La lettera di un viaggiatore solitario

Dopo più di vent’anni dalla circostanza che costituì un punto di svolta nelle loro vite, Eugenio Onieghin riprese a scrivere a Tatiana Larin. In un’occasione, andò anche a trovarla, ed ebbe modo di conoscere la sua bambina. Da allora rimasero sempre in contatto epistolare. Questa è una delle sue ultime lettere immaginarie.

Cara Tatiana, anche se è tanto che non ti scrivo, sai bene che la tua presenza in questa vita mi accompagna sempre come un’interlocutrice propizia e segreta. Credo che sia per questo motivo che lo faccio solo in alcuni momenti significativi, cioè soltanto quando posso davvero raccontarti qualcosa che mi riguarda intimamente, con la certezza di essere ascoltato e compreso.
Stanotte, prima di dormire, ho riletto un po’ “Le mille e una notte”; sempre, naturalmente, nella traduzione francese del Galland. L’impressione che se ne ricava è che il solo fatto di essere è talmente prodigioso che nessuna sventura deve esimerci da una sorta di comica gratitudine, anche quando qualcosa nella creta  del nostro io inclini all’incubo, qualcosa di segreto, e cieco e centrale, forse soltanto perché quella di trovarcisi davvero è comunque un’ipotesi che deve essere sondata, presa seriamente in esame.

Comunque, stanotte ho letto solo poche pagine: poi mi sono addormentato e  ho sognato una piazza grande, con dei lampioni in fondo. Tanta gente  cercava la bellezza nell'aria di festa. Le ragazze procedevano con passo  gioioso sul selciato assecondando il tempo di una musica muta,  dirigendosi verso postazioni definite, ai bordi di un grande prato dove  poi, all'improvviso, si trasformavano in statue dalle espressioni  sorridenti e con le guance misteriosamente ancora colorate di rosa. Ma  tutto era comunque bello nella luce della sera; tutto era semplice come  quel passeggiare slanciato prima che fosse sospeso, tanto da ricordarmi  la gratitudine che dovremmo avere per tutto quanto non si lascia  afferrare.

I giovani che camminano per strada con passo fervido e fiero sembrano  ostentare quella fiducia nel futuro che è presagio e chiave di ogni  successo avvenire. Si tratta di uno stato d'animo molto simile al mio di  allora, ma anche diverso, perché forse io segretamente aspiravo già a  divenire un essere disarmato, preda di deserti e sofferenze senza nome,  propenso a lasciare che la mia vita si stringesse spontaneamente intorno  al punto cieco di un destino ignoto.  La gioventù dimentica in fretta ogni rincrescimento, si lascia con gioia irretire dalla speranza, da quella stessa speranza che più tardi si ostina a mentire per noi con il suo balbettio puerile. Così il mio sogno ha evocato la vita che passa, il tacito desiderio e la fantasia di volerla rapire; la vita reale, presente e vissuta, invece non può quasi mai essere colta e sospesa in un attimo eterno. È una vita quasi sempre distratta dal proprio viversi.

Di leggere in questi giorni non ho però molta voglia. Al mattino mi sveglio tardi, ma con la voglia di uscire subito all’aperto, di fare colazione e di vedere il sole, che da queste parti per fortuna non manca quasi mai. Non appena lo incontro nella veranda del mio albergo un’impressione di tenerezza e libertà subentra lentamente al mio torpore mattutino. Credo che la mia felice attitudine giovanile a trascorrere i giorni nell’ozio, a lasciarmi cullare dalla sua ombra, stia riemergendo come un richiamo.

Qui il mare mi distrae e mi stordisce. Ora sto pranzando in questo ristorantino circondato da pini d' Aleppo, che ha delle ampie finestre che danno sulla spiaggia. Sono quasi tutte aperte e un po’ di brezza arriva sin qui. All’ora di pranzo il mare è velato da quei riflessi scintillanti che mi ricordano altri riflessi, in una sequenza lenta d’immagini e ricordi: di te che ti precipitavi a incontrarmi nel cortile quasi volando, del piccolo prato e del viale che portava al lago, del viottolo attraverso il boschetto dove correndo spezzavi i rami degli arbusti fioriti.

