Quale habitat per il capitalismo?

 

L’articolo di Slavoj Žižek sul Corriere della sera di Martedì 3 Febbraio propone un’alternanza di considerazioni illuminanti e scontate, abbatte alcuni pregiudizi e ne consolida altri. Žižek sostiene giustamente che il capitalismo asiatico costituisce una forma di capitalismo ancora più efficiente e radicale di quello praticato nei paesi liberal-democratici dell’occidente. “Il capitalismo globale – sostiene - non ha problemi ad adattarsi a una pluralità di religioni, culture e tradizioni locali” ed esso “non implica necessariamente l’edonismo e l’individualismo permissivo”. Anzi, la persistenza delle tradizioni premoderne può costituire l’humus ideale per l’insorgenza di un capitalismo selvaggio, fornendo una “giustificazione etica a chi condivide la logica spietata della competizione di mercato”. Zizek ne evince che “la libertà sia un fondamento debole per il capitalismo nell’occidente, perché è anche un fondamento vuoto” e sostiene quanto certa tradizione marxista afferma più o meno esplicitamente da tempo: che molte libertà dell’occidente siano più apparenti che sostanziali e che una certa “illibertà mascherata dal suo opposto si manifesti in una miriade di forme”.

Certo, il liberalismo occidentale è solo uno dei possibili habitat politici del capitalismo, è solo uno tra i molti in cui tale sistema economico può crescere e prosperare. In assoluto, non può essere considerato come quello in grado di garantire la maggiore crescita economica. A testimoniarlo, non sono soltanto le vicende socio-economiche di paesi come la Cina o di altri asiatici post-comunisti, ma sono ancora prima le strutture economiche e politiche del fascismo e del nazismo. Entrambi questi tipi di regimi, ma in particolare il secondo, poterono garantire una notevole crescita economica cancellando ogni traccia dello Stato liberale, pur conservando il principio liberale e liberista della proprietà privata dei mezzi di produzione. In pratica, cancellarono la libertà politica e conservarono quella economica, così come scelse di fare Deng Xiao-Ping quando s’ispirò al modello economico di Singapore per fornire un nuovo modello al comunismo cinese.

In realtà, di comunismo in Cina non si può più parlare da tempo, almeno da quando è stata riammessa la proprietà privata dei mezzi di produzione e la legge del profitto può prosperare in una maniera ancora più decisa ed efficiente di quanto non avvenga nei paesi liberaldemocratici: ovvero con poche regole imposte dalla politica, con il diritto ad un pieno sfruttamento degli operai e l’abolizione di quasi tutti i loro diritti. Al cospetto di quanto avviene in Cina, le pur deficitarie tutele delle libertà e delle dignità personali ancora in vigore in occidente si rivelano cosa non da poco, tanto che lo stesso occidente si sta organizzando, proprio per reggere la concorrenza con il capitalismo asiatico, per abolire le conquiste conseguite dai lavoratori nel corso di almeno due secoli e abbandonare almeno buona parte di tali tutele.

La prossimità strutturale – certo non socioculturale – del capitalismo asiatico con quello fascista e nazista dovrebbe forse ricordare a tutti, anche alla luce di quanto sostiene Žižek, che non è il capitalismo tout-court il tratto saliente delle democrazie liberali occidentali, ma solo quel tipo di capitalismo che può sorgere nell’ambito del rispetto dei principi liberali e democratici, e cioè indisgiungibile dalla tutela dei diritti politici e civili previsti dalle costituzioni di questo tipo. Il capitalismo in quanto tale – ecco ciò su cui Žižek ha ragione – può in effetti svilupparsi meglio in assenza di libertà politiche: in queste circostanze si possono infatti meglio sfruttare i lavoratori, tenere sistematicamente bassi i loro salari e privarli dei loro diritti fondamentali, come ad esempio quello di sciopero. Ma se questo tipo di regimi risultano economicamente efficienti proprio in quanto riescono a coniugare bene liberismo e assenza di libertà politica, capitalismo e totalitarismo, questa circostanza dovrebbe far riflettere non solo sui limiti del liberismo, almeno quando questo non sia inteso come una delle opzioni di politica economica che si possono adottare nell’ambito del liberalismo democratico, ma anche sulla assimilazione implicitamente denigratoria delle società liberaldemocratiche a quelle capitaliste, così come, sulla scia di Marx, viene proposta dallo stesso Žižek.