Un Dio oltre il Dio del teismo

  Il coraggio di esistere e la fede in un Dio non personale secondo Paul Tillich.


   Si può ipotizzare che il vero principio che sta alla base della creazione, o comunque della nascita dell’universo, sia il <<principio dell’informazione>>, ovvero ciò che permette a un’informazione, intesa come regola o legge, di autogenerarsi. Questo tipo d’informazione risiede per esempio nello stesso principio binario che sta alla base dell’omonimo calcolo e che, applicato alla dialettica hegeliana, può spiegare come l’essere si possa generare dal nulla. Un quid d’ipotetica materia iniziale, di densità pressoché infinita sarebbe in questo senso solo il pretesto per la nascita dell’universo proprio in virtù della sua capacità di trasfigurare un nulla - che, per essere se stesso, ha la necessità di percepirsi come un quid d’essere - nell’essere vero e proprio, quello dello spazio-tempo, quello che si dilata e contrae nell’universo come nel suo respiro.

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L'orso bianco, i gatti e la scimmia taoista

 

Pensa a un desiderio che vorresti si realizzasse sapendo che questo sarà possibile solo se riuscirai per un certo tempo, diciamo almeno una dozzina di secondi, a non pensare a una scimmia. Questa sorta di esperimento, o paradosso, è suggerito da un esempio proposto da Allan W. Watt, nel suo libro su La via dello Zen:  “è come se qualcuno – scrive Watt – mi avesse dato una medicina con l’avvertimento che non agirà sul mio organismo se, prendendola, penserò ad una scimmia”.[1]

Qui siamo di fronte ad un impedimento essenziale, innescato da un circolo vizioso non meno loico di quello con cui, nell’inferno dantesco, Minòs distribuiva i suoi giri di coda e che può essere reiterato da qualsiasi immagine o significante. La sua tipologia non è dissimile da un altro famoso paradosso: quell’esortazione “sii spontaneo”, che rende automaticamente impossibile la sua realizzazione, su cui la scuola di Palo Alto ha con lungimiranza imbastito un’intera psicologia.

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Si pensa meglio da soli o in compagnia?

 

Un articolo in forma d’intervista multipla apparso sull’ultimo numero della rivista Philosophie aiuta a risolvere l’interrogativo.

 

Nell’ultimo numero della rivista Philosophie (n° 92, Settembre 2015) c’è, tra altri articoli interessanti, un dibattito intorno alla natura del pensiero filosofico: se esso sia essenzialmente solitario oppure se nasca nel dialogo e nel confronto delle idee, sviluppandosi solo in una dimensione sociale  e collettiva. I curatori dell’intervista e del corrispettivo interrogativo, Michel Eltchaninof e Martin Legros, si pongono la seguente domanda: “si pensa meglio da soli o in tanti?” (Pense-t-on mieux seul…ou à plusiers?). Il metodo che adottano per cercare una risposta è in piena sintonia con il tema: a Jean Luc Marion, professore della Sorbona e all’Università di Chigago, e sostenitore, seppur con vari distinguo, della prima tesi, è stata proposta un’intervista “in solitario”, mentre Cédric Villani (direttore dell’Istituto Henry-Poincaré e professore all’Università di Lione), Karol Beffa (compositore e cattedratico al Collège de France), Vincent Descombes (direttore della scuola di studi di scienze sociali) e Barbara Cassin (filosofa e filologa) sono stati riuniti intorno a un tavolo per dare vita a un confronto diretto e a un momento di “pensiero collettivo”.

