Gioventù e innocenza dell'Idiota

Alcune considerazioni in margine intorno a uno scritto di Walter Benjamin su L’idiota di Dostoevskij

 

All’interno di una raccolta di scritti tradotti con il titolo italiano di Avanguardia e rivoluzione  c’è un breve saggio, un piccolo gioiello di critica letteraria e filosofica, che il loro autore, Walter Benjamin, dedica a L’idiota di Dostoevskij. 

Dopo aver premesso che la critica dovrebbe tenersi lontana dall’utilizzazione di canoni e categorie tratte dalla psicologia per valutare personaggi e opere della letteratura, per concentrarsi piuttosto sugli aspetti più spiccatamente culturali e metafisici, Benjamin entra subito nel merito, spiegando che il romanzo tratta di un episodio della vita del protagonista, il principe Myškin.

 

Prima e dopo l’arco di tempo in cui tale “episodio” si svolge, la vita del principe sembra infatti svolgersi nell’ombra. Quando la vicenda ha inizio, su un treno che lo conduce dalla Svizzera in Russia - dove, tra l’altro, incontrerà fin da subito il suo deuteragonista - tutti coloro che lo accoglieranno nella società pietroburghese di lui sanno poco o nulla. Tutto lascia però intendere che la sua vita si sia svolta, sino a quel punto, in maniera abbastanza inutile. Uomo “malaticcio e incapace”, il principe infatti non solo “non soddisfa alle norme di valutazione della società, ma renderebbe problematico anche ad un amico lo scorgere nella sua vita una qualche idea o scopo che possano costituire anche un valido principio di orientamento. Egli pare “circondato dalla più completa solitudine”, collocato in un campo di forze che proibisce a chiunque di avvicinarsi. La sua sincera modestia non lo rende più avvicinabile.

Nonostante ciò, tutto quanto succederà a Pietroburgo durante l’arco di tempo che vi trascorrerà sembra gravitare verso di lui, “e questa gravitazione di tutte le cose e gli uomini verso questo uomo solo costituisce il contenuto del libro. Ma essi – continua Benjamin – sono altrettanto poco inclini a raggiungerlo com’egli a sfuggire loro. La tensione è per così dire inestinguibile e semplice, è la tensione della vita nel senso del sempre più mosso suo dispiegarsi nell’infinito, che tuttavia non si risolve” (ivi, p. 76).

La vita del Principe si rivela comunque indimenticabile; la sua stessa perdita di memoria e la successiva malattia sono, secondo Benjamin, il simbolo di tale indimenticabilità: “essa giace sprofondata, in apparenza, nell’abisso della sua memoria di sé, da cui non risale più” (ivi, p. 77).

Ma se tutti gravitano intorno a una vita indimenticabile è probabilmente perché questa costituisce un archetipo fondamentale, o almeno vi allude. Per comprendere di quale archetipo possa trattarsi è necessario soffermarsi sulle considerazioni appena successive di Benjamin, per il quale “la pura parola che esprime la vita nella sua immortalità è: gioventù. È questo il grande lamento di Dostoevskij in questo libro: il fallimento del movimento della gioventù. La sua vita resta immortale, ma si perde nella propria luce. L’idiota di Dostoevskij lamenta il fatto che la Russia non possa serbare presso di sé la sua vita immortale – poiché questi uomini portano in sé il cuore giovane della Russia -, assorbirla in sé. […] L’infanzia ferita è il male di questa gioventù, proprio perché l’infanzia ferita dell’uomo russo e del paese russo ha paralizzato le sue forze. In Dostoevskij risulta sempre di nuovo evidente che solo nello spirito del bambino la vita umana può nobilmente dispiegarsi dal seno della vita del popolo” (ibidem)”.

Il termine “infanzia” si presta però poco a costituire un simbolo archetipico, un po’ per la sua genericità un po’ perché si riferisce ad una fase precisa della vita piuttosto che al  suo insieme. Qualora tuttavia lo si intenda privilegiando una delle sue numerose risonanze metonimiche, come l’innocenza, esso può risultare efficace anche per individuare l’archetipo che guida l’anima dell’idiota, dal quale la letteratura russa, i suoi personaggi e i suoi autori, hanno attinto durante tutto il secolo XIX come da una generosa musa ispiratrice.

Ciò che è stato ferito, ciò a cui tutti nel romanzo ruotano intorno, ciò che manifesta un fascino irresistibile che potrebbe però, in qualsiasi momento, trasformarsi in un sentimento di diffidenza o repulsione, è infatti l’innocenza del protagonista. Non si tratta di un’innocenza qualsiasi: ma di quella più pura, dell’unica che sembri preludere, nello stesso tempo, a una piena lucidità e a una bontà ignara di sé.

Pensando alla "bontà" dell'Idiota, viene in mente De Unamuno quando parla della bontà come una forma di chiaroveggenza spirituale, qualcosa che non deriva dalla volontà di fare il bene, ma dalla consapevolezza della vanità del male. È questo tipo di consapevolezza che costituisce l’essenza dell’archetipo dell’innocenza. La cosa forse più notevole è che si tratta, in un certo senso, di una consapevolezza inconsapevole, di cui lo stesso personaggio che ne è portatore non può rendersi conto, così come una fiamma non si rende conto di bruciare o un albero di ramificarsi.

Christian Bobin scrive che L’idiota è “uno scoppio puro di vita, come una scintilla che salta dal fuoco”. Per Bobin non ci sono adoratori di questo libro, bensì gente che è stata “bruciata” dalla sua lettura. Mentre la Ricerca del tempo perduto di Proust è un’opera splendida e inutile, dove si parla dell’io, in questo romanzo di Dostoevskij si “parla di anime come dal vivo di una battaglia”. La pazzia del principe Myškin, epilettico e idiota, ha per Bobin “una luce e una forza più grandi della sua cecità”, mentre il narratore proustiano ci spiega tutto quanto accade all’io, tutto quanto succede nei suoi più riposti ambiti, con la sua tecnica fenomenologicamente inappuntabile.

