Rondini

    Entro in casa ripetendomi che in fondo non è successo niente di eccezionale, che tutto è perfettamente comprensibile. Mi avvicino alla parete della camera e rimango in ascolto. Parlano sottovoce, con un'intonazione calda e piacevole. Quando spalanco la porta sbarrano gli occhi. Sono belli i loro occhi, ma loro due sembrano già morti. Lui grida qualcosa, che non capisco bene, una specie d'invocazione rabbiosa, se sono impazzito o una frase del genere. Lei invece non dice nulla: ma quando lo sparo le insanguina il ventre si piega di fianco sul letto rannicchiandosi come una bambina.

  I colpi non sono stati molto rumorosi e la casa più vicina si trova ad un centinaio di metri. Penso che per un po' non verrà nessuno e che posso restarmene in pace. Apro la finestra e prima di sedermi tolgo i vestiti ammucchiati dalla poltrona. Sono rimasti entrambi con gli occhi aperti e non sembra che abbiano sofferto. Ripenso con calma a com'è incominciata tutta la storia, ma non perché abbia dei rimpianti. Mi sento anzi svuotato e tranquillo, finalmente riconciliato con la mia coscienza.
   Conoscevo Matteo da quand'eravamo ragazzi, ma non lo vedevo ormai da molti anni. Scalavamo in bicicletta le colline intorno alla città e organizzavamo feste nella soffitta addobbata di casa sua. Poi, dopo il liceo, lui andò a studiare a Bologna e ci perdemmo di vista. Solo qualche lettera, i primi tempi, che servirono a confermare quello che sospettavo da tempo, cioè che eravamo persone troppo diverse, quasi opposte. In fondo ci aveva legato solo l'impegno testardo con cui facevamo le cose, anche le più semplici, come scattare in bicicletta lungo i tornanti fingendoci dei campioni, ma già allora lui aveva la tendenza ad ostentare un po' troppo tutto quello che sentiva, anche le minime impressioni, e le sue lettere me lo confermarono in maniera inequivocabile. Mi parlava della ragazza di cui si era innamorato all'università usando perifrasi enfatiche, con un sacco di aggettivi drammatici e molti vezzeggiativi, che personalmente consideravo il sintomo di un modo di sentire falso e distorto.
   Sapevo che ritornava per dei brevi periodi d'estate, a trovare i suoi. Quella mattina che l'incontrai in città rimanemmo d'accordo che sarebbe venuto a cena da noi la sera successiva. Fisicamente non era cambiato molto: mi parve solo un po' ingrassato, specialmente nella faccia, ed aveva qualche capello bianco sopra le tempie.
   A tavola, quella sera, mi parve subito sicuro sé, convinto di aver capito tutto di lei. Le era piaciuta immediatamente, non so per quale motivo. Io ci avevo messo più tempo e in fondo per amarla non avevo avuto bisogno di trovarci niente di speciale. Ero convinto che lei non avesse bisogno di nient'altro, che tutto il resto fosse solo un'illusione o un inganno.
   Un uomo si è affacciato al balcone della casa di fronte e osserva le rondini in cielo. Il garrito delle rondini mi è sempre sembrato tremendo, ma ora mi pare bello, per la prima volta. L'uomo continua a tenere lo sguardo rivolto verso l'alto e si appoggia alla ringhiera, sporgendosi leggermente. Il suo appartamento si trova al secondo piano ed anche se si lasciasse cadere di sotto probabilmente non si farebbe molto male, ma immagino ugualmente che precipiti, rovesciandosi nel vuoto in un modo scomposto.
   Il cielo è limpido e una brezza leggera rinfresca l'aria. Durante tutto il giorno invece c'è stata un'afa insopportabile ed ho sudato copiosamente. Alzo un braccio e annuso il mio odore sotto l'ascella: è il solito odore dell'estate, sgradevolmente acidulo nonostante il deodorante. Dal torace di lui continua ad uscire del sangue e un rivolo gli scivola lungo un braccio. Penso per un attimo che sia ancora vivo, ma non è possibile, perché gli occhi sono vitrei ed il corpo perfettamente immobile.
   Francesca era convinta di essere amata in un modo netto e assoluto, perfettamente appropriato, la sua vita di nuovo aperta, come se quell'incontro le avesse fatto credere di poter recuperare qualcosa che aveva perduto molto tempo prima. Quello che non voleva più accettare era la precarietà delle situazioni, ma ogni situazione è vera soltanto nella sua precarietà, con le sue mancanze a nudo, e quella che stava vivendo era invece accecata da una speranza nuova e inaccessibile. 