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Borges e la superstizione dello stile

 
Qualche anno fa, in Spagna, i giurati del Premio Bartolomé March a la Cr
ítica selezionarono per la pubblicazione in volume alcuni saggi che, per ragioni diverse, potevano essere considerati esemplari (AAVV, Críticas ejemplares, Bitzoc, Palma de Mallorca, 1986).
Tra i loro autori spiccano, insieme a molti altri, i nomi di Marcel Proust, Julien Gracq, George Steiner, Edmund Wilson, Giorgio Manganelli e di Jorge Luis Borges. Il breve scritto prescelto dall’opera di quest’ultimo è introdotto nel volume da Fernando Savater, che ne riassume brevemente il senso in maniera efficace: “il suo breve commento sopra – o, meglio, contro – la superstizione etica del lettore è una succinta propedeutica preventiva per evitare questa mistica delle pagina perfetta, in cui ogni vocabolo è inamovibile e lo stato d’animo globale superfluo o intercambiabile”.
Il saggio in questione s’intitola infatti  La supersticiosa ética del lector  (“La superstiziosa etica del lettore”) e venne pubblicato per la prima volta a Buenos Aires, nella rivista Discusión, nel 1957. Ad esso si confà specialmente l’aggettivo esemplare per la portata delle sue conseguenze e la linearità della sua esposizione.

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Gioventù e innocenza dell'Idiota

Alcune considerazioni in margine intorno a uno scritto di Walter Benjamin su L’idiota di Dostoevskij

 

All’interno di una raccolta di scritti tradotti con il titolo italiano di Avanguardia e rivoluzione  c’è un breve saggio, un piccolo gioiello di critica letteraria e filosofica, che il loro autore, Walter Benjamin, dedica a L’idiota di Dostoevskij. 

Dopo aver premesso che la critica dovrebbe tenersi lontana dall’utilizzazione di canoni e categorie tratte dalla psicologia per valutare personaggi e opere della letteratura, per concentrarsi piuttosto sugli aspetti più spiccatamente culturali e metafisici, Benjamin entra subito nel merito, spiegando che il romanzo tratta di un episodio della vita del protagonista, il principe Myškin.

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Il progresso astratto dell'arte

Entropia e progresso tra le varietà dell'astrattismo

 

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

 

 Ernst Gombrich si domanda come sia stato possibile giungere a concepire la vita artistica dei nostri tempi sotto il segno dell’idea di progresso. Lo storico viennese Hans Tietze, si chiede a sua volta come sia possibile che un linguaggio artistico nato appena una dozzina di anni prima possa essere considerato superato. Alla fine degli anni venti del Novecento, lo stesso Tietze individua nello storicismo – termine che usa grosso modo nella stessa accezione con cui lo usa Popper – l’origine di questa inarrestabile propensione.[1]

Nel Postscriptum alla sua Storia dell’arte, è sempre Gombrich a far osservare come gli artisti rappresentino ormai, secondo l’opinione di una vasta minoranza, “l’avanguardia del futuro”, tanto che rischierebbe di apparire ridicolo chiunque non dovesse apprezzarli a dovere.[2] Questa concezione dell’avanguardia artistica risulta in effetti leggibile come un’ultima conseguenza di quella concezione storicista che, se applicata all’arte, può risultare, come anche Max Weber aveva avvertito, decisamente  fuorviante, perché se “l’attività scientifica è inserita nel corso del progresso”, viceversa nessun progresso “si attua nel campo dell’arte”.[3]

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La dimensione filosofica dei personaggi letterari

   Questa nostra riflessione sulla scarsa attitudine dei personaggi letterari che abitano le opere narative degli ultimi decenni a cimentarsi con problematiche filosofiche prende le mosse da una considerazione fondamentale: gli intrecci e la struttura polifonica dei romanzi del diciannovesimo secolo o dell'inizio del ventesimo sono sempre più rari e chi adotta ancora oggi tali approcci narrativi riesce a farlo solo al prezzo di riferirsi a contesti familiari o sociali decisamente più angusti rispetto a quelli di allora, e soprattutto difficilmente si azzarda a sfiorare le problematiche di largo respiro che permeavano le vite di quei personaggi.

