La sventura e la Grazia

 

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 Come credere in un Dio assente. Saggio su Simone Weil

 Dio assente per un certo tempo.

 Nessun filosofo può sottrarsi al rischio di rimanere preda dei paradossi che arriva a vedere e pensare, al rischio di esplodere in volo un attimo dopo averli sfiorati con le proprie ali. Come Kierkegaard testimonia – e come Jean Luc Marion sottolinea – “un pensatore senza paradosso è come l’amante senza passione, pura mediocrità”.

    Il pensiero di Simone Weil non può che sottrarsi a qualsiasi sospetto in tal senso: la sua idea di Dio propone paradossi incalzanti cui la sua stessa vita rimase a lungo sospesa e il fatto stesso che per lei Dio possa manifestarsi solo tramite la sua assenza risulta fondamentale per poter comprendere il suo rapporto con la fede cristiana.

 L’esperienza della «sventura» ha proprio la prerogativa di rendere “Dio assente per un certo tempo”, un tempo in cui, tuttavia, “bisogna che l’anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, seppure con una parte infinitesimale di se stessa. Allora un giorno Dio le si mostrerà e le svelerà la bellezza del mondo, come accade a Giobbe”.

    La sventura è per la Weil un dispositivo semplice: raduna tutto il male e lo raccoglie in un unico punto per trasfigurare il dolore di cui un essere umano è capace in una dimensione «impersonale», quella stessa in cui in definitiva si manifesta la grazia. Solo attraverso la sventura Dio può rivelarsi come il riflesso infinito della propria assenza; e amare Dio attraverso l’esperienza della sua assenza costituisce l'unica garanzia che abbiamo per poter coltivare una fede non idolatrica, una fede che sia in grado di trasfigurarsi nella testimonianza diretta e piena della sua presenza.

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Santità del vero genio

  Qualche osservazione in margine a Simone Weil sull’arte, la bellezza e la genialità.

 

   Alcune parole che una volta erano usate con disinvoltura e una certa frequenza sono divenute ormai desuete. Parole come “bene”, bontà” o “virtù”, sembrano addirittura divenute oggetto di una censura di massa. Specularmente, anche termini che erano da sempre considerati il loro opposto, come “cattivo” o “cattiveria”, sembrano andati incontro ad un analogo destino. Al loro posto, si preferisce in genere usare parole che non hanno un vero e proprio opposto morale, come ad esempio l’inflazionato “stronzo”, un termine dotato di un certo potenziale offensivo che abbraccia una gamma di significati diversi: non significa infatti soltanto o necessariamente “cattivo”, ma può alludere decisamente anche ad una certa stupidità, scemenza, superficialità o falsità. In ogni caso, con il suo uso si evita d’imbarcarsi in una valutazione propriamente morale, che in un’epoca di avanzato nihilismo suona quanto mai inopportuna.

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Un Dio oltre il Dio del teismo

  Il coraggio di esistere e la fede in un Dio non personale secondo Paul Tillich.


   Si può ipotizzare che il vero principio che sta alla base della creazione, o comunque della nascita dell’universo, sia il <<principio dell’informazione>>, ovvero ciò che permette a un’informazione, intesa come regola o legge, di autogenerarsi. Questo tipo d’informazione risiede per esempio nello stesso principio binario che sta alla base dell’omonimo calcolo e che, applicato alla dialettica hegeliana, può spiegare come l’essere si possa generare dal nulla. Un quid d’ipotetica materia iniziale, di densità pressoché infinita sarebbe in questo senso solo il pretesto per la nascita dell’universo proprio in virtù della sua capacità di trasfigurare un nulla - che, per essere se stesso, ha la necessità di percepirsi come un quid d’essere - nell’essere vero e proprio, quello dello spazio-tempo, quello che si dilata e contrae nell’universo come nel suo respiro.

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L'orso bianco, i gatti e la scimmia taoista

 

Pensa a un desiderio che vorresti si realizzasse sapendo che questo sarà possibile solo se riuscirai per un certo tempo, diciamo almeno una dozzina di secondi, a non pensare a una scimmia. Questa sorta di esperimento, o paradosso, è suggerito da un esempio proposto da Allan W. Watts, nel suo libro su La via dello Zen:  “è come se qualcuno – scrive Watts – mi avesse dato una medicina con l’avvertimento che non agirà sul mio organismo se, prendendola, penserò ad una scimmia”.[1]

Qui siamo di fronte ad un impedimento essenziale, innescato da un circolo vizioso non meno loico di quello con cui, nell’inferno dantesco, Minòs distribuiva i suoi giri di coda e che può essere reiterato da qualsiasi immagine o significante. La sua tipologia non è dissimile da un altro famoso paradosso: quell’esortazione “sii spontaneo”, che rende automaticamente impossibile la sua realizzazione, su cui la scuola di Palo Alto ha con lungimiranza imbastito un’intera psicologia.

