distanza la chiamai e Albertine si voltò, riconoscendomi quasi subito. Mi presentò il marito e quei due bambini, che erano proprio i suoi figli. Il maschio aveva una buffa faccetta rotonda, con un'espressione molto riflessiva, con la quale si mise a scrutarmi per capire che razza di amico fossi; mentre la bambina stava per lo più rivolta verso la piazza a guardare un venditore di palloncini.
In quel momento non si riaprì nessuna ferita, si formò solo un silenzio radicale che s'insediò in ogni spazio del mio corpo. Rividi quella stanza in Bretannia di cui le avevo parlato e dove poi anche loro erano stati, e sentii di nuovo tutto il freddo di quella sera. In quel momento tutte le possibili spiegazioni erano di nuovo tutte vuote, il temporeggiare cieco d'un vento che non muoveva foglia nel gelo che sentivo.
Albertine mi doveva leggere in faccia qualcosa perché i suoi occhi incominciarono a muoversi rapidamente interrogando i miei. Anche suo marito mi stava osservando con un'espressione attenta, mentre Julia lì vicino arricciava leggermente il naso come se mi fiutasse sul viso l'effetto di una notizia speciale e un po' sinistra.
Svetlana invece mi stava accanto e non poteva vedermi in faccia, ma la sentii comunque accostarsi e il calore del suo corpo contro il mio braccio mi fece piacere e riuscì a procurarmi un certo sollievo.
Feci ancora qualche domanda sul loro matrimonio e sui loro figli, che avevano rispettivamente sette e cinque anni, e quindi li salutai in un modo frettoloso, perché volevo rimanere solo, ma prima detti ad Albertine il mio nuovo indirizzo. Poi incominciai a camminare lungo la piazza come un sonnambulo, senza quasi ricordarmi delle tre ragazze che continuavano a seguirmi faticando a tenere il mio passo. Mi fermai solo davanti alla fontana dei fiumi, dove raccontai quel poco che ricordavo su ciò che rappresentava, e poi da lì proseguimmo verso il Pantheon.  
Un'improvvisa stanchezza mi era scesa nelle gambe e in tutto il corpo. Entrammo subito dentro e dissi anche lì quello che riuscii a ricordare, e poi uscimmo fuori e ci sedemmo sugli scalini della fontana. Ma non potevo stare fermo e così mi alzai di nuovo. Dopo un po' che giravamo per le strade intorno a piazza Colonna mi venne in mente di portarle in via Sistina, a vedere la casa dove aveva vissuto Gogol durante il suo soggiorno romano.
Più tardi tornammo al Pantheon e ci sedemmo al tavolino di un bar, ma Svetlana si alzò quasi subito per andare a toccare l'acqua della fontana. Fu lì che conobbe quei due ragazzi. Fecero immediatamente amicizia, parlando a lungo e scherzando subito in modo amichevole. Ad un certo punto vidi chiaramente che lei gli dava il numero di telefono, e forse anche l'indirizzo. Quando tornò al tavolo, dopo che noi nel frattempo avevamo finito i nostri gelati, sembrava molto contenta: ordinò un gelato e lo divorò in un attimo, continuando a guardare ogni tanto verso la fontana, da dove però i due ragazzi se n'erano andati.
Quella sera mi chiese se poteva uscire con loro e non trovai niente da obiettare. Sembravano due tipi civili e assolutamente normali. La vennero a prendere dopo le nove e notai che mentre usciva Sonia evitò di guardarla, come se disapprovasse la sua uscita. Julia, al contrario, non sembrò dare alla cosa la minima importanza ed anzi, sembrava piuttosto divertita.
Svetlana rientrò a casa verso le due, quando ormai incominciavo ad essere preoccupato, nonostante avessi la testa piena di altre immagini, di frasi dette e di altre non dette. Le avevo lasciato un mazzo di chiavi e così sentii soltanto il rumore della porta che si chiudeva, il che fu comunque sufficiente a tranquillizzarmi. La mattina successiva, mentre preparavo la colazione, Julia venne a dirmi che sua sorella non si alzava, che voleva rimanere a letto. Andai in camera e cercai di parlarle, ma non rispose a nessuna delle mie domande. Teneva il viso contro il cuscino e per evitare di emettere suoni aveva smesso di piangere. Sonia la osservava seduta in fondo al letto e Julia gettava anche a me qualche occhiata indagatrice, curiosa di sapere quale sarebbe stata la mia prossima mossa. Cercai di convincere Svetlana a parlare dicendo che le avrebbe fatto bene e che forse potevo aiutarla, ma lei si ostinava a tacere. Aspettammo ancora un po', fino a quando Julia non mi prese per mano e mi trascinò nell'altra stanza dicendo che dovevamo lasciarla sola.
Sonia ci seguì poco dopo, chiudendosi la porta di camera dietro le spalle. Facemmo colazione ascoltando un po' di musica rock e poi parlammo dei film che gli piacevano di più, che erano poi esattamente gli stessi che piacevano ai loro coetanei italiani. Quando Svetlana comparve in soggiorno si era già vestita e truccata. Indossava una gonna molto corta ed una maglietta senza maniche, decisamente scollata. Disse seccamente che potevamo uscire e bevve in piedi il suo caffellatte, con un'abbondante dose di zucchero.   
Per tutto il giorno non guardò in faccia nessuno, né noi né i numerosi ragazzi che le rivolgevano occhiate insistenti. Osservava sempre dei punti lontani, assumendo spesso posizioni provocanti. Quella mattina, per la prima volta, mi parve davvero bella, e stentavo a capire come non me ne fossi accorto prima. Forse era perché aveva improvvisamente abbandonato quel suo modo un po' meccanico di sorridere, o perché si muoveva con una gestualità più contenuta, e tuttavia molto più espressiva, lanciando intorno brevi occhiate che sfidavano gli altri a guardarla pur restando assolutamente indifferente a qualsiasi attenzione.
Eravamo seduti sugli scalini di piazza di Spagna quando lei chiudendo gli occhi si sciolse i capelli sulle spalle e tirò in basso la maglietta, inarcando il petto contro il sole fino quasi a scoprirsi il seno. Con un'espressione aspra sul viso, le labbra chiuse e sottili, allungò il corpo sugli scalini in uno slancio trattenuto e divaricando le gambe le distese in basso, provocandomi una sensazione d'insofferenza che in quel momento mi sorprese.
Appena arrivammo a casa andò a fare una doccia e s'infilò una maglietta cortissima, che le arrivava a stento sotto il sedere, e nient'altro, il che mi infastidì ancora di più. Sonia non fece commenti, sembrava spaventata, e per tutta la sera evitò di guardarla. Julia invece non la perse mai d'occhio, pur senza farlo troppo notare. Si comportò in modo responsabile e giudizioso, come se le piacesse giocare ad un ruolo materno. Apparecchiò, sparecchiò, volle lavare i piatti, e poi tornò di là ad animare la conversazione, cosa che non era semplice, perché Svetlana si era messa a guardare un film e Sonia stava seduta dall'altra parte del divano senza partecipare minimamente ai nostri discorsi, ma guardandoci ogni tanto con una sorta di stupore interrogativo al quale non sapevo come reagire. Avrei voluto trovare argomenti coinvolgenti, ma non me ne veniva in mente nessuno, anche perché lei aveva un'espressione così desolata che inibiva ogni iniziativa.
Cercai di ripensare a tutta la faccenda, al comportamento di Svetlana durante la giornata, ma quelle che riuscii ad escogitare mi parvero tutte ipotesi precarie ed inutili, almeno fino a quando non ne avessimo parlato. Per di più mi sentivo anch'io abbastanza strano: era una di quelle circostanze in cui le parole si svuotano di senso e assomigliano alle stanze di un albergo deserto, come quando sull'isola cercavo di trovare una spiegazione al mio desiderio di non ripartire.  
Tre sere dopo, all'antivigilia della loro partenza, intorno alle undici, eravamo ancora alzati e sentimmo dalla strada il suono di uno stereo a tutto volume. Da un angolo del divano Svetlana guardava la televisione rinchiusa nel suo solito mutismo. Indossava un vestito di cotone viola che le arrivava alle caviglie e teneva le gambe ripiegate contro il petto. Quando sentì chiamare il suo nome da sotto la finestra le tremarono leggermente le labbra e impallidì di colpo, ma non mutò posizione. Mi affacciai alla finestra e domandai ai due ragazzi che cosa volessero. Uno di loro mi chiese se era in casa ed io pensai di negare, di dire che stava dormendo; alla fine però decisi di chiederle se voleva parlarci. Per qualche istante non dette segni di vita; ma poi si alzò di scatto e sporgendosi dalla finestra incominciò a insultarli in russo e in italiano, urlando con un tono esasperato e lamentoso che rischiava di rompere in pianto.
I due ragazzi si scusavano, dicevano d'avere scherzato, e che se fosse scesa l'avrebbero portata dove voleva, a ballare o a bere qualcosa. Svetlana gridò ancora qualche parola in russo e poi tornò a sedersi sul divano, nella stessa posizione di prima, asciugandosi un occhio e riprendendo a fissare il televisore, dove tra l'altro davano un film di Totò che strideva abbastanza con tutta la situazione.
Poiché di sotto i due ragazzi continuavano a chiamarla mi affacciai di nuovo e gli dissi di farla finita. Sulle prime insistettero che volevano solo parlarle, ma poi risalirono in macchina, urlando dei commenti piuttosto idioti e ridendo delle loro battute. Il volume dello stereo era ancora alto ed il ritmo forsennato della musica si sovrapponeva alle voci che provenivano dal televisore. Gli gridai di abbassare il volume o di andarsene, ma loro rimasero seduti con gli sportelli aperti e lo alzarono ancora di più. Julia era venuta ad affacciarsi alla finestra e sbirciava accanto a me verso la macchina, arricciando il naso in una buffa smorfia severa, incerta tra la curiosità e una specie d'indignazione.
Forse fu proprio quell'espressione a farmi decidere e non ricordo nemmeno di averci pensato. Scesi in strada e dissi a quei due cafoni che se non avessero abbassato la musica avrei chiamato la polizia. Mi degnarono appena di un'occhiata e quello accanto al guidatore mi mandò a quel paese. Cercai di guardarlo dal finestrino e poi feci il giro della macchina. Lui saltò subito fuori: aveva una faccia molto stupida, con due occhietti piccoli e torbidi che rimasi a fissare un istante di troppo, perché un pugno nello stomaco mi fece piegare in due e riuscii ad evitarne un altro solo in parte, buttandomi all'indietro. Mi appoggiai ad un'auto in sosta e mentre tornava alla carica cercai di colpirlo, ma senza riuscirci. Finimmo comunque per terra, dove non ricordo bene quello che successe. Ricordo solo un tremendo dolore al costato che mi lasciò senza respiro e subito dopo uno incredibile alla tempia. E il mozzicone di una frase, "vecchio scemo", che risuonava nell'aria. Rimasi bocconi per terra e la mia ultima sensazione fu quella del rumore di una macchina che si allontanava.
Più tardi, all'ospedale, mi fecero due radiografie, una alla testa ed una al torace, e scoprirono che avevo due costole incrinate. Decisero di fasciarmi con una benda e poi mi fornirono alcuni consigli su come comportarmi nei quindici giorni successivi. Un'infermiera mi dette anche una borsa di ghiaccio, dicendomi di tenerla applicata sopra la tempia destra, dove un grosso ematoma bluastro continuava a gonfiarsi. Il medico aveva provato a toccarlo con un dito facendomi male e poi vi aveva spalmato sopra della pomata che profumava di vaniglia, coprendola con una garza tenuta da due cerotti. Disse che per quello bisognava aspettare, dovevo solo metterci due volte al giorno quella pomata e avvertirli se mi faceva troppo male la testa, ma che comunque non c'era niente di rotto.  
Svetlana aveva voluto accompagnarmi a tutti costi, sebbene le avessi chiesto di rimanere a casa con le sorelle. Aspettò che mi medicassero su una di quelle sedie bianche mezze sverniciate che si trovano negli ospedali e quando ebbero finito, dopo avermi esaminato per un attimo con un'espressione molto seria, mi sorrise come se non mi vedesse da un sacco di tempo. Mi dimisero quasi subito, anche perché evitai di denunciare il fatto, e quando raggiungemmo la macchina lei mi chiese di farla guidare. Non sapevo che avesse la patente, e comunque le lasciai le chiavi, passando sull'altro sedile. Guidava in una maniera spericolata e le dissi di andare più piano, ma senza grossi risultati. Le chiesi perché non avesse voluto rivederli anche nella speranza di farla rallentare. In un primo momento rispose soltanto che erano due stronzi, in italiano, senza spiegarmi cosa fosse successo, ma poi aggiunse con tono tranquillizzante che in fondo non avevano fatto niente di grave e che non si erano semplicemente capiti. Mentre continuava a superare le macchine con scarti improvvisi di traiettoria ed io stringevo i bordi del sedile puntando i piedi in avanti mi spiegò che non capirsi era molto facile, che da lì veniva "il problema grande". Gli stessi gesti significavano cose diverse e a lei succedeva spesso, di non farsi capire, perché non le importava e poteva essere in un modo solo. Le ricordai che prima di certe manovre era meglio mettere le frecce e lei mise subito la freccia a destra per sorpassare una macchina a sinistra e poi continuò a dirmi che non voleva aumentare o diminuire mai quello che sentiva per la paura d'essere fraintesa, perché non serviva a nulla e a poco a poco faceva diventare le persone diverse da quello che erano, dalla loro parte migliore e più vera. I fanali lungo la strada continuavano a sfrecciare di lato e mi sembrava che riuscisse a stento a schivare i marciapiedi: così rimasi ad ascoltarla in silenzio, irrigidito contro il sedile e tendendomi all'indietro prima delle sue frenate tardive.