   Ora una chiazza di sangue le forma sulla pancia un cerchio quasi perfetto; e la pancia è una delle parti del suo corpo che mi piacevano di più. L'uomo sul balcone si aggiusta la camicia nei calzoni e rientra in casa, mentre una cicala si ostina a cantare.
   Quello che mi faceva sentire di avere un diritto esclusivo su di lei era proprio questo: che non l'amavo per nessun motivo particolare. Non la trovavo particolarmente bella, né particolarmente intelligente, e nemmeno molto sensibile o divertente. Mi piaceva fare all'amore con lei, ma in fondo mi piaceva altrettanto farlo con altre. Mi andava bene così e basta; e volevo che restasse com'era.
   Al contrario lui ci aveva visto chissà che cosa, delle qualità speciali, un fascino singolare. Fu proprio questo a falsare tutta la prospettiva, a darle un esito incontrollabile. Improvvisamente mi ero trovato vicino ad una persona che era convinta di essere un'altra, scontenta di sé, animata da una felicità impropria.
   Stavamo insieme da cinque anni ed il nostro rapporto era stato fino ad allora abbastanza sereno, senza slanci eccessivi forse, ma ogni giorno scivolava via liscio, senza particolari motivi di esultanza o dissidio. Era proprio questa specie di rassegnazione che mi piaceva, il restare accanto malgrado tutto, nonostante la ripetizione dei soliti gesti, nonostante certe sere in cui facevamo all'amore in maniera meccanica e quei silenzi durante la cena che erano interrotti soltanto da parole perfettamente innocue.
   Due giorni dopo l'incontro con Matteo uscì con lui per fare una passeggiata. Quando me lo raccontò sembrava turbata, stupita e commossa, come se avesse scoperto una parte di se prima sconosciuta e non riuscisse a credere a quello che sentiva. In un primo momento non mi aveva detto nulla, ma quando poi si decise a parlarne, con una voce trattenuta e un'intonazione lievemente drammatica, m'informò che c'era anche la luna e lungo la strada nel bosco persino le lucciole. Allora pensai che anche le lucciole dovevano aver esercitato il loro potere evocativo, perché ricordano sempre l'infanzia, quando la vita è un groviglio di possibilità assolutamente contraddittorie, piena di promesse limpide come le notti d'inverno.
   A poco a poco divenne umorale, cosa che non era mai stata. Piccoli scatti, brevi assenze e reazioni irragionevoli erano all'ordine del giorno. Aveva visto che poteva semplicemente essere un'altra, diversa da quella che aveva sempre creduto, ma non era vero. S'ingannava ed era stata ingannata. Ingannarsi è in questi casi un'attività abbastanza normale, non costituisce affatto un demerito particolare, ma chi vi assiste non può rimanere inerte. Quando incominciò a frequentarlo regolarmente capii che non era più la stessa, che ormai avevo a che fare con una persona diversa. Prima provai a spiegarle nel modo più comprensivo possibile che non era il caso, che la nostra vita era in comune. Ma le mie parole scivolavano sul marmo e non ci fu niente da fare.
   La prima volta che parlammo di lui mi disse che le sembrava una persona interessante. Questo fatto che qualcuno od un tipo di vita potessero sembrare interessanti l'ho sempre trovato sgradevole e falso, un eufemismo maldestro, il segno d'una latente ipocrisia, specie quando si abbinava ad uno sbandamento ridicolo di tutta la persona. 
   In casa la sua distrazione mi divenne a poco a poco insopportabile, per non parlare poi del suo comportamento quando squillava il telefono: quelli erano i momenti peggiori. Si affrettava a rispondere con l'aria più naturale possibile e poi abbassava la voce, assumendo un'intonazione vagamente dolciastra, che non aveva niente a che fare con la sua voce usuale, che era invece schietta ed aperta. Aveva anche ripreso a tormentarsi i capelli come i primi tempi che ci frequentavamo. Se li arrotolava con un dito mentre parlava, tenendo la cornetta incastrata tra il mento e una spalla, la testa leggermente reclinata sul collo. Quando la vidi annodarsi i capelli in quella posizione uscii immediatamente di casa sbattendo la porta e camminai tre ore buone per la campagna.
   In genere mi danno fastidio tutti i comportamenti insicuri, trasudanti tensione; ma anche quelli che ostentano grande sicurezza o sentimenti profondi, perché la profondità non è di questo mondo e tutto quello che avviene di significativo si svolge solo in superficie.