Quattro persone, due giovani coppie, stanno pranzando intorno a un tavolo che mi sembra persino più rettangolare degli altri vicini, credo perché in realtà sono loro a sembrarmi molto rettangolari. Hanno poco da dirsi e parlano molto ridendo. Uno di loro versa un po’ di vino sulla tovaglia bianca e ridono ancora, ma non è affatto evidente che siano felici, perché sembrano piuttosto cavie di una felicità programmata da un ossequioso e impersonale ingegnere del riso.

Il cameriere mi porta un altro po’ di vino bianco locale, dopo avermi rimproverato per non averne preso subito una bottiglia intera, come lui mi aveva consigliato. Al tavolo davanti al mio, c’è una famiglia di cinque persone: oltre ai genitori, ci sono due bambine, una di circa quattro anni e l’altra grosso modo di un anno, e un fratellino intermedio, dall’aria molto monella. Sono due belle bambine e quella più piccola assomiglia al ritratto della tua Olga che hai nella sala azzurra (a proposito, spero che la Olga grande, tua sorella, si sia rimessa da quel lieve malessere): ha gli stessi occhioni sgranati e radiosi, affamati di vita, e le gambotte con tutte le pieghe.

Su quest’isola nel cuore del mediterraneo il clima è dolce, c’è molto verde, una luce bianca e accogliente. Dev’essere bello abitarvi, specialmente d’inverno, quando i villeggianti si diradano e la solitudine s’impadronisce delle spiagge e del paesaggio. Ora, durante queste vacanze primaverili, è già piuttosto affollata da gente diversa, direi per lo più proveniente da luoghi freddi e remoti.

Senza solitudine nulla nasce, nulla germina. Tutto rimane vago e infondato come nel sogno di un altro, a tal punto da sembrare un chiacchiericcio incomprensibile. Solo quando la solitudine diventa udibile i discorsi degli altri si fanno comprensibili; e lo sguardo curioso di un bimbo che mi osserva mentre scrivo viene a coincidere con tutta la verità che ci è dato sapere, anche se, o proprio perché, anche quello sguardo fa parte di una lingua incomprensibile.

La solitudine procura indirettamente il sottile piacere della certezza, anche se poi nulla suona così distintamente falso come la solitudine. Se essa è per un verso lo stato di coscienza che brilla più di ogni altro per la sua onestà e lungimiranza, d’altra parte è una condizione così poco naturale che converrebbe rinnegare quella stessa onestà che la riconosce come stato d’animo fondamentale.

In un’epoca che ostenta indifferenza per le sfumature, la solitudine propone miriadi di brevi aperture verso spazi solitamente interdetti da mode e costumi prevaricanti: essa permette di raccogliere gli sguardi distratti degli altri, i loro sussulti e incerti desideri, come in un erbario per forza di cose inopinatamente segreto.

Dopo pranzo in genere vado a sedermi fuori sulla terrazza, su una di quelle panchine di pietra un po’ fredde, che questo tiepido sole non riesce a scaldare abbastanza. Le persone qui sono molto gentili e compassate, hanno una conversazione gradevole, anche se piuttosto formale. Nei luoghi dove la vita è più dura – ti ricordi…? qualche mese ti ho scritto da un villaggio della Bessarabia, e poi ancora da una zona sperduta del Caucaso, dove i destrieri dei Circassi incontrano ancora al pascolo le pecore dei Calmucchi sotto i declivi ingenti di montagne innevate - si fanno meno storie e s’immaginano storie più significative. Dove la vita è più dura la gente ostenta con più disinvoltura la propria rara ricchezza, per una rivincita impavida e larvatamente rabbiosa. I solitari ci si trovano bene, in tanto conformismo vendicativo. C’è l’ansia di un riscatto latente nell’aria, una voglia prepotente di affermazione che loro da sempre stentano a comprendere e che proprio per questo li riguarda.

Scrivere nei ristoranti è un modo per distaccarsi dal mondo divenendone finalmente una parte integrante, sebbene la più silenziosa. Un bimbo ti osserva stupito mentre scrivi frasi che accarezzano il nulla e ti senti osservato come tu fossi un curioso volatile capitato lì da non si sa dove, un uccello migrante che è grato al primo sguardo attento e sincero. E quando poi quello stesso bimbo continua ad osservarti basito mentre fumi la tua pipa come tu fossi un arcano fachiro o un mangiafuoco gli sei grato per averti riconosciuto.

