Keynes, il leninismo e i destini del capitalismo

 

   Bertrand Russell racconta che ogni volta che andava a cena con John Maynard Keynes gli sembrava di essere completamente stupido. Di certo, la conversazione con quello che è considerato da molti il più grande economista del secolo scorso non doveva risultare noiosa o poco interessante, né priva di osservazioni acute e lungimiranti sul presente e sul futuro. Alcune di queste furono raccolte in volume per il lettore italiano già nel 1968, per essere riproposte in una nuova edizione tre anni fa (J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il saggiatore, Milano, 1917).

    In uno dei brevi articoli contenuti nel volume, che s’intitola Breve sguardo sulla Russia d’oggi, Keynes si sofferma ad analizzare la situazione nella Russia sovietica nel 1925, e cioè un anno dopo la morte di Lenin, quando ancora l’arcipelago Gulag non esisteva. Come altre religioni nuove, secondo Keynes il leninismo “non deriva il suo potere dalla moltitudine, ma da una piccola minoranza di convertiti entusiasti. […] Come altre religioni nuove, perseguita senza giustizia o pietà chi le resiste attivamente” ed “è privo di scrupoli”, “pervaso da ardore missionario e da ambizioni ecumeniche”. In fin dei conti, tuttavia, l’affermare che “il leninismo è la fede di una minoranza di fanatici che perseguitano e fanno proseliti, guidati da ipocriti, significa dire, né più né meno, che è una religione, e non soltanto un partito, e che Lenin è un Maometto e non un Bismarck”.

   Quest’opinione potrà sembrare a molti doppiamente riduttiva, sia verso Lenin sia verso le religioni, ma lo stile perentorio delle affermazioni di Keynes non lascia dubbi circa le sue reali convinzioni in proposito. Proprio alla luce di queste potranno risultare ancor più sorprendenti le indicazioni che ne ricava nel proseguo della sua analisi. Sebbene infatti gli appaia scontato che la “Russia sovietica ha troppe cose detestabili”, anche perché è un sistema politico basato “su un libro di economia ormai vecchio”, che è “non solo scientificamente errato, ma privo di interesse e di possibilità di applicazione nel mondo moderno”, Keynes osserva tuttavia che, se ci fermassimo a questo punto, non coglieremmo l’essenza di questa nuova religione. Se per un verso il leninismo non fa che seguire alcune religioni più famose, esso adotta però una prospettiva non soprannaturalistica: “la sua essenza, sul piano emotivo ed etico, s’incentra nell’atteggiamento dell’individuo e della comunità di fronte all’amore del denaro”. Siamo, quindi, all’interno di una concezione decisamente materialistica, ovvero molto diversa, se non opposta, a quella adottata dalla maggior parre delle religioni. Ciò nonostante, in quanto religione le sue forze sono comunque notevoli: “l’esaltazione dell’uomo comune è un dogma che ha conquistato le masse già prima d’ora. Qualsiasi religione, ed il vincolo che lega fra loro i correligionari, prevalgono sull’egoismo atomistico del non religioso. E il capitalismo moderno è assolutamente non religioso, privo di unità interna, senza molto spirito pubblico, e spesso, anche se non sempre, pura congerie di possidenti e di arrivisti”.

   A differenza di quello che aveva caratterizzato il XIX secolo, lasciando immaginare prospettive ancora migliori per il futuro, quello del XX sembra conseguire per Keynes successi solo moderati. Proprio alla luce di questa non marginale circostanza storica, “se il capitalismo irreligioso vuole in ultima analisi sconfiggere il comunismo religioso non basta che diventi più efficiente sul piano economico: deve diventare molto, molto più efficiente”.

   Ma oltre a questo obiettivo ambizioso, affinché il capitalismo possa vincere la sua sfida dovrebbe anche incominciare a chiedersi “se i vantaggi materiali di tenere affari e religione in compartimenti separati sia sufficiente a controbilanciarne gli svantaggi morali”. Dopo il successo delle teorie comuniste a cavallo dei due secoli scorsi esiste infatti una condizione dello spirito, una prospettiva morale e politica, in cui non si considerano più gli affari e la morale come questioni separate, e in cui non si pensa più che il paradiso possa essere solo altrove, ma in cui si crede invece che il paradiso possa essere qui, “oggi o mai più”.

   Il problema che si pone alla luce di queste premesse, e non solo per il capitalismo, ma anche per la democrazia liberale, è stato individuato da Keynes con la sua abituale lucidità e lungimiranza circa un secolo fa: “se il progresso economico non contiene un obiettivo morale, ne consegue che non vale sacrificare neppure per un momento il vantaggio morale a quello materiale: in altre parole, che non possiamo più tenere gli affari e la religione in due compartimenti stagni dell’anima. Nella misura in cui un uomo è capace di perseguire con i suoi pensieri una linea di questo tipo, costui cercherà con curiosità, nell’essenza del comunismo, qualche cosa di completamente diverso dalle immagini esterne che ne dà la nostra stampa”.

   Per far fronte a questa situazione, a questa tutt’altro che sconfitta nuova religione, che come tale non teme alcuna smentita dalla storia, “una rivoluzione nel nostro modo di pensare e di sentire di fronte al denaro può diventare l’obiettivo sempre più importante per chi cerchi di dare oggi un contenuto all’ideale”. In altri termini, se le democrazie liberali non sapranno imparare a tenere nel rispetto che meritano i valori morali di giustizia e solidarietà tra gli esseri umani sono destinate a soccombere, ad essere rovesciate prima o poi dalla storia, ma non tanto per le ragioni economiche previste da Marx: di fronte alle istanze etiche della nuova religione, i valori cui s’ispirano le nostre società liberaldemocratiche rischiano di sembrare sempre più un bene minore e queste stesse società di soccombere proprio a causa della loro sostanziale indifferenza, della separazione tra affari e morale che le caratterizza alla radice.

   Non sarebbe la prima volta che succede qualcosa del genere e la rivoluzione di ottobre del 1917 ne costituisce forse solo l’esempio più eloquente: le religioni hanno avuto nella storia la capacità di sovvertire anche il più consolidato ordinamento politico, indipendentemente dalla loro capacità di saper fornire delle alternative valide ed efficaci. Soprattutto, se questa ormai vecchia religione materialista (ma ancora nuova al tempo di Keynes) dovesse saldarsi con quella cristiana, con cui condivide alcuni valori universali di fondo, potrebbe reagire all’indifferenza capitalista anche sacrificando una buona parte di quei valori liberali e democratici che del capitalismo hanno garantito la genesi e lo sviluppo.

   Una volta compiuta la saldatura tra una religione materialistica e una cristiana, la speranza di poter realizzare, anche con soluzioni demagogiche e in realtà controproducenti rispetto ai loro stessi obiettivi, una società più umana e più giusta, capace di evidenziare tutte le scelleratezze delle società storiche precedenti e del capitalismo in particolare, potrebbe infatti tornare ad esercitare tutto il suo fascino etico, anche perché alimentato dalle possibilità offerte dalla tecnica per coltivare il mito di una democrazia diretta supposta in grado di redimere il mondo. In questo senso, o il vecchio liberalismo si saprà riappropriare di alcuni di quei valori che lo caratterizzarono nella sua fase nascente, contribuendo in maniera decisiva a determinarne il successo, o tutti i suoi valori rischieranno di essere prima messi in discussione e poi soffocati in nome di altri valori più sensibili e universalmente evidenti, e soprattutto più corrispondenti alle speranze e aspettative delle religioni vecchie e nuove.