Mare Nero

  

  

 

   In quei giorni il tempo era grigio e ventoso, il mare era mosso e i clienti del “Bagno Sirio” trascorrevano le ore sulla veranda del bar, alcuni giocando a carte, altri a parlare. Tra questi c’era anche Marco Salinas, un ragazzo alto, scuro di capelli e con gli occhi leggermente a mandorla, figlio sedicenne d’un noto oculista genovese.  

   Marco aspettava con una certa trepidazione l’arrivo del fratello di suo padre. Non vedeva lo zio dalla scorsa estate e l’ultima volta che lo aveva incontrato ne era stato molto colpito. Era arrivato in moto insieme ad una ragazza bionda assai più giovane di lui. Secondo i suoi calcoli lo zio doveva avere circa una cinquantina d’anni, portati bene, ma non ne era sicuro, perché ai suoi non aveva mai voluto domandarlo.

   In quell’occasione non avevano parlato molto, ma gli era parso una persona decisa e capace, intraprendente e versatile, con un sacco d’esperienza che avrebbe voluto possedere. Si era separato dalla moglie cinque o sei anni prima e doveva saperci fare straordinariamente bene con le donne, visto che ogni estate, o almeno quelle in cui veniva a trovarli, compariva con una diversa e che tutte erano molto belle. Quella dell’estate precedente doveva averlo preso in simpatia, perché gli aveva sorriso spesso e prima d’andarsene gli aveva accarezzato il collo con un gesto il cui ricordo gli procurava ancora una sensazione piacevole, tanto che si ricordava perfettamente il profumo di lei e la sensazione dei suoi capelli biondi quando nel salutarlo gli sfiorarono il viso.
   Marco era ansioso di far conoscere allo zio la sua nuova ragazza e voleva presentare lui ad Adriana. Era curioso di sapere se si fossero piaciuti. Al contrario di quello che pensava Marco, Adriana non era affatto una ragazza “un po’ troppo normale”, e semmai decisamente “normale” era il loro rapporto, in tutto e per tutto simile a quello di tanti ragazzi e ragazze della loro età. Sebbene infatti i gusti e le idee di Adriana potessero sembrare piuttosto convenzionali, tuttavia era priva di atteggiamenti artificiosi e sinceramente attenta agli altri, capace d’intenerirsi per delle futilità e d’inalberarsi per delle sciocchezze. La cosa di lei che dava più fastidio a Marco era la gelosia, nonché la sua pretesa che anche lui fosse geloso. Marco sapeva benissimo che non ne aveva motivo, ma gli faceva piacere pensare di non esserlo grazie ad un’indole naturalmente emancipata e moderna. Nel complesso la trovava “carina”, ma non la considerava il massimo della bellezza, e poiché lei l’aveva capito era divenuta col tempo fin troppo suscettibile.
   A volte con Adriana si annoiava, e a volte aveva la sensazione che si annoiasse anche lei. Quando si vedevano facevano sempre le solite cose: un giro in moto, un cinema, ogni tanto in discoteca. All’amore lo facevano ogni volta che capitava, in genere a casa di uno dei due, in assenza dei genitori. Ogni tanto passavano delle ore sul dondolo che si trovava nel piccolo giardino della casa di lei, senza far niente.
   Chiacchieravano del più e del meno svogliatamente e Marco in certi momenti avrebbe preferito andare in giro con i suoi amici, ma guardandola con le gambe scoperte e ripiegate sopra un cuscino, mentre gli parlava di cos’era successo ad un’amica, aveva anche la sensazione che lei fosse esattamente questo e il fatto che le andasse di trascorrere il tempo con lui senza fare niente di particolare gli pareva il segno di una tranquilla fiducia che lo coinvolgeva e responsabilizzava. Per questo evitava di mostrarsi troppo impaziente e spesso accettava di starsene lì buono per delle ore senza protestare.