Durante i viaggi solitari si sfiora e accarezza tutta la marginalità della propria esistenza. Nulla allora rimane, oltre il non dire abbastanza e il non aver abbastanza da dire. La bellezza di una ragazza risalta in un modo diverso, quando non c’è nessuno con cui parlare a causa di una lingua incomprensibile e non comune. Quella bellezza allora si staglia nell’aria come un fatto assoluto ed è come la testimonianza di quella lingua sconosciuta od obliata.

Per la cronaca, il tuo viaggiatore solitario si attrezza così: mette in una tasca un piccolo quaderno, una matita, e in un’altra tutte le cose necessarie. Ancora in un’altra, in una terza tasca, adibita all’uopo, il portafoglio. E va in giro combattendo talvolta con la propria memoria, come se fosse appena nato, quando la memoria era poca cosa e si confondeva con un futuro indefinito.

Nella vita c’è sempre qualcuno che ci invita a giocare e a danzare, e poi un suo sosia che ci esclude inaspettatamente dalla danza e dal gioco. L’obiettivo di questa doppia mossa potrebbe essere proprio il ricordarci che la danza e il gioco non sono poi tanto importanti, non sono tutta la vita, salvo poi ricordarci, con un’ultima abile mossa di un terzo sosia ignoto, che non c’è proprio nient’altro d’interessante da fare.

Credo che, per essere un buon giocatore bisogna sapersi prefissare un obiettivo univoco e determinato. Senza questa mossa preliminare, si corre il rischio di arrivare in ritardo su ogni traguardo. A meno che, naturalmente, non siamo così rapidi da afferrare al volo le opportunità, pronti quanto necessario, interamente presenti nel tempo presente, come per un miracoloso oblio della stessa essenza del tempo, che non è mai dove si trova.

Il viaggio, la dislocazione della propria circostanza in un’altra solitudine, il ritrovare entro piazze e strade diverse il presagio del proprio dileguarsi, la perdita dei confini angusti e obsoleti del proprio io, il disancorarsi dalla sua vecchia ferraglia, l’osservarlo sfaccettarsi mentre si perde tra le onde della memoria che affiorano su una spiaggia bianca, indefinitamente lunga e profonda, contornata appena in lontananza dal profilo grigio e azzurro delle montagne, accenna a quel che si è stati, a quel che non si è mai divenuti e a quello che con certezza non saremo stati in un futuro anteriore. Ogni viaggio è un permanere, l’unico modo per restare dove si è nati, il filo che ci lega lasciandoci vagare intorno al luogo stesso  cui si è rimasti, per una forza misteriosa, sempre fedeli, il centro dell’anima che vagando non si dissimula, ma si conserva e si espande in un lento sussurro, il frutto estremo del disegno segreto di un placido errare, di cui non è dato sapere se sia testimone un Dio benevolo o spietato.

I viaggiatori solitari imparano di solito presto a parlare da soli. Parlare da soli, ma più in generale anche parlare con una persona sola, è come parlare con Dio, perché Dio non è nient’altro che un uomo solo: per questo non può che amare ed essere tutta l’umanità. La morte è puro non essere, pura finzione, effimera ingannevole opinione, che ipotizza la possibilità che ogni singolo essere umano possa scomparire. Credo tuttavia che proprio la solitudine possa scongiurare tale possibilità, perché consente a chiunque di scivolare piano dentro ogni altro essere, all’interno di ogni cosa viva, di farsi eco di tutto ciò che è umano. Senza questa apertura verso l’essere dischiusa dalla solitudine, senza la sua capacità di ascolto, l’universo sarebbe puro non essere, una pura illusione priva del suo eterno destinatario.