A casa Sonia e Julia ci aspettavano ancora sveglie. S'informarono sulle mie condizioni e Julia si appostò su una sedia in fondo al letto, scrutandomi senza parlare. Mi ero sdraiato sopra le coperte, ma in quella posizione la testa mi faceva ancora più male e così preferii rialzarmi a sedere. Sonia decise che un tè mi avrebbe fatto bene e andò in cucina a prepararlo. Svetlana invece si era chiusa nel bagno e stava di nuovo facendo la doccia. Da quella sera che era uscita con loro la faceva molto spesso, anche tre o quattro volte al giorno e alle ore più strane.
Quando rimanemmo soli Julia mi disse che sua sorella voleva far innamorare i ragazzi perché le facevano paura e che a volte li odiava per questo. Poi, senza lasciarmi il tempo di domandarle chiarimenti in proposito, mi chiese per quale motivo fossi andato a picchiare proprio quell'altro, facendo il giro della macchina. Le risposi che non volevo proprio picchiarlo, e che comunque mi aveva offeso ed aveva anche una faccia particolarmente stupida. Si mise a ridere, arricciò il naso e mi domandò se bisognava picchiare tutti quelli che avevano una faccia stupida. Dissi che non era necessario, e tuttavia che poteva capitare, anche se era un genere d'attività abbastanza rischioso, ma lei aveva smesso di ascoltarmi perché Sonia l'aveva chiamata dalla cucina.
Ritornò con la zuccheriera, mentre sua sorella teneva in bilico una tazza di tè. Lo bevvi e mi piacque, mentre di solito mi lasciava completamente indifferente, e per di più non mi faceva dormire. Quando Svetlana uscì dal bagno indossava una vestaglia simile all'altra che le avevo visto quella sera sulle isole: mi salutò dalla soglia con un cenno della mano, gettandomi uno sguardo attento, e andò in camera sua. Poco dopo la seguirono anche le sorelle ed io m'infilai sotto le lenzuola, cercando la posizione meno scomoda possibile. Potevo sentire le loro voci sommesse e a giudicare dal tono concitato dovevano parlare di qualcosa di serio; ma poi la risata di Julia ruppe ogni apprensione ed io, nonostante il tè, sprofondai in un sonno pesante e senza sogni.
Non dormii però molto a lungo, perché un forte dolore al costato mi svegliò di soprassalto. Probabilmente dovevo aver fatto nel sonno un movimento sbagliato, perché ora sentivo come un pezzo di ferro che mi si conficcava nel torace ad ogni respiro. Tuttavia non aprii subito gli occhi e non accesi la luce. Provai ad inarcare leggermente il busto trattenendo l'aria nei polmoni e mi accorsi che quella posizione mi dava un certo sollievo. Pensai per un attimo che forse avrei dovuto parlare a Nicolaj di quello che era successo e mi tornarono in mente le campane e le icone del monastero di San Sergio, dove aveva voluto accompagnarmi, dopo una breve visita a Mosca, l'ultimo giorno prima del mio rientro in Italia. Quelle campane suonavano a festa tutte insieme, le più gravi inseguendo quelle più acute. Nella chiesa della Trinità poi c'erano delle vecchie donne che cantavano: allora mi parvero tutte perfettamente intonate, anche se quel canto non aveva niente di corale, sembrava più l'effetto della concomitanza delle loro singole voci, qualcosa di non predeterminato, nato senza un disegno comune. Anche di fronte alle icone ciascun fedele sembrava sempre da solo, ognuno scandiva i suoi gesti rituali con una concentrazione estrema, in un rapporto assolutamente intimo e diretto con le immagini sacre.
Sentii di nuovo una fitta ed aprendo gli occhi provai a girarmi su un fianco. Svetlana dormiva vicino a me, sdraiata sul tappeto, con un cuscino giallo del divano sotto la testa. La camicia da notte le si era attorcigliata intorno alla vita ed aveva le gambe scoperte, ripiegate una sull'altra. Una ciocca di capelli sudati le attraversava una guancia mentre un lato del suo viso era illuminato dalla luce che entrava dalla finestra aperta. Da qualche parte doveva esserci un pezzo di luna, perché era una notte piuttosto luminosa e nella stanza si potevano distinguere le sagome degli oggetti più vicini. Rimasi ad osservarla cercando di ascoltarne il respiro, che tuttavia era quasi impercettibile. Per poterla osservare meglio mi sollevai più in alto sul letto, appoggiandomi con la schiena alla testiera. Rispetto a certe sue espressioni di qualche giorno prima sembrava trasfigurata, decisa a qualcosa, vigile per un proposito ostinato anche nel sonno. La stavo già osservando da un po' senz'accorgermi nemmeno più del dolore quando mosse un piede, rattrappendo le dita. Distese le gambe e quindi si mise supina, allargando le braccia sul pavimento. Le palpebre si rovesciarono all'improvviso ed i suoi occhi mi fissarono senza che il volto mutasse espressione, conservando la stessa di quando prima dormiva.
Rimase ancora qualche istante in quella posizione e poi, sollevandosi di scatto con uno slancio improvviso, venne a sdraiarsi sul letto accanto a me, un po' più in basso, appoggiando la testa sul mio stomaco. Richiuse gli occhi e sembrò dormire di nuovo perché il suo respiro si fece subito lieve e tranquillo, privo di sospensioni o incertezze. Le accarezzai i capelli ed il viso, che si sollevava leggermente ogni volta che inspiravo. Cercavo di farlo piano, usando la massima cautela, quando ad un certo punto la mia pancia gorgogliò e lei vi sprofondò meglio l'orecchio con una lieve rotazione del collo.
Mentre continuavo ad accarezzarle i capelli scivolò sopra di me con un movimento lentissimo, spingendosi con i piedi alla spalliera in fondo al letto e risalendo lungo il mio corpo. Cercai di restare immobile il più a lungo possibile, perché qualsiasi movimento mi sembrava assolutamente sbagliato. Quando mi appoggiò la testa sul petto l'abbracciai, ma lei mi afferrò una mano stringendola. Allora la pregai di guardarmi, ma lei non lo fece. Non voleva guardarmi e pretese che anch'io chiudessi gli occhi. Mi permise di aprirli di nuovo solo più tardi, quando sorridendo appena reclinò di nuovo la testa sul mio petto.
Probabilmente decisi di ritornare qui fin da quella mattina, e forse anche da prima, in uno dei tanti momenti di nostalgia per questi luoghi che incominciai a provare subito, fin dalla mia partenza. Ora ci torno quasi ogni estate, dopo aver trascorso qualche giorno da loro a Pietroburgo.
Nicolaj nel frattempo ha ripreso a studiare e a viaggiare. Col passare degli anni sta diventando un grande reazionario ed a volte cita le idee di sua moglie, sostenendo che è meglio vivere in una illibertà di cui si è certi che in una libertà illusoria, in cui tutto è possibile, ma solo in teoria, e in cui i ragazzi sono costretti a rubare per guadagnarsi da vivere.
Sonia sta imparando le lingue all'università, anche l'italiano, guidata da suo padre. E' meno magra di allora e meno impaurita, ma ha la stessa pelle trasparente e incolore, mentre Julia deve ancora finire il liceo e le è venuta la passione per la musica Jazz.
Svetlana ha trovato un posto come segretaria in una scuola e ci raggiunge durante le ferie. Si è sposata con un ragazzo che lavora in un'agenzia turistica, un tipo simpatico, un po' ingenuo e un po' trafficone, che è sempre in giro e può venire qui solo per pochi giorni.
Ogni tanto io aiuto Nikolaj in qualche traduzione, e poi trascorriamo molto tempo con i suoi nipoti: Sofia, la primogenita, e Vassiliev, che ha appena tre anni; ma ne aspettano un altro, che si chiamerà Fiodor, se è un maschio, oppure Anna.
La situazione economica in Russia non è particolarmente allegra, anzi, direi che è decisamente drammatica. La maggior parte delle persone lotta semplicemente per sopravvivere, altri per arricchirsi più in fretta possibile, e sebbene i soldi che arrivano dall'estero siano per lo più degli unici disposti a rischiare, ovvero di chi è abituato a investire nell'illegalità, credo si possa essere abbastanza ottimisti sulla possibilità di una ripresa economica, sebbene non in tempi brevi, perché ci sono grandi risorse, sia naturali che umane. Qui le persone mi sembrano più felici di comunicare e preferiscono parlare di cosa veramente gli preme piuttosto che intrattersi a vicenda con chiacchiere più o meno spiritose, esibendo opinioni calibrate per risultare interessanti, come mi pare accada spesso da noi.
Ma naturalmente questa è solo una mia impressione, che Rebeca per esempio non condivide, perché lei pensa che non ci siano differenze sostanziali, che in ogni luogo la vita rimanga immutata, preda degli stessi vuoti e delle stesse paure.
Quando tornò a stare da sola, quel giorno che me lo comunicò come una decisione irreversibile, in quel preciso momento, in sala, insieme alla musica di un quartetto di Schubert che piaceva molto ad entrambi, c'era un moscone che sbatteva contro la finestra. L'aprii facendolo volar via e in quel momento mi sembrò che le note fossero impazzite, si succedessero a caso, senza riuscire ad emettere più alcun suono.
Ormai sono cinque anni che non la vedo. Non so che aspetto abbia oggi, ma non credo sia molto cambiata, e comunque non è importante. Ci sono persone in cui qualcosa non muta il suo orientamento, è duro come il diamante e rimane uguale dentro sembianze diverse, sempre pronto a riaffiorare camuffato. Anche dall'ultima cartolina che mi ha scritto dalla Grecia m'è venuto questo conforto antico: due scogli che sporgevano quasi eguali, accanto, verso il mare; e tutto il resto della vita intatto, senz'alcuna traccia evidente dell'essersi incontrati tranne un solco nella memoria, sullo sfondo di un tempo comune senza il quale non saprei riconoscere il mio.
Julia invece vorrebbe venire a vivere in Italia, conoscere altre città, oppure trascorrervi almeno un'intera estate, per fare il bagno e abbronzarsi, e Svetlana a volte rimpiange il sole di quel pomeriggio in piazza di Spagna. Quando sono qui anch'io a volte sento nostalgia per i colori o le strade, per le piazze affollate di sera e persino certi sapori, ma del sole, in particolare, non mi pare di sentire la mancanza. Sulle isole il sole è una presenza discreta, non illude nessuno, accompagna spesso senza scaldare, ma da quando in Primavera riappare getta la sua luce bianca e dorata sulle case e d'estate non abbandona nessuno nel sonno. Le persone che vi abitano sembrano piovute dal cielo e per loro la vita di ogni anno è come quella di una lunga giornata, con un solo tramonto ed una sola aurora, il che dà probabilmente a tutta la faccenda un aspetto molto più serio.
Con Nicolaj non abbiamo perso l'abitudine di passeggiare dopo cena. Qualche giorno fa gli ho chiesto cosa lo facesse ritornare sempre, per quale motivo fosse tanto attaccato a questo posto, sebbene la cosa non dovesse sembrarmi troppo strana, perché in fondo anch'io ho sentito il bisogno di ritornare. In un primo momento non mi ha risposto: ha continuato a camminare a testa bassa e poi si è seduto su un masso, come se fosse improvvisamente stanco. Mi sono seduto davanti a lui, osservando il suo silenzio impietrito. Quando si è deciso a parlare, con un filo di voce mi ha detto che sua madre venne deportata qui, e che vi rimase tre anni, dal 1935 al trentotto; e quindi fino a poco prima della sua nascita, perché Nicolaj è del quaranta. Fu lei a parlargli per la prima volta di Florenskij, di cui conserva ancora una lettera, diretta a lei quando si trovavano entrambi alle isole.
Sua madre morì pochi anni dopo la fine della guerra e lui rimase col padre fino a quando non sposò la signora Sofia. Svetlana le assomiglia sempre di più, sia nella risata sonora che nei modi autorevoli. Di giorno i suoi gesti sono ampi e risoluti e quando si affaccia alla finestra per chiamarci a pranzo sembrano voler coinvogliare le grida dei bambini dentro la casa. Di sera invece i suoi movimenti sono più lenti e scivola piano tra le braccia di suo padre come nelle mie quella notte. Prima di andare a dormire a volte m'insegna delle nuove frasi in russo bisbigliandole contro le mie labbra ed io cerco d'imitarla ripetendole piano, alla ricerca della pronuncia migliore.
Sebbene con suo marito mi sembrino molto diversi si raccontano quanto succede ogni giorno e non si deludono nelle cose essenziali. Ora i nostri ospiti hanno altri due cavalli e prima di andare a dormire li mandiamo al galoppo sull'erba. Poi li facciamo passeggiare intorno al monastero fino a quando non si sono asciugati e si può sentire il loro odore che si fonde con quello che viene dal mare. Qui le zanzare non osano avvicinarsi perché il vento spazza via ogni incuria degli uomini ed ogni debolezza della natura, i suoi dettagli più fastidiosi o sinistri, e sui prati intorno al monastero i bambini dell'isola possono giocare e gridare anche di notte senza disturbare nessuno, perché prima che la neve li ricopra ogni suono umano è gradito.