   Sapeva che quel pomeriggio Adriana sarebbe venuta sul mare più tardi del solito, perché le aveva annunciato l’arrivo dello zio con una certa enfasi e lei voleva arrivare dopo di lui. Si era appena alzato per andare a prendere qualcosa da bere quando lo vide in fondo al ponte delle cabine. Era solo, in pantaloncini corti e abbronzato come al solito. Strascicava leggermente gli zoccoli e portava una camicia color aragosta. Aveva anche uno strano paio d’occhiali da sole, che a Marco fecero una strana impressione, forse perché gli parvero un po’ femminili. Gli andò subito incontro e si salutarono stringendosi la mano. Gliela stringeva sempre molto forte e a Marco piaceva misurare la sua forza con lui.
- Babbo e mamma sono andati a casa, hanno detto di raggiungerli là non appena arrivavi.
- Bene… ma prima beviamoci qualcosa… - disse suo zio sfilandosi gli occhiali e mettendoli nel taschino della camicia.
   Si sedettero a un tavolo sulla veranda e incominciarono a parlare. Marco, sebbene sorpreso, era contento che quella volta fosse venuto da solo; forse così avrebbe potuto conoscerlo meglio. Mentre ordinava due birre notò che delle ragazze sedute al tavolo vicino li osservavano con una certa attenzione e la cosa gli fece venir voglia di dire qualcosa d’interessante. Ma non trovò niente di meglio delle solite cose: a casa stavano tutti bene, chi più chi meno; fino a due giorni prima c’erano state delle bellissime giornate, senza che fosse troppo caldo.
- E il tuo lavoro come va? ? chiese dopo aver sorseggiato la sua birra. Sapeva che lo zio era un chirurgo di successo e che guadagnava un sacco di soldi.
- Perché t’interessa sapere come va il mio lavoro?
- No… niente… così… una domanda di rito…
- Comunque bene… grazie ? lo interruppe suo zio con indifferenza. Si chiamava Luciano e per Marco tutti i Luciani avevano qualcosa d’interessante, anche se spesso, doveva ammettere, alquanto nascosto. Avrebbe voluto discutere di qualche argomento significativo, ma temeva che l’argomento cadesse sulla scuola, perché non andava troppo bene e aveva rischiato di essere respinto. Dopo una breve esitazione gli chiese di Susanna, la ragazza che era venuta con lui l’anno scorso, e nel frattempo si domandava come facesse lui a non chiedergli mai niente.
- Credo stia bene, l’ho sentita due o tre mesi fa… comunque non ci vediamo più tanto spesso, se è questo che vuoi sapere…
- Mi dispiace… era molto bella… e anche simpatica.
- Sì, soprattutto bella. Se vuoi… se vieni a Genova, te la posso far incontrare, o ti posso dare il suo numero e puoi contattarla tu stesso… credo che anche lei ti avesse simpatico.
-  Forse è meglio di no, sto con una ragazza molto gelosa e non le farebbe piacere.
- E tu sei geloso?
- No.
- Allora non dovrebbe esserlo nemmeno lei… o tutti e due o nessuno.
- Mi sono sforzato d’esserlo anch’io, ma non ci sono mai riuscito ? disse Marco con un’espressione  ostentatamente rassegnata.
- Col tempo e un po’ d’esercizio potrai diventarlo… è quella che sta arrivando? ? chiese Luciano indicando con lo sguardo una ragazza che si stava avvicinando.
- Si… è lei ? rispose Marco, sorpreso per quel riconoscimento anticipato e con una punta d’orgoglio nella voce.
   Passando accanto allo specchio che si trovava all’inizio del ponte delle cabine Adriana controllò con uno sguardo il suo aspetto; poi con passi rapidi e piuttosto rigidi proseguì decisamente verso il famoso zio. Aveva rivolto gli occhi marroni verso il mare e non accennava a guardare davanti a sé perché voleva evitare qualsiasi espressione. Portava i capelli castani leggermente scalati e quand’era imbarazzata, come in quella circostanza, il suo viso assumeva un’espressione lievemente compunta, un po’ da prima della classe, che non le si addiceva. Era imbarazzata perché dai racconti di Marco quello zio rappresentava una parte della sua vita che non conosceva, quasi una linea di fuga da lei, per quella facilità con le donne e il suo vivere da solo senza bisogno di nulla, e quando poco dopo le strinse la mano il suo aspetto così curato, nonostante l’apparente trasandataggine, le provocò un’impressione immediatamente sgradevole, perché gli parve troppo sicuro di sé, ma anche un po’ falso, pericoloso e decisamente bello.