   Oltre alla difficoltà da parte dell'"Io" novecentesco - già preannunciata da Nietzsche - di lasciarsi alle spalle la propria dimensione frammentaria e di misurarsi con ricostruzioni chiare e oggettive, la letteratura contemporanea pare infatti anche restia a cimentarsi con temi e problemi di carattere spirituale o filosofico. Dopo gli Ivan Karamazov, i Kirillov, i Bazarov o, avvicinandoci a noi, il Settembrini della Montagna incantata oppure l'Ulrich di Musil, i protagonisti di pur buoni romanzi del nostro secolo sembrano muoversi in orizzonti più limitati, concedono poco spazio alla riflessione, sembra che ne abbiano perso il gusto, e si trovano per lo più alle prese con problemi quotidiani, siano essi di origine psicologica o sociale.

   Allo stesso modo il narratore, anche quando non si lasci prendere nel vortice delle azioni e dei pensieri dei suoi personaggi e cerchi di raccontare come un discreto testimone immaginario le loro vicende, a volte sembra che non osi affrontare certi temi, quasi li avesse preliminarmente espunti dai risvolti della loro vita interiore. Forse ha paura di dare corpo a quei "busti del pantheon" di cui parlava Claudio Magris in suo articolo apparso sul Corriere della Sera di qualche anno fa, e tale paura non risulta infondata, in quanto oggi rischia di suonare falso il tono di qualsiasi narratore che supponga di sapere cosa passi davvero per la testa dei suoi personaggi e si arroghi il diritto di commentare, o addirittura valutare, le loro scelte morali e culturali.

   Ma se certe soluzioni - come quella di un narratore assoluto omnisciente - si rivelano sempre più incerte e insidiose, bisogna forse dedurne che quelle problematiche morali - che costituivano parte integrante della vita di molti grandi personaggi del secolo scorso - siano ormai intrattabili e ingestibili?

   Ne Il riccio e la volpe, Isaiah Berlin ricorda come a tutti gli scrittori Tolstoj chiedesse sostanzialmente tre cose: una dose sufficiente di talento; che il tema fosse moralmente importante;  e infine che amassero ciò che era degno di amore e odiassero ciò che era degno di odio mentre erano intenti al loro lavoro, ovvero che "s'impegnassero" a conservare la nitida visione diretta dell'infanzia e non distorcessero la loro natura proponendosi di praticare un'imparzialità che era necessariamente illusoria.

   Se riguardo al primo punto nulla pare cambiato, essendo il "talento" un termine con il quale siamo soliti designare quanto in campo artistico non è desumibile da altre qualità (e ciò, nonostante l'uso molto parziale e soggettivo che possiamo farne, se è vero che sempre Tolstoj, per esempio, trovava Dostoevskij privo di talento, in quanto prolisso e ripetitivo) il secondo ed il terzo aspetto oggi sono considerati trascurabili e poco pertinenti. Dopo gli ultimi grandi romanzi di Musil e Thomas Mann - dove, sebbene in modi diversi, certe tematiche svolgono comunque ruoli essenziali (trascuro qui il fatto che l'ultimo requisito nelle loro opere non possa già più ritenersi pienamente soddisfatto) - gli elementi cui fa riferimento Tolstoj costituiscono canoni piuttosto improbabili, che solo dando prova di un certo coraggio si possono riproporre quali riferimenti credibili per i romanzi futuri.

    A parziale conforto di questa impressione apparve, su un altro numero del "Corriere della sera", sempre di qualche anno fa, un articolo sulla narrativa del novecento nel quale Raffaele La Capria metteva in guardia dal culto delle forme talentuose e dalla proliferazione gratuita degli esercizi stilistici, evidenziando anche lui, indirettamente, come il primo requisito richiesto da Tolstoj sia ormai l'unico ancora riconosciuto, ma nel contempo rimarcando come esso, se disgiunto dagli altri due, perda gran parte del suo valore e della sua efficacia.

   Su questa linea si pone anche Turghenev, il quale, nelle sue Memorie letterarie, pur considerando il talento un requisito necessario in ogni produzione letteraria degna di menzione, dice che da solo non basta, perché occorre anche "il contatto costante con l'ambiente che si vuol riprodurre; occorre verità, inesorabile verità verso le proprie emozioni; occorre libertà, piena libertà di idee e di concetti, e, finalmente, occorre della cultura, occorrono della cognizioni!".