                                       IL FIGLIO PERDUTO




Assistere alla presentazione di un libro di sabato pomeriggio non è proprio il massimo del divertimento, anche se a Milano e con quel tempo non c'erano poi molte alternative. Avevamo deciso di fermarci per il fine settimana e Roberta, la mia collega della sede milanese di cui eravamo ospiti, ci aveva detto che la cosa si sarebbe svolta in una libreria non lontana da casa sua e che potevamo andarci a piedi. Dopo il fiume di riunioni cui ci eravamo sottoposti negli ultimi giorni forse era un modo come un altro per ripulirsi la mente, e poi Giovanna aveva risposto subito con un certo entusiasmo. Quando buttò là quella frase, "perché non andiamo", non trovai nulla da obbiettare e inavvertitamente accettai la proposta.
Così ora mi trovavo di fronte a un critico brizzolato che disquisiva su un libro che non avevo letto e ascoltavo una  specie di conferenza per la quale non mi pareva di mostrare  il minimo interesse, senza  ricordarmi nemmeno perché e come avevo deciso di venirci. Anche due anni prima, a New York, era successa una cosa del genere: anche allora avevo preso una decisione senza accorgermene, evitando di pensarci e di scegliere il comportamento migliore. Se avessi pagato e tirato dritto non sarebbe successo niente, e invece mi comportai come un vero idiota. Avrei potuto dare i soldi ai miei assalitori e tutto sarebbe filato liscio, e invece mi venne voglia di farci a pugni, come un imbecille qualsiasi. Mi venne voglia di oppormi, di farci a botte rischiando di farmi ammazzare, e se non fosse passata di lì quella macchina della polizia poteva anche finire molto peggio.
Comunque là si stava bene, a parte quell'umidità bestiale. New York è un posto dove ti senti davvero nessuno, come non ti è mai riuscito sentirti da nessun'altra parte. Quelli non sono nemmeno americani, sono un'altra razza. Lì tutti i punti di vista si equivalgono, se ne stanno accanto impassibili. Ma non è per indifferenza: è per non interferire nella tua libertà privata, una forma di rispetto. E poi quei grattacieli sullo sfondo servono per ricordarti che non sei proprio nulla d'importante, che la vita va benissimo avanti senza di te e che il primo che esce per fare quattro passi può schiacciarti come una formica. Monumenti alla libertà personale, dove te ne puoi fregare di tutte le altre responsabilità virtuali, perché sei da solo con le tue, quelle che puoi scegliere di avere o non avere. Puoi scegliere in ogni momento, cambiare all'improvviso direzione e anche lavoro. E poi dietro quelle finestre la solita vita. Chiacchiere e salotti, come da ogni altra parte, con la differenza che lì sono tutti a caccia di atmosfere, piuttosto che di cibi o divertimenti. Lo dice anche Andy Warhol da qualche parte: quello che cercano quando vanno in qualche locale o ristorante sono  solo due ore di un'atmosfera diversa, dove potersi ripulire dalle scorie del giorno, tutti insieme e tutti separati. Anche quei due che mi pestavano sembravano pagati per farmi vivere un'atmosfera diversa, e lo facevano molto bene, senza nemmeno impegnarsi troppo, quasi distrattamente. Se avessero voluto avrebbero fatto in tempo a ridurmi uno straccio, ma colpivano quasi a caso, dopo avermi lasciato credere che ci avevano ripensato, che si erano divertiti e che non ne avevano più voglia. Fino a quando non sono rimasto a guardare quelli specchi giganti che attraversavano il cielo sopra la mia testa. Fino a poche ore prima passava un sacco di gente, mentre in quel momento non c'era più nessuno, erano spariti tutti. Tutta quella gente che sembrava accelerata anche quando camminava piano sembrava essersi dissolta nel nulla. Gente che faceva jogging per tenersi in forma, gente sui pattini, altri che agitavano le braccia verso l'alto come uccelli incapaci di spiccare il volo. E così mi ritrovai seduto in quell'ospedale ad aspettare che qualche vecchia parte del mio corpo tornasse al suo posto, ad aspettare che qualcuno mi venisse a prelevare per medicarmi e sperando che facesse presto, perché mi faceva male anche lo stare seduto. In quei momenti non sai mai dove il prossimo gesto può condurti e ogni decisione può sembrarti velleitaria, scollata dalla volontà, come quell'arco di capelli sul viso di Giovanna, posati su una guancia come se quello fosse il loro posto da sempre. Anch'io mi sentivo così in quella sala molto illuminata, come se quello fosse il mio posto da sempre. E anche la mia espressione doveva essere come la sua, con il solito taglio sul viso di quand'è concentrata, o di quando non osa essere felice, mentre in fondo potrebbe esserlo.
La prima sera che uscimmo insieme però lo era sul serio e tutte le volte che ci ripenso quella mi pare la sua immagine più vera, perché la felicità è sempre attraversata da ombre e da paure. E' sempre un po' sospesa, come quando si sta per spiccare il volo e si è sul punto di perdere l'equilibrio. Sapevano di felicità anche la gonna che oscillava con la sua ombra sul muro e la luce verde delle scale che intravedevo dal portone. Appena lo richiuse alle sue spalle, nella strada bagnata, quel semaforo la prese in contropiede. Allora aspettò diritta, quasi sull’attenti, dondolandosi  appena sulla punta dei piedi, con quell'impercettibile sorriso sotto la pioggia, e io rimasi a guardarla attraverso il finestrino e non mi venne nemmeno in mente di andarle incontro, fino a quando il verde non riapparve e lei attraversò con piccoli passi veloci, trattenendosi dal correre. In macchina poi ci fu quell'abbraccio dato con forza dentro la luce dei fari, e quindi la corsa successiva lungo il raccordo, accelerando e superando senza esagerare.
Tornando alla conferenza, il nostro critico riuscì a portare a termine il suo noiosissimo discorso, di cui naturalmente non capii quasi nulla. Ricordo solo che si soffermò su aspetti stilistici molto vaghi senza far capire minimamente se valesse la pena di leggere o meno quel libro.
Il microfono poi venne passato al secondo relatore, un tizio abbastanza corpulento che all'inizio sembrava anche piuttosto impacciato, ma che poi si sciolse a poco a poco, prorompendo in un fiume di osservazioni e riflessioni che parevano molto personali e divaganti. Questi riuscì comunque a entrare nel merito della questione e a fornirci qualche chiarimento sia sulla trama che sulla sua atmosfera narrativa. Esordì dicendo che non si trattava di un uomo ridotto a un fascio di qualità, di facoltà e competenze rimaste senza un centro plausibile, come accadeva in uno dei capolavori della letteratura mitteleuropea tanto cari all'autrice, forse essenziale nella sua formazione; ma proprio di un uomo che aveva letteralmente dimenticato quello che sapeva e voleva fare della sua vita, che era afflitto da una smemoratezza diffusa, da un oblio ch'emanava una sua luce incerta e lo induceva a compiere le proprie azioni in maniera sommaria e meccanica. Fin dalle prime pagine, infatti, Christian, il giovane protagonista, dimostrava di saper scegliere ogni gesto solo dopo una breve perlustrazione orientativa, quasi dopo la rilettura rapida di un manualetto d'istruzioni in una lingua che non padroneggiava e che si rivelava per lui sempre ricca di sorprese.
Qui non si annunciava un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, o il caso limite in cui l'uomo non potrà più vivere nessuna esperienza privata, dove il peso amico della responsabilità personale finirà per dissolversi in un sistema di possibili significati; né si profilava alcuna soluzione avventurosa, benché il nostro protagonista manifestasse i segni di quell'indolente disincanto che accompagna talvolta i viaggiatori per vocazione durante il loro eterno fidanzamento con la vita. Non si poteva nemmeno dire che ad un certo punto, sentendo il proprio cuore battere raggelato nel centro di una città improvvisamente ostile e scoprendo di non amare se stesso, questo giovanotto avesse semplicemente tentato di evadere. In ogni caso, simili motivazioni e risoluzioni, qualora anche fossero state attuali, sarebbero comunque state inconsapevoli, perché l'unica cosa che voleva davvero, con un filo della sua coscienza, per raggiungere quella sorta di passività attiva di cui bisogna essere capaci in certe circostanze cruciali, era astenersi dal fare qualsiasi cosa.  
Si trattava per lui di ritrovare in qualche modo una forma di attrito con la propria esistenza attraverso la scoperta di un'impossibilità o una preclusione, dato che ormai non era più sufficiente quella specie di riduzione prospettica dell'intelligenza che aveva in passato saputo produrre la pace provvisoria di ogni sera.
Ma in fondo, nonostante queste differenze, anche Christian voleva distrarsi dall'opprimente varietà della vita, lasciarsi trasportare da un'indifferenza nuova, scevra da qualsiasi presunzione personale e dalla vana confusione delle proprie esigenze sentimentali. Evidentemente era rimasto tanto a lungo attaccato al peso di un'ipotetica unità interiore che adesso poteva veramente invidiare a un mentecatto le sue idee fisse e la fede nella parte che recitava.
E tuttavia aveva deciso di andare avanti, di procedere per la sua strada cercando di portare a termine qualche programma cui rimanere ancorato. Come un saltatore con l'asta immaginario che si ritrovi in volo senza sapere come ha fatto, e riesca tuttavia a trovare una forma di concentrazione sufficiente per non travolgere il proprio ostacolo; oppure un conferenziere, che veda a poco a poco svuotarsi la sala in cui non sa com'è capitato - qui il paragone si fece più ardito, e decisamente autoironico - e mentre parla di qualche differenza a suo parere essenziale veda svanire il senso del proprio discorso sui volti degli spettatori più assonnati, e tuttavia continui imperterrito la sua trattazione, con le labbra leggermente irrigidite e un tono di voce sempre più stentoreo, fino ad una conclusione verosimile... allo stesso modo Christian sembrava voler portare a termine un piano cui era destinato per caso, senza interrogarsi sul proposito che poteva eventualmente averlo originato e senza sapere dove esattamente lo conducesse.
All'inizio pareva animato da una passione di tipo conoscitivo, per quel suo concentrarsi su aspetti minori di problemi più vasti, tanto da far sembrare a volte gli oggetti del suo interesse supporti di manie un po' ossessive, capricci di un'intelligenza costretta in qualche morsa e sorretta dall'illusione di poter abbordare un problema per lui vitale trovando nello spazio di un dettaglio qualche chiave risolutiva.
Del resto, se non fosse venato da una qualche illusione conoscitiva qualsiasi argomentazione potrebbe sfumare in una pigra scia di parole, il discorso inizierebbe a balbettare e finirebbe facilmente con l'ingarbugliarsi nelle sue strettoie. Così, tutta quella vicenda sarebbe risultata scarsamente emblematica se non avessimo percepito il suo giovane protagonista come una preda di qualche illusione di quel tipo, e il suo scopo fosse stato solo quello di procurarsi una tregua trascorrendo qualche tempo al di fuori del proprio contesto esistenziale, nella casa di vecchi amici con cui riposarsi da qualcosa che lo assillava.
Pur potendo talvolta sembrare incantato dalla bellezza del paesaggio che attraversava con la sua vecchia auto, nessuno di quei luoghi suggestivi assumeva ai suoi occhi un ruolo privilegiato o un significato particolare: anzi, in fondo uno valeva l'altro, perché lui non andava più da nessuna parte, ma ritornava soltanto su i suoi passi, con l'occasione di rispondere a un richiamo. Non andava nemmeno a trovare loro, gli amici che lo avevano convocato tanto inaspettatamente, con una telefonata, qualche giorno prima: andava solo a occupare uno spazio rimasto vuoto tra le loro vite, e andava a colmarlo senza premeditazione.
Infatti sembrava procedere senza meta, come un fiume che abbia dimenticato la dislocazione della propria foce, e ogni volta che si fermava per rifocillarsi, grazie ad un'esitazione di troppo o all'abbozzo di un pensiero trasversale dava l'impressione di voler scandire le tappe di un percorso a ritroso, di un moto regressivo che lo sollecitava a risalire la propria corrente.
Lungo le opposte rive di quel fiume, fiancheggiate talora da colline rigogliose di coltivazioni o da fitte boscaglie, il nostro personaggio principale avanzava intorno al flusso prezioso delle sue acque, destinate a produrre generi utili alla sopravvivenza e ad abbeverare la selvaggina, senza pensare in apparenza a null'altro che al trascorrere muto del paesaggio, ma percorso in realtà da uno stupore algido e privo d'emozioni.
Il suo viaggio procedeva lentamente ed era spesso interrotto da soste in cui sembrava aspettare qualcuno, doversi incontrare con chi avrebbe saputo fornirgli qualche delucidazione sulla sua meta; qualcuno a cui comunicare una notizia, o dire una cosa che aveva sulla punta della lingua e che non voleva più trattenere solo per sé: ecco un aspetto che avrebbe colpito il lettore fin dalle prime pagine.
D'altra parte, ogni racconto si rivolge a qualcuno che sta lì ad ascoltare ed è sempre in attesa d'un riverbero chiarificatore, e quindi anche il moto silenzioso del fiume sembrava restituire al protagonista l'eco dei propri pensieri, collocandolo alla giusta distanza dalla parete invisibile che poteva fornirgli una risposta sonora.
E tuttavia i suoi non erano veri pensieri, almeno nel senso più diffuso del termine, ovvero quello di colloqui solitari. "Chi parla da solo spera parlare un giorno a Dio", disse  il nostro relatore citando un poeta spagnolo; ma questo non era il caso di Christian. Tutti parlano sempre a qualcuno, e chi non parla a nessuno ha già lanciato in aria un qualcuno con cui parlare in gran segreto, il levitatore supremo, l'acrobata dell'ultimo piano, ed è a lui che parla quando crede di pensare, nel modo più libero e consapevole, immaginando di non parlare a nessuno e di essere finalmente solo; ma chi non pensa parlando sembra privo di un simile privilegiato interlocutore, e forse pensa tuttavia, limitandosi a fotografare, lasciandosi sorprendere dall'eterno ritorno del proprio non accadere e specchiandosi a volte negli occhi senza volto d'un abisso quieto.
Questa propensione stilistica del pensiero era, sempre secondo il nostro, rintracciabile nell'opera di alcuni registi o poeti contemporanei, ma per lo più assente in quella che propriamente si definisce "narrativa". Nel caso di Christian non aveva bisogno di alcuna fede o finalità precisa e poteva procedere a dispetto di qualsiasi movente o risposta fosse in grado di evocare; sebbene da essa non scaturisse alcun desiderio degno di tal nome, desiderio che, viceversa, è necessario a costituire qualsiasi personaggio.
Ma non era solo per questo che Christian, durante il suo tragitto, non pensava veramente. Non era solo perché non si attendeva delle risposte, che non sembrava mosso da alcun desiderio definito. La fede in una qualche risposta è infatti il collante di ogni desiderio, ma affinché possa focalizzarsi in modo da raggiungere un'intensità che induca ad agire c'è sempre bisogno di un'altra scena, di uno scopo e di un possibile diniego, di un rifiuto virtuale da parte di un qualche antagonista. E qui il movente era imprecisato, un simile ostacolo pareva assente, l'antagonista non c'era, e lui si dirigeva verso la propria meta solo per mantenere un impegno preso. Forse non si ricordava nemmeno di loro, e proseguiva passo dopo passo, studiando ad ogni tappa la sua cartina e ricordandosi ogni volta con fatica il motivo per cui si trovava proprio lì, su quella strada lungo un fiume sconosciuto.
Anche l'amore è una scintilla che scocca tra ammiccamenti e convenzioni, tra i loro richiami ed echi simbolici, e sa affondare le proprie radici nell'ombra della vita di ognuno solo grazie al vuoto che lambisce i suoi argini, allo spazio di senso che riesce almeno provvisoriamente a colmare; ma Christian non sembrava nemmeno pronto ad amare, perché in lui un tale vuoto pareva vago e indefinito, non poteva nutrire alcun desiderio né costituire il fondamento di alcun progetto.
Questa volta fu proprio il nostro conferenziere a fermarsi un attimo per sorseggiare un po' d'acqua. La cosa più sorprendente era che non pareva consapevole di quanto il suo discorso potesse risultare involuto, almeno a chi non aveva ancora letto il libro. Comunque la retorica del suo stile riusciva a mantenere desta l'attenzione, anche perché accompagnava a tratti il suo discorso con un sorriso ironico che lasciava prevedere qualche colpo di coda finale.
Dopo essersi rischiarato la voce con qualche colpetto di tosse riprese a parlare sfoderando tutta la sua arte oratoria, sebbene non sembrasse proprio un accademico. Ogni volta che gli sfuggiva una riflessione più complessa od originale sondava con un'occhiata furtiva il suo uditorio, soffermandosi un attimo in più su chi faceva mostra di uno sguardo più intenso, come Giovanna, per esempio, che non si perdeva una parola. Il fatto che in fondo alla sala qualcuno stesse parlottando non sembrava disturbarlo, e nemmeno che un signore con un impermeabile bianco si fosse alzato e se ne stesse già andando con passo frettoloso, come si fosse all'improvviso ricordato di un appuntamento importante.
Dopo aver risalito il suo fiume Christian raggiunse finalmente i due coprotagonisti, la giovane coppia che lo aveva invitato, e non fece caso alla loro accoglienza piuttosto freddina. La sera del suo arrivo, mentre loro due stavano discutendo animatamente in salotto, lui, l'amico di antica data, nonché il loro testimone di nozze, dopo averli ascoltati per un po' seduto sul divano andò in cucina a cercarsi qualcosa da mangiare. I due sposi non sospettavano che nel frattempo fosse molto cambiato, davano per scontato che fosse il bravo ragazzo di una volta, quel generoso dissolutore di problemi più o meno pratici che pensavano di conoscere tanto bene.
Secondo il nostro relatore questa prima scena d'assieme era fondamentale, perché è qui che quel vecchio amico dall'aria innocua incontrava una specie d'antagonista, quello di cui poco prima si sentiva ancora il bisogno per fornirgli una qualsiasi motivazione, uno scopo o un ostacolo sul suo percorso. Infatti, in un certo senso, Christian divenne l'antagonista di quella giovane coppia, riuscì a infiltrarsi nelle loro vite, o ancora meglio, a fronteggiare qualcosa che si era installato tra loro e la faceva da padrone, una specie d'irretimento cieco, di cui non si vedeva l'origine e che stava sospeso tra le loro parole rischiando di renderli due perfetti estranei.