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Si pensa meglio da soli o in compagnia?

 

Due interviste parallele aiutano a sciogliere l’interrogativo.

   Qualche anno fa, nel numero 92 della rivista Philosophie,venne pubblicato il resoconto di un dibattito intorno alla natura del pensiero filosofico: se esso sia essenzialmente solitario oppure se nasca nel dialogo e nel confronto delle idee, sviluppandosi solo in una dimensione sociale e collettiva. I curatori dell’intervista, Michel Eltchaninof e Martin Legros, si ponevano la seguente domanda: “si pensa meglio da soli o in tanti?” (Pense-t-on mieux seul…ou à plusiers?).

   Il metodo che adottarono per cercare una risposta è in piena sintonia con il tema: a Jean Luc Marion, professore della Sorbona e all’Università di Chigago, e sostenitore, seppur con vari distinguo, della prima tesi, venne  proposta un’intervista “in solitario”, mentre Cédric Villani (direttore dell’Istituto Henry-Poincaré e professore all’Università di Lione), Karol Beffa (compositore e cattedratico al Collège de France), Vincent Descombes (direttore della scuola di studi di scienze sociali) e Barbara Cassin (filosofa e filologa) furono riuniti intorno a un  tavolo per dare vita a un confronto diretto e a un momento di “pensiero collettivo”.

    Nella discussione a quattro voci che ne è nacque Vincent Descombes prospettò distinzioni utili a chiarire meglio il significato dell’espressione à plusiers, precisando che le si potevano attribuire due significati molto differenti: “collettivo” o “socialmente costruito”. Se il pensiero scientifico procede ormai quasi sempre per via “collettiva”, attraverso lo sviluppo di programmi di ricerca che prevedono la partecipazione di più ricercatori, il pensiero filosofico pare invece conservare al suo interno, nelle sue dinamiche e nella sua genesi, anse e fasi non assimilabili a nulla di collettivo. Del resto, se non fosse così, ciò comporterebbe la sua adesione a un programma preordinato e condiviso, adesione che è il contrario della stessa disposizione filosofica a pensare.

   Anche il pensiero filosofico rimane comunque qualcosa di socialmente costruito, perché non può prescindere dall’appoggiarsi a una lingua, dal fare riferimento a diversi sistemi categoriali già operativi e alla loro genesi storica, nonché dal confrontarsi con le prospettive teoriche dei suoi interlocutori.   Citando Thomas Reid, lo stesso Descombes ricordava poi che esistono delle “operazioni solitarie dello spirito” e “delle operazioni sociali dello spirito”, ed è in effetti a questa seconda distinzione che sarebbe opportuno ricondurre la discussione, perché il pensiero filosofico è sempre stato, quando degno di nota, costituito dall’intreccio e dall’alternanza quasi contrappuntistica di questi due momenti.

   Dopo Socrate, che ha mostrato a tutti la struttura essenzialmente dialogica, e quindi sociale, del pensiero in quanto prodotto dall’azione del logos, non è forse più lecito dubitare che una tale dimensione gli sia coessenziale, ma ciò non significa che essa non venga integrata da momenti ideativi che possono scaturire solo dal lavoro solitario della coscienza, dalla sua capacità individuale d’<<intenzionare>> fenomeni e contenuti originali, così da incidere sullo stesso linguaggio e sul sistema categoriale che costituisce di volta in volta lo sfondo attivo di qualsiasi dialogo.

  Proprio questa sua vocazione solitaria comporta dei rischi ineludibili e fecondi. Secondo Jean Luc Marion il pensiero umano, almeno in una dimensione filosofica, non può fare a meno di assumersi una responsabilità in prima persona e di correre il rischio, ad ogni suo passo fenomenologico, “d’esplodere in pieno volo”. Il pensare in tanti, il pensiero collettivo, costituiscono mere illusioni, e “illusioni pericolose. Si può, certo, dibattere e discutere, ma non produrre dei pensieri in tanti. Deleuze aveva ragione: un filosofo non dialoga mai, in un certo senso. Andiamo anzi oltre: in tanti, di fatto, non si pensa più, perché si comincia a dare troppe cose per scontate, senza rimettere niente in causa”.