   Ora, sebbene non sembri realistico riproporre oggi il tipo di rapporto che Ulrich o Settembrini avevano con i rispettivi orizzonti culturali - e ciò per il rischio di riprodurre pezzi di un "pantheon" di cui allo stesso narratore ormai sfuggirebbe l'architettura complessiva - a volte si può avere l'impressione che, sviluppando proprio certe soluzioni narrative già adottate da Thomas Mann, Proust, Beckett o Musil (tanto per fare solo alcuni esempi), ovvero riscoprendo le tracce che la riflessione su certi temi può lasciare nella vita dei personaggi, sarebbe possibile rivalutarne la funzione letteraria.

   Purtroppo però, ad ogni tentativo si sentono ogni volta riaffiorare le ombre di quei "busti", così che, dopo l'ennesimo attento esame, si è portati a spiegare la loro ingombrante presenza con la constatazione che il mondo è cambiato e che la società non è più la stessa di allora. Nella nostra le idee vengono coltivate in ambienti sterili e protetti per evitarne eventuali contaminazioni con altre che viaggiano ad altezze e temperature diverse; la comunicazione reale è ridotta ai minimi termini e le regole del gusto sembrano dettate da cenacoli ristretti di intellettuali che hanno in sommo disprezzo il secondo e il terzo dei criteri proposti da Tolstoj. Probabilmente il desiderio d'evitare il "pantheon" risuona nelle orecchie degli autori contemporanei già prima della pagina bianca. Del resto non c'è da stupirsi, se è vero che oggi il discutere spontaneamente e pubblicamente le proprie opinioni è spesso avvertito come inopportuno e che pochissimi hanno il coraggio di sottoporle al rischio di un confronto che vada oltre le felpate alchimie del gergo dei salotti.

   Nonostante una simile analisi, non si può tuttavia non ricordare che di un fenomeno del genere si lamentavano già nell'ottocento Herzen, Belinskij e alcuni loro amici, inducendoci a sospettare che l'attribuirgli oggi tanta importanza potrebbe essere solo l'effetto di un errore di prospettiva da parte dell'osservatore. Per niente rassegnati al cospetto di un simile contraccolpo della memoria, dovremmo però tener fede all’impressione iniziale, considerando l’aspetto quantitativo e statistico del fenomeno in corso, che può prospettare un’autentica mutazione di ordine antropologico e culturale. Nell’ultimo mezzo secolo esso ha infatti subito un'accelerazione così repentina da rendere completamente innaturali, anche in letteratura, ogni riflessione o dialogo culturalmente significativi.

   Viene a questo punto del resto in nostro soccorso anche la filosofia di Habermas, riducendo in pillole la quale (e rivoltandola in un modo un po' malthusiano) si può osservare come la "ragione comunicativa" - che tanto veniva esercitata nella letteratura ottocentesca - faccia oggi registrare uno sviluppo decisamente inadeguato ai progressi della "ragione strumentale", perché mentre quest'ultima sembra accrescere le sue risorse con esponenzialità geometrica, la prima sopravvive grazie al residuo incremento aritmetico che gli è garantito da vecchi cultori della materia o da giovani presto risucchiati in qualche setta ideologica alla moda. 

   Quindi, l'ipotesi di poter individuare nelle mutazioni antropogico-culturali sopra citate l'origine del problema risulta corroborata a sufficienza e l’ipotesi dell'esistenza di una soglia quasi invalicabile, oltre la quale nessun pensiero meditante può essere digerito da alcun personaggio o narratore, ci pare complessivamente accertata. Inoltre, il fatto che anche in alcuni tra i più notevoli romanzi contemporanei – come, per  esempio, quelli di Yehoshua - certe problematiche, pur essendo presenti, non balzino mai in primo piano - come invece accadeva ne L'uomo senza qualità o ne La montagna incantata, e prima ancora nei romanzi degli scrittori russi dell'ottocento - di tale invalicabile soglia pare costituire una conferma. 