Relegato in cucina ogni tanto tornava di là per chiedere delucidazioni sull'ubicazione d'ingredienti o strumenti per preparare la cena. Visto che loro continuavano a discutere e che lui era piuttosto affamato aveva deciso di cucinare qualcosa, senza preoccuparsi di quello che stava succedendo, o come se non avesse avuto molta importanza. Forse quella crisi era scoppiata dopo il loro invito a raggiungerlo in quell'amena località boschiva, o forse a suo modo capiva, e sapeva di avere un ruolo nella loro vicenda. Infatti, come ogni lettore che fosse giunto sino alla fine avrebbe potuto constatare, era nel segno della sua amicizia e grazie alla sua ostinazione che anche il loro rapporto si sarebbe rimesso in moto.
All'inizio la sua presenza in cucina sembrava essere di qualche conforto, almeno per lei, che gli rivolgeva ogni tanto qualche parola d'incoraggiamento, fornendogli anche alcuni consigli utili su dove trovare gli ingredienti necessari per un piatto di spaghetti. Ma poi fece troppo rumore, incominciò a dare fastidio, rovesciò delle stoviglie e ruppe una bottiglia di vino proprio mentre la portava in tavola; e ciò nonostante venne guardato come se non ci fosse: gli dedicarono solo una breve occhiata, neanche troppo sorpresa, e ripresero la loro discussione tagliata da rivoli freddi di silenzio. E lui tornò in cucina, dove cercò qualcosa per asciugare e ripulire il danno fatto mentre aspettava che l'acqua spiccasse il bollore. In fondo lo avevano invitato, e non poteva comunque andarsene, e in ogni caso non ne aveva nessuna intenzione. Quindi tornò di là per finire d'apparecchiare, in modo alquanto approssimativo, in un momento cruciale del loro dialogo e nell'apparente indifferenza di entrambi.
Comunque, sebbene questo lungo discorso contenesse degli indizi anche suggestivi, persi il filo lo stesso, mi distrassi e per un po' di tempo non riuscii più a seguirlo. L'autrice se ne stava lì accanto a lui, con un'espressione quasi assente. Aveva dei capelli che sembravano di una stoppa rossiccia, rigidi lungo le guance scavate, e ogni tanto fissava un punto sopra la mia spalla. Forse non seguiva più nemmeno lei, si era distratta come me e non riusciva più a capire dove quel suo amico, o collega, o studioso invitato dal proprio editore, anche se quest'ipotesi era meno probabile, volesse arrivare; e quel sorriso sulla sua bocca minuta e fredda in realtà assomigliava più a una smorfia di leggero fastidio che a un vero sorriso, sebbene lei sembrasse anche un po' divertita, come se quella presentazione rivelasse un aspetto comico della sua storia che scopriva solo ora, o che forse aveva già in precedenza condiviso con lui parlandone insieme e che ora poteva ritrovare.
Quello che aveva parlato per primo invece faceva una faccia molto consapevole e aveva l'aria di essere molto attento. Ogni tanto sembrava perplesso, la sua espressione si mostrava sospettosa, ma poi annuiva fuori tempo per riprendersi e palesare rispettosamente il suo assenso.
Nel complesso devo dire però che non mi stavo proprio annoiando, e incominciavo quasi a pensare che Giovanna avesse fatto bene a trascinarmici, e Roberta a proporcelo, anche perché il sabato pomeriggio a volte un'uscita ci vuole, specie d'inverno e a Milano, quando la presenza del sole sembra che sia atavicamente da festeggiare e la sua assenza una circostanza contro cui reagire.
A differenza dell'autrice Giovanna sembrava attenta e forse trovava tutto il discorso molto interessante, anche se quel libro non l'aveva letto nemmeno lei. Roberta invece aveva iniziato a leggerlo su consiglio dei suoi amici librai e ce ne aveva parlato un po' prima di uscire affinché potessimo meglio apprezzare la cosa.
Forse il giovane protagonista di quella storia era giunto allo stato di non decisione, all'annullamento di ogni volontà, e sentiva il bisogno di fermarsi per calzare meglio il proprio corpo dentro quel nuovo stato.
Ecco dove  ripresi contatto col nostro critico, sulla pausa piuttosto enfatica che seguì questa frase, e devo dire che il suo modo di procedere per linee ipotetiche, premettendo questi "forse" ad ogni congettura interpretativa, incominciava però a darmi fastidio, mi sembrava un espediente retorico di basso profilo, sebbene lui sembrasse davvero incerto sul significato da attribuire a tutta la vicenda.
Lungo quella strada tutta curve che risaliva il fiume Christian si fermò più volte a guardare il panorama, sempre in corrispondenza di qualche fonte, per assaggiare la sua acqua e bagnarsi la faccia assonnata, ma sostanzialmente per far ripartire qualche attività sensoriale che nel frattempo, con la guida, magari poteva essersi offuscata. Il fatto che a un certo punto mostrasse di apprezzare il riflesso del sole sull'acqua che stava bevendo poteva far pensare ad una sorta di ringraziamento, dato che si tratta di un topos simbolico abbastanza evidente. Ma secondo il nostro conferenziere non era così, anche perché non risultava che avesse alcuna vocazione in tal senso. In effetti, prima che raggiungesse gli altri, di questo Christian non si sapeva nulla, come non si sapeva nulla di loro, che specie di amici fossero, se lui avesse avuto una storia con lei o qualcosa del genere. Per le informazioni a disposizione di un lettore giunto quasi a metà romanzo poteva anche trattarsi di un fratello, almeno di uno dei due, o di entrambi; e potevano essere fratello e sorella anche loro. Si scopriva che era proprio un amico, e nulla più, a parte il fatto che era stato loro testimone di nozze, solo dopo il suo arrivo, nel tardo pomeriggio di un giorno imprecisato, ma probabilmente non lavorativo.    
A questo punto l'autrice, con un movimento lentissimo, tirò fuori un fazzolettino dalla borsa e delicatamente se lo portò al naso. Poi lo avvolse in una lunga mano, emettendo un suono leggero, appena percettibile, con la testa china volta all'indietro. Quando ebbe finito si asciugò il medesimo naso con due o tre passaggi sotto le narici e tornò a riporre il fazzoletto in borsa.
L'altro relatore non fingeva nemmeno più di assentire e si limitava a ruotare lo sguardo sulla platea con una cadenza quasi regolare, compiacendosi ogni tanto d'incrociare qualche sguardo.
Quello che stava parlando invece, nonostante fosse sulla sessantina, aveva un'aria decisamente più giovanile, gesticolava in modo vivace e sorrideva spesso in maniera non affettata, trattando tutta la storia con una certa leggerezza che si addiceva alla sua faccia aperta e mite, con un naso importante al centro che sembrava talvolta conferire slancio all'intera argomentazione, e tutto sommato devo dire che incominciava a starmi simpatico.
Ma quei due di cosa discutevano non ce lo voleva dire, e forse non lo avrebbe detto nemmeno alla fine, anche perché forse non era importante, e per il momento l'aspetto più positivo di tutta la faccenda era che non aveva intrapreso la via più fastidiosa, quella di tessere le lodi di lei, della silenziosa autrice che ora si stava mangiando le unghie (ma poi se ne accorse e con un movimento rapido che assomigliava a un tremito si riscosse e smise) oppure delle ascendenze letterarie del suo stile o del suo talento, perché in questo genere di circostanze non c'è niente di più frequente e di più stucchevole, e allora la cosa migliore è davvero fingere di avere un appuntamento, perché proprio non lo avrei sopportato.
Ad un certo punto mi accorsi che aveva aperto una parentesi di cui avevo perso l'inizio e che si annunciava piuttosto lunga. Esisteva solo chi riusciva ad agire sugli altri, o comunque sul mondo circostante, anche quando stentava a percepire sé stesso perché ormai privo di una volontà precisa, anche quando uno scopo, un viaggio, una cosa da fare potevano essere sostituite da altri scelti sul momento. E qui insistette, volle approfondire la questione come se contenesse una chiave di lettura privilegiata, sostenendo che per individuare il centro della propria esistenza non era necessario sapere nemmeno qualcosa di sé, bastava produrre degli effetti, emanare qualche luce, o anche un'ombra, ma in ogni caso lasciare una traccia. E questa traccia poteva essere tanto più profonda quanto meno si era calcata la mano, quanto più un nostro gesto era stato privo d'intenzione, sorgendo da una parte del nostro essere che non si era lasciata assoggettare a nulla di riconoscibile, niente che avessimo potuto stabilire prima in vista di un dopo qualsiasi.
Doveva essere per questo che il nostro protagonista aveva potuto modificare il proprio stato incidendo su un'altra situazione bloccata, mutandola a poco a poco con la sua semplice permanenza in quella casa, insinuandovi un'alternativa senza fare quasi nulla, a parte il rispondere in maniera scostante alle domande e alle pressioni dei due sposi.
Finalmente, la sera del suo arrivo, Clara, la moglie, dopo aver interrotto con un gesto spazientito la discussione in corso, si decise ad aiutarlo almeno a servire gli spaghetti che Christian aveva ormai finito di stracuocere. Solo quando si furono seduti tutti a tavola, se si escludono i pochi e frettolosi convenevoli effettuati al momento del suo arrivo, i due decisero d'informarsi su di lui, sulla sua vita negli ultimi due anni in cui non si erano frequentati, e solo in quel momento si accorsero che c'era qualcosa che non andava, o meglio iniziarono a sospettarlo. In un primo tempo preferirono non indagare oltre: in fondo poteva trattarsi solo di un'impressione dovuta al fatto che era rimasto un po' deluso dalla loro accoglienza, e per questo lei accennò a delle scuse, seguita subito dal marito. Ma l'ospite fece capire che non era il caso, che non si era accorto di nulla, e non comprendeva perché volessero scusarsi, o perlomeno ci mise un po' a capirlo, limitandosi poi a negare, a spiegare con un'oscillazione della testa che non era una cosa di cui dovessero preoccuparsi.
Ma durante la cena, e ancor più dopo aver finito, quando ormai si erano spostati sul divano a fumare e a bere un Cognac, la loro curiosità aumentò, e volevano saperne di più, trovare una spiegazione ai suoi silenzi, al suo modo distratto ed evasivo di rispondere alle loro domande. E lui non parve avvedersi neppure del loro interesse crescente, del fatto che a poco a poco era scivolato al centro delle loro attenzioni, evento insospettabile fino a due ore prima.
Gli domandarono cos'era successo, e lui in un primo momento sembrò non capire bene, ma poi realizzò, comprese esattamente a cosa potevano riferirsi, e rispose di sì, che qualcosa in effetti era successo, perché ora lui aveva compassione di sé stesso. Provava una certa tenerezza per sé stesso, sempre, in ogni momento della giornata, e lo disse in un modo del tutto naturale, senza il minimo accenno di enfasi, come in genere si fa quando si ritiene di aver fatto qualche scoperta. Ma proprio questa mancanza di una intonazione determinata accrebbe la loro curiosità, che incominciò a tingersi d'inquietudine, sebbene sul momento non riuscissero a mettere bene a fuoco il significato di quella frase. Il primo sospetto che gli balenò in mente era che fosse un po' depresso, o addirittura ristupidito, ma naturalmente si trattava solo d'ipotesi provvisorie, e quindi continuarono a domandare, prendendolo in giro, buttandola sullo scherzo per sdrammatizzare; e la cosa sorprendente, o almeno che sorprese loro, è che lui stava al gioco, faceva dell'ironia sulle proprie risposte, pareva assecondare il loro malcelato sarcasmo.
Ci scherzò su con un sorriso assente ma cordiale. E in questo modo li preoccupò, e un po' li indispettì; tanto che insistettero, si misero a parlare seriamente di persone che conoscevano, di amici comuni, sperando di aggirare il discorso, di poterlo riprendere da un lato più propizio. Ma lui era sempre più evasivo. Non ne sapeva granché di quella gente: a stento ne ricordava i nomi. Si appoggiò allo schienale tacendo con il bicchiere in mano, forse sorpreso dalla sua scarsa credibilità, senza sospettare che gli altri fossero a caccia di un motivo, di un fatto che potesse fungere da spiegazione, oppure sapendo già che stavano cercando una causa che lui non poteva vedere, perché ormai l'aveva dimenticata o discesa, non sapendo attribuirle qualche importanza.
Anche l'autrice si appoggiò allo schienale della sedia, lasciando le braccia cadere verso il pavimento e inspirando profondamente, perché il suo seno si sollevò, assumendo ora contorni più definiti. Ma dopo pochi istanti si riprese, tornò a piegarsi sulla lunga tavola che li incorniciava tutti e quattro sul palco, con l'editore e il brillante oratore ai posti centrali, lei e quello che aveva parlato per primo ai lati. Quindi vi appoggiò i gomiti raccogliendo le mani con le dite intrecciate in forma di preghiera, in modo da conseguire una posizione equilibrata, e di nuovo inspirò profondamente, espirando poi in maniera abbastanza rumorosa. L'editore - in un impeccabile completo blu, che contrastava con il bianco dei capelli e una cravatta che dava sul turchese - se ne accorse, e volse lo sguardo verso di lei, che però non ci fece caso e rimase nella stessa posizione.  
Il nostro uomo continuava a discorrere accompagnando le sue parole con ampi gesti. Disse che naturalmente non voleva raccontarci tutta la storia, ma solo alcuni punti, quelli sufficienti a tracciare un altro disegno dentro al quadro che avremmo potuto contemplare con calma da soli se avessimo avuto la pazienza di leggerlo. Non si trattava di una gaffe, precisò subito, perché un po' di pazienza ci vuole sempre, se non altro perché siamo tanto abituati all'azione, almeno psicologica, e qui avremmo potuto sentirci a disagio, perché di azione o psicologia ce n'erano poche, e quelle poche non riguardavano il protagonista. Questi infatti rimaneva per così dire defilato da se stesso, in uno stato di perenne distrazione, almeno fino a un certo punto, oltre la parte centrale del romanzo, quando all'improvviso tirò un calcio contro una sedia come per liberarsi da una morsa, con un movimento stizzito e calmo a un tempo, perché in effetti loro due gli stavano parlando addosso. E' da quel momento che iniziarono davvero a preoccuparsi, che incominciarono a intravedere la sua ostinazione, da quel calcio infantile e dalla porta di camera che sbatté poco dopo alle sue spalle.
Loro cercavano di fargli capire che doveva decidersi, che non poteva rimanere lì in eterno, immerso ogni giorno nelle sue passeggiate e nel suo mutismo un po' sinistro. Avevano deciso di fargli quel discorso e lo stavano facendo in modo molto serio, cercando di prenderlo in mezzo e di costringerlo a ragionare. La sua presenza si protraeva ormai da alcune settimane senza che loro gli avessero fatto capire di gradirla, anzi, mostrandosi sempre più infastiditi e irritabili, sia tra loro che nei suoi confronti.
Dopo quel calcio il marito si buttò sul divano dicendo ch'era pazzo, mentre la moglie rimase basita a fissare prima la sua scia, e poi quella porta sbattuta. E allora il nostro recensore ci avvertì che era la prima volta in cui Christian dimostrava di possedere una volontà precisa, nonché decisa. Uscì finalmente dal suo stato di amnesia e riconobbe il suo antagonista, quello che se ne stava acquattato tra loro due, ovvero l'alone di un'atmosfera che trovava repulsiva, di una sensibilità ottusa che gli dava fastidio. Quel calcio era rivolto alla meccanicità dei loro gesti di ogni giorno, a quell'ordigno minaccioso che rimaneva ogni volta sospeso nell'aria tra le loro parole, e soprattutto alla loro insistenza, al loro non volerlo lasciare in pace per farlo parlare di qualcosa; e lui percepiva tutto il loro comportamento come venato da un soffuso risentimento reciproco, da una ostinazione preterintezionale. Non sospettava minimamente che loro avessero buone ragioni per pensare il contrario, ovvero che l'ostinato fosse lui, oltre che un po' pazzo, ed ora, dopo quel calcio, anche un po' pericoloso.
Pensarono anche di chiamare i suoi genitori per avvertirli e domandare a loro cosa convenisse fare, ma poi lasciarono perdere perché erano molto anziani e non volevano preoccuparli inutilmente, visto che non erano comunque in grado di fare nulla per sbloccare la situazione.
A questo punto l'oratore decise di chiedersi perché loro fossero tanto scontenti, già prima del suo arrivo, e di quella scontentezza sorda che s'insedia a volte tra le coppie senza un motivo preciso, o almeno facilmente riconoscibile. E dopo esserselo chiesto si rispose, dicendo che quei due erano nella situazione in cui talvolta possiamo trovarci un po' tutti quando ci attacchiamo a qualcosa che ci preoccupa o c'infastidisce come a un'ancora di salvezza, nell'aspettativa di scovare proprio lì un'alternativa possibile a quello che ci sta succedendo. Secondo lui questa caratteristica costituiva l'effetto di una impietosa legge universale, per la quale non si scambiano volentieri degli obiettivi finali, di qualsiasi tipo essi siano, persino i più asfittici e biechi, ovvero delle mete che abbiano l'aspetto di cose, con cose d'altro tipo e che invece non assomigliano a cose, vale a dire scenari o prospettive dell'anima. In altri termini, non si scambia qualcosa che può essere raggiunto e conseguito come una preda o un sigillo con ciò che ha la consistenza di uno sguardo e la dimensione di un panorama, forse perché ognuno vorrebbe sempre tornare da qualche parte senza esserci andato, come se ciò che gli interessa di più non fosse il recarsi da qualche parte,  ma l'essere ritornato, pur di conservare una qualche prova o testimonianza del viaggio.
E qui s'inerpicò di nuovo in un lungo discorso per spiegarci meglio le ragioni della distanza che separava i due giovani sposi. Questa aumentava ad ogni tentativo di dialogo rimbalzando nell'altro, perché così è sempre, in quanto la distanza sa produrre un'eco che s'ingrossa lungo il percorso, e ad ogni passaggio avanza secernendo un po' di ruggine. Pare persino di poter sentire anche il sapore di quella ruggine, il suo aroma segreto, annunciato dal quel colore velenoso di terra artificiale. E qualcosa di artificiale c'è anche nella distanza che la produce, grazie al lavoro clandestino di altre aspettative, di alternative non importa quanto inconsistenti, come l'aspirazione ad una improbabile pienezza vitale. A questa non si può rinunciare con troppo anticipo, perché costituisce il polo di un paragone ellittico che alimenta le scorie di un qualche processo entropico, man mano che l'abitudine scandisce i giorni con i suoi quotidiani disincanti. E allora non c'è amore o voler bene che tengano: quando la prospettiva tende a chiudersi non c'è più alcun volere realmente determinato, e quindi anche quello che sentiamo per qualcuno, anche per chi in fondo può essere considerata la persona più importante della nostra vita, si ripiega in una dimensione virtuale, giace sullo sfondo senza trasformarsi più in nuovi propositi e nuove decisioni.