   Fu dopo una di quelle telefonate che decisi di farlo, quando si vedevano già da due settimane. Ora mi pare tutto più chiaro, perché è certo che lei non cambierà più. Questo è il grande vantaggio di morire, che la si smette di credere che la vita possa cambiare. Naturalmente non vale solo per Francesca, ma anche per lui, che per di più aspirava a legarsi con qualche indissolubile nodo, come se nella vita esistesse qualcosa d'indissolubile. Tuttavia l'esito della loro unione è stato diverso, a conferma che non c'è mai niente di sicuro, nemmeno quando le cose sembrano svolgersi secondo uno schema esemplare.
   Per quanto mi riguarda, io la ricorderò sempre com'era. Il fatto che abbia potuto all'improvviso dissolversi in una fantasticheria mi pare del tutto appropriato al suo carattere, che era senz'altro docile e remissivo, estroverso e generoso, ma anche caratterizzato nel fondo da una fragilità acerba e impalpabile.
   Quando incomincio a stufarmi di ripensare a tutta la vicenda sollevo il ricevitore e chiamo la polizia. Dicono che verranno subito e così decido di usare il poco tempo che mi rimane cercando d'imprimermi bene in testa le immagini dei loro corpi, perché alla lunga so che ne avrò bisogno. Un braccio le è rimasto sospeso oltre il bordo del letto e mi alzo per ricomporlo sul seno, dopo averla sdraiata supina.
   Così è anche più bella, perché ha ritrovato una specie di sorriso, laconico e amaro. Prima di sedermi di nuovo prendo una delle sue sigarette dal comodino e l'accendo. Il profumo delle sue sigarette posso riconoscerlo a distanza e in quel momento mi pare particolarmente intenso ed evocativo, mentre il loro sapore mi lascia del tutto indifferente. In un certo senso la mia decisione è stata sorprendente anche per me, ma forse non lo avrei mai fatto se lei non avesse incominciato a giocare, a mentire senza motivi ragionevoli su questioni inessenziali, quasi per allegria, forse perché le procurava una sensazione di ritrovata indipendenza e di rinnovamento interiore.
   Ma soprattutto non lo avrei fatto se non avesse cominciato a chiedermi insistentemente come stavo. Per accertarsi delle mie condizioni mi telefonava e a volte veniva anche a trovarmi. Era molto premurosa e comprensiva, forse perché glielo aveva suggerito lui, oppure perché sospettava che dovessi soffrire le pene dell'inferno, che trascorressi le giornate a pensare a lei, mentre tutto il possibile dolore si era subito trasformato in un sentimento completamente diverso, in una desolazione fredda e pungente che non accennava a sciogliersi e che a tratti era attraversata da ventate d'inconsistente euforia. 
   Pochi giorni dopo il loro primo incontro mi ero dovuto assentare per lavoro e durante quella settimana probabilmente si erano visti tutti i giorni, magari anche in quella stessa stanza, lui con il suo solito tono affabile e lei raggiante per la nuova intimità.
   Matteo era un ottuso idolatra della sincerità, uno col sorriso stampato sulla faccia anche quando era serio, e per di più esibiva un entusiasmo accattivante. Se non lo avessi ormai considerato assolutamente fatuo avrei forse reagito diversamente; ma di questo non posso essere del tutto sicuro, perché anche la falsità è sempre lacunosa e relativa.
   Quand'eravamo ragazzi avevamo ucciso insieme un'oca, con un metodo un po' speciale. Quello in fondo era stato il mio primo omicidio. Mettemmo del carburo nella bacinella dell'acqua come ci aveva detto Fabio, che era il più grande di noi, una specie di capobanda, e aspettammo che andasse a bere. Dopo che ebbe bevuto le venne ancora più sete e incominciò a gonfiarsi. Nell'attesa Fabio muoveva l'orecchio con la mascella, in silenzio, mentre Matteo teneva la bocca aperta, come a scuola, fissando l'oca che continuava a bere e gonfiarsi.
- Ora scoppia! - disse ad un certo punto Fabio; ma non era ancora il momento. Quasi non riusciva più a camminare ed aveva sempre più bisogno di bere, ma a scoppiare non ci pensava proprio. Passò ancora qualche minuto e quando finalmente ci riuscì il suo corpo schizzò via in mille pezzi e alcuni frammenti delle interiora mi finirono in faccia. Gli altri polli, dopo lo spavento del primo momento, andarono a beccare i brandelli di carne sparsi per tutto il pollaio e Matteo si mise a ridere, guardandoci per controllare se ridevamo anche noi. Poi disse che aveva sete e incominciò a piangere come un bambino, e Fabio gli gettò un'occhiata stupefatta. Io mi pulii la faccia col fazzoletto e me ne andai disgustato. Che uno facesse certe cose e poi si mettesse anche a piangere mi sembrava ridicolo e da quella volta incominciai a cambiare opinione su di lui.