La cecità è a sua volta, una risonanza metonimica dell’innocenza e della non consapevolezza dell’innocenza, così come dell’amore, della sua gratuità e della sua imprevedibilità. La parola “amore, si sa, è però fonte di una certa confusione, perché bisognerebbe distinguere almeno due sensi del termine, quella riconducibile a Eros e quella riferibile ad Agape.

Nell’Idiota  sembra che la dimensione dell’Eros sia preclusa dalla prospettiva di Agape. Il principe Myškin è così occupato ad amare e capire – perché Agape ama capendo – che non può desiderare. Il desiderio veicolato da Eros è infatti fondato su una lacerazione essenziale, su una polarizzazione e scissione dell’anima che Agape tende spontaneamente ad oltrepassare e integrare. Il desiderio e il mondo di Eros sono così preclusi al Principe, perché l’Eros trasceso da Agape lo sovrasta, abbraccia e sorprende in ogni istante della vita.

Ecco perché l'Idiota viene comunemente considerato un eroe buono, o almeno questa sembra essere ritenuta la sua principale qualità. Ma la sua bontà deriva direttamente dalla sua intelligenza, e viceversa. L’idiota è tale perché la sua capacità di amare produce direttamente la sua capacità di comprendere e il suo comprendere costituisce già una forma sublimata ed eccelsa di Agape.

Egli, senza dubbio, sa comprendere, o almeno è sempre disposto a farlo: sa dare ad ognuno il suo giusto peso, non è tormentato dalla tendenza a fornire giudizi anticipati e sa cogliere gli spunti che possono costituire nella vita le vie d'uscita da situazioni all'apparenza senza sbocco ed infelici. Per questo la sua bontà sembra una diretta conseguenza della sua capacità di capire. L'intelligenza non consiste infatti soltanto, o soprattutto, nell'abilità e nel rigore nell'uso dei concetti, e nemmeno nella profondità e portata del pensiero. Intelligenza è anche saper dare ad ogni cosa l'importanza che merita, il saper proporzionare gli eventi della vita, il saper capire l'importanza di ogni scelta alla luce delle sue conseguenze più remote sulla sua configurazione complessiva. 

Considerandolo semplicemente buono, oggi il principe Myškin correrebbe il rischio di essere valutato come un personaggio animato da "buoni sentimenti". Quest'espressione, implicitamente dispregiativa, non sembra tenere in nessun conto la differenza tra i "buoni sentimenti", appunto, e i "sentimenti buoni". I primi sono tali pregiudizialmente, in quanto rispettano aspettative culturalmente precostituite senza valutarle criticamente e senza elaborarle alla luce di un'esperienza personale. I secondi sono invece frutto di scelte faticose, di un'attività critica ed analitica condotta fino al limite dello spaesamento, non danno nulla per scontato e tengono conto degli effetti di molte prospettive alternative. Non sono affatto in sé migliori di altri sentimenti all'apparenza meno buoni o di sentimenti cattivi e tuttavia non derivano mai, a differenza di questi, da scelte opportunistiche o di comodo: essi sembrano invece scaturire da un'immagine del mondo che acquisisce spontaneamente senso all'interno della personalità di ognuno, come una sintesi momentanea e silenziosa del tempo vissuto alla luce di quel futuro anteriore che ne disegna già il percorso avvenire come un riferimento implicito.

Ma per quale motivo tacciare i “sentimenti buoni” d'essere dei "buoni sentimenti"? Una volta Roland Barthes disse che la magrezza era una metafora dell'intelligenza, e che questo spiegava almeno in parte il suo successo. Probabilmente, ormai, sia la parola “bontà”, così come l’aggettivo corrispondente, sia “sentimenti”, portano con sé un sospetto incoercibile d’ipocrisia e sdolcinatezza, quasi ne costituiscono equivalenti metaforici, per cui a molti può sembrare che la cosa migliore sia l’esorcizzarli entrambi con un'espressione sarcastica come “buoni sentimenti” e tenersene il più possibile alla larga.

Ma proprio questo è il sintomo di una certa “vecchiaia”, ovvero del fatto che la nostra civiltà sta rapidamente invecchiando. La Russia della seconda metà del XIX secolo era ancora, anche se lo sarebbe stato ancora per poco, abitata da un popolo giovane, ovvero da un popolo con la sua innocenza ancora intatta. Per questo il principe Myškin poteva esercitare intorno a sé quella forza gravitazionale di cui parla Benjamin.

Oggi, anche in Russia, questa sua capacità attrattiva, che induceva gli altri personaggi del romanzo a gravitargli intorno, è quasi interamente svanita. Come l’epilessia – un tempo considerata come un invasamento divino – anche l’innocenza ha assunto i contorni un po’ tristi di una specie di malattia, di una fatale un’inadeguatezza. Salvo che nei bambini, o talora negli adolescenti, essa suscita diffidenza piuttosto che simpatia. Invece che un moto gravitazionale, pare provocare intorno a lei un qualche centrifugo andamento rotatorio d’allontanamento, una fuga discreta, accompagnata forse da un certo disagio. Questa fuga discreta e centrifuga ha tutto il sapore di una fuga dalla vita stessa, dal suo sempre giovane centro propulsore, dall’abbandono e dallo stupore che l’hanno originata.   

W. Benjamin, L’idiota di Dostoevskij, trad. it. in Avanguardia e rivoluzione, Torino, 1973, pp. 74-78.