Per evitare tale incresciosa circostanza secondo lui ci voleva qualcosa che avesse la consistenza di un vortice, come quello provocato da un polo magnetico verso l'ago della nostra bussola. Ma d'altra parte, perché un qualsiasi ago magnetico abbia voglia di ruotare su sé stesso, si deve sempre supporre un precedente orientamento errato, una direzione sbagliata; altrimenti non si muove, senza accorgersi di aver già indicato il proprio polo preferito rimarrebbe immobile, oppure non si muove perché lo sa già troppo bene, sa di trovarsi nella situazione più stabile, già definitiva, senza vento che possa scuoterlo e farlo ripartire. E allora l'ago smette persino di pensare, di ondeggiare con ampi balzi come all'inizio, o di compiere quelle brevi oscillazioni stabilizzanti che scandiscono sempre la fase finale di ogni ricerca. Quel moto oscillatorio che pare effetto dell'inquietudine più antica tende verso lo stato di massima entropia, si trasforma in una calma piatta che ha il sentore di una pace vergognosa. L'ordine raggiunto sopisce ogni impulso verso un nuovo orientamento, verso un ordine di tipo superiore che sia capace di riprodurre di tanto in tanto un disordine nuovo, e quindi nuova energia ordinatrice, alimento per nuove illusioni e nuovi errori, favorendo l'incalzare di altre prospettive altrettanto parziali, ma capaci di rimetterlo in moto ogni volta.
Dopo questa lunga divagazione, che in sala fu seguita da alcuni con sguardi sempre più perplessi, tornò alla vicenda principale, ovvero alla permanenza di Christian in quella casa, al suo comportamento anomalo, che a un certo punto i suoi ospiti si accorsero assomigliare a un tipo preciso, ed esattamente al comportamento di un figlio.
In effetti Christian se ne stava fuori per gran parte del giorno, si prendeva la canna da pesca di  Pietro, il marito, e andava a pescare, oppure a fare lunghe passeggiate, e tornava appena in tempo per i pasti, talvolta con dei pesci già puliti che consegnava trionfalmente a Clara, la moglie, affinché fossero cucinati.       
Quand'era in casa invece passava la maggior parte del suo tempo chiuso in camera sua, sdraiato sul letto a leggere o guardare fuori dalla finestra, oppure il soffitto, e a seconda di quello che gli dicevano dall'altra parte della porta non rispondeva nemmeno.
Forse Christian provava fastidio per qualsiasi processo d'individuazione che non restasse sospeso a metà del suo tragitto, rifiutandosi di accettare qualsiasi ruolo che comportasse un'assunzione di responsabilità di fronte alla propria vita o a quella altrui. In altri termini, non voleva sentirsi costretto a scegliere o ad amare ed era costantemente in fuga da simili eventualità.
Non si poteva escludere che proprio per questo motivo Clara, a poco a poco, quasi inavvertitamente, avesse incominciato ad essere sempre più premurosa, ad usargli, pur senza volerlo allarmare e facendo attenzione a non urtare la sua suscettibilità, attenzioni sempre più materne, tanto da preoccuparsi quando talvolta lui decideva, senza alcun motivo apparente, di non presentarsi a tavola e di saltare il pasto.
Si sarebbe potuto persino credere che Christian fosse spaventato dall'essere qualcuno, dal potersi identificare con il corpo, la dimensione e la prospettiva limitata in cui naturalmente si trova ogni essere mortale, quasi percepisse qualcosa di arbitrario e di pericoloso nello stesso essere in un modo determinato, nello stesso processo d'individuazione della propria anima, come se in tale possibilità si celasse un qualche inganno fatale o irreversibile errore. L'effetto più evidente di questa sua condizione consisteva nel vivere senza alcun progètto o programma, nel riempire le sue giornate di azioni dotate di uno scopo provvisorio e immediato, come il pescare, il raggiungere passeggiando una certa località o anche semplicemente il restare a lungo assorto nel letto della propria camera da figlio a fissare un punto oltre i vetri della finestra o un angolo del soffitto, senza alcun pensiero articolato a intrattenerlo. Nel momento di prendere una decisione su questioni di più vasta portata, o anche di fornire un'interpretazione di un qualsiasi fenomeno o problema, lui avvertiva questo peso fastidioso e non si sforzava di mascherarne gli effetti, dato che in simili frangenti le sue reazioni erano tutte contraddistinte da scarti perentori ed evasivi, e persino da brusche lacune nelle sue espressioni facciali.
Tuttavia, da quella sera in cui Clara aveva definito in questo modo il suo atteggiamento, anche il loro nei suoi confronti aveva preso una nuova piega, e quasi senza accorgersene avevano incominciato a comportarsi come genitori in erba, spesso esitanti e ancora troppo circospetti, ma comunque da genitori. Lui, il nostro oratore, pur ritenendo il fatto che non avevano figli come una possibile concausa di quel mutamento tanto improbabile, tuttavia non la considerava l'unica, perché da quel momento cominciarono a percepire la tenerezza che Christian provava per sé stesso, una tenerezza che lo aveva progressivamente indotto ad assumere quel ruolo filiale.  
Christian non chiedeva mai se poteva uscire - del resto, aggiunse, quale figlio lo chiede oggigiorno - ma solitamente tornava a casa all'ora prestabilita, si rifaceva il letto in maniera accettabile ed ogni tanto spazzava anche in camera sua. Per il resto, si limitava ad apparecchiare con una certa puntualità, e più raramente lavava i piatti. Ogni volta che si sedeva a tavola dimostrava di apprezzare il cibo che gli veniva offerto, salvo rare occasioni in cui manifestava apertamente le proprie riserve, e loro, a poco a poco, visto che tanto non riuscivano a sbarazzarsi della sua presenza, incominciarono a responsabilizzarlo, volevano che cucinasse qualche volta, come in fondo aveva dimostrato di saper fare, anche se male, il giorno del suo arrivo.
Quando la sera Luca tornava a casa dal lavoro (la moglie tornava un po' prima) s'informava su cosa aveva fatto, e in questo modo anche il tenore dei loro colloqui serali iniziò a mutare, litigavano di meno e s'interessavano a lui, notavano i segni di un certo miglioramento od erano di nuovo preoccupati da uno sbalzo di umore, che in genere si verificava quando volevano fargli fare o dire qualcosa che non gli andava.
A letto cercavano di non farsi sentire, perché pensavano che lui se ne stesse di là, in camera sua ad ascoltarli, ben sveglio e magari con le mani incrociate dietro la testa a guardare il soffitto. In effetti avevano spesso l'impressione che anche quel suo fissare qualcosa d'indefinito tanto a lungo fosse un modo per spiarli, e che ogni giorno ascoltasse e studiasse deliberatamente i loro comportamenti, quasi li avessi assunti come genitori solo in prova, riservandosi la decisione di adottarli o meno.
Ma il fatto di avere un figlio tanto adulto, e che era stato per giunta loro testimone di nozze, il preoccuparsi per lui e per il suo futuro, incominciava a fargli provare una qualche tenerezza anche per se stessi, in particolare a Clara, che da un po' di tempo si percepiva in una luce nuova, sorpresa da quello che provava, una curiosità crescente per quest'amico rimasto un po' ragazzo che le pareva un essere disarmato, caparbio come un bambino capriccioso ma anche capace, quando voleva, di un tatto e un'attenzione che gli permettevano di cogliere al volo il suo stato d'animo. Capitava infatti che lui l'apostrofasse con domande repentine del tipo "perché oggi lo odi?", riferita al marito, senza che lei gli avesse offerto il benché minimo pretesto per supporre qualcosa del genere, oppure che preparasse in anticipo la colazione "perché tanto stamani non ne hai voglia", imbroccandoci regolarmente.    
In qualche modo però, ormai dovevano ammetterlo, si sentivano responsabili, e questo, invece di infastidirli o renderli insofferenti come i primi tempi, riusciva a renderli reciprocamente più tolleranti, e in generale più attenti nei riguardi di tutto il resto, come se la sua presenza in quella casa avesse spazzato via quell'atmosfera suscettibile e insoddisfatta che vi regnava prima del suo arrivo.
Per questo rimasero quasi senza fiato quel pomeriggio in cui tornando dal lavoro non lo trovarono più, videro la sua camera vuota e ben ordinata, senza un biglietto lasciato da qualche parte, senza nessun messaggio, niente di niente, come se non ci fosse mai stato e non avesse alcun motivo di ringraziarli di qualcosa. La sera prima Clara si era affacciata sulla porta di camera sua per guardarlo dormire, ma ad un certo punto lui aveva aperto gli occhi e l'aveva vista lì davanti con la sua camicia da notte a fiorellini, che lo osservava senza andarsene, solo sorridendogli appena. Poi era andata a sedersi sul suo letto e gli aveva chiesto se non aveva sonno. Come faceva sempre con certe domande, forse quelle che trovava inutili, Christian non le aveva risposto. Le aveva solo fatto una carezza, un'unica carezza silenziosa, e lei gli aveva passato una mano tra i capelli e poi si era trattenuta, si era avvicinata un po' per dargli un bacio, ma poi si era fermata a un palmo dal suo viso.
Ripensò ancora una volta a quella scena e la raccontò al marito quando erano già a letto. Non voleva essere proprio una spiegazione, ma un po' lo era, o almeno Pietro parve considerarla tale, senza provare nemmeno una vera gelosia, come forse gli sarebbe successo in qualsiasi altra circostanza. Anzi, fu proprio lui a ribadire quella carezza, una replica di quella del loro figlio perduto, e in quel momento si sentirono soli come non gli capitava da tempo e forse non erano mai stati.   
Ma a questo punto l'oratore si accorse che l'autrice lo stava fissando, perché in effetti si era piegata leggermente in avanti e lo stava guardando da un po' con una lunga occhiata interrogativa, come se si fosse dimenticato qualcosa o lei si chiedesse dove voleva arrivare. E lui infatti decise di fermarsi. In fondo aveva promesso che non ci avrebbe raccontato tutta la storia, e invece ormai ci aveva raccontato quasi tutto, e si chiedeva perché, perché aveva finito col raccontarci tutto, a parte la nuova destinazione di Christian, il suo viaggio di ritorno durante quella notte, che avremmo dovuto scoprire da soli. Forse ce lo aveva detto perché era importante, oppure perché non lo era. E non rimpiangeva di averlo fatto, sebbene fosse una cosa controindicata da tutti i principi che presiedevano all'arte recensoria: perché la conoscenza per grosse linee dell'intreccio, del resto molto semplice, secondo lui non avrebbe comunque precluso o scalfito il piacere della lettura, la degustazione del suo procedimento erratico, percorso da tanti piccoli scarti che spingevano il racconto verso zone e riflessioni limitrofe, e tuttavia non meno essenziali.
In ogni caso ormai la cosa era fatta, e quindi, prima di augurarci buona lettura, o almeno augurarla a tutti quelli che non erano già sazi o delusi dal suo breve resoconto introduttivo, con un sorriso un po' istrionico e rassegnato disse che a questo punto poteva concederci un'ultima anticipazione, che sarà lungo la riva di quel fiume, dove Christian si addormenterà quella notte a bordo della sua vecchia auto, che ritroverà un barlume di memoria, una chiave per spiegare il proprio desiderio di svuotamento, di un digiuno della coscienza dove mente, cuore e membra potessero coincidere nello stesso silenzio; ma che poi anche questa spiegazione, come in un sogno, scivolerà via con la corrente sotto la luna, lasciandolo solo con una certezza nuova, che basta un modo qualsiasi per vivere la vita, anche in un luogo scelto a caso o in casa d'altri, ma dove qualcosa scorra sempre insieme all'unico destino vero, quello immobile e sconosciuto agli interessati, incrociando quello di altri anch'essi sconosciuti e traendone nutrimento senza riserve. Infatti, aggiunse con un'intonazione conclusiva, per quanto vogliano e possano ostinarsi, i vari destini individuali, come altrettanti specchi capaci di archiviare le immagini che riflettono, non possono mai restare soli, e ognuno deve imparare quest'arte di farsi portare come una foglia dal vento senza timore di perdersi, perché come scrive Seneca "Ducunt volentem fata, nolentem trahunt", ovvero i fati conducono dolcemente chi li segue; a forza trascinano chi ad essi resiste. Nessuna meta potrebbe del resto attagliarsi meglio a ciascun fato di quel luogo aperto e comune da dove possiamo ridisegnare le molteplici traiettorie che abbiamo incrociato durante il nostro viaggio, ovvero del luogo della parola e della memoria, giacché è proprio nel disegno che questa moltitudine si lascia alle spalle che la nostra anima può riconoscersi ogni volta come nuova.   
Dopo questo finale pervaso da un certo lirismo il pubblico gli tributò un breve applauso, comprese Roberta e Giovanna. Anche l'autrice applaudì, sebbene debolmente, fino a quando non le venne passato il microfono per la chiusura. Allora ringraziò per le benevolenza e la chiarezza dei due interventi, dichiarando, con un'espressione laconica e stanca, di non aver null'altro da aggiungere, ma di essere comunque a disposizione per rispondere a eventuali domande. I quattro così rimasero in silenzio dietro la tavola, come cariatidi che non avevano più nulla da sorreggere, ad aspettare che qualcuno alzasse una mano o prendesse direttamente la parola. Ma nessuno lo fece; o meglio, non lo fece nessuno per un po' di tempo. Solo verso la scadenza di questo tempo, quando ormai l'editore incominciava a dare segni d'impazienza, una signora, che dall'aspetto e dal modo di parlare sembrava una professoressa, all'improvviso si alzò in piedi e con voce un po' emozionata e compiaciuta disse che non aveva letto il libro, ma che ascoltando si chiedeva se l'essere un figlio, o il comportarsi come tale, non fosse un modo per posticipare un momento decisivo, quello in cui le nostre qualità sedimentano e noi tendiamo a sentirle come parte essenziale di noi, e non più come qualcosa di fluttuante e virtuale, mentre nel voler essere un figlio ci poteva essere un desiderio opposto, il desiderio di condividere uno spazio comunicativo, un tempo futuro in cui saremo ancora capaci di ascoltare, ovvero di supporre l'esistenza di una sorta di padre ancora in grado di farlo. Per questo voleva sapere proprio dal secondo relatore se lo stato d'animo in cui Christian si trovava all'inizio non poteva interpretarsi come il riconoscimento di questo desiderio, l'accettazione dell'impossibilità di una risposta, accettazione tale da poter ridurre il pensiero ad una sorta di contemplazione muta, o, come lui si era espresso, agli occhi di un abisso quieto.
Nel risponderle, mentre l'autrice lo fissava con un'aria incuriosita, il secondo relatore disse che era vero, nel voler essere un figlio c'era forse anche un tale desiderio, ma sublimato e reso astratto. Forse Christian si comportava in quel modo perché voleva scollarsi di dosso i resti di una personalità invasiva e loquace, così da potersi finalmente riconoscere in quegli stessi occhi che riescono sempre a coglierci di sorpresa, che ci rendono consapevoli d'essere sempre oggetto di un altro sguardo, quello essenziale del grande auscultatore dell'anima e dell'aureo padiglione che si porta dietro.
Giovanna continuava a non staccargli gli occhi di dosso e alla fine di tutto, quando i quattro dietro al tavolo si alzarono in piedi, sgattaiolò velocemente tra le sedie per raggiungerli. Dopo aver aspettato che il primo relatore avesse finito di congedarsi dal secondo con i saluti di rito, si avvicinò con decisione a quest'ultimo per rivolgergli la parola. Lui parve riconoscerla come una vecchia amica e dopo poche battute le appoggiò d'istinto una mano sulla spalla. Rimasero un po' a parlare, e poi volle presentarle l'autrice, che dopo essersi avvicinata le porse la mano con un movimento lentissimo e che poi rimase in piedi davanti a lei con un'espressione attenta e rigida. Quando poco dopo si voltò per allontanarsi con l'editore, scendendo con grande cautela lo scalino del piccolo palco su cui era stata allestita la tavola, loro due vi si appoggiarono per trascrivere i rispettivi numeri di telefono e scambiarsi eventuali indirizzi. Quindi si salutarono con grandi sorrisi e con la promessa di sentirsi e di rivedersi, che anch'io e Roberta riuscimmo a sentire.
Non appena ci raggiunse in fondo alla sala le chiesi chi fosse e lei mi disse che era lo stesso signore che aveva incontrato quel giorno nel parco, ormai una decina di anni fa, e di cui, dopo quella sera, non avevamo più parlato. Aggiunse che tutta quella domenica trascorsa con lui le sembrava conclusa solo ora, forse perché solo ora aveva capito intorno a chi ruotavano tutte le sue elucubrazioni, e questo secondo lei dimostrava che certi momenti finiscono solo quando vengono rivissuti un'altra volta insieme alle stesse persone con cui iniziarono, e che nel frattempo tali persone non possono sparire mai del tutto, ma stanno nascoste da qualche parte nelle pieghe delle nostre giornate, sbucando fuori per pochi istanti quando meno te lo aspetti per sussurrarci all'orecchio le loro mezze verità.
Poco dopo, infatti, camminando verso casa ci disse che mentre lo ascoltava, durante la conferenza, aveva di nuovo creduto che quella donna fosse sua moglie, come se la ricerca di questa benedetta moglie fosse tornata ad essere l'unica possibile chiave risolutiva di quella giornata, ma che poi, dopo aver conosciuto l'autrice, e soprattutto stringendole la mano appena tiepida e dura, aveva pensato che poteva anche trattarsi di lei, che in fondo un po' assomigliava all'altra, sebbene lo avesse ascoltato per tutto il tempo con un'espressione assente e a tratti persino spazientita, o forse proprio per questo, per la sua espressione familiare e spazientita che non poteva essere quella di una conoscente o di un'amica.
E in quel momento si ricordò anche una specie di spot che aveva immaginato durante il dormiveglia mattutino e di cui poi si era dimenticata. C'era un letto dove un uomo e una donna dormivano abbracciati, avvolti in un lenzuolo bianco. Sullo sfondo si sentiva il rumore del vento, mentre l'inquadratura scivolava sopra i loro due corpi seminudi risalendo fino ad uno specchio posto sopra la testiera. Ma nello specchio i corpi erano spariti, il letto era vuoto e rimaneva solo il lenzuolo arruffato, che a poco a poco, grazie ad una lenta panoramica verticale sullo stesso specchio, lasciò il posto alla finestra e alle tende che ondeggiavano. L'inquadratura strinse sempre di più sul davanzale, fino a quando la tenda bianca non si scostò completamente per un altro colpo di vento. In quel momento si sarebbero dovuti vedere due flaconi di profumo contro il cielo, uno maschile e l'altro femminile - ma questa dei due profumi costituiva una sua aggiunta cosciente, che le venne in mente solo quando si decise ad aprire gli occhi - con i loro nomi scritti in corsivo e pronunciati da una voce di donna, che poi avrebbe aggiunto la frase un po' misteriosa "tutto quello che resta dopo il volo". Dopo di che, grazie ad un altro colpo di vento, la tenda avrebbe di nuovo nascosto per un attimo il cielo, per riaprirsi subito dopo sul davanzale vuoto.
   