   Ripresero a parlare, o meglio, Marco parlò con entrambi, a turno, perché Adriana e lo zio Luciano quasi non si rivolsero parola, limitandosi a scambiare brevi occhiate, a volte accompagnate dai diffidenti sorrisi di lei. Dato che la conversazione ristagnava e che Marco non riusciva più a sostenerla da solo, propose di raggiungere i suoi a casa.
- Aspettiamo ancora un po’ ? disse lo zio ? vediamo se torna Elisa.
- E chi è Elisa? ? domandò Marco stupito.
- Una mia amica… è andata a fare un bagno, ma ormai non dovrebbe tardare… devo raggiungerla sulla spiaggia tra una ventina di minuti.
- Oggi è molto pericoloso… ? disse Marco ? a quest’ora non c’è nemmeno il bagnino, e c’è una forte corrente che porta fuori… forse è meglio andare a vedere.
- Da quanto tempo siete arrivati? ? chiese Adriana.
- Da un quarto d’ora, anche di più, ma non vi preoccupate… è un’ottima nuotatrice e non vuole che qualcuno si preoccupi per lei.
- Io andrei comunque a dare un’occhiata ? ribadì Adriana – oggi il mare non è così tanto sicuro.
- Se proprio ci tenete, andiamo a vedere - disse lo zio rimettendosi gli occhiali.
Si alzarono e si diressero verso la spiaggia, dove la battigia si era allungata per il lavoro delle onde e una bandiera rossa sventolava solitaria. Il cielo era scuro ed anche il colore del mare non era dei più rassicuranti: non si vedeva nessuno, e comunque sarebbe stato molto difficile riconoscere qualcuno che stesse nuotando.
- Forse è meglio provare a chiamarla ? suggerì Marco.
- Tanto è inutile, tornerà quando ne avrà voglia ? rispose lo zio.
Adriana non riuscì a trattenersi e provò a urlare il nome di Elisa, senza ottenere risposta. Provò anche Marco, ma anche lui senza esito. Lo zio Luciano sembrava indifferente: se ne stava appoggiato ad una barca e guardava il mare attraverso gli occhiali da sole. Non dava assolutamente segni d’inquietudine, mentre secondo Marco ce n’era motivo, dato che il mare era molto mosso, c’era una forte corrente ed era passata quasi mezz’ora da quando Elisa doveva essere entrata in acqua. Si accorgeva che lo zio Luciano rischiava di deludere Adriana, ma confidava nel tempo. Magari aveva ragione lui… in fondo la conosceva meglio, e poi se sapeva nuotare bene non c’era pericolo.
   Trascorsero un’altra decina di minuti: suo zio si era seduto ai piedi della barca, mentre loro due erano nel frattempo andati in su e in giù lungo il bagnasciuga cercando di scorgere Elisa. Finalmente Adriana vide qualcosa, le parve la testa di una persona che oscillava tra le onde, defilata sulla destra. Sì, era proprio una testa, e non poteva che essere lei, perché nessun’altro era andato a fare il bagno a quell’ora. Si stava avvicinando, anche se molto lentamente. A Marco sembrò che non dovesse farcela, e fu tentato di andarle incontro. Eppure si avvicinava, anche se con una lentezza sorprendente.