   Qualcuno potrebbe obiettare che non si pensa da soli perché ci si rivolge sempre a delle persone da cui ci si attende qualche risposta, “ma questo è vero solo in un secondo tempo. Non c’è comunità di pensieri se non ci sono dei pensieri che non sono comuni”, e il rischio in cui incorre il pensiero è quello di svilupparsi su questo secondo livello senza aver percorso e sondato in maniera creativa il primo, quello in cui ci si assume la piena responsabilità di ogni scelta lessicale e concettuale, quella in cui l’intenzione fenomenologica può dare origine a contenuti e significati in grado di mettere in discussione stereotipi più o meno profondamente radicati nella comunità e nelle prospettive teoriche più diffuse.

   Un esempio ispirato al cinema può forse servire a illustrare meglio le differenze cui Marion fa riferimento: per un attore, e in particolare per un attore cinematografico ripreso in primo piano, non è difficile piangere quando la sceneggiatura lo richiede: ci sono vari espedienti per farlo in maniera abbastanza convincente. Come spiegò bene Nikita Mikhalkov durante un corso di regia tenuto a Roma una trentina d’anni fa, la cosa veramente difficile è il far nascere la lacrima in maniera naturale. Il momento in cui la lacrima nasce è quello in cui un attore può rivelare d’essere pienamente il suo personaggio.

   Analogamente, il pensiero, quando acceda a una dimensione filosofica, non può limitarsi a rielaborare o sviluppare pensieri già iniziati da altri, svolgendo in questo modo il ruolo che può avergli assegnato una “sceneggiatura” complessiva e in buona parte preordinata,  assimilandosi così a ciò che Heidegger definiva “pensiero calcolante”, perché il pensiero è essenzialmente individuale ed è condannato a rinascere ad ogni passo per il semplice fatto che è costretto a farlo dalle stesse impasse in cui viene ineluttabilmente a trovarsi. Esso è capace di rigenerarsi ogni volta dalle sue scorie e dalla sua ombra e a rinascere sempre attingendo ad un humus per lo più insondabile, a un dolore e a un’esperienza unici e irriducibili. 

   La priorità dell’Io come unica vera fonte di conoscenza deriva secondo Marion da “una situazione dialogica con un altro che può ingannarmi, che forse non dice la verità, che forse non esiste nemmeno. Ma la possibilità di questo altro minimale è sufficiente per sviluppare una struttura dialogica”, nella quale il “Je pense” costituisce la prima conoscenza e il riferimento ultimo. Non tuttavia in ordine temporale: esso non viene prima di un simile ineludibile tragitto dialogico, ma è piuttosto destinato a scandirne ogni passo producendo solo successivamente quelle evidenze o quei dubbi ulteriori che del pensiero filosofico costituiscono la trina sottile. “La prima certezza – dice Marion – giunge seconda”, perché l’io (moi) che sono scaturisce sempre da un dialogo più originario, che “passa all’esterno della differenza tra vero e falso, tra essere e non essere”, e nel quale il momento fondante dal punto di vista conoscitivo non è il primo sotto il profilo temporale, ma è destinato a intervenire, in un certo senso, sempre in seconda battuta. E in questo non può essere immune da un’autoreferenzialità di fondo, la quale implica a sua volta la percezione di un pericolo essenziale: quello di scoprirsi senza fondamenti in pieno volo, preso nelle vertigini di qualche contraddizione irriducibile. Il pensare filosoficamente è infatti un’esperienza pericolosa, sospesa sopra il filo di una libertà assoluta quanto priva di fondamenti: “Dire Je pense non è una dichiarazione di potere. Pensare consiste nell’assumersi ogni volta il rischio solitario di farsi esplodere in volo. Ma è il prezzo per lanciare la sua cifra specifica, per lanciare se-stesso”. 