                                     TRA I RAMI E SUL PRATO




Ci sono coincidenze che emettono lo stesso rumore sordo di certe notti insonni, quando il pulsare delle tempie sul cuscino induce a prolungare il respiro per saggiare la costanza del cuore rinviandone i battiti. Quella lettera giunta quasi contemporaneamente alla notizia dell'aggravarsi della salute del padre di Albertine ci fece piombare in una insicurezza generalizzata e nei giorni successivi fu necessario concentrarsi su ogni cosa da fare, anche sulle più piccole, per riuscire a portarle a termine in maniera accettabile. Su quella panchina davanti casa eravamo insensibili anche al freddo, che evidentemente non riusciva a sommarsi a quello ben più consistente che ci attraversava in quel momento. Poi il racconto di Luigi mi confermò quello che avevo sospettato, che i ragazzi avevano intuito qualcosa, almeno lui, che per tutta la mattinata era stato sempre indaffarato e distante, preda dei suoi soliloqui e del suo acquario, che ogni tanto restava imbambolato a guardare ancora smontato in mezzo alla sala da pranzo.
Quella mattina un vento teso piegava i rami degli alberi in fondo al prato. Dentro, mentre aspettavo che passasse il caffè, chiamai i ragazzi per la colazione, ma Luigi era già lì pronto, sulla porta che mi guardava, appoggiato allo stipite con quella sua espressione da gatto vigile e perennemente assorto.
Prima di uscire a prendere la legna mandai giù una seconda tazzina di caffè, perché volevo essere ben sveglio fin dall'inizio della giornata. Poi mi accesi una sigaretta e ne aspirai qualche boccata davanti alla finestra, guardando ancora fuori gli alberi che oscillavano al vento e le chiazze di neve rimaste sull'erba.
Quell'anno avevamo deciso di passare le vacanze di Natale in montagna, in un paese sperduto dell'Appennino dove venivamo da qualche tempo a trascorrere un mese d'estate. Luigi era appena passato in prima media e tutta la nuova situazione non gli piaceva affatto, perché c'erano troppe materie e troppi professori, diceva, e nemmeno particolarmente simpatici. In quei giorni Albertine non c'era quasi mai perché era in giro per fare concerti e noi andavamo spesso a mangiare all'osteria della signora Arduina, con la quale avevamo stabilito una sorta di convenzione amichevole. Vi si mangiavano quasi sempre le stesse cose, e dopo aver finito guardavamo un po' la televisione, che non ci eravamo portati dietro. Dopo il telegiornale Luigi e Letizia s'impossessavano del telecomando e si sintonizzavano su di Tom e Jerry, che non dispiacevano nemmeno agli altri commensali dell'osteria.
Questa si affacciava sulla piazza principale del paese. Noi però noi non abitavamo proprio in paese, ma subito fuori, in un vecchio casale vicino ad un bosco e ad un'altra casa di contadini.
Ogni volta che andavamo in quella casa Letizia diceva che le sembrava di stare dentro a un film di Walt Disney, e in effetti non aveva tutti i torti. Intorno c'erano le montagne con le loro cime bianche e tante specie d'animali. Nella stalla del contadino che abitava lì accanto c'erano i cavalli e le mucche, un cane spinone che si chiamava Zolfo e poi le galline e le oche.
Di pomeriggio i ragazzi giocavano fuori e qualche volta andavamo insieme a camminare nei boschi. Durante quei lunghi pomeriggi invernali avevo molto tempo per leggere e ogni tanto Luigi si sedeva accanto a me davanti al camino, sull'altra poltrona, a leggere anche lui. Stavamo tutti e due zitti e si sentiva soltanto il rumore delle pagine e i nostri respiri, fino a quando Letizia non reclamava la nostra attenzione con qualche domanda o voglia improvvisa.
Nel complesso erano giornate decisamente riposanti. Anche mangiare all'osteria era riposante, perché c'erano quasi sempre le stesse persone: il signor Gualtiero, che faceva il guardiano di una villa lì vicino e aveva una faccia larga con le guance trapunte di venuzze rosse; Mariano, il postino del circondario, decisamente obeso, che non riusciva a trattenere un prolungato sorriso ogni volta che vinceva a scopone; Gioacchino, che invece era un giovanotto segaligno, con una vita notturna molto chiacchierata per le sue scorribande in macchina nelle città vicine; e poi Alberico, un contadino che stava sempre zitto e fumava il toscano, limitandosi a scatarrare piuttosto spesso e in modo non proprio gradevole, tanto da indurre Letizia a fissarlo per un po' con un'espressione interdetta, come se si chiedesse ogni volta che fine faceva il frutto di tutto quel frastuono.
Quel pomeriggio, durante la nostra passeggiata, ad un certo punto Luigi, di fronte a un ramo caduto, si accorse che più in alto erano spuntati dei nuovi germogli e mi chiese perché, come facessero a rispuntare anche se il ramo era spezzato. Invece di cimentarmi in una spiegazione plausibile gli dissi la prima cosa che mi venne in mente, che i rami spezzati non smettono di crescere, possono cambiare un po' direzione, rispuntando da un'altra parte, ma continuano ad andare avanti, come la vita e i nostri pensieri, che continuano sempre cambiando direzione ogni volta che s'interrompono, e lui sul momento non fece ulteriori commenti, rifugiandosi nel suo abituale silenzio, con la sua solita espressione gattesca e vagamente interrogativa disegnata sulla fronte e tra gli occhi.
A casa, dopo aver cenato, riaccendemmo insieme il fuoco facendo una piccola costruzione con la solita tecnica, ovvero usando dei legnetti secchi per intrappolare il calore della brace residua e far ripartire la fiamma. Questa infatti ripartì quasi subito e Luigi aprì il suo libro, incominciando a leggere accanto a me con le gambe appoggiate su una sedia. Ma dopo pochi secondi squillò il telefono. Dal mio tono e da quello che dicevo dovette capire che forse era successo qualcosa. Infatti quando riattaccai e gli dissi che mamma non sarebbe tornata, che avrebbe dormito a Roma e che sarebbe arrivata l'indomani in macchina, mi chiese se era capitato qualcosa al nonno, che da un po' di tempo non stava bene. Fui piuttosto evasivo, per non allarmarlo, ma le notizie erano pessime. Lui comunque sembrò prendere le mie spiegazioni per buone senza aggiungere nulla, e dopo qualche istante si alzò per andare a letto. Quando era già sulle scale però gli tornò in mente quello che avevamo detto durante la passeggiata, e allora si fermò e mi chiese perché anche la vita era così, come quei rami spezzati. Risposi che in fondo la vita era fatta da tante cose lasciate a metà, che abbiamo incominciato senza finire, e che in pratica aveva anche lei come dei rami che continuavano a crescere rispuntando da altre parti, perché ognuno continua a piegarsi per andare verso la luce e questa era l'unica cosa che voleva davvero; ma lui non rispose nulla, e senza altri cenni di saluto finì di salire le scale.
Fu solo la domenica successiva al nostro ritorno a Roma che mi raccontò il seguito di quel colloquio e mi disse non solo del suo sogno, ma anche di tutta quella nottata, di cui ero stato anch'io un involontario protagonista, e della giornata successiva. Me lo raccontò con una concitazione che non gli era consueta, con una dovizia di dettagli che mi parve sintomo di una consapevolezza nuova e persino eccessiva, scegliendo come teatro della sua confessione un bar del centro dove ci eravamo fermati per comprare le paste e bere qualcosa. Così i suoi ricordi si mescolarono ai miei, e insieme a questi dettero forma ad un unico episodio rivissuto da punti di vista diversi, sebbene io per lo più mi limitassi ad ascoltare, interrompendo la sua ricostruzione solo con rare osservazioni e qualche saltuaria domanda.
Quella sera, quando salì in camera, Letizia era ancora sveglia e stava leggendo "Topolino". Luigi le domandò se aveva chiesto qualcos'altro oltre la bicicletta e lei rispose di no, perché in fondo dei regali non le importava, tanto dopo un po' diventavano noiosi, diceva, e la Befana non esisteva e se voleva qualcosa lo poteva chiedere anche un'altra volta.
Dopo qualche minuto appoggiò "Topolino" per terra e spense la luce dalla sua parte. Anche Luigi allora spense la sua, ma invece di dormire incominciò a pensare a quella frase, al fatto dei rami spezzati che continuano a crescere, fino a quando d'improvviso non muoiono, perché la morte arrivava accorciando il tempo, risucchiandolo in una specie di vortice. La nonna era morta all'improvviso qualche mese prima e anche lei era stata bambina. In un attimo da bambina era diventata vecchia, e così succedeva a tutti, per forza. Nemmeno per i ricordi c'era tempo, perché ogni cosa che cominciava stava già per finire. Il tempo era lungo e corto; come un istante. Sembrava molto lungo, ma invece era corto, molto più corto di quello che uno si poteva aspettare, e per di più accelerava, accelerava sempre più forte, fino a quando di colpo non finiva.
A pensarci gli venne da piangere. Ma in silenzio. Pensò che sarebbe morto anche lui, prestissimo, quasi subito. Si voltò verso Letizia per dirle qualcosa, per spiegarle quanto poco le restava da vivere, ma lei si era già addormentata. Allora si alzò per andare alla finestra. La luce della luna illuminava gli alberi in fondo al prato e il grande faggio resisteva al vento. Letizia dormiva tranquilla perché non aveva capito che il tempo era un istante, e neanche gli alberi lo avevano capito, anche se per loro forse era diverso, perché si piegavano al vento con calma, senza muoversi troppo, solo soffiando e fischiando.
A quel punto sentì i miei passi sulle scale e tornò subito sotto le coperte. Ormai stavo salendo gli ultimi gradini, ero già nel corridoio e andavo verso camera mia. Ma all'improvviso mi fermai e lui pensò che forse stavo per aprire la porta, oppure che ero rimasto davanti alla finestra del corridoio a guardare fuori, perché forse avevo capito anch'io, per quel discorso che avevamo fatto, che il tempo era troppo breve, che non c'era più tempo. Gli venne di nuovo da piangere, ma questa volta era un pianto meno triste, perché guardando ancora fuori gli alberi sotto la luna gli parve di capire che i rami continuavano a vivere davvero, anche quelli spezzati, anche se nella sua vita magari non ce n'erano ancora, a parte la nonna, che era morta dopo una lunga malattia e che negli ultimi tempi non gli avevamo fatto più vedere. Non gli avevamo nemmeno detto nulla, glielo avevamo tenuto nascosto fino a quando non lo capì da solo, da una frase che disse un giorno sua zia e dal fatto che Albertine si nascondeva per piangere e si alzava da tavola all'improvviso. E si ricordò di una volta, di quando la nonna stava già male, che mentre facevamo l'albero di Natale una pallina rossa le cadde per terra e Albertine scese di corsa dalla scala per scappare e andarsi a nascondere mentre piangeva.
Rivide tutta quella scena mentre fissava la luce della luna sui piedi di Letizia sotto le coperte e in quel momento socchiusi la porta. Allora fece finta di dormire, mentre io mi avvicinavo al suo letto. Letizia invece dormiva davvero, tutta rannicchiata su un fianco, e io cercavo di fare piano per non svegliarli. La sua recita tuttavia non era molto buona, perché il respiro non era regolare come quando si dorme. La fronte gli sudava un po' e io gli sfiorai la testa con una mano e mi accorsi che era sudata. Poi mi avvicinai al letto di Letizia, e dopo non feci più nulla, forse osservandoli in silenzio oppure guardando anch'io fuori dalla finestra.
Mentre stavo per andarmene finse di svegliarsi e mi chiese se potevo portargli un bicchier d'acqua fresca. Lo guardai un po' sorpreso, ma poi dissi che andavo a prenderlo. Non aveva molta sete, ma voleva comunque che gli portassi quel bicchier d'acqua, perché non gli andava di restare da solo. Quando ritornai col bicchiere pieno lo bevve a piccoli sorsi, senza guardarmi, e poi si ributtò giù, con la testa voltata verso la porta e gli occhi chiusi, aspettando il momento in cui l'avessi richiusa.
Il mattino dopo con Letizia andarono a trovare Rosanna, la maestra che gli aveva fatto ripetizione durante l'estate scorsa. Era una ragazza giovane e molto simpatica, di cui era diventato amico, e alcune notti prima l'aveva sognata, o almeno aveva sognato una ragazza più giovane che le assomigliava, in una scena poco chiara, su una scala mobile di un grande magazzino, con lei tornata ragazzina, appena più grande di lui. Non solo gli piaceva molto, ma nel salire quelle scale che non finivano mai era anche felice come se fosse innamorato e gli pareva di doverla sposare, perché nel sogno desiderava stare sempre con lei, anche se tutta la situazione gli procurava una certa angoscia, almeno a giudicare dalle esitazioni e dal tono del suo racconto, che fece davanti al suo bicchiere di coca senza toccarlo, solo fissandolo ogni tanto distogliendo lo sguardo.
Quel sogno poi finì all'ultimo piano, con lei che spariva dentro una fila di vestiti lunghi e variopinti, e poi quel ragazzo che la baciava tenendola stretta dentro un camerino e lei che gli sorrideva continuando a farsi baciare dall'altro di cui però non vedeva la faccia. Evitai di fare domande per non interromperlo, con la sensazione che segnasse un passaggio importante, e mentre lo ascoltavo pensai che tra qualche anno magari avrebbe incominciato anche lui a fare viaggi in solitario, iniziazioni che è bene intraprendere prima possibile, perché poi tutto ha un aspetto diverso e ci si può muovere in un arco di possibilità meno opprimente, con una riserva d'aria che potrà salvarci in futuro.
Quella mattina trovarono il cancelletto socchiuso e per farle una sorpresa invece di suonare il campanello fecero il giro della casa. Poi Luigi si arrampicò sul lavatoio che stava sotto la finestra della camera per sbirciare dentro. La maestra parlava al telefono. Era seduta sul letto e ogni tanto le scappava da ridere. Letizia voleva salire sul lavatoio per vedere anche lei e Luigi l'aiutò ad arrampicarcisi sopra. Rosanna era voltata e non poteva vederli e loro la guardavano mentre parlava con le gambe incrociate e ogni tanto allontanava il filo ingarbugliato del telefono. A poco a poco però la sua espressione cambiò e smise di sorridere. La sua faccia diventò seria e lei si alzò in piedi e cominciò a camminare muovendo l'altro braccio nell'aria. Continuava a non vederli perché guardava solo per terra, concentrata su qualcosa e parlando sempre più forte. Ma proprio quando stavano incominciando a capire il significato di quello che diceva riattaccò il ricevitore, posò il telefono sul comodino e si buttò sul letto, a pancia sotto, stringendosi la testa dentro il cuscino.
Letizia voleva che la chiamasse, ma lui disse che era meglio lasciarla sola. Poi pensò che non voleva essere guardata e saltò giù dal lavatoio, cercando di fare piano, e aiutò anche lei a scendere. Quindi in silenzio s'incamminarono sulla strada di casa, a passi veloci, con una strana fretta. Non sapeva cosa fosse successo durante la telefonata, ma si ricordò che d'estate una macchina alta, una jeep bianca, la veniva spesso a prendere e che sopra c'era un ragazzo con i capelli tirati all'indietro e gli occhiali da sole. Quel ragazzo l'aveva avuto subito antipatico. Aveva i capelli neri e lucidi e un giorno in cui lui si era fermato a guardarlo mentre stava appoggiato contro la sua macchina bianca aveva fatto una faccia scocciata, come se si stesse rompendo le scatole di aspettarla, e poi si era seduto nella sua grande macchina senza guardare più nulla ascoltando lo stereo a tutto volume.
Dopo un attimo di riflessione riprese il suo racconto sistematicamente dal primo pomeriggio, quando erano nella stalla del contadino a strigliare i cavalli e Letizia, vedendo la macchina di Albertine che entrava dal cancello, lanciò un urlo e lasciò cadere la spazzola per correrle subito incontro. Albertine la sollevò da terra per abbracciarla e Letizia pareva senza peso. Le sue gambe volavano facendo la ruota per aria e lei teneva gli occhi chiusi. Luigi fece qualche passo verso di loro, fino a quando non fu il suo turno d'abbracciarla, mentre io intanto ero uscito fuori e osservavo la scena in piedi dalla soglia di casa. Poi ci salutammo e ci baciammo: Letizia continuava a tenerla per la vita con tutte e due le mani ed io le chiesi se voleva mangiare qualcosa. Albertine aveva preso un cappuccino per strada e non aveva fame, semmai avrebbe mangiato qualcosa più tardi, e appoggiandomi le mani sulle spalle mi spinse dentro casa. Poi fece un giro per la stanza e alla fine, mentre si versava un bicchiere di vino, mi chiese cosa avevamo fatto durante la sua assenza. Dissi niente di nuovo, e le domandai del concerto, ma lei rispose di fretta, troncando sul nascere ogni altra domanda, e si mise a parlare di loro, di come erano stati e se avevano fatto i compiti, e poi incominciò a guardare un punto in fondo al prato con un'espressione strana mentre io andai a frugare tra i dischi. Quando riuscii a trovare quello che cercavo lo misi sul piatto. Raschiava un po', ma si sentiva ancora abbastanza bene. Mi sedetti di nuovo sulla poltrona, e Albertine sul divano con Letizia in braccio, dicendole delle parole piano nell'orecchio e dondolandola sulle ginocchia, mentre Luigi ci guardava tutti seduto su l'altra poltrona vicino al caminetto.