La poesia, per la quale un destinatario è sempre presente, ha così il compito di rendere la morte consapevole del proprio non essere nella misura in cui allude a un ascoltatore sospeso a metà strada tra noi e un tutto che ci abbraccia e sopravvive. Forse per questo, quando un giorno, parlando con Lieskin, ci chiedevamo se la poesia avesse qualcosa a che fare con la religione, alla fine decidemmo, con giubilante concordia, che con la religione forse non ne aveva, ma che sicuramente aveva qualcosa a che fare con la preghiera.
Non deve stupirti che in questa fase della vita mi ritrovi a pensare a Dio, dopo che per tanti anni l’ho considerato un’ipotesi fuorviante. Certo sai che capita a molti, ma nel mio caso non credo dipenda dalla paura della morte o di un giudizio finale: semplicemente l’idea di Dio mi è apparsa come una faccia sopraelevata della vita, come un luogo da cui poter lanciare su di lei un ultimo sguardo complessivo.

A volte penso che solo l’assenza di Dio può costituire una prova definitiva della sua esistenza: solo in quanto assenza Dio si toglie di dosso ogni orpello pagano per farsi spirito e verbo. Nel barbone più infermo e più infreddolito di una città sconosciuta, nella persona più sola c’è tutta l’assenza di Dio e insieme la sua presenza. C’è tutta l’infinita presenza dell’assenza di Dio, e della sua essenza.

Ad un altro tavolo c’è una ragazza che parla sempre con un’altra che ascolta sempre. Entrambe lo fanno molto bene. Quella che ascolta muove talvolta appena le labbra in un accenno di sorriso, allarga talora un po’ gli occhi in un modo eccessivo. L’altra le sposta la frangia dagli occhi, parla molto e con grande trasporto agitando le braccia. Un uomo le sta ad ascoltare e a guardare, riempiendo ogni tanto le loro tazze di tè; un altro, seduto da solo poco distante, guarda tutta la scena, simpatizza col mondo mentre nessuno lo vede, ascoltando con discrezione. L’impressione è che alla fine nessuno abbia detto niente, che nessuno abbia capito qualcosa che avesse qualcosa a che fare con la propria vita, ma forse solo perché è proprio la vita a non poter vedere se stessa.

La ragazza che ascolta ha tratti gentili e fieri. Penso che sarebbe bello corteggiarla a lungo, osservarla con lo sguardo di un pittore, con uno sguardo che sappia indugiare sulla danza dei suoi gesti minuti,  mentre parla o ascolta, o mentre fa qualsiasi altra cosa. Bisognerebbe fermarsi a guardare una ragazza che balla per delle ore e scoprire che tutta la tua vita è attraversata da ogni suo singolo gesto e dal suo intermittente sorriso. Che possa essere in parte anche artificioso non importa: le note e il ritmo di una musica lontana possono essere sufficienti a renderlo luminoso e chiaro, tanto che sembra crederci persino lei quando lo recita. La musica poi – come questa che ora viene da non so dove – finisce col portarti dove vuole, verso una radura di non pensiero, breve non sai quanto, ma è tutto quello che in fondo ti aspettavi e che desideravi.

E poi è bello immaginare di poter essere stati il perfetto complemento vitale del suo sorriso leggero e della sua luce segreta. A volte penso che un uomo dovrebbe essere per una donna quanto segue: padre, figlio, amico, amante, fidanzato e marito. Solo così l’amore di entrambi potrà essere reciproco e pieno, di nulla timoroso. Ma forse bisognerebbe aggiungere persino un  po’ nonno e un po’ niania, per quella lontananza dalla vita e insieme per quella nostalgia della vita che solo i nonni e le nianie sanno trasmettere e che talora li induce a raccontare storie.

Questa canzone che si sente mi pare che venga dalla spiaggia. Specialmente quando le canzoni sono in lingue poco conosciute ti portano lontano: allora tutta l’erranza della propria esistenza si manifesta in piena luce e s’impara a volare insieme alla realtà, quasi senza fantasia, perché in questo caso la realtà avvolge ogni possibile fantasia con gratitudine e dedizione.

Cara Tatiana, non si può abolire questa passione del viaggiare, pena la morte dell’anima, che appena si ferma, muore senza sentire. Resta così poco, sul declinare della vita, come poca cosa rimane dopo un viaggio, quando ogni cosa sembra stritolata da un vortice sordo di falsi eventi e il respiro diviene sconosciuto, come quello di uno strumento arcano, che è poi quello che siamo sempre prima di morire, quando ci apprestiamo ad essere riposti in una cassetta dalle mani di un burattinaio altrettanto ignoto.

