Cari maestri, cari professori
Ricordi di scuola di un insegnante
Arriva l'1 lungo e secco, poi il 2 con le ciabatte, sembra il 3 un bel gobbetto, e il 4 una seggiolina, pare il 5 un'orecchietta, e il 6 ha un gran pancione… così recitava il sussidiario, e cosi appresi a scuola i primi numeri. Probabilmente tutti abbiamo dei ricordi della scuola: ricordi radi e irregolari, nitidi o vaghi, gioiosi e dolorosi. E tra questi ricordi ci sono quelli degli insegnanti, dato che certe impressioni legate ai più significativi ci accompagnano poi per tutta la vita.
Quel tipo di scuola che io ricordo non esiste più. In quella scuola erano davvero importanti poche cose, che solo in piccola parte si potevano insegnare: l'avere a cuore i propri studenti e amare le proprie discipline, non stancarsi di voler conoscere sempre meglio entrambi e il desiderio di riuscire a trasmettere ai primi il proprio amore per le seconde. Ma ancora oggi, nonostante i molti cambiamenti, tra le persone decisive che si possono incontrare nella vita ci sono i propri insegnanti. A volte maestri di vita, altre volte figure che turbano ancora i nostri sogni, educatori illuminanti o sadici diseducatori, talora ombre fluttuanti e sbiadite, non esiste probabilmente vita che non risenta più o meno marcatamente della loro influenza. Parlare di quelli che hanno inciso sulla nostra esistenza in maniera positiva è un modo di ricordarli, un modo per manifestare loro, anche a distanza di molti anni, una sincera gratitudine, e non parlare di altri una forma di pietà.
Scrittori inglesi e americani nel cuore della "patria della bellezza"
Quando Percy Bysshe Shelley salpò dal porto di Livorno a bordo della sua imbarcazione, il Don Juan, per recarsi a Lerici era l’otto Luglio del 1822. Durante quell’estate particolarmente calda ebbe così inizio il suo ultimo viaggio e la storia del suo naufragio. Il suo corpo, già in stato di putrefazione, fu ritrovato sulla spiaggia di Viareggio e venne riconosciuto solo perché aveva ancora in tasca un volume delle poesie di John Keats. George Gordon Byron e altri amici assistettero sul posto alla cremazione del corpo di Shelley pensando alla grandezza e alla desolazione che quei luoghi gli avevano sempre ispirato e videro il suo cadavere aprirsi davanti ai loro occhi fino a scoprire il cuore.
A Viareggio, non lontano dal molo, una grande piazza alberata è ancora intitolata al poeta, che pare fosse solito passare ore a osservare le lucciole. Così almeno riporta Leigh Hunt in una lettera, e una notte a questo caro amico del poeta venne da chiedersi se qualcuna delle particelle che aveva lasciato sulla terra non alimentasse la loro leggiadra e amorevole luce.
Ma gli inglesi che vissero a lungo in Toscana e che manifestarono ammirazione o amore per questa regione costituiscono una lunga e variegata scia della quale il recente libro di Paolo Fantozzi, (Anglo-Toscana, Apice libri) ci permette di assaporare l’alone. Mary Shelley rimase a lungo in Toscana dopo la morte del marito, innamorandosi della sua lingua, dei suoi costumi e della sua letteratura, orbitando principalmente tra Pisa, Livorno e Firenze e facendo lunghe passeggiate a cavallo tra S. Giuliano e Vicopisano. Nel proporre l’opera di sua moglie a un editore londinese Percy Bysshe Shelley sottolineò che “tutti gli usi, i costumi, tutte le opinioni del tempo vi trovano luogo, tutte le superstizioni, le eresie, le persecuzioni religiose vengono rappresentate”.
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Il fascismo delocalizzato e l'autodenigrazione dell'occidente
Solitamente si definiscono società autocratiche quelle non pienamente democratiche, ovvero quelle più o meno compiutamente totalitarie. Tra queste se ne possono distinguere due tipi: quelle che, pur ammettendo la proprietà privata dei mezzi di produzione, anche quando con la partecipazione o la supervisione dello Stato, non sono annoverabili tra le liberaldemocrazie; e quelle comuniste.
Le prime, pur consentendo la proprietà privata dei mezzi di produzione, non garantiscono a tutti i loro cittadini l’esercizio di quelle fondamentali libertà e di quei diritti civili e politici che sono loro riconosciuti come inalienabili in ogni Stato autenticamente democratico. Una simile combinazione di queste due caratteristiche si è verificata in passato solo nei regimi di tipo fascista. Nelle società comuniste invece la proprietà privata dei mezzi di produzione non è ammessa e su questo punto sia Marx sia i marxisti ortodossi successivi sono stati chiari e perentori. L’esistenza delle classi sociali dipende infatti proprio da questa prerogativa e il comunismo è la società per definizione senza classi.
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Il reddito di cittadinanza è anti-costituzionale?
In un articolo apparso sulla rivista giuridica Massimario di Giurisprudenza del lavoro nel 2019, il professor Carlo Pisani, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene che la legge sul reddito di cittadinanza, oltre ad essere farraginosa, ipocrita e poco efficace, non sia costituzionale. L’articolo 1 del decreto legge del 28 gennaio 2019 considera infatti il reddito di cittadinanza una “misura fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro”, ma nel nostro ordinamento la dignità del lavoro è “materia molto seria e delicata” e sarebbe meglio trattarla “con attenzione, senza pressapochismo o, peggio, strumentalizzazioni a fini elettorali”.
A differenza di quanto accadeva con lo Statuto Albertino o con altre Costituzioni europee di fine Settecento e Ottocento, la nostra Costituzione annovera il lavoro “tra i fondamenti del nuovo Stato”. Non a caso, la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che il lavoro “non rappresenta solo un mezzo di sostentamento e di guadagno, ma è altresì un mezzo di estrinsecazione della personalità”. In breve, la nostra Costituzione considera la dignità dell’uomo che lavora come “un