Poi Albertine si alzò di scatto e disse che voleva fare un giro fuori, aspettando che ci alzassimo e sollevando Letizia da sotto le braccia. Durante la passeggiata volle fare una corsa a chi arrivava prima a un castagno vicino ad uno spiazzo dove l'erba era più chiara. Lì ci sedemmo per terra, anche se era piuttosto freddo, e lei osservava i rami del castagno contro il cielo, e a Luigi parve che stesse guardando in faccia qualcuno che stentava a riconoscere.
Quando tornammo a casa si prepararono pane burro e miele, una delle loro merende usuali. Sul giradischi c'era sempre lo stesso disco che gracchiava, un brano di musica classica con il violoncello di Casals che suonava da solo e che Letizia trovava molto triste. Più tardi, a cena, per sbaglio Luigi la schizzò con il succo di un'arancia e lei si arrabbiò molto, perché si era appena cambiata e ci teneva ad avere il vestito pulito. Quella sera voleva essere molto elegante e invece quel piccolo cerchio rosso sul vestito azzurro le aveva rovinato tutto. Per consolarla le dissi che ci stava bene e che sembrava una fragola, ma secondo lei non ci stava affatto bene e non voleva più mangiare nemmeno il dolce, e a Luigi venne in mente di fissare quella macchia, tanto per farla arrabbiare ancora di più, e appena lei si accorse che lo faceva apposta gli tirò un pezzo di pane in faccia.
Dopo cena uscimmo fuori per prendere dell'altra legna. C'era ancora un vento forte e quando tornammo, con le braccia cariche dentro una nube di freddo, mentre sistemavo la legna accanto al caminetto lui andò ad affacciarsi alla finestra, perché aveva visto un ramo che faceva un'ombra sul muro, un'ombra che dondolava proprio come quella di un uomo che cammina ingobbito, ma più alto e senza testa. L'ombra continuava più in alto sul muro della casa di fronte e gli sembrava proprio un gigante senza testa e con la schiena curva.
Letizia e Albertine intanto avevano sparecchiato la tavola e poco dopo lui e sua sorella andarono a letto. Ma in camera, appena si fu tolto il maglione, sentì che di sotto noi parlavamo e allora ci ripensò, se lo rimise e andò a nascondersi in cima alle scale, dove lo raggiunse subito anche Letizia, che si sdraiò per terra accanto a lui. Di sotto Albertine teneva una mela incollata ad una guancia e quando le chiesi di ripetermi esattamente le parole del medico lei pronunciò delle parole di cui Luigi non conosceva il significato; dei nomi di medicine, o di malattie. Io mi ricordai che l'ultima volta lo avevo trovato molto invecchiato, mentre lei disse che non sapeva nemmeno cosa sentiva, anche se ormai forse non c'era molta differenza. Poi aggiunse che aveva portato la lettera del marito della signora Rebeca, che Luigi non si ricordava chi fosse, anche se un giorno l'aveva conosciuto, l'unica volta in cui l'avevo incontrato anch'io. Dopo averla letta le era sembrato tutto ancora più irreale e voleva che la leggessi, ma io secondo lui non ascoltavo perché ero andato a riempirmi il bicchiere di vino e stavo lì in piedi accanto alla tavola senza dire più nulla, con la faccia di chi non ascolta perché pensa ad un'altra cosa, e infatti poi smisi di guardare per terra e le proposi di andare fuori sulla panchina, che tanto non faceva troppo freddo.
Nell'ingresso sotto le scale indossammo i cappotti e loro tornarono subito in camera per vederci dalla finestra. L'aprirono anche un po', facendo piano e tenendola ferma perché il vento non la facesse sbattere. Nel cielo le nuvole scorrevano bianche e veloci mentre il vento portava via le nostre voci. Però riuscirono a sentire qualcosa lo stesso, e Albertine disse di non esserne capace, che le sembrava ci fosse un buco da qualche parte e che non ci poteva fare niente. Guardava verso terra, ed io non rispondevo, mi ero solo appoggiato al muro e l'avevo abbracciata, stringedole la testa contro la mia. Stavo leggermente chinato in avanti e in quella posizione non si potevano distinguere i nostri corpi, gli sembravamo un unico corpo scuro, due persone già anziane con una sola grande testa allungata da un lato.
Poi le chiesi se aveva freddo e lei sussurrò qualcosa, ma Luigi sentì solo il fruscio del vento tra i rami e sul prato. La luna stava nascosta dentro una nuvola che imbiancava la casa ed io le presi una mano, mentre con l'altra le accarezzavo i capelli, dicendole ancora qualcosa che però lui non comprese.
Letizia in camera gli domandò cosa facevamo, come mai eravamo così fermi e tristi, perché l'immobilità le suggeriva sempre una certa idea di tristezza, ma lui rispose che invece non era vero, anche se non volevamo niente e ci andava soltanto di starcene lì abbracciati e basta.
Quando rientrammo in casa senza aver detto più nulla se ne tornarono a letto anche loro. La mattina dopo trovarono i regali sotto l'albero e in più c'erano soltanto due grandi calze da parte della zia e due pacchettini da parte del nonno. In quello di Luigi c'era dentro una penna stilografica con un bigliettino dove diceva che avrebbe voluto trascorrere con loro il Natale, ma che non era potuto venire.
Dopo colazione Letizia corse subito fuori a provare la sua bicicletta, mentre Luigi rimase ad aspettare la partenza. Albertine doveva ripartire subito perché alle tre aveva le prove per un altro concerto, mentre noi ce ne saremmo andati nel pomeriggio, dopo aver fatto con calma i bagagli. Tutto quello che non aveva capito si agitava ancora nella sua testa e dondolava come quell'ombra sul muro della sera prima, senza una forma precisa. Albertine salì di sopra a prendere le ultime cose e lui la seguì. Aveva anche lasciato una lettera sul comodino, che forse era quella di quel signore, insieme al burro di cacao, e mentre lei era nel bagno lui prese la lettera e la lesse tutta d'un fiato. Poi la rimise a posto senza dirle nulla, con la sensazione di aver fatto una cosa che forse non doveva e senza averci capito molto, ma contento comunque di averla letta.
Quando scesero Letizia era ancora sprofondata nella poltrona di sala e stava assaggiando le caramelle della sua calza. Li guardò per un attimo senza muoversi e poi riprese a masticare e a succhiare. Albertine le si avvicinò per salutarla, ma lei continuava a stirare davanti agli occhi la cartina argentata. Allora anche Albertine prese una caramella, la scartò lentamente e se la mise in bocca. Poi fece un cappuccio con la stagnola e se lo appiccicò sul naso. Letizia la guardò con una faccia seria, fino a quando non le tolse quel cappuccio dal naso e l'abbracciò forte, con una forza quasi spaventata.
Appena la macchina si mise in moto incominciò a rincorrerla con la sua bicicletta. Io stavo seduto sulla panchina di pietra che era accanto alla porta di casa e la salutai con un gesto breve della mano. Luigi invece era salito di corsa in camera, per vederla partire da solo, dall'alto della finestra. Pensava che da lì non poteva vederlo nessuno, mentre lui poteva vedere tutti. Dopo che la macchina fu scomparsa oltre il cancello si accorse che il vento era di nuovo aumentato. Letizia continuava a correre sulla sua bicicletta, ma ormai correva in qua e in là, senza una meta precisa, e mi ero alzato per rientrare in casa. Tenevo gli occhi abbassati e in quel momento gli sembrò che anch'io stessi per sparire. Lui invece aveva aspettato l’acquario, e l’acquario era finalmente arrivato, ma dopo averlo tirato fuori dal cartone l'aveva lasciato lì, vicino al caminetto, senza nemmeno finire di montarlo.
Il giorno dopo sarebbe ricominciata la scuola e non aveva più voglia di andarci. Letizia continuava a correre e non capiva quanto fosse vicino domani, ma lui disse che ormai l'aveva capito e non aveva più paura di nulla, perché domani era vicino e lontano, come la morte ed un filo di vento, come un solo unico istante dopo il quale ciascuno ritorna non nato.
Durante il viaggio di ritorno a Roma volle starsene da solo sdraiato sul sedile posteriore per vedere meglio dal finestrino le cime degli alberi tagliate contro il cielo, mentre io trascorsi buona parte del tempo ripensando a quella lettera. Non perché avesse davvero qualcosa di sorprendente, o annunciasse delle novità, ma solo per l'insistenza del suo tenore affettivo, per l'alone di capriccio che si portava dietro anche nell'apparente rassegnazione, qualcosa di ossessivo che non demordeva dal suo obiettivo nonostante l'accurata decantazione di tutta la vicenda. Ogni volta che Albertine mi aveva parlato di quella storia mi era sempre parsa un po' irreale: il comportamento di quella donna incomprensibile; e non per la decisione di vivere da sola, che può essere del tutto legittima e normale, ma per il suo oscillare tra possibilità opposte, per la cadenza lenta di quel tergiversare e dei suoi ripensamenti. Ma nemmeno l'ostinazione di lui mi pareva del tutto persuasiva, quasi nascondesse un'altra volontà o un altro scopo e lei fosse soltanto un pretesto per poterlo conseguire. Avevo l'impressione che in fondo fosse stato proprio lui a voler portare la cosa alle sue estreme conseguenze, ad aver già rinunciato in anticipo, e ciò nonostante la sua tenacia e la sua abnegazione totale, o magari proprio per queste. Se infatti avesse tenuto un atteggiamento più deciso e perentorio, meno comprensivo e possibilista, pensavo, probabilmente sarebbe riuscito a stanarla dalla nicchia in cui si era rifugiata e a farle capire che non avrebbe perso nulla in modo irreversibile accettando di vivere con lui. Ma quando lessi quella lettera anche queste considerazioni mi parvero di colpo precarie e inconcludenti, perché oltre a non poter essere provate con ogni probabilità non avevano mai costituito delle alternative reali. Quell'ostinato desiderio di rimanere da sola dipendeva da un'esigenza autentica, o almeno non meno reale di quella che induce la maggior parte delle persone a cercarsi con altrettanta ostinazione un compagno o una compagna. Che fosse una sorta di autopunizione, o una vendetta per l'abbandono subito da qualche figura paterna, forse scaturita dalla diffidenza insorta dopo la perdita precoce del padre reale, erano ipotesi che ora suonavano fuori luogo e parevano persino decisamente vaghe e meccaniche. Nemmeno il disegno alquanto letterario di quella relazione, o l'ombra di compiacimento che vi avevo scorto a tratti ascoltando i racconti di Albertine, mi parevano più molto pertinenti, e incominciavo a pensare che si trattasse del tentativo reciproco di disincarnarsi, di farsi puro spirito, qualcosa che era destinato ad aleggiare sulle loro vite come un legame invisibile e leggero, ma non per questo meno decisivo e concreto. Da qualche parte ci doveva essere qualcosa che entrambi avevano perduto, la condivisione di un dolore, perché si ama non tanto qualcosa che non si è o non si ha, ma piuttosto qualcosa che si è perduto, e se l'amore è reciproco qualcosa che si è perduto entrambi. Tuttavia, ciò che normalmente ne scaturisce, vale a dire la solidarietà di un patto affettuoso, lo scambio erotico e ricreativo, la chiacchiera che mima la comunicazione o una comunicazione che mima l'amore, nel loro caso si erano rivelati una prospettiva insufficiente, perché non solo ogni innamoramento, ma anche ogni amore che gli sia fin dall'inizio affine e connesso preannuncia e solitamente disegna una parabola, anche quelli che non finiscono, mentre il loro aspirava a trasfigurarsi in una sorta d'iperbole, in una curva non destinata a ripiegarsi progressivamente verso un centro. Come due linee che si allontanano dallo stesso punto verso due percorsi paralleli che si fiancheggiano divaricandosi, le loro vite avevano trovato nello spazio concavo del loro rapporto un equilibrio a suo modo essenziale e duraturo, immerso in una luce meno forte e più obliqua, come in una lunga aurora polare che si confonde a lungo col tramonto, nella quale si può rinascere a poco a poco insieme lungo il tragitto verso il punto di fuga finale.
In ogni modo, fu forse la difficoltà a decifrare quella relazione a indurmi a tentare, nonostante le possibilità fossero ormai davvero scarse, di avere notizie di Maria, cosa che tuttavia mi decisi a fare solo dopo il lungo e dettagliato racconto di Luigi e la nostra rievocazione di quella giornata, quasi che mi avesse sospinto verso altre confessioni o rivelazioni. L'accostamento delle due vicende con i loro misteri, o se vogliamo il percorso indiretto con cui uno scopo determinato fin dall'inizio può essere perseguito e raggiunto mi fecero sospettare che anche lei potesse essere pervenuta ad una scelta altrettanto radicale, o almeno ad una soluzione in cui le fosse stato possibile riconoscersi appieno come un puro ricettacolo d'ombre e presagi, un luogo di premonizioni e disincanti cristallizzati una dentro l'altro.   
A rispondermi fu la stessa donna che viveva con loro e che mi aveva già risposto la prima volta a Madrid. Maria da quasi un anno era tornata in Patagonia. Lei che voleva non fermarsi mai, che mal tollerava ogni legame con la sua infanzia, che si sentiva dovunque non indispensabile e forse nemmeno utile, era voluta tornare a casa. La notizia mi sorprese, ma solo per un momento, perché nulla di quello che faceva riusciva più veramente a sorprendermi. All'inizio doveva andare semplicemente a trovare i genitori, di cui solo in quell'istante mi accorsi che non mi aveva mai parlato. La cosa meno prevedibile è che dopo qualche mese Manuel l'aveva raggiunta e che nemmeno lui era ancora tornato. Nell'ultima telefonata, risalente a qualche settimana prima, le aveva detto - alla sua ex amante, o ex moglie, non ho mai capito bene - che avevano rinviato la partenza di qualche giorno, ma da allora non aveva avuto più notizie. Era quella donna a darmi tutte queste informazioni, senza neanche aspettare le mie domande, come se avesse bisogno di parlarne con qualcuno adesso che era stata lasciata da sola. A casa dei genitori non rispondeva nessuno e lei stava preparando le valigie per andarli a cercare. Evidentemente non ero l'unico a sentirmi in dovere di mettermi sulle piste di Maria, che doveva avere la strana vocazione di sparire per trascinarsi dietro le persone come segugi. Quella donna che ricordavo essere piuttosto minuta, oltre che nobile e poliglotta, continuava a parlare con una loquacità inquietante: voleva sapere se avessi qualche messaggio da affidarle, se stavo bene e persino se mi ero sposato, mostrando per me un interesse insospettabile alla luce del nostro breve incontro. Volle anche accennarmi alla sua strategia di ricerca e alle tappe principali del suo imminente viaggio, oltre alla preoccupazione per il fatto di dover lasciare la casa sola, con tutti i quadri, e non soltanto quelli di Manuel, esposti al rischio di furti, che a Madrid erano in continuo aumento. Aveva anche telefonato al consolato spagnolo in Argentina, ma viste le complicazioni di eventuali ricerche e nel timore di allarmarli inutilmente aveva deciso di non dare seguito alla cosa.
Avrei voluto consigliarla, ma proprio non sapevo cosa dirle; e tuttavia, mentre pensavo già di congedarmi senza poterle essere di qualche aiuto, mi tornò in mente un luogo di cui una volta Maria mia aveva parlato, vicino alla terra del fuoco, dove aveva trascorso un periodo da ragazza ed era certa che sarebbe tornata. Le lanciai quel nome come un’ancora e una destinazione eventuale, senza essere certo che si trattasse di quella vera, ma sospettando che quel luogo, con il suo paesaggio un po' metafisico e lunare, dove a Maria era parso di poter stringere il mondo in un pugno e da dove era stato per lei difficile andarsene, avrebbe potuto attrarre anche Manuel.
Quell'informazione dovette sembrarle risolutiva, perché improvvisamente venne meno la sua voglia di comunicare. Dopo avermi annunciato che l'indomani sarebbe partita e che avrebbe seguito il mio suggerimento mi salutò subito con cortese fermezza, e in quell'attimo, forse anche per quel mutamento repentino della sua disposizione nei miei confronti, mi tornò in mente quella frase di Luigi, l'agnizione finale del suo soliloquio, la chiave che può permetterci di cogliere il momento propizio per cambiare direzione e prospettiva: che domani è vicino e lontano, come la morte ed un filo di vento, come un solo unico istante dopo il quale ciascuno ritorna non nato. E ora anche il ritorno di Maria in Patagonia, e forse nella Terra del fuoco, mi pare a volte l'effetto di questo desiderio ancestrale: non tanto di ritornare alle origini, ma proprio al momento in cui non si è ancora nati, al luogo senza tempo in cui inizia la vita e la morte non esiste, perché vita e morte sono nascoste in quell'unico filo di vento che non cessa e non dura.