Durante i viaggi si amano le persone lontane, si ripensa alle amicizie più vere. Tutti gli amici ti sono vicini, quelli che sono morti sono di nuovo apparentati con i vivi nel vuoto variegato e silenzioso che ci allontana e ci riavvicina sempre al cuore delle cose, al loro ritmo regolare e alla loro tendenza a scomparire. Allora persino chi non si diverte a vivere ci concerne senza rattristrarci, come incarnasse una estrema forma di divertimento e di gioia, e anche chi non esulta sembra che debba esultare altrove in un  modo suo segreto.

I bambini di prima adesso non riescono più a stare fermi, si alzano di continuo (a parte, naturalmente, la più piccola con le gambotte, ma solo perché non credo sappia ancora camminare), si rincorrono, si allontanano e poi tornano a sedersi trafelati. I bambini ispirano simpatia, si sa. Credo dipenda in primo luogo dal fatto che ti guardano per un nonnulla sbalorditi. Inoltre, a loro basta sapere l’essenziale: che la persona che gli sta di fronte gli possa voler bene, che li possa far divertire e li possa aiutare a capire ancora non si sa bene che cosa.

E poi sanno giocare e mentire con grazia e grande soddisfazione, cosa che agli adulti non riesce mai così bene. Tra il mentire bene e il mentire male c’è la stessa differenza che intercorre tra il vero e il falso. L’arte di mentire bene presuppone la conoscenza e la stessa dichiarazione della verità, la stessa grazia della verità, mentre il mentire male è un puro e deteriore imbroglio, che nulla lascia a sperare e a desiderare e che ha sempre lo stesso soffocante alito della menzogna.

Un signore è seduto al suo tavolo con il vecchio padre, dall’aria un po’ inferma, ma ancora sveglia. Lo accudisce con gesti attenti e parsimoniosi e centellina un po’ di vino nel suo bicchiere. Poi gli serve nel piatto una piccola fetta di dolce. Chiunque non sia incline a provare tenerezza per i vecchi è vittima di un fraintendimento essenziale, che pone un’ombra su tutta la sua vita e che non gli permetterà di amare veramente nessuno.

Chiunque non sia capace di  immergersi nella vita di una persona plasmata dal dolore e dal tempo fino a confondersi col suo sguardo, non è in grado di amare completamente alcun essere umano. Nemmeno la passione, che dell’amore è solo il primo vento incauto, può considerarsi pienamente vissuta quando è immune da questa possibilità.

Il ricordo di quel vento è forse ancora più chiaro ora che i giorni sono di nuovo velati da una vaga noia, curiosamente simile ad altre giovanili; ma questa è anche percorsa da folate di un’acuta nostalgia, che come un temporale d’autunno muta in palude il prato e intorno lascia nudi i boschi. Alla fine resta a ognuno quel che il vento gli disvela, l’acqua dei torrenti e l’erba dei pascoli che si rinnovano nello spazio di un sonno, il peso arcano del proprio dolore e l’inesplicabile gioia d’improvviso colta su un altro volto, quasi fosse un nuovo versante del proprio.

“Amor ch’a nullo amato amar perdona”: chissà perché è da stamani che questo verso risuona in me come un batacchio di campane in un villaggio di campagna. Quanto ci sia di profondo in questo pensiero, quanto ci sia di incredibile, miracoloso e vero, è difficile da capire e da accettare. In esso sta la chiave di volta non solo dell’amore, ma anche di molte filosofie e di molte religioni, e per la precisione delle uniche autenticamente credibili. Chi non vi si riconosce non ha compreso l’essenziale ed è afflitto da una sorta d’incoscienza che lo rende a suo modo immune da colpa, pur risultando involontariamente inattendibile su questo e il resto. Anche il sapersi abbandonare con gioia all’amore dipende da questa condizione e chi tenta di sottrarvisi non può che scambiare l’amore per una combinazione di piaceri e dispiaceri prevedibili. Ma triste è colui che tutto prevede, che non perde mai la testa, cui l’esperienza ha gelato il cuore.