 

Borges e la superstizione dello stile

 
Qualche anno fa, in Spagna, i giurati del Premio Bartolomé March a la Cr
ítica selezionarono per la pubblicazione in volume alcuni saggi che, per ragioni diverse, potevano essere considerati esemplari (AAVV, Críticas ejemplares, Bitzoc, Palma de Mallorca, 1986).
Tra i loro autori spiccano, insieme a molti altri, i nomi di Marcel Proust, Julien Gracq, George Steiner, Edmund Wilson, Giorgio Manganelli e di Jorge Luis Borges. Il breve scritto prescelto dall’opera di quest’ultimo è introdotto nel volume da Fernando Savater, che ne riassume brevemente il senso in maniera efficace: “il suo breve commento sopra – o, meglio, contro – la superstizione etica del lettore è una succinta propedeutica preventiva per evitare questa mistica delle pagina perfetta, in cui ogni vocabolo è inamovibile e lo stato d’animo globale superfluo o intercambiabile”.
Il saggio in questione s’intitola infatti  La supersticiosa ética del lector  (“La superstiziosa etica del lettore”) e venne pubblicato per la prima volta a Buenos Aires, nella rivista Discusión, nel 1957. Ad esso si confà specialmente l’aggettivo esemplare per la portata delle sue conseguenze e la linearità della sua esposizione.

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Gioventù e innocenza dell'Idiota

Alcune considerazioni in margine intorno a uno scritto di Walter Benjamin su L’idiota di Dostoevskij

 

All’interno di una raccolta di scritti tradotti con il titolo italiano di Avanguardia e rivoluzione  c’è un breve saggio, un piccolo gioiello di critica letteraria e filosofica, che il loro autore, Walter Benjamin, dedica a L’idiota di Dostoevskij. 

Dopo aver premesso che la critica dovrebbe tenersi lontana dall’utilizzazione di canoni e categorie tratte dalla psicologia per valutare personaggi e opere della letteratura, per concentrarsi piuttosto sugli aspetti più spiccatamente culturali e metafisici, Benjamin entra subito nel merito, spiegando che il romanzo tratta di un episodio della vita del protagonista, il principe Myškin.

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La dimensione filosofica dei personaggi letterari

   Questa nostra riflessione sulla scarsa attitudine dei personaggi letterari che abitano le opere narative degli ultimi decenni a cimentarsi con problematiche filosofiche prende le mosse da una considerazione fondamentale: gli intrecci e la struttura polifonica dei romanzi del diciannovesimo secolo o dell'inizio del ventesimo sono sempre più rari e chi adotta ancora oggi tali approcci narrativi riesce a farlo solo al prezzo di riferirsi a contesti familiari o sociali decisamente più angusti rispetto a quelli di allora, e soprattutto difficilmente si azzarda a sfiorare le problematiche di largo respiro che permeavano le vite di quei personaggi.

   Oltre alla difficoltà da parte dell'"Io" novecentesco - già preannunciata da Nietzsche - di lasciarsi alle spalle la propria dimensione frammentaria e di misurarsi con ricostruzioni chiare e oggettive, la letteratura contemporanea pare infatti anche restia a cimentarsi con temi e problemi di carattere spirituale o filosofico. Dopo gli Ivan Karamazov, i Kirillov, i Bazarov o, avvicinandoci a noi, il Settembrini della Montagna incantata oppure l'Ulrich di Musil, i protagonisti di pur buoni romanzi del nostro secolo sembrano muoversi in orizzonti più limitati, concedono poco spazio alla riflessione, sembra che ne abbiano perso il gusto, e si trovano per lo più alle prese con problemi quotidiani, siano essi di origine psicologica o sociale.

   Allo stesso modo il narratore, anche quando non si lasci prendere nel vortice delle azioni e dei pensieri dei suoi personaggi e cerchi di raccontare come un discreto testimone immaginario le loro vicende, a volte sembra che non osi affrontare certi temi, quasi li avesse preliminarmente espunti dai risvolti della loro vita interiore. Forse ha paura di dare corpo a quei "busti del pantheon" di cui parlava Claudio Magris in suo articolo apparso sul Corriere della Sera di qualche anno fa, e tale paura non risulta infondata, in quanto oggi rischia di suonare falso il tono di qualsiasi narratore che supponga di sapere cosa passi davvero per la testa dei suoi personaggi e si arroghi il diritto di commentare, o addirittura valutare, le loro scelte morali e culturali.

   Ma se certe soluzioni - come quella di un narratore assoluto omnisciente - si rivelano sempre più incerte e insidiose, bisogna forse dedurne che quelle problematiche morali - che costituivano parte integrante della vita di molti grandi personaggi del secolo scorso - siano ormai intrattabili e ingestibili?