                             EPILOGO – LETTERA AD ALBERTINE


                                                                                                                            

Vorrei poterle comunicare tutta la gioia che ho provato nel ricevere la sua lettera. Le persone amiche, come rilievi erbosi, allungano la loro ombra verso sera. Assomigliano a ruscelli che si allontanano lungo i versanti di una stessa collina, dove quanto li separa è anche ciò che li lega. La loro nostalgia può riaffiorare guardando un paesaggio, dove nulla rimane isolato, il bosco scivolando lento verso il fiume e il fiume verso la sua foce.
Quanto ci ricordiamo non è casuale, perché sembra che abbia di mira proprio un paesaggio, la prospettiva dell'anima che alla fine dovrà prevalere, che vuole imporsi quale scenario finale. Nell'attesa in cui giace addormentato ogni ricordo si conservano anche le persone come rilievi. Anche tra questi boschi che guardano verso il mare le macchie di colore sembrano assemblate con un unico lancio di dadi, stanno ravvicinate come in un’intimità familiare i personaggi di un sogno.
Forse anche le colline si ricordano allo stesso modo la loro forma e disposizione, l'effetto che hanno su chi le guarda da lontano. Forse ogni collina è a suo modo cosciente dell'effetto che produce su ogni spettatore e sa che prima o poi qualcuno dovrà passare proprio da quel punto laggiù, che occupa già un posto nella sua memoria e fa già parte del proprio paesaggio.
Come ogni cosa vivente, anche queste colline azzurre e viola hanno sentore del proprio destino e si conservano negli sguardi di viaggiatori sempre nuovi; perché ogni destino è fatto di variazioni e d'incontri, di snodi improvvisi che mutano ogni volta la traiettoria del proprio percorso. La loro forma finale è costituita dalla compresènza di tutti gli sguardi che si sono succeduti nel tempo e che si succederanno in futuro.
Noi siamo solo un punto intermedio tra ricordi passati e futuri, tra persone che abbiamo amato ed altre sconosciute, e ogni volta che pensiamo alle prime non possiamo dimenticarci delle seconde. Non possiamo dimenticarci di tutte quelle che incontreremo un giorno, perché ogni persona nuova è sempre un po' conosciuta e nulla di realmente nuovo ci aspetta sotto il sole.
Anche il dolore e la gioia attraversano gli stessi guadi, convivono nello stesso punto intermedio, disegnano un nodo che è impossibile districare. Anche loro se ne stanno dentro uno sguardo che li ravvicina. E noi siamo questo nodo che guarda, la distanza necessaria a tenere insieme i suoi fili, a legarli in un'unica dimora. Siamo questo punto vuoto nascosto dentro quel nodo, che guardando si svuota, che è costituito solo dalle diramazioni che lo attraversano, un punto che non si può vedere, ma che vorremmo sempre trovare il coraggio di sentire insieme alle persone che amiamo.
Le colline si alzano verso il cielo disegnando una linea di confine, e proprio su questa linea azzurrina ci capita di voler riposare lo sguardo, perché in essa ci piace ipotizzare anche i nostri confini.  
Cara Albertine, la terra finisce oltre le nuvole e l'inerzia fresca del vento, e se lei fra quelle nuvole saprà ancora volare, se saprà conservare per gli altri questa sua naturale attenzione, un giorno potrà riconoscersi in ogni suo gesto come in un battito d'ali.
Per quanto mi concerne non si preoccupi: la cosa è stata fatta; sentenziata. La vita si rinnega incredula e muta, e il sentiero si biforca, piano piano.  
Quando Rebeca se ne andò l'ultima volta, nella mia stanza rimase solo l'odore acre della sua assenza, come il suono di un'unica corda tesa. Ripensandoci, stanotte la voce m'è rimasta chiusa in gola; anche la radio si è spenta in quel momento, a l'ora prestabilita.
Fuori dalla finestra, mentre lei si allontanava, incurante del traffico un cane stava addormentato sulle pietre calde al centro della strada. Rimasi a lungo a guardarlo per vedere quando e come se ne fosse andato. Ma poi mi accorsi che anche lui mi osservava, aspettando che facessi qualcosa, forse stupito della mia attesa.
E appostato in attesa sono rimasto a lungo, con alterni successi, senza recriminazioni o rimpianti. Quella notte la cosa avrebbe potuto prendere anche un'altra piega, ma così non è stato, e lei sa già com'è andata a finire.
Dopo il ritorno da quel nostro viaggio Rebeca aveva ricominciato a mangiare poco o nulla. Anche Bartleby il silenzioso, Bartleby che preferiva sempre di no ed evitava con cura la benché minima deviazione dall'intaglio cieco della sua vita, negli ultimi tempi era sopravvissuto senza toccare cibo, nemmeno quel poco di cui si era sempre nutrito.
Per un certo periodo era stato impiegato alle poste, nell'ufficio delle lettere non giunte a destinazione: messaggere di vita che correvano verso la morte e ogni anno venivano bruciate. Nei suoi occhi aperti, raggomitolato ai piedi di un muro torto, anche Bartleby - come me in queste sere precoci d'inverno - sognava di poterne conservare qualcuna, l'unico gesto che gli era rimasto per poter continuare a morire discretamente.
E' vero, anche se siamo cambiati, assomigliamo ai figli che non abbiamo mai avuto, e quando la sera s'infiltra tre le persone ciò che non è stato fa fatica a scomparire con il sole.
Comunque, non mi sono dimenticato della nostra ultima conversazione. Non vedo come potrei. Ricordo perfettamente le sue unghie rosicchiate e credo anche di ricordare tutto quello che ci dicemmo. Ciò che mancava al mio breve resoconto posso aggiungerlo ora: Rebeca sta bene, ne sono convinto, e l'ultima volta che l'ho incontrata mi è parsa serena. Ha ripreso a mangiare regolarmente ed è discretamente soddisfatta dei suoi lavori, che hanno ottenuto anche un certo successo. Ho persino partecipato alla presentazione del suo primo romanzo (non vi ho avvertito perché era a Milano, e anche perché mi ha incautamente affidato l'incarico solo pochi giorni prima, durante i quali non credo di essere rimasto molto lucido), ma non saprei dire con quale vantaggio per la sua promozione pubblicitaria. La solitudine non le pesa, perché non conduce affatto una vita solitaria. Ritrova ogni giorno quanto ha perduto entro sfumature diverse e pare sapersi nutrire di tutto quanto non ha bisogno.
Invece io ho da poco finito la mia cena e prima di salutarla mi affaccio alla finestra. Fuori fa piuttosto freddo. Un altro cane trotterella distratto per strada e il vento ha stroncato il ramo di un fico nato lì per caso. Il fico è traditore, si sa, e forse quel ramo aveva foglie troppo ampie e numerose rispetto alla propria consistenza.
Poi mi accendo una sigaretta, perché da qualche tempo ho ripreso a fumare, e ripenso a quella sera d'autunno in cui mister Wakefield disse a sua moglie che sarebbe tornato al più tardi entro una settimana e di aspettarlo comunque a cena il Venerdì successivo. Per molti anni alla signora Wakefield tornò in mente il sorriso di suo marito mentre richiudeva la porta dietro di sé, riscoprendovi ogni volta un presagio di calamità. Ma che fine aveva fatto il signor Wakefield? Non era andato molto lontano: aveva semplicemente preso in affitto un appartamento nel palazzo di fronte. In quei vent'anni trascorsi da solo ebbe spesso la tentazione di ritornare a casa, e una volta fu in procinto di risalirne i gradini, ma si decise soltanto in un'altra sera d'autunno, quando fu sorpreso da un temporale mentre osservava l'ombra di sua moglie, nella luce del focolare, stagliarsi sul soffitto della sala. - Dove vai? Wakefield - si chiese - vuoi forse raggiungere l'unica dimora che ti è rimasta?... allora discendi nella tomba - disse con decisione a se stesso, a voce alta, facendo ancora una volta ruotare il proprio fato sul suo perno. Poi dette un altro giro e oltrepassò la soglia.
Cara Albertine, quella tomba sarebbe stata la mia unica felicità, e in un certo senso lo sarà comunque. Ora sono molto stanco, e vorrei solo riuscire a dormire. Quando un uomo ha veramente sonno, prima o poi riavrà tutte le sue facoltà intatte. Spengo la sigaretta, augurandole ogni bene. La ringrazio nuovamente per la graditissima lettera e l'abbraccio, indugiando ancora sulla sua scrittura lieve prima di salire le scale, come ogni altra sera.















                                                        INDICE


Come un’introduzione:…..……………………. …P. 3

Prologo:…………LETTERA A REBECA……….p. 5

Capitolo primo:     IL GIARDINO D'AMORE. ….p. 9

Capitolo secondo: UN GIORNO DI FESTA……  p. 62

Capitolo terzo:      NEVE E LUNA……………… p.116

Capitolo quarto:    L'UOMO DI VETRO…………p. 127

Capitolo quinto:    LE FIGLIE DI NICOLAJ…… p. 137

Capitolo sesto:      IL FIGLIO PERDUTO……….p. 156

Capitolo settimo:  TRA I RAMI E SUL PRATO. p. 136

Epilogo:                LETTERA AD ALBERTINE. p. 144