  Prima che raggiungesse la zona dove poteva toccare ci vollero diversi minuti, ma ora si vedeva che a tratti riusciva a stare in piedi appoggiandosi sul fondo. Lo zio aveva sollevato gli occhiali da sole sopra la fronte, si era alzato in piedi e stava fermo a guardarla mentre appariva e scompariva tra le onde: ? sta venendo… ve l’avevo detto che non c’era da preoccuparsi ? disse riabbassando gli occhiali. Adriana gli gettò un’occhiata infastidita, ma tornò subito a guardare verso il mare, dove a poco a poco la figura d’una ragazza stava faticosamente avanzando verso la spiaggia. L’acqua le arrivava alla vita e in mezzo a quelle onde sembrava esile ed esausta. Ogni tanto cadeva, o si lasciava cadere, per riemergere dopo un po’ dall’acqua con l’aria sempre più sfinita. Aveva la pelle bianca ed era molto magra; la testa sembrava troppo grande rispetto al resto del corpo e oscillava leggermente a ogni passo, mentre il collo pareva troppo sottile, capace di spezzarsi ad un’ondata più forte. Teneva gli occhi fissi davanti a sé senza rispondere agli sguardi che le rivolgevano Adriana e Marco. Ormai stava per raggiungere il bagnasciuga, ma si lasciò cadere ancora una volta, senza notare loro due che le si erano fatti incontro. Camminava carponi, strisciando nell’acqua con gli occhi chiusi e resistendo con le mani al risucchio delle onde. Adriana notò qualcosa di strano, fu una sensazione, Marco invece in un primo momento non si accorse di nulla. Poi il loro silenzio si fece più profondo e i loro sguardi più attenti. Quando ebbe raggiunta la riva Elisa continuò a trascinarsi per un po’, fino a quando la testa non fu oltre la portata delle onde. Respirava con affanno, e quei lunghi respiri ad Adriana parvero sofferenti e senza fine.
   All’improvviso parve non respirare più, ma solo per un attimo; si volse supina e riprese a inspirare profondamente, aprendo per un istante gli occhi verso il cielo, come se non ci fosse nessuno.  Lo zio intanto le si era avvicinato e ora stava piegato sulle ginocchia accanto a lei, osservandola con un sorriso fermo e serrato: ? dovremmo andare… è tardi… qui ci sono mio nipote e la sua ragazza che vorrebbero conoscerti… ? le sussurrò senza ottenere risposta.
   A un certo punto Elisa alzò il braccio sinistro, senza riaprire gli occhi; lui se lo pose intorno al collo e sorreggendola per la vita la sollevò lentamente da terra. Con l’altra mano poi si tolse gli occhiali da sole e le sfiorò una guancia con una stanghetta. Elisa guardò per un attimo nel vuoto e Marco ebbe appena il tempo di capire: poi le palpebre si richiusero scomparendo dietro due lenti scure.
Quando si voltò indietro per cercare il viso di Adriana vide che le tremavano leggermente le labbra. Era fatta così, si metteva a piangere all’improvviso e per qualsiasi ragione; e in fondo questo era uno dei motivi per cui voleva rimanere sempre con lei, perché nessuno si commuoveva così all’improvviso e per cose che non riguardavano strettamente la propria vita. Questo era un tratto del suo carattere che non capiva, ma gli piaceva, e che gli piacesse lo spiegava pensando ch’era una cosa strana e rara, dalla quale non poteva trattenersi e sulla quale non le serviva ragionare, perché si attaccava alle cose come i bambini, come loro poteva essere capricciosa, diffidente e gelosa, ma anche immediatamente triste o disperata, e Marco sospettava che volere bene a qualcuno fosse proprio questo, un attaccamento che a volte gli pareva implacabile e assurdo, ma che sentiva nascere dal confronto con un’alternativa assoluta, con la possibilità stessa di perdere tutto in una volta sola come quando si muore. Elisa si appoggiava a un braccio dello zio e ora camminava tranquilla accanto a lui. Le sue gambe magre avanzavano con piccoli passi sicuri, sprofondando appena i piedi nella sabbia. Il vento era sempre forte e sulla spiaggia non c’era nessuno. Il labbro di Adriana aveva smesso di tremare e anche loro si erano incamminati verso le cabine. Lei l’aveva capito fin da quando l’aveva vista arrivare, ma poi si era sentita ferita per la sua stessa diffidenza e il fastidio di prima. In un attimo aveva creduto di essere stupida e cattiva, completamente sbagliata, perché le era sembrato molto bello quel gesto di sfiorarle una guancia e aiutarla a sollevarsi da terra, quello starle vicino senza farsene accorgere e il coraggio di lasciarla da sola. Poi Marco l’aveva abbracciata e guardando gli altri davanti, il braccio di Elisa incrociato con quello dello zio, la voglia di piangere era scomparsa, perché la sabbia fresca tra le dita dei piedi era come un presagio che Marco non l’avrebbe lasciata e che in fondo si trattava solo di avere fiducia, perché la vita poteva comunque rinascere ogni volta, anche nel buio e lontano dai sogni, come il vento forte e solitario che veniva dal mare.