   Ne Il riccio e la volpe, Isaiah Berlin ricorda come a tutti gli scrittori Tolstoj chiedesse sostanzialmente tre cose: una dose sufficiente di talento; che il tema fosse moralmente importante;  e infine che amassero ciò che era degno di amore e odiassero ciò che era degno di odio mentre erano intenti al loro lavoro, ovvero che "s'impegnassero" a conservare la nitida visione diretta dell'infanzia e non distorcessero la loro natura proponendosi di praticare un'imparzialità che era necessariamente illusoria.

   Se riguardo al primo punto nulla pare cambiato, essendo il "talento" un termine con il quale siamo soliti designare quanto in campo artistico non è desumibile da altre qualità (e ciò, nonostante l'uso molto parziale e soggettivo che possiamo farne, se è vero che sempre Tolstoj, per esempio, trovava Dostoevskij privo di talento, in quanto prolisso e ripetitivo) il secondo ed il terzo aspetto oggi sono considerati trascurabili e poco pertinenti. Dopo gli ultimi grandi romanzi di Musil e Thomas Mann - dove, sebbene in modi diversi, certe tematiche svolgono comunque ruoli essenziali (trascuro qui il fatto che l'ultimo requisito nelle loro opere non possa già più ritenersi pienamente soddisfatto) - gli elementi cui fa riferimento Tolstoj costituiscono canoni piuttosto improbabili, che solo dando prova di un certo coraggio si possono riproporre quali riferimenti credibili per i romanzi futuri.

    A parziale conforto di questa impressione apparve, su un altro numero del "Corriere della sera", sempre di qualche anno fa, un articolo sulla narrativa del novecento nel quale Raffaele La Capria metteva in guardia dal culto delle forme talentuose e dalla proliferazione gratuita degli esercizi stilistici, evidenziando anche lui, indirettamente, come il primo requisito richiesto da Tolstoj sia ormai l'unico ancora riconosciuto, ma nel contempo rimarcando come esso, se disgiunto dagli altri due, perda gran parte del suo valore e della sua efficacia.

   Su questa linea si pone anche Turghenev, il quale, nelle sue Memorie letterarie, pur considerando il talento un requisito necessario in ogni produzione letteraria degna di menzione, dice che da solo non basta, perché occorre anche "il contatto costante con l'ambiente che si vuol riprodurre; occorre verità, inesorabile verità verso le proprie emozioni; occorre libertà, piena libertà di idee e di concetti, e, finalmente, occorre della cultura, occorrono della cognizioni!".

   Ora, sebbene non sembri realistico riproporre oggi il tipo di rapporto che Ulrich o Settembrini avevano con i rispettivi orizzonti culturali - e ciò per il rischio di riprodurre pezzi di un "pantheon" di cui allo stesso narratore ormai sfuggirebbe l'architettura complessiva - a volte si può avere l'impressione che, sviluppando proprio certe soluzioni narrative già adottate da Thomas Mann, Proust, Beckett o Musil (tanto per fare solo alcuni esempi), ovvero riscoprendo le tracce che la riflessione su certi temi può lasciare nella vita dei personaggi, sarebbe possibile rivalutarne la funzione letteraria.

   Purtroppo però, ad ogni tentativo si sentono ogni volta riaffiorare le ombre di quei "busti", così che, dopo l'ennesimo attento esame, si è portati a spiegare la loro ingombrante presenza con la constatazione che il mondo è cambiato e che la società non è più la stessa di allora. Nella nostra le idee vengono coltivate in ambienti sterili e protetti per evitarne eventuali contaminazioni con altre che viaggiano ad altezze e temperature diverse; la comunicazione reale è ridotta ai minimi termini e le regole del gusto sembrano dettate da cenacoli ristretti di intellettuali che hanno in sommo disprezzo il secondo e il terzo dei criteri proposti da Tolstoj. Probabilmente il desiderio d'evitare il "pantheon" risuona nelle orecchie degli autori contemporanei già prima della pagina bianca. Del resto non c'è da stupirsi, se è vero che oggi il discutere spontaneamente e pubblicamente le proprie opinioni è spesso avvertito come inopportuno e che pochissimi hanno il coraggio di sottoporle al rischio di un confronto che vada oltre le felpate alchimie del gergo dei salotti.