   Considerando a questo punto le inesorabili e pessimistiche conclusioni a cui questa breve disamina ha condotto, viene spontaneo chiedersi cosa ci resti da sperare per il futuro. Forse l'avvento di un nuovo Don Chisciotte, che sproloqui ragionevolmente, da solo o in compagnia di qualche buon Sancio, e che si carichi sul collo pensieri e interrogativi anche alti, con la temerarietà e il candore di un vecchio filosofo testardo e assetato d'autentica avventura?

   Già! L'avventura. Quella in qualche modo la cerchiamo sempre. La cercava Borges nelle storie di London e di Kipling, dove le biblioteche si trasformavano in foreste, e la cerchiamo noi oggi nella giungla della fantascienza cinematografica. Ma quella vera è anche del pensiero e può venirci solo dall'incontro con "l'altra tigre": quella meno letteraria, dall'imbattersi in qualche nemico ideale, o in sua mancanza in dei mulini a vento, perché quando tutti si travestono da osti ogni mulino deve essere guardato con sospetto.

   Oppure è solo la nostra immaginazione... un problema fasullo... e l'universale, con le sue alternative e le sue scelte obbligatorie, continua a pulsare nei particolari delle diverse narrazioni con le stesse cadenze di sempre.

  

 

 

Lo sguardo e la prospettiva

 Lo sguardo e la prospettiva

 

Nelle domeniche di bel tempo, nelle città che si affacciano sul mare, lungo i viali ad esso prospicienti, ci sono di solito molte persone a passeggiare, bambini che corrono in bilico sui pattini, gente in bicicletta che ogni tanto getta un’occhiata verso l’orizzonte, anziane coppie, amici, fidanzati o sposi, che conversano su una panchina. Sono davvero tante le persone a cui piace passeggiare, o stare, davanti al mare, averlo davanti agli occhi, magari anche per guardarlo solo di tanto in tanto. Forse perché il mare allude all’idea di uno spazio eterno, ma anche alla morte, ad una dissolvenza indefinita in quello stesso spazio smisurato. Eppure il mare disegna per noi anche un orizzonte certo, con il suo profilo lievemente arcuato, equanime, lineare. Prospetta un cerchio di cui occupiamo inevitabilmente il centro, un punto fatale dal quale è impossibile non avere una prospettiva sulla totalità di quanto ci circonda, sul tutto di cui non siamo una parte qualsiasi, ma proprio quella da cui il tutto prende forma e può assumere un senso, anche uno qualsiasi, ma pur sempre un senso. Il mare ci riconosce quali animali prospettici, e quindi immersi in una prospettiva che è per forza di cose limitata, ma che accenna anche a un cosmo illimitato. Ci sa orientare in una maniera paradossale - quelli che si sono persi in mezzo al mare lo sanno bene: siamo al centro di qualcosa che non assomiglia più a nulla, al centro di un vuoto, ma di un vuoto equilibrato, costituito dall’unica linea equidistante dell’orizzonte. Siamo, in altre parole, ridotti a un puro orizzonte, appena increspato qua e là da qualche onda, che accenna all’esistenza, forse alla nostra, perché in fondo di questa non abbiamo – in quei momenti, quando siamo persi in mezzo al mare - nessun’altra testimonianza. L’orizzonte a cui ci introduce il mare ci ricorda quindi che siamo una prospettiva, ma una prospettiva globale, che nulla tralascia, costituita da ogni traiettoria o raggio che dal centro si dirige verso un punto qualsiasi di un limite ipotetico. 
Questo libro trae spunto, in un certo senso, dalla nostalgia del mare, dalla nostalgia della totalità cui il mare allude, ma anche dalla nostalgia dell’indefinito e della conservazione, dal desiderio di  lasciar sfumare senza veder morire. Esso è però anche debitore al piacere che si può provare nell’orientarsi, nel riscoprirsi centro della propria vita, sebbene si tratti di un centro per tutti gli altri versi trascurabile e a suo modo defilato.