Il cameriere gentile mi porta un gelato di limone e fragola. Si sente che è una persona buona. Curioso che quest’aggettivo sia ormai così desueto. Guardo le due bambine e ripenso a te, che dopo avermi salutato oltrepassavi le aiuole e il piccolo prato senza avere il coraggio di guardare indietro, alla piccola casa dove avresti voluto vivere, all’ombra dei rami nel nostro giardino selvatico.

Fuori c’è una bella luce. Il mare mi è vicino e anche qui, come nella polverosa Odessa tanto tempo fa, si sente risuonare spesso nell’aria la melodia dell’idioma italiano. Ripenso alla bambina che non abbiamo avuto per un fraintendimento essenziale della mia vita, per il presunto anelito ad una libertà che sapeva di condanna, per l’orgoglio e la falsa vergogna che mascheravano in me il richiamo di un fato e di cui ho pagato le conseguenze con una pena ancora troppo lieve.

Ormai da allora sono passati più di vent’anni e penso che anche il mio continuo essere in viaggio sia una forma d’espiazione per ciò che accadde in quello snodo cruciale delle nostre vite, anche se si tratta di una forma troppo mite per chi, come un Melmoth  dilettante, in una breve quanto sciocca sequenza di gesti vuoti, per un giro di valzer inopportuno, fatto per leggerezza e dispetto, ha allontanato quasi contemporaneamente dalla sua vita l’amicizia e l’amore. Quando si è ucciso qualcuno non è facile distinguere chi non c’è più da chi è sopravvissuto: se una vita ha potuto eliderne un’altra, può continuare solo per scoprirsi ogni giorno irreale, e forse questo è un modo escogitato dal tempo per farci morire due volte.

Vivere sapendo che dovremo morire richiede una notevole dose di leggerezza, quella stessa leggerezza che è in ogni impalpabile istante, che può talora consentirci di fare il male, ma anche impedirci di sprofondare nel male. Il nostro ultimo istante non è che uno dei nostri istanti, è senza durata. Neppure gli altri sono durati. Ognuno dei nostri istanti muore, essi sono il tessuto della nostra vita, le note che scorrono di una melodia  remota che andranno a morire tutte insieme quando quella melodia sarà finita. Il tempo si rivela così non privo d’intelligenza, dotato di una  sua visione perspicua, che solo verso la fine lascia intravedere un senso e che si manifesta in un’indifferenza tenace: la nostra sofferenza non lo commuove e non eccita nemmeno la sua cattiveria, che poi è solo un altro nome della sua indifferenza.

 Ora, davanti a questo mare, ai suoi riflessi d’arancio e d’argento, accanto ai cipressi delle colline intenti a sfiorare il cielo, ripenso ai paesaggi marini dell’Italia e della Grecia che non abbiamo visto mai insieme, ma che a nostra insaputa abbiamo sognato entrambi di vedere tante volte. Ora, lente lacrime silenziose sembrano non voler finire. Mi limito ad accompagnarle con un altro sorso di questo vino bianco e dorato, per il piacere di fornire loro una qualche gustosa e allegra compagnia.

Il figlio del vecchio padre nel frattempo si è alzato, forse per andare nel bagno, e il vecchio guarda verso la finestra con un’espressione mite e soffusa di ammirazione per i ciuffi dei pini che si stagliano contro l’azzurro e qualche paffuta nube incipriata di rosa. Poi, distrattamente, ripiega con un gesto lento e meccanico il tovagliolo di stoffa, rimettendolo in ordine con cura dove l’aveva trovato. Le lacrime continuano a cadere, a scivolare piano.

È un dolore grande quello che provo, o una grande gioia? Non è dato sapere. Forse l’unica cosa reale è questa completa armonia che ora provo e forse, proprio per questo, sarebbe un buon momento per morire, perché è proprio in questi momenti che la vita rinasce ogni volta e la pura inesistenza della morte si rivela.

È quindi giusto che mi congedi adesso, lasciando svanire quest’istante nel riverbero del mare, con la speranza che te lo riconsegni intatto.

Eugenio