   Nonostante una simile analisi, non si può tuttavia non ricordare che di un fenomeno del genere si lamentavano già nell'ottocento Herzen, Belinskij e alcuni loro amici, inducendoci a sospettare che l'attribuirgli oggi tanta importanza potrebbe essere solo l'effetto di un errore di prospettiva da parte dell'osservatore. Per niente rassegnati al cospetto di un simile contraccolpo della memoria, dovremmo però tener fede all’impressione iniziale, considerando l’aspetto quantitativo e statistico del fenomeno in corso, che può prospettare un’autentica mutazione di ordine antropologico e culturale. Nell’ultimo mezzo secolo esso ha infatti subito un'accelerazione così repentina da rendere completamente innaturali, anche in letteratura, ogni riflessione o dialogo culturalmente significativi.

   Viene a questo punto del resto in nostro soccorso anche la filosofia di Habermas, riducendo in pillole la quale (e rivoltandola in un modo un po' malthusiano) si può osservare come la "ragione comunicativa" - che tanto veniva esercitata nella letteratura ottocentesca - faccia oggi registrare uno sviluppo decisamente inadeguato ai progressi della "ragione strumentale", perché mentre quest'ultima sembra accrescere le sue risorse con esponenzialità geometrica, la prima sopravvive grazie al residuo incremento aritmetico che gli è garantito da vecchi cultori della materia o da giovani presto risucchiati in qualche setta ideologica alla moda. 

   Quindi, l'ipotesi di poter individuare nelle mutazioni antropogico-culturali sopra citate l'origine del problema risulta corroborata a sufficienza e l’ipotesi dell'esistenza di una soglia quasi invalicabile, oltre la quale nessun pensiero meditante può essere digerito da alcun personaggio o narratore, ci pare complessivamente accertata. Inoltre, il fatto che anche in alcuni tra i più notevoli romanzi contemporanei – come, per  esempio, quelli di Yehoshua - certe problematiche, pur essendo presenti, non balzino mai in primo piano - come invece accadeva ne L'uomo senza qualità o ne La montagna incantata, e prima ancora nei romanzi degli scrittori russi dell'ottocento - di tale invalicabile soglia pare costituire una conferma. 

   Considerando a questo punto le inesorabili e pessimistiche conclusioni a cui questa breve disamina ha condotto, viene spontaneo chiedersi cosa ci resti da sperare per il futuro. Forse l'avvento di un nuovo Don Chisciotte, che sproloqui ragionevolmente, da solo o in compagnia di qualche buon Sancio, e che si carichi sul collo pensieri e interrogativi anche alti, con la temerarietà e il candore di un vecchio filosofo testardo e assetato d'autentica avventura?

   Già! L'avventura. Quella in qualche modo la cerchiamo sempre. La cercava Borges nelle storie di London e di Kipling, dove le biblioteche si trasformavano in foreste, e la cerchiamo noi oggi nella giungla della fantascienza cinematografica. Ma quella vera è anche del pensiero e può venirci solo dall'incontro con "l'altra tigre": quella meno letteraria, dall'imbattersi in qualche nemico ideale, o in sua mancanza in dei mulini a vento, perché quando tutti si travestono da osti ogni mulino deve essere guardato con sospetto.

   Oppure è solo la nostra immaginazione... un problema fasullo... e l'universale, con le sue alternative e le sue scelte obbligatorie, continua a pulsare nei particolari delle diverse narrazioni con le stesse cadenze di sempre.

  

 

 

Lo sguardo e la prospettiva

 Lo sguardo e la prospettiva

 