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Due diverse interpretazioni della relatività ristretta

 

   La velocità della luce è finita, ma poiché è la velocità massima possibile, si comporta come una velocità infinita. Questo implica che non è più valida la legge della trasformazione classica, galileiana, e che diventa valida la legge della trasformazione di Lorentz. Infatti, come sostengono Einstein e Infeld, “il numero esprimente la velocità della luce figura esplicitamente nella trasformazione di Lorentz, e vi assume la veste di caso limite, come la velocità infinita nella meccanica classica”.[1]

  

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L'amore e la solitudine

La loro relazione, in breve, nelle "prose creaturali" di Christian Bobin

   “Le bolle di sapone che questo bambino
     Si diverte a soffiar via da una cannuccia
     Sono translucidamente tutta una filosofia”.
     Alberto Caeiro


   Christian Bobin è uno scrittore e un poeta francese, nato nel 1951 in una città della Borgogna, Le Creusot, dove ha poi sempre vissuto. Un giorno ha scritto, nella pagina d’apertura di un suo romanzo (La folle Allure), la seguente dedica a un amico: “Pour (…) quelques taches d’encre (…) en souriant”, e si tratta, direi, di una dedica illuminante, perché il “sorriso” costituisce forse la tonalità predominante della sua prosa.
   Nel vasto panorama della letteratura d’ispirazione cristiana, e in particolare di quella del Novecento, Christian Bobin rappresenta una voce singolare, sia per il tono sommesso della sua scrittura sia per la peculiare spiritualità che la traspare. Il cristianesimo non è per lo più, nell’opera di Bobin, una teoria religiosa dotata di un vero e proprio impianto metafisico e teologico; non è nemmeno una dottrina mistica, sebbene l’elemento mistico ne costituisca, in una forma priva di qualsiasi enfasi, un aspetto rilevante. L’ispirazione cristiana attraversa piuttosto i suoi scritti come un “sentimento della vita” che incessantemente si depura trasfigurandosi in un lieve e fervido disegno stilistico, in una sorta di vigile prosa creaturale. 
  

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L'estetica di Macedonio Fernández

Chi pensa il più profondo ama il più vivo.

Friedrich Hölderlin


Penso che le persone siano onde: mai né vincenti né perdenti.
Solo onde.

Federico Moccia


Soltanto uno è il soggetto del grande sogno della vita.

Arthur Schopenhauer

 

Sta in: http://mondodomani.org/dialegesthai/gm06.htm

1 - Un’estetica ontologica L’arte si propone, per Macedonio Fernández, la stessa cosa della metafisica: è “un modo diverso di provocare uno stato mistico, che è enucleazione della nozione dell’essere, dell’identità personale e della continuità storica personale” (TN, 141). In questo senso, la sua estetica potrebbe essere succintamente definita “un’estetica ontologica”.

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Giuseppe Ardinghi e l'arte di vedere

                                          
     Vidi per la prima volta i quadri di Giuseppe Ardinghi quando avevo dieci anni e i miei genitori mi portarono a vedere una mostra – a Lucca, alla galleria “La Piramide” - dove esponeva insieme a sua moglie, Mari Di Vecchio Ardinghi, a Soffici e a Rosai. Era la prima volta che vedevo così tanti quadri tutti insieme e ne rimasi molto colpito. Mi parve che quei pittori sapessero vedere cose che sfuggivano alla mia vista, ma che sembravano “le cose vere” – così pensai – colte di sorpresa quando stavano da sole e nessuno le guardava, quando non dovevano mostrarsi a nessuno.
    Quell’impressione rimase in me tanto viva che anni dopo, ogni volta che incontravo per strada Giuseppe e Mari Ardinghi, mi sembrava che fossero quasi due maghi, che sapevano cogliere quello che gli altri non riuscivano a scorgere, restituendo a ogni cosa la sua anima segreta. Anche al tavolino di un bar dove si recavano ogni tanto, in piazza XX Settembre, seduti in silenzio sotto una grande magnolia, sembrava che si esercitassero a vedere: un giorno che rimasi per un po’ a guardarli da lontano stavano zitti, uno accanto all’altra, e mi parve fossero presi da quell’esercizio muto.
   