   Comunque ormai la cosa è stata fatta, sentenziata, e non mi rimane che aspettare. Metterò subito tutto in chiaro, accettando senza problemi che mi portino via ammanettato. Poi mi faranno sedere sul sedile posteriore, in mezzo a due carabinieri o poliziotti di tutto punto armati per diminuire le probabilità di una fuga e alla centrale mi sottoporranno ad un meticoloso interrogatorio per scoprire se sono pazzo o se non copro qualcuno.
   Mi volto di nuovo verso la finestra e vedo che l'uomo è ritornato sul balcone. E’ in mutande e a torso nudo, il corpo liscio e biancastro. Ha una pancia debordante, mentre le spalle sono piuttosto esigue e ristrette. Rimango a fissarlo perché non ho nessuna fretta e non voglio ripensare più a nulla. L'uomo guarda in direzione della mia finestra, ma non sembra preoccupato che qualcuno possa vederlo, perché rimane lì impalato, appoggiandosi sempre alla ringhiera. Si sporge di sotto guardando la strada e mentre le rondini continuano a girare intorno i loro garriti mi sembrano di nuovo insidiosi e presaghi di qualche sventura. Allora immagino ancora una volta che voglia lasciarsi andare nel vuoto, che lo farà di lì a poco, con la bocca spalancata come le rondini per catturare al volo i moscerini. L'idea che l'aprano solo un attimo prima non mi ha mai sfiorato, non so perché, ma ho sempre pensato che volino con la bocca aperta per risparmiare attimi preziosi.
   L'uomo si piega sulle ginocchia e si rialza in piedi. Lo fa di nuovo e ne deduco che si è messo a fare ginnastica. Continua a flettersi sulle gambe tenendosi alla ringhiera, come se confidasse molto in quell'esercizio, colorandosi a poco a poco di rosa.
   Mi viene da ridere. Improvvisamente scoppio in una risata secca e soffocata, conseguenza di un'agnizione penosa. Smetto di osservarlo e mi alzo in piedi di slancio, anche se con una strana fatica nelle ossa, deciso a interrompere quella fantasia, che sebbene non fosse del tutto sgradevole ora mi pare decisamente idiota. Sollevo le lenzuola da terra e le rincalzo sotto il materasso, tirandole dai lati per eliminare le pieghe residue. Rimango per un po' a guardare la superficie bianca e compatta del letto deserto e poi vado nel bagno per fare una doccia. L'acqua gelida ha un sapore dolciastro e mi rinfresca sufficientemente le idee, spazzando via la sensazione d'afa e di vuoto. Quando rientro in camera l'uomo bianco e rosato sul balcone non c'è più. M'infilo una camicia pulita, prendo il portafogli sul comodino ed esco di casa chiudendo piano la porta alle mie spalle. Per strada le rondini volano sempre con i loro alti garriti e mi ricordo che da ragazzo, al loro arrivo, in primavera, mi sembrava sempre che annunciassero già la fine dell'estate, quando i nidi restavano vuoti sotto i tetti e i piccoli imparavano a volare saltando per la prima volta nell'aria. Non ho mai capito come facciano a scegliere il momento giusto, cosa gli permetta di sentirsi pronti, ma è chiaro che tutte le decisioni essenziali della vita avvengono nello stesso modo, sempre in leggero anticipo a tracciare il percorso di ognuno, seguendo un impulso preciso.   
   La strada passa davanti alla casa dell'uomo bianco e io mi fermo a sbirciare dentro la finestra del balcone, ma invece lo vedo uscire dal garage, elegantemente vestito con un abito grigio di lino. Apre la saracinesca, rientra dentro e poi esce di nuovo a bordo di un'auto linda e fiammante. Fa manovra e s'affaccia col muso sulla strada. Dopo aver guardato con circospezione a destra e sinistra parte a velocità moderata, sollevando pochissima polvere e sgranando una marcia. Tiene un gomito appoggiato sul finestrino e aggiusta con l'altra mano lo specchietto retrovisore: poi la macchina sobbalza scodinzolando a una cunetta e imbocca con grande cautela la prima curva. Quando scompare dietro il muro di cinta di una casa in costruzione rimango ad ascoltare il suono del motore che si allontana, e poi il rumore delle mie scarpe sullo sterrato. A ogni passo sento come uno scricchiolio d'ossa e allora alzo la testa verso il cielo. Le rondini fanno ampi giri, cambiando improvvisamente la loro traiettoria, e soltanto qualcuna, di rado, garrisce da sola, come se fosse la padrona assoluta dell'aria.