Nelle domeniche di bel tempo, nelle città che si affacciano sul mare, lungo i viali ad esso prospicienti, ci sono di solito molte persone a passeggiare, bambini che corrono in bilico sui pattini, gente in bicicletta che ogni tanto getta un’occhiata verso l’orizzonte, anziane coppie, amici, fidanzati o sposi, che conversano su una panchina. Sono davvero tante le persone a cui piace passeggiare, o stare, davanti al mare, averlo davanti agli occhi, magari anche per guardarlo solo di tanto in tanto. Forse perché il mare allude all’idea di uno spazio eterno, ma anche alla morte, ad una dissolvenza indefinita in quello stesso spazio smisurato. Eppure il mare disegna per noi anche un orizzonte certo, con il suo profilo lievemente arcuato, equanime, lineare. Prospetta un cerchio di cui occupiamo inevitabilmente il centro, un punto fatale dal quale è impossibile non avere una prospettiva sulla totalità di quanto ci circonda, sul tutto di cui non siamo una parte qualsiasi, ma proprio quella da cui il tutto prende forma e può assumere un senso, anche uno qualsiasi, ma pur sempre un senso. Il mare ci riconosce quali animali prospettici, e quindi immersi in una prospettiva che è per forza di cose limitata, ma che accenna anche a un cosmo illimitato. Ci sa orientare in una maniera paradossale - quelli che si sono persi in mezzo al mare lo sanno bene: siamo al centro di qualcosa che non assomiglia più a nulla, al centro di un vuoto, ma di un vuoto equilibrato, costituito dall’unica linea equidistante dell’orizzonte. Siamo, in altre parole, ridotti a un puro orizzonte, appena increspato qua e là da qualche onda, che accenna all’esistenza, forse alla nostra, perché in fondo di questa non abbiamo – in quei momenti, quando siamo persi in mezzo al mare - nessun’altra testimonianza. L’orizzonte a cui ci introduce il mare ci ricorda quindi che siamo una prospettiva, ma una prospettiva globale, che nulla tralascia, costituita da ogni traiettoria o raggio che dal centro si dirige verso un punto qualsiasi di un limite ipotetico. 
Questo libro trae spunto, in un certo senso, dalla nostalgia del mare, dalla nostalgia della totalità cui il mare allude, ma anche dalla nostalgia dell’indefinito e della conservazione, dal desiderio di  lasciar sfumare senza veder morire. Esso è però anche debitore al piacere che si può provare nell’orientarsi, nel riscoprirsi centro della propria vita, sebbene si tratti di un centro per tutti gli altri versi trascurabile e a suo modo defilato.

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Due diverse interpretazioni della relatività ristretta

 

   La velocità della luce è finita, ma poiché è la velocità massima possibile, si comporta come una velocità infinita. Questo implica che non è più valida la legge della trasformazione classica, galileiana, e che diventa valida la legge della trasformazione di Lorentz. Infatti, come sostengono Einstein e Infeld, “il numero esprimente la velocità della luce figura esplicitamente nella trasformazione di Lorentz, e vi assume la veste di caso limite, come la velocità infinita nella meccanica classica”.[1]

  

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L'amore e la solitudine

La loro relazione, in breve, nelle "prose creaturali" di Christian Bobin

   “Le bolle di sapone che questo bambino
     Si diverte a soffiar via da una cannuccia
     Sono translucidamente tutta una filosofia”.
     Alberto Caeiro


   Christian Bobin è uno scrittore e un poeta francese, nato nel 1951 in una città della Borgogna, Le Creusot, dove ha poi sempre vissuto. Un giorno ha scritto, nella pagina d’apertura di un suo romanzo (La folle Allure), la seguente dedica a un amico: “Pour (…) quelques taches d’encre (…) en souriant”, e si tratta, direi, di una dedica illuminante, perché il “sorriso” costituisce forse la tonalità predominante della sua prosa.
   Nel vasto panorama della letteratura d’ispirazione cristiana, e in particolare di quella del Novecento, Christian Bobin rappresenta una voce singolare, sia per il tono sommesso della sua scrittura sia per la peculiare spiritualità che la traspare. Il cristianesimo non è per lo più, nell’opera di Bobin, una teoria religiosa dotata di un vero e proprio impianto metafisico e teologico; non è nemmeno una dottrina mistica, sebbene l’elemento mistico ne costituisca, in una forma priva di qualsiasi enfasi, un aspetto rilevante. L’ispirazione cristiana attraversa piuttosto i suoi scritti come un “sentimento della vita” che incessantemente si depura trasfigurandosi in un lieve e fervido disegno stilistico, in una sorta di vigile prosa creaturale. 
  

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L'estetica di Macedonio Fernández

Chi pensa il più profondo ama il più vivo.

Friedrich Hölderlin


Penso che le persone siano onde: mai né vincenti né perdenti.
Solo onde.

Federico Moccia


Soltanto uno è il soggetto del grande sogno della vita.

Arthur Schopenhauer

 

Sta in: http://mondodomani.org/dialegesthai/gm06.htm

1 - Un’estetica ontologica L’arte si propone, per Macedonio Fernández, la stessa cosa della metafisica: è “un modo diverso di provocare uno stato mistico, che è enucleazione della nozione dell’essere, dell’identità personale e della continuità storica personale” (TN, 141). In questo senso, la sua estetica potrebbe essere succintamente definita “un’estetica ontologica”.