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Il gergo dell'essere

Il gergo dell’Essere Il “gergo” heideggeriano secondo Karl Löwith, Guido Calogero, Theodor W. Adorno e Ortega y Gasset

Sta in: www.mondodomani.org/dialegesthai/gm01.htm

   Nel presente saggio vengono esaminate le critiche mosse da Karl Löwith, Guido Calogero, Theodor W. Adorno e Ortega y Gasset al linguaggio filosofico di Martin Heidegger. In Dialettica negativa, Adorno definì tale linguaggio un “gergo” per la sua vocazione elitaria e per la tendenza a interpretare  i concetti filosofici come se questi potessero godere di qualche partecipazione magica a delle essenza assolute, mentre proprio questa tendenza  ha fatto sì che  grazie al "gergo" si potessero asserire delle vere e proprie “banalità filosofiche” proponendole e mascherandole come abissali profondità.

I pensieri sordi e l'inconscio

 

Visualizza la scheda del libro:

http://www.edizioni-borla.it/web/index.php/scheda-libro/633/?search_page=1

sul sito dell'editore Borla.

L’espressione “Pensées sourdes” è usata da Leibniz nei Nuovi saggi sull’intelletto umano per definire tutti quei pensieri che, pur essendo riconoscibili come “veri”, non ci persuadono interamente e non sanno provocare un cambiamento nel nostro modo di sentire o di comportarci. Essi non sono in grado di “toccare l’anima” – scrive Leibniz – né di sospingerci a perseguire scelte coerenti con i nostri propositi razionali.

Nell’ambito della filosofia leibniziana il problema individuato da tale nozione è connesso sia con quello sollevato dall’esistenza di pensieri non consapevoli – quelli stessi pensieri “clandestini”, “marginali” o “impercettibili” che furono al centro di un intenso dibattito nel contesto del cartesianesimo – sia con alcune caratteristiche salienti della “conoscenza intuitiva”.

 

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"Il futuro della natura umana" secondo Jürgen Habermas

Come dobbiamo intendere la possibilità, concettualmente nuova, di intervenire sul genoma umano? Come una crescita di libertà che chiede di essere disciplinata sul piano normativo, oppure come l'autorizzazione a produrre trasformazioni che non hanno bisogno di nessun'autolimitazione? A queste domande -- e ad altre a queste riconducibili -- il filosofo tedesco Jürgen Habermas cerca di dare una risposta ne Il futuro della natura umana, il suo ultimo saggio.

sta in:

www.mondodomani.org/dialegesthai/gm02.htm

Prospettiva e veritá .

La teoria delle rivoluzioni scientifiche secondo Einstein, Popper, Kuhn e Ortega y Gasset.

sta in:

Dialegesthai

oppure in:

www.arrigoamadori.com

oppure in:

www.fisicamente.net

Eudemoristica. L'eudemonologia e l'umoristica di Macedonio Fernández

Macedonio Fernández ha dedicato a ciò che chiama "eudemonologia" ed "umoristica", oltre a varie considerazioni un po' sparse nei suoi romanzi e nei suoi scritti filosofici, due brevi trattati in cui sviluppa riflessioni rigorose e puntuali sui temi in oggetto. Nel tentativo di rendere più evidente il suo stile argomentativo ho cercato quindi di conservare il più possibile la struttura di questi due testi, incentrandovi la mia trattazione, nella quale mi sono proposto di evidenziare alcuni aspetti del suo pensiero e di esaminarne la coerenza rispetto alle conclusioni complessive.

dalla premessa del testo completo leggibile in Dialegesthai