Il volo dell'acrobata

Il momento in cui le mani lasciano la presa può farti rivivere l’intera vita in un solo attimo. Per quanto l’immagine possa sembrarmi scontata non ne trovo una migliore, né più precisa. Che sia la tua o quella di un altro non ha molta importanza: c’è una vita che passa e vola proprio da lì, dalle tue mani, che per quanto abbiano sempre dato buona prova di sé potrebbero essere colte da un subitaneo sgomento, da un’esitazione improvvisa e imperdonabile. Anche se non dipende solo da te. Ci sono molte cose che non dipendono solo da te e che puoi considerare comunque eventualità imperdonabili.

Come la presa di Clara quella sera. Non sapevo cosa avesse, o le fosse successo. Ci sono molte cose che non possiamo sapere, ma questa considerazione non ci rassicura. Lei era come più debole. Me ne ero accorto già dalla presa precedente, nonostante fosse stata puntuale e adesiva. Solo una pressione appena più debole. Un’anticipazione di un’incertezza più profonda, ineffabile e un po’ sinistra. Forse soltanto il mignolo che non aveva chiuso prontamente la stretta, per qualcosa che si era addormentato dentro, per una dimenticanza di esserci. Come il vento abituale del mio girovagare in su e giù sulla stessa altalena. Quel vento caldo e monotono che mi accompagnava ogni sera, ma che in quella circostanza mi pareva - strano a ricordarsi, quanto può essere strano che i ricordi ti tradiscano tanto silenziosamente - mi pareva, mi parve, l’alone un rifiuto. Di cosa non saprei dire. Certo, se non mi avesse più cercato, ci sarei rimasto male. Al fatto che non avesse fino ad allora manifestato cenni di amore nei miei confronti ormai mi ci ero quasi abituato. Ma se avesse smesso di cercarmi, almeno ogni tanto, ci sarei stato male. Di un male tremendo e difficile da decifrare. Perché si può star male per cose da nulla, per un sospiro gettato al vento nella direzione sbagliata, dove non sembra che ci sia qualcuno ma c’è sempre qualcuno, un altro, semplicemente un altro che calza meglio la figura lasciata vuota da chissà chi o che cosa, il paragone ellittico che la stessa nostra presenza nel mondo è destinata a proporre e subire.

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Accanto, dentro un dado d'argento

(Su l’impossibile amore di un "uomo senza qualità").

 Quando Ulrich scrisse ad Agathe questa lettera, erano trascorsi pochi mesi dalla fine del romanzo e della loro convivenza. Nulla le lasciava presagire una sua simile iniziativa, sebbene l’avesse fantasticata. Forse fu proprio per aver avvertito a distanza il sommesso desiderio che tale fantasticheria rivelava che lui decise, una notte all’improvviso, di scriverla di getto, senza tuttavia mai giungere in seguito al convincimento che fosse necessario, o in qualche modo opportuno, l’inviargliela.

 

Spero che questa mia lettera non ti sembri fuori luogo come a me in questo momento lo scriverla, che non ti appaia come il maldestro tentativo di gettare un qualche raggio ordinatore sulle nostre vite. Qualsiasi tipo di ordine interiore è conseguibile solo al prezzo del massimo disordine e della quiete irreversibile che porta con sé, per cui sarebbe un’impresa del tutto vana cercare di realizzarne uno di tipo superiore utilizzando quel che ne rimane nel ricordo, dopo che quella quiete è svanita e la vita ha ripreso il suo corso artificioso. Inoltre, il buon esito di un simile proposito potrebbe scaturire solo da un certo esercizio dell’intelligenza, ma poiché l’intelligenza stessa non è intelligente se non serve anche ad amare se stessi, sarebbe inutile produrre un tentativo estremo e tardivo per realizzare ciò di cui ho intravisto la possibilità solo dopo averti ritrovata senza averne colta l’occasione a tempo debito.

Il sentirsi a casa propria era esattamente ciò che in maniera ricorrente veniva a mancare prima di allora, l’effetto che non avevo mai saputo assimilare in maniera soddisfacente. Partivo dal presentimento che vi fosse da qualche parte nascosta la chiave che rende persuaso ed efficace ogni sapere e che il possesso di questa chiave potesse sottrarci al compito gravoso di una scelta che può trovare qualche fondamento solo in una specie di atto mistico, in un puro conferimento di senso. Questa sorta di atto mistico fu per me possibile, in una forma implicita e indiretta, solo ritrovandoti, ritrovandomi in te, nel vuoto intorno a cui oscillavano in parallelo le nostre vite.

Ma la gioia che brucia è destinata a consumarsi tutta, non lasciando che un indistruttibile granello di malinconia. E questo è stato anche il destino della nostra gioia lunare, della nostra prossimità incandescente e del suo alone ovattato ed esausto.

Tu eri la luna, eri volata sulla luna e la luna ti aveva restituito a me. Tutto ciò che accade nelle notti di luna ha la natura dell’irripetibile, per intensità e munificenza ha l’afflato della spoliazione altruista. Così ogni nostra comunicazione era una spartizione senza insidia e ogni frase era intrecciata in mille modi con la commozione della notte, mentre l’Io non poteva trattenere nulla, nessuna condensazione del possesso di sé, quasi neppure un ricordo, e s’irradiava specchiato, sublimato, in un’immensa abnegazione.

Per questo definii una sera quello che ci aveva avvicinati fin dal primo momento “una vita di notti lunari”. Dopo un profondo sospiro, tu mi chiedesti se non conoscevo un incantesimo che impedisse a questo scenario lunare di dividerci all’ultimo momento, perché avvertivi chiaramente che l’impulso che c’induceva a orbitare intorno alla medesima invisibile stella era lo stesso che ci teneva divisi. Eravamo pervasi entrambi dall’agnizione che quanto provavamo non poteva che lasciare in noi la nuda intimità dell’esaurimento, le ossa svuotate, sospese a metà di un abbraccio. Infatti, in quel momento, percependo il tuo sospiro quasi disincarnato, ebbi voglia di abbracciarti, ma mi limitai a sfiorarti una spalla, e tu sussultasti sorridendo, percorsa da un brivido dissuausivo.

Clarisse – di cui ti ho qualche volta parlato - ripeteva spesso che dobbiamo sforzarci a uscire da noi stessi, che dobbiamo costringerci reciprocamente a uscirne. Come fai a capire una persona? Devi rifarla! – diceva - Questo è il grande segreto…essere come quell’altro. E tu mi dicesti un giorno qualcosa di simile, sebbene in modo ancora più circostanziato e preciso, meno estremo e irrealistico, e cioè che l’amare qualcuno presuppone una sorta di trasognamento. Tutti i precetti della morale, del resto, indicano uno stato di trasognamento che è si è già sottratto alle regole che potrebbero formularlo. Forse è per questo che ho sempre creduto nella morale senza credere in una morale definita.

In un’altra occasione dicesti che una persona buona rende buono tutto ciò che tocca, anche se altri la disprezzano o la combattono: appena entrano nel suo campo, essa li trasforma interamente. Ti risposi che questo mi sembrava uno dei malintesi più antichi: una persona buona non ha alcuna possibilità di migliorare il mondo né d’influire in misura rilevante su di esso, anche perché la quantità d’odio che in genere produce intorno a sé non è inferiore all’amore che sa generare. Pensavo quindi che dal mondo potesse soltanto allontanarsi con discrezione, lasciando qua e là qualche lieve traccia della sua anima.

 Oggi non sono più un’escrescenza di tanta lucida disillusione e penso che in un certo senso tu avessi ragione, se per persona buona s’intende colui che è privo di ancore, che non ha alcun argine da difendere e quindi nulla da temere realmente. E perché dovremmo avere qualcosa da difendere? Noi siamo soliti sdoppiarci in polarità opposte che faticano poi ad integrarsi, mentre c’è sempre un terzo Sé che sta fuori dalla finestra a guardare cosa combinano gli altri due e questo non ha bisogno di difendersi da nulla, perché non ne ha il tempo né la vocazione.

Ma per pensare di poter amare bisogna supporre in qualche modo di esistere, che esista un qualche sostrato oltre l’insieme più o meno coerente delle nostre qualità: bisogna, in altri termini, credere che gli altri siano, come io sono, conservare un qualche residuo di questa ostinata illusione egotica in virtù della quale si può credere che il seppur debole confine frapposto tra le nostre esistenze possa essere oltrepassato dall’amore.

È solo grazie a questa spontanea credenza che è possibile realizzare quella bontà di cui ipotizzavi gli effetti salienti. Ma anche in questo caso non potremmo comunque evitare il rischio di ritrovaci in frammenti nell’istante successivo perché lo spettacolo del mondo, di ciò che in esso è meramente possibile, lavora per disgregare qualsiasi identità come in uno specchio frantumato, rendendola così eternamente ondivaga e precaria. Per questo, forse, una volta osservasti che quando parlavi con me ti sembrava di guardarti nelle schegge di uno specchio: con me non riuscivi mai a vederti da capo a piedi, dato che anch’io ambivo discretamente a farmi riflesso obiettivo di un mondo che continuava a esistere per conto suo, implacabile e remoto sullo sfondo, con tutte le sue possibilità ancora intatte.

Quando ti ritrovai ti sentivi stanca, eri incline a svalutare ogni tuo atto e questo ti faceva sentire stanca in ogni fibra del corpo, bramosa di qualcos’altro che assomigliava a ciò che si potrebbe ben definire il nulla. Fu forse questa tua condizione ad avvicinarmi a te come in preda a un riconoscimento fatale.

Se è vero che la nostra anima abita in noi come un enigma insoluto – lo dice  Novalis… ricordi? – con te avevo l’ardire di sfiorare quest’enigma con una leggerezza per me prima inusitata. Tu eri racchiusa in un alone immoto entro cui ti sentivi in pari tempo innalzata e nascosta. Dicevi di essere innamorata senza sapere di chi. Forse vedevi in me delle qualità che giravano intorno ad un centro vuoto, immobile e quieto come l’occhio veggente di un ciclone capace di spazzare via ogni titubanza e di ridestarti ad una nuova chiarezza. Ti animava una chiara volontà, di cui prima avevi - al contrario di me, che invece ne ero soffocato - sempre sentito la mancanza, ma non sapevi, come me, cosa fare di quella chiarezza.

Ci sono stati giorni in cui abbiamo assaporato pienamente la vita, ma alla vita manca, alla fine, sempre qualcosa. Ricordo che la paragonasti a un cumulo di oggetti che non sono stati ordinati da una più alta esigenza: così misera nella sua sovrabbondanza da apparire come il contrario della semplicità, null’altro che una confusione accettata per gratificazione dell’abitudine. È come un mucchio di bambini estranei – dicesti - che uno osserva con educata benevolenza, pieno di paura crescente perché non gli riesce di scorgere fra essi il proprio.

Forse per sottrarti a questa paura, immaginasti persino di aver avvertito la presenza di Dio come quella di un uomo che stava dritto dietro di te ponendoti un mantello intorno alle spalle. Che mi sia in qualche modo trovato qualche volta nella stessa posizione non costituisce di certo una concomitanza casuale: forse si è trattato di un’esperienza culminante, come quando, ripensando a quell’immagine, ti venne voglia di piangere senz’altro motivo.