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Il gergo dell'essere

Il gergo dell’Essere Il “gergo” heideggeriano secondo Karl Löwith, Guido Calogero, Theodor W. Adorno e Ortega y Gasset

Sta in: www.mondodomani.org/dialegesthai/gm01.htm

   Nel presente saggio vengono esaminate le critiche mosse da Karl Löwith, Guido Calogero, Theodor W. Adorno e Ortega y Gasset al linguaggio filosofico di Martin Heidegger. In Dialettica negativa, Adorno definì tale linguaggio un “gergo” per la sua vocazione elitaria e per la tendenza a interpretare  i concetti filosofici come se questi potessero godere di qualche partecipazione magica a delle essenza assolute, mentre proprio questa tendenza  ha fatto sì che  grazie al "gergo" si potessero asserire delle vere e proprie “banalità filosofiche” proponendole e mascherandole come abissali profondità.

I pensieri sordi e l'inconscio

 

Visualizza la scheda del libro:

http://www.edizioni-borla.it/web/index.php/scheda-libro/633/?search_page=1

sul sito dell'editore Borla.

L’espressione “Pensées sourdes” è usata da Leibniz nei Nuovi saggi sull’intelletto umano per definire tutti quei pensieri che, pur essendo riconoscibili come “veri”, non ci persuadono interamente e non sanno provocare un cambiamento nel nostro modo di sentire o di comportarci. Essi non sono in grado di “toccare l’anima” – scrive Leibniz – né di sospingerci a perseguire scelte coerenti con i nostri propositi razionali.

Nell’ambito della filosofia leibniziana il problema individuato da tale nozione è connesso sia con quello sollevato dall’esistenza di pensieri non consapevoli – quelli stessi pensieri “clandestini”, “marginali” o “impercettibili” che furono al centro di un intenso dibattito nel contesto del cartesianesimo – sia con alcune caratteristiche salienti della “conoscenza intuitiva”.

 

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"Il futuro della natura umana" secondo Jürgen Habermas

Come dobbiamo intendere la possibilità, concettualmente nuova, di intervenire sul genoma umano? Come una crescita di libertà che chiede di essere disciplinata sul piano normativo, oppure come l'autorizzazione a produrre trasformazioni che non hanno bisogno di nessun'autolimitazione? A queste domande -- e ad altre a queste riconducibili -- il filosofo tedesco Jürgen Habermas cerca di dare una risposta ne Il futuro della natura umana, il suo ultimo saggio.

sta in:

www.mondodomani.org/dialegesthai/gm02.htm

Prospettiva e veritá .

La teoria delle rivoluzioni scientifiche secondo Einstein, Popper, Kuhn e Ortega y Gasset.

sta in:

Dialegesthai

oppure in:

www.arrigoamadori.com

oppure in:

www.fisicamente.net

Eudemoristica. L'eudemonologia e l'umoristica di Macedonio Fernández

Macedonio Fernández ha dedicato a ciò che chiama "eudemonologia" ed "umoristica", oltre a varie considerazioni un po' sparse nei suoi romanzi e nei suoi scritti filosofici, due brevi trattati in cui sviluppa riflessioni rigorose e puntuali sui temi in oggetto. Nel tentativo di rendere più evidente il suo stile argomentativo ho cercato quindi di conservare il più possibile la struttura di questi due testi, incentrandovi la mia trattazione, nella quale mi sono proposto di evidenziare alcuni aspetti del suo pensiero e di esaminarne la coerenza rispetto alle conclusioni complessive.

dalla premessa del testo completo leggibile in Dialegesthai

Macedonio Fernández e la poematica del pensare

 Quando trovai, su una bancarella a Lido di Camaiore, una copia del Museo del Romanzo dell'Eterna di Macedonio Fernández, fui colpito sia dal titolo, sul momento difficilmente decifrabile, che dal retro di copertina, dove è riportata la seguente osservazione di Borges: «In quegli anni lo imitai, fino alla trascrizione, fino al devoto e appassionato plagio. Io lo sentivo: Macedonio è la metafisica, è la letteratura. Chi lo ha preceduto può risplendere nella storia, ma non restano che abbozzi di Macedonio, versioni imperfette e anticipatrici. Non imitare questo canone sarebbe stata un'imperdonabile negligenza».

Poiché mi fidavo, così come ancora mi fido, del giudizio critico di Borges, del quale credo non si possa sospettare che usi le parole in modo avventato, acquistai il libro. Oggi considero quell'acquisto uno dei più fortunati del mio apprendistato di lettore e l'incontro con Macedonio un dono prezioso. 

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