Ogni esperienza culminante, quando raggiunge la sua suprema irradiante purezza, assomiglia a un riposo, a una cessazione dell’attività. Il centro risulta immobile, nonostante il turbinio di sentimenti che sa provocare. Allora ci si vede vedere e sentire da un luogo quieto e tutto quello che si tocca sembra assiderato, soffuso in una nebbia di atti esteriori e irrilevanti entro cui si perde ogni forma d’amore per questa specie di Io che ci bracca e per il mondo che si porta dietro come un vortice inconcludente.

Nemmeno l’amore, neanche nella sua forma più elevata, può sottrarci a quest’impressione e a questa prospettiva. Allora pensavo che, pur volendo amare qualcuno come se stesso, e per quanto grande sia l’amore che gli si porta, questo amore resta pur sempre un ingannare, un ingannare anche se stessi, perché non si può, semplicemente non è possibile, sentire come gli fa male la testa o il dito. È una cosa intollerabile che non si possa veramente esser parte di una persona amata: mi pareva una constatazione semplice, ineludibile. Pensavo che il mondo fosse fatto così e che noi portassimo la nostra pelliccia animale coi peli verso l’interno senza potercene spogliare. La brava gente, i buoni per definizione, non avevano mai sperimentato davvero quest’impossibilità stridere contro i loro buoni sentimenti e per questo potevano coltivarli con una disarmante e fiduciosa approssimazione.

Anche su questo punto devo oggi ammettere di aver cambiato opinione, pur considerando ancora i sentimenti che queste brave persone si attribuiscono prevalentemente dei lenitivi volti a impedirgli di avvertire una simile contraddizione. Ciò che non credo più è che sia necessario letteralmente sentire ciò che l’altro sente per poter essere parte di chi si ama, ovvero che tale contraddizione sussista. Non sono, in altri termini, più d’accordo con Clarisse, e allora non avevo compreso quanto in fondo la mia posizione fosse simile alla sua, sebbene ne traessi conseguenze opposte. Non è necessario sentire letteralmente ciò che l’altro sente perché tutto ciò che proviamo per mera analogia, anche attraverso un gioco involontario dell’immaginazione, è pienamente sufficiente a riconoscerci nella stessa disposizione dell’altro rispetto alla vita e al nostro destino. Noi siamo sempre un’allegoria di qualcun altro: lo siamo anche, per forza di cose, di quel che immaginiamo di essere, e quindi non abbiamo affatto bisogno di coincidere con lui, dato che questo non è meno impossibile che il coincidere con noi stessi. La nostra riproduzione della sua esperienza può rivelarsi persino più genuina, esatta e lungimirante del sentimento che prova, può scavare da ciò che sente conseguenze ancora più estreme e moltiplicarne a piacere l’intensità.

Anche per questo, il sogno di essere due creature e al tempo stesso una sola, che talora sembrava sgusciato via dai confini della notte ed è a lungo rimasto sospeso tra noi come un convitato di pietra, era del tutto legittimo, sebbene l’insindacabile struttura dei corpi provvedesse di continuo a risospingerlo indietro nella realtà. Questi corpi dischiudevano i loro sembianti davanti al nostro sguardo indagatore, si amavano assecondando il vento che rinnovava un desiderio fluttuante come un naviglio tra i marosi; ma appena lo sguardo si staccava dallo spettacolo che l’amore dà all’amore e cercava di inoltrarsi verso l’ipotetico individuo che, dietro l’apparenza, pensava e sentiva, quei corpi si trasformavano in carceri crudeli, smentendo così la suggestione che fosse plausibile ricondurre ad essi la causa di quel desiderio. Di nuovo capitava che uno si trovasse di fronte all’altro senza sapere cosa dire, perché tutto quello che avrebbe ancora avuto da dire o da ripetere non trovava alcun fondamento e poteva solo appoggiarsi alla frase precedente per dare un seguito alla conversazione, senza che fosse per lui possibile fornirle qualche ulteriore appiglio oltre quello del muto ed estatico riconoscimento che rimaneva sospeso tra le parole.

In certe serate il tuo corpo solitario scivolava accanto al mio come se defluisse dal cielo insieme con la pioggia; in altre la luce che filtrava obliqua dalla finestra scintillando tra le tende sulla teiera e le tazze fiorite di blu ci faceva sembrare la nostra stanza come un dado cavo d’argento.

Ti ricordi di quella sera, quando dopo un movimento improvvido del mio braccio un cucchiaino cadde a terra? Eravamo seduti e silenziosi davanti alle nostre tazze di tè e nella stanza risuonò quell’unica nota acuta che ci fece sussultare. In quell’istante percepimmo chiaramente, e in misura sproporzionata, il vuoto che ci legava e che rischiava di dividerci per sempre. Tutto quel che sapevamo di noi svanì come d’incanto e fu sostituito da una luminosa ignoranza. Ci colpì di più quel solitario grido o il silenzio di tomba che subito lo riavvolse? Impossibile dirlo, ma di certo si poteva scorgere la mostruosa tentazione che si celava nell’interstizio di questa alternativa, perché ad essa non si poteva e non si può opporre nulla, perché nulla la può dirimere e nessun criterio può fondare la scelta della nostra attenzione. Si trattava di lasciarsi pervadere da quel suono celeste e festoso, indizio di un risveglio eterno e comunicativo, o di sprofondare nel presagio della solitudine irreversibile che annunciava; si poteva confidare nella possibilità di un eterno e mutuo ritrovarsi, o lasciar svanire ogni suono insieme alla sua eco inaspettata.

E poi ci fu un’altra notte: quella in cui, dopo un morso eloquente, i miei denti si staccarono con cautela dal tuo fianco, mentre con una mano ghermivo il tuo ginocchio, e tu gridasti per lo spavento, segno che quell’atto era stato imprevedibile anche per te. Dopo aver superato quel subitaneo sgomento sembravi adagiata nell’aria, libera a un tratto da ogni peso. Con un movimento che mutò l’equilibrio del tuo corpo e che mai avresti saputo ripetere strappasti anche l’ultimo filo di seta che si frapponeva tra noi e ti volgesti verso colui che non poteva che essere in tutto e per tutto tuo fratello: poi continuasti ad ascendere pur nella caduta, precipitando come una nuvola nelle mie braccia e adagiandoti nella loro dolce costrizione. Così, per uno di quei casi che nessuno può dominare ci ritrovammo insieme, meravigliosamente pacati, affrancati da ogni inquietudine terrena.

In quel momento avrei dato in cambio tutta la memoria della mia vita. In questo nostro tempo s’intende per gioia del sentimento soltanto il vuoto sentimentalismo, e l’ebbrezza lunare è degradata a un’orgia di romanticherie. Non s’immagina che potrebbe invece trattarsi del frammento di un’altra vita. Non è facile capirlo subito, nel momento stesso in cui quella gioia ci pervade, forse perché anche le esperienze più assolute e incantate richiedono, per essere comprese, una certa dose di superficialità, che in quel momento non è possibile esercitare. Le esperienze che vengono comprese non sono capite una ad una, bensì l’una con l’aiuto dell’altra e perciò inevitabilmente sono collegate più in superficie che in profondità. Ma quando la comprensione cede il posto a uno stupore insondabile, allora il più piccolo fatto, quel filo d’erba o i suoni gentili emessi dalle tue labbra quando dici una parola, diventa incomparabile e assume una consistenza assoluta.

Eravamo innamorati senza sapere di chi, eravamo ignari del nostro amore. Come te, anch’io non ero né fedele né infedele e avevo il cuore pieno d’amore e vuoto d’amore a un tempo. Ci piaceva fare quel che molti facevano e partecipare a un modo di vivere che ci toglieva temporaneamente la responsabilità psicologica del nostro. Non sapevamo se eravamo in grado di amare la gente e le cose reali. Anche quest’effetto di sospensione generalizzata del sentimento era probabilmente dovuto a quel che una volta dicesti dissimulando un sorriso radioso: che una persona dall’amore è soltanto in visita… tanto che si potrebbe quasi eliminare la persona stessa e continuare ad amarla.

È proprio nel momento della maggiore intensità che il sentimento è più incerto. Nell’estremo terrore si è paralizzati o si grida, invece di fuggire o di difendersi. Nell’estrema felicità v’è spesse volte una sofferenza singolare, simile a quella che emana da certe nature morte. Avevi anche qui colto nel segno: tutte le vere nature morte possono suscitare quella stessa felice, inesauribile malinconia che tiene due corpi ancora avvinti al mattino dopo una notte d’amore. Quanto più si contemplano gli oggetti che in tali dipinti si ritraggono, tanto più chiaro appare che questi oggetti, mentre si ergono sui confini incerti della vita colmando lo sguardo e paralizzando la lingua, sembrano sospesi in una condizione di solitaria e indecifrabile prossimità che allude alla nostra.

 In fondo non era vero quanto aggiunsi, e cioè che tutte le nature morte dipingono la vita al sesto giorno della creazione, quando Dio e il mondo erano ancora soli, senza gli uomini; nemmeno le nature morte potrebbero infatti avere un senso se non alludessero a loro modo alla condizione umana. Lo strano fascino della natura morta è anch’esso una finzione, non di meno di quella che si svolge negli sguardi degli amanti quando sono al culmine della felicità: in quei momenti sono anche loro attori su una scena; a differenza di altri, però, essi recitano per uno stesso e unico spettatore, quasi fossero riusciti a compattare il loro pubblico in un unico sguardo che percepiscono all’unisono. È riconoscendosi mutuamente in quello sguardo che essi riescono a  trascendere tanto il loro Io che i loro corpi.

In questo modo riescono, per qualche istante, a spogliarsi di qualsiasi accortezza,  a privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Come dicesti una volta, riescono a togliersi di dosso il sapere e il volere, a liberarsi della realtà e dal desiderio di volgersi a essa, concentrandosi in sé finché mente, cuore e membra non sono tutto un silenzio. Solo così possono accedere a quella liquefazione di sé grazie alla quale il fuori e il dentro riescono finalmente a toccarsi, come se fosse saltato via un cuneo che poco prima divideva il mondo.

Il senso dei nostri sogni paralleli non è stato quello di fare di noi due una creatura sola, bensì di evadere dalla nostra prigione, dalla nostra unità, di diventare due in una congiunzione proprio liquefacendoci a ritmo alternato, tenendo l’altro fermo per un istante contro il cielo per poter bere insieme a lui la vita tutt’intera in un unico solitario istante, quando basta sfiorarsi una mano per far sì che tutto l’indefinibile che è in noi si addormenti trasformandosi nella consistenza più pura.

Sembrerebbe così scoperto il gran segreto dell’amore impossibile: proprio le persone che si amano di più, che riescono a farlo al di là dell’illusione che il loro Io produce nell’impatto col mondo, sono quelle che non possono vivere pienamente il loro amore. La convivenza quotidiana è infatti chiamata a sbattere con fragore contro il centro che condividono, contro lo stesso nulla che percepiscono all’unisono scorrere sotto le ali delle loro vite. I piccoli episodi di ogni giorno, la cose da fare, le tante irrilevanti preoccupazioni e i motivi di altrettante derisorie soddisfazioni, sono destinate a urtare con fracasso contro il loro stato d’animo dominante fino a mostrargli tutta l’inanità della loro prossimità fisica.

Ma anche questa costituirebbe una ricostruzione parziale e omissiva, perché è in fondo proprio tale prossimità che permette di accedere alla bellezza della differenza, alla sua minuta declinazione, alla prossimità che sa evocare, non dissimile da quella che si distende tra le bottiglie o i frutti di una natura morta. Ti ricordi di quella lucertola che in una giornata d’estate lingueggiava sul muro accanto a noi, vicino alla tua mano che sporgeva dalla sdraio? Anche quando vedesti quella lucertola all’improvviso sussultasti. Poi decidesti di cacciarla via lanciandogli dietro un sasso e battesti le mani fino a quando non riuscisti a farla fuggire. In quel momento pensai che l’essere anche tanto diversi era triste come l’essere nati insieme e il dover morire in tempi diversi. Eppure mi parve meraviglioso che tu fossi così diversa da me, che tu potessi fare cose che non ero in grado di prevedere, come lanciare quel sasso a una lucertola ignara, ma che mi appartenevano ugualmente in virtù della misteriosa risonanza che aleggiava tra noi e ci accompagnava fedele, lasciandosi dietro una scia di felicità destinata a proseguire ben oltre il tempo che ci è dato di vivere.

   Ma anche la felicità è un’esperienza totalizzante, come la bellezza; come quella, per esempio, di una rosa. È qualcosa di più della somma delle sue parti. Non può essere sezionata: quando la smembri, la bellezza semplicemente scompare. Può rimanere intatta se viene solo contemplata. La sua quieta forma non vuole essere toccata, perché il solo sfiorarla minaccerebbe di lacerarla, e se anche il ricordo può dare l’impressione di riuscire a renderla più pura è solo al prezzo di rinunciare a comprenderla e renderne ragione. Come ogni amore che includa la sua silenziosa consapevolezza anche la rosa non si lascia ghermire dalle spirali delle nostre parole e se ne vuole andare intatta, vuole sfiorire a poco a poco da sola, svanire lentamente nel ricordo lasciandosi dietro solo una breve scia colorata, forse il frammento di un’altra vita parallela e immortale.

   Ormai albeggia. Cumulonembi di esteso spessore si profilano all’orizzonte. Elettrometeore al momento sporadiche e onde d’urto udibili a grande distanza non annunciano una bella giornata. Dalla finestra socchiusa entrano  in camera i richiami di uccelli di cui non ricordo il nome. Quello che siamo, ciò che alla fine resta di noi, sembra destinato a permanere nel loro canto, nel dormiveglia di un’alba incerta, dietro i nostri occhi. Anche la luce del sole che fa capolino tra le nubi sembra alludere alla possibilità di poterci un giorno trovare di fronte al nostro vero essere, ma sappiamo che non ci sarà mai consentito vederlo. Soltanto di scorcio è possibile talvolta scorgerne in chiaroscuro il profilo, come può capitare con quello del proprio naso, e solo in alcuni momenti d’una chiarezza inconfutabile, quando si è sfiorati insieme a chi si ama dallo stesso sguardo sulle cose, quando ormai persi nello stesso vedere i confini dell’anima si dissolvono, è possibile coincidere per qualche istante col suo centro, che tuttavia si perde ben presto in nuovi pensieri e trasmigra.

   Persi in mille e mille sogni, ne cerchiamo uno che ci avvolga e ci conduca per mano. Vorremmo scivolare nel fiume delle sue sequenze, essere accolti nella sua corrente, afferrarne la luce lunare, ma un’altra luce, quella del nuovo giorno, ci ricorda invece il circolo fasullo dal quale non è possibile uscire, e insieme il rituale e irrilevante confine che avremmo voluto trasvolare, la nuova e tardiva rinascita appena sfumata, l’inerzia di tutte le cose, la loro contraddittoria e segreta aspirazione al silenzio, alla quiete e alla vita.

 

 

 

 

Borges e Macedonio sotto le stelle

Era una notte chiara e l’aria di una canzone triste risuonava in una piazza affollata di Buenos Aires. Il pensiero era leggero e il cuore stava sospeso nel tepore dell’aria estiva. Come capita ai pensatori lievi, lasciava i suoi pensieri nella loro forma nascente, che rendeva più triste e sola ogni canzone. Anche il rumore delle stoviglie che risuonò durante un intervallo musicale gli parve più triste, nonostante il profumo di carne arrostita e di pietanze speziate che faceva venire un certo appetito.

Anche Jorge Luis Borges e Macedonio Fernández erano seduti lì fuori, al tavolino dello stesso bar, lo sguardo ogni tanto rivolto verso le stelle e i lampioni che ne nascondevano la luce. Ascoltavano quella stessa canzone, che ora assomigliava a una sconosciuta di Gardel, mentre lui ascoltava i loro discorsi,  la malinconia sorridente delle loro voci.

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Un altro finale per Medina-seroté

 

Il finale di “Nel paese dei ciechi”, di H. G. Wells, omette la narrazione della sorte della sua protagonista femminile, Medina-seroté, che ci piace qui immaginare e raccontare.

Il racconto di Wells narra la storia di Nuñez, scivolato quasi per caso in una valla abitata da diverse generazioni da una popolazione completamente cieca. I suoi abitanti, che per ragioni climatiche preferivano vivere e lavorare di notte e dormire di giorno, lo scambiarono per un selvaggio e cercarono di rieducarlo. Nuñez, dopo aver imparato i loro usi e costumi, provò a parlare loro della vista, ma più si sforzava di spiegargli in cosa consistesse il vedere più era trattato con diffidenza. Tramò il piano ingenuo e fallimentare di poter realizzare un colpo di Stato per prendere il potere, ma fin dalla prima colluttazione dovette, armato di una vanga, sperimentare quanto fosse difficile colpire un cieco a sangue freddo. Quando il suo piano fu scoperto lui, inseguito, provò a fuggire, ma poi, colto dai crampi della fame, della solitudine e della disillusione, si vide costretto a chiedere il loro aiuto, in primo luogo sotto forma di cibo.

Venuto a più miti consigli, fu assunto a servizio da Yacob, un uomo bonario della cui figlia minore, Medina-seroté, Nuñez finì, presto contraccambiato, con l’innamorarsi. Durante le loro passeggiate, le raccontava dei colori delle montagne e dell’erba, ma anche le parlava della bellezza del suo viso, ignota agli abitanti della valle. Proprio quei riferimenti alla sua bellezza che la rendevano turbata e inquieta contribuirono forse a far nascere e rendere irreversibile il sentimento di Medina-seroté.

Il loro progetto di matrimonio incontrò però le resistenze di molti abitanti del villaggio, specialmente dei più giovani, che erano preoccupati per la corruzione della stirpe che la loro unione avrebbe comportato. Uno dei membri più autorevoli del consiglio degli anziani suggerì la soluzione: il fatto che Nuñez manifestasse palesi segni d’immaturità e talora fosse afflitto da vere e proprie allucinazioni era probabilmente dovuto, secondo quell’anziano medico, alle due escrescenze che aveva all’interno delle morbide cavità che avevano in quel paese nomi di occhi. La sua proposta era dunque quella di asportare quei corpi irritanti: dopo una simile operazione chirurgica sarebbe probabilmente divenuto più assennato.

La settimana che doveva precedere quell’operazione – alla quale, per amor di Medina-seroté, aveva dato il suo assenso – Nuñez non dormì mai. Poi ebbe pietà di se stesso, delle cime dorate delle montagne e delle stelle: guardò un’ultima volta il dolce viso della sua sposa promessa e si allontanò per rimanere da solo prima del suo sacrificio. Ma risalita la valle non vi fece più ritorno, perché mentre i suoi occhi si soffermavano a scrutare con attenzione l’azzurro del cielo immenso e la cortina delle montagne provò una felicità estrema e nuova, che lo indusse ben presto ad abbandonare il paese dei ciechi per ritornare nel mondo dei vedenti.

 

Fin qui il racconto di H. G. Wells; d’ora in poi, nessun elemento della trama di questo racconto è più imputabile al suo autore.

 

Dopo la partenza di Nuñez, Medina-seroté passò alcune settimane immersa in un incontrollato silenzio. Poi a poco a poco, riprese a condurre la sua vita di prima, senza parlare con nessuno della cosa, di quell’abbandono di cui aveva scorto qualche presagio nella camminata che aveva accompagnato il suo promesso sposo oltre i confini della vallata. Quando, dopo quasi un anno, un giovane del paese, figlio di un amico di suo padre, le dichiarò il suo amore, cosa che fece in un modo esitante e malcerto, lei manifestò l’intenzione di ricambiarlo. I due giovani iniziarono così a frequentarsi e a fare lunghe passeggiate insieme, durante le quali Medine-seroté gli parlava delle cose che si potevano vedere con gli occhi, delle stelle e dei monti, delle aurore e dell’inafferrabile verde dei licheni, dell’azzurro del cielo e del rosso febbrile delle foglie d’autunno.

Alonso, così si chiamava il suo nuovo fidanzato, in un primo tempo non sembrò dare importanza alla cosa, ritenendola frutto di una certa voglia di scherzare o di qualche momentaneo eccesso dell’immaginazione. Man mano però che tali fantasie si fecero più insistenti ed estese un qualche collegamento con il passato sentimentale della ragazza divenne per lui ineludibile, specialmente alla luce di alcune domande che lei gli rivolgeva in modo ricorrente: “sono davvero bella?”; oppure: “tu puoi immaginare la mia bellezza?”

Alonso iniziò così a preoccuparsi seriamente, fino al punto di voler sottoporre tutta la questione al giudizio del padre di lei e del proprio, riuniti insieme ad altri membri della comunità per procedere ad un esame accurato di tutta la faccenda.

Secondo l’anziano medico che aveva escogitato il metodo per curare il disturbo di Nuñez, la ragazza era rimasta contagiata dalle sue allucinazioni e queste si erano impresse con tanta forza nella sua fantasia da trasformarsi in vere e proprie idee fisse. Per rimuoverne l’inquietante presenza nella sua mente si rendeva necessaria a suo avviso una cura prolungata in un regime di quasi totale isolamento e bisognava fare ricorso all’ausilio delle più moderne terapie psicologiche. Per quanto non si trattasse di tipologie di sapere particolarmente sviluppate nella valle, alcune teorie di questo tipo avevano di recente preso a circolare negli ambienti accademici in cui venivano formati i nuovi medici.

Il caso di Medina-seroté venne in seguito classificato come delirio allucinatorio da shock in seguito ad un abbandono assolutamente ingiustificato e incomprensibile. Secondo l’opinione dell’equipe di medici che la prese in cura, bisognava ricorrere ad un’attività rieducativa essenzialmente volta a farle gradualmente percepire l’irrealtà di tali esperienze allucinate, basata su intense e prolungate esperienze tattili e olfattive, attività che avrebbe potuto farla rientrare, secondo loro in tempi abbastanza brevi, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali.

Fu chiesto al padre Yacob l’autorizzazione per intraprendere un simile percorso terapeutico, e questi, sebbene a malincuore e con incomprimibile amarezza, dette alla fine il suo assenso.

Medina-serotè si sottopose a quel trattamento senza opporre alcuna resistenza. Nei giardini dell’ospedale in cui trascorreva buona parte del suo tempo faceva molte cose che aveva sempre fatto durante la sua fanciullezza: sfiorava l’erba umida con le sue dita affusolate, ascoltava il canto dell’usignolo, dell’assiolo, dell’allodola e di altri uccelli, si lasciava avvolgere dal rumore del vento e talora bagnare dalla pioggia notturna. Quando le capitava, come la terapia prevedeva, di conversare con qualche medico o con qualche parente venuto a trovarla, le sue parole erano gentili e i suoi discorsi ragionevoli. Solo una o due domande intervenivano però sempre a procrastinare la sua permanenza in quel luogo quieto in cui si svolgeva la sua rieducazione, domande che rivolgeva ai suoi interlocutori in maniera affabile, con una grazia tattile e sonora, sussurrandole alle loro orecchie mentre li teneva delicatamente per mano: “tu mi trovi bella?”… “Tu puoi immaginare la mia bellezza?”.

ll paradosso celato in voi

Questa lettera immaginaria si ritiene che sia stata scritta da Aglaia Ivànovna Epancina al principe Lev Nikolàjevic Myškin alcuni mesi dopo il loro ultimo  incontro e le sue drammatiche conseguenze.

Probabilmente, quando leggerete queste righe, avrete già avuto occasione d’incontrare maman e le mie sorelle, che sono partite da alcuni giorni per venire a trovarvi. Ho deciso finalmente di scrivervi solo dopo la loro partenza, ed è per questo che non saranno loro a recapitarvi questa lettera. Sono alcune circostanze degli ultimi tempi ad avermi fatto prendere questa decisione, che tuttavia aleggiava in me da già un po’. Nella mia vita sono successe ultimamente tali cose da rendere ancora più impellente il desidero di capire perché, o perlomeno di avere la vostra conferma di non avere frainteso quello che è successo tra noi, specialmente durante il nostro ultimo incontro. Ma prima di tutto, vi scrivo per avere direttamente vostre notizie e per chiedervi semplicemente perdono per non aver capito, per essere stata io a fraintendere per prima.

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Beniamino della vita


Questa lettera immaginaria si figura che sia stata scritta, successivamente alla fine de “La montagna incantata”, da Giovanni Castorp a Ludovico Settembrini dal fronte italiano, durante la prima guerra mondiale, alcuni mesi dopo il loro ultimo incontro.


Carissimo Settembrini,
Le scrivo dal fronte di questa guerra appena iniziata e già troppo lunga, da questo cono d’ombra che la morte proietta in un modo forse meno subdolo del consueto sulla vita di tanti. Qui siamo come fantasmi un po’ sporchi rimasti intrappolati nella vita di un altro un po’ anonimo, di uno dei molti altri che popolano queste trincee. Ma anche i fantasmi di fango pensano, sperano e ricordano, e i miei ricordi della nostra amicizia e dei suoi insegnamenti mi aiutano a sentirmi ancora vivo e pronto a iniziare sempre da capo, a veder brillare le coppe della gioia nonostante la precarietà della situazione, dovuta per buona parte al fatto che i cecchini suoi connazionali hanno l’abitudine esecrabile di spararci con una certa precisione.

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La lettera di un viaggiatore solitario

Dopo più di vent’anni dalla circostanza che costituì un punto di svolta nelle loro vite, Eugenio Onieghin riprese a scrivere a Tatiana Larin. In un’occasione, andò anche a trovarla, ed ebbe modo di conoscere la sua bambina. Da allora rimasero sempre in contatto epistolare. Questa è una delle sue ultime lettere immaginarie.

Cara Tatiana, anche se è tanto che non ti scrivo, sai bene che la tua presenza in questa vita mi accompagna sempre come un’interlocutrice propizia e segreta. Credo che sia per questo motivo che lo faccio solo in alcuni momenti significativi, cioè soltanto quando posso davvero raccontarti qualcosa che mi riguarda intimamente, con la certezza di essere ascoltato e compreso.
Stanotte, prima di dormire, ho riletto un po’ “Le mille e una notte”; sempre, naturalmente, nella traduzione francese del Galland. L’impressione che se ne ricava è che il solo fatto di essere è talmente prodigioso che nessuna sventura deve esimerci da una sorta di comica gratitudine, anche quando qualcosa nella creta  del nostro io inclini all’incubo, qualcosa di segreto, e cieco e centrale, forse soltanto perché quella di trovarcisi davvero è comunque un’ipotesi che deve essere sondata, presa seriamente in esame.

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Dopo la vita

Quella domenica un lieve tintinnio lo risvegliò più tardi del solito, quando con sua grande sorpresa scorse la sua faccia nello specchio del bagno. Lo spazzolino da denti stava urtando contro i bordi del bicchiere di vetro, come per l’eco attutito di un esile terremoto. Il suo viso gli parve sconosciuto e lui pensò di essere già morto. Fermò lo spazzolino con una mano e poi, con un gesto lento, ripercorrendo un movimento consueto come se fosse del tutto insensato, se lo portò alla bocca, iniziando a farlo oscillare avanti e indietro contro i suoi denti. Quando li mostrò allo specchio li parvero molto bianchi, come nuovi.
   Quello doveva essere proprio il sorriso di chi era già morto, di un visitatore sconosciuto del suo bagno. Gli sorrideva con tranquillità, senza nulla pretendere da lui, senza porre domande. Aveva l’espressione di chi si trova perfettamente a suo agio al suo posto e di chi sa cosa ci sta a fare. Forse anche lui era atteso da una giornata nuova, annunciata dal riflesso di luce che gli sorrideva da un angolo basso, a destra, dello specchio. La giornata che l’attendeva era nuova come quel raggio di luce, che filtrando dalle imposte socchiuse annunciava bel tempo. Una luce limpida e obliqua, non abituale, sicura di sé. Una luce certa di raggiungere ovunque il suo obiettivo.

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Rondini

    Entro in casa ripetendomi che in fondo non è successo niente di eccezionale, che tutto è perfettamente comprensibile. Mi avvicino alla parete della camera e rimango in ascolto. Parlano sottovoce, con un'intonazione calda e piacevole. Quando spalanco la porta sbarrano gli occhi. Sono belli i loro occhi, ma loro due sembrano già morti. Lui grida qualcosa, che non capisco bene, una specie d'invocazione rabbiosa, se sono impazzito o una frase del genere. Lei invece non dice nulla: ma quando lo sparo le insanguina il ventre si piega di fianco sul letto rannicchiandosi come una bambina.

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La stalla (racconto di Natale)

   Stavano dentro al caldo, Ignazio con Emma e il bambino rannicchiato sul saccone di lana. Giocava con il pallottoliere, mentre fuori cadevano grossi fiocchi di neve. La cavalla e l'asino erano appena dietro la porta, nella stalla adiacente alla cucina, e sbuffavano col naso, specialmente la cavalla. L'odore di sterco equino arrivava nella stanza e a volte era così forte che sembrava capace di muovere la fiamma della candela sulla finestra. Fiammella bene augurante, una mania d'Ignazio, che la voleva sempre accesa di sera, insieme alla lampada appesa da sola al soffitto e all'altra più fioca che stava appiccata al muro, tra il fornello e l'acquaio.
   Al piano di sopra c'erano ancora due stanze, una ricavata dall'altra con un tramezzo di mattoni appena scialbati, dove dormiva il bambino. Sulla parete, dal poggio dietro la casa s'era infiltrato dell'umido, disegnando macchie giallastre ed aloni amaranto dove si erano asciugate.
   Ignazio stava seduto nella penombra, sotto la finestra, a guardare il bianco dei fiocchi cadere. Emma rassettava la cucina come in altre serate, riponeva i piatti nella piattaia, deponeva le pentole ad asciugare sul prolungamento di marmo dell'acquaio.
   Un pentolino risuonò e fuori la neve aumentò il silenzio: dalla finestra si poteva vedere solo la luce di una casa lontana; dentro, quella del fuoco colorava la stanza.
   Il bambino stava buono, come sempre. Ignazio si chiedeva perché non piangesse e non parlasse mai. Eppure aveva compiuto i tre anni e spesso sorrideva da solo, o almeno pareva sorridere, nel caldo del maglioncino azzurro. 
 

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La camera blu

                                               
   I ciottoli della spiaggia sono ancora tiepidi per il calore del giorno. Ne sfioro uno più ovale, ch'emana un calore lento, ovattato e amichevole come un sussurro. Il cane grigio cerca la mano di Teresa, sollevandola col muso, perché vuole attrarre la sua attenzione; ma lei parla con gli altri nella luce del fuoco. Un suo amico le ha appena suggerito qualcosa e insieme raggiungono una barca vicina. Lui si muove in maniera elegante, con gesti agili che delimitano uno spazio preciso. Ogni sua azione sembra avere chiaro un obiettivo, la certezza di quel che bisogna fare. In pochi minuti spogliano la barca del suo involucro di plastica ed alzano la vela. Poi spingono il piccolo scafo in mare. La chiglia rimbalza sulle onde che si rompono piano sul bagnasciuga. 
  

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Uomini a perdere

   Se è vero, come sostiene Ortega y Gasset, che l’essere umano è attraversato da una certa “mancanza ad essere”, o, come scrive Fontenelle e ricorda lo stesso Ortega, da una “certa difficoltà a esistere”, (e che l’esistenza umana può per questo soggettivamente apparire come un fracaso, un fallimento), allora in queste brevi storie morali tale mancanza è posta in primo piano, intorno ad essa s’incentra la vita dei diversi protagonisti, ma senza che quella specie di “vocazione alla perplessità” che ne segue faccia sorgere in loro rimpianti o recriminazioni. Tutti sembrano infatti persuasi che sia giusto così, che non possa essere comunque altrimenti e che tale mancanza o incompiutezza dell’esistenza debba essere accettata benevolmente e quasi con esercizio d’affetto, da parte di ognuno, per il proprio destino.

Dall’introduzione di Abel Martínez

leggi la recensione di Paola Rocchi

leggi la recensione di Bonifazio Mattei 

visita il sito delle Edizioni dell'Erba  

Peppermint

Un’insegna luminosa, che riproduce il nome di una pianta aromatica, attraversa con i suoi richiami la storia di un viaggio d’apprendistato, del quale emergono i contorni e le svolte essenziali. In tre capitoli, che possono anche essere letti autonomamente, il narratore rivive i momenti cruciali della sua esistenza – da giovane “rivoluzionario” sotto la pioggia a professionista alle prese con un improbabile innamoramento, fino al colloquio conclusivo con la figlia ormai adulta -, dando corpo a un breve romanzo in forma di sonata, una sorta di fiaba filosofica dove il suo rapporto col tempo sembra costituire il tema principale, entro diversi scenari, in un succedersi di premonizioni cromatiche, di ombre e tardivi disincanti.

Puoi trovare questo libro anche anche sul sito di Avagliano Editore.

Benny e i discorsi degli angeli

    Nell’intento di agevolare l’immaginazione del cortese lettore forse dovrei anch’io, come capita talvolta nei racconti più realisti e promettenti, principiare la narrazione con una descrizione della protagonista principale, ovvero della sottoscritta medesima. A tale proposito, dovrei forse innanzi tutto precisare che sono piuttosto magrolina, non troppo alta per la mia età, scura di capelli e di carnagione. Oppure farei bene a dilungarmi sul mio naso sottile e sui denti affilati, che quando rido mostro in tutto il loro accattivante splendore, o sui miei occhi verdi e scuri, che riscuotono in genere lusinghieri apprezzamenti. Forse dovrei chiarire subito che la mia intelligenza è unanimemente ritenuta assai avida ed originale, e magari ricordare che alcuni trovano i miei modi piuttosto scostanti, la qual cosa non mi sentirei sinceramente di negare, visto per esempio che non mi faccio pregare due volte per assumere un’espressione lievemente disgustata se qualcuno dice qualche cosa che trovo semplicemente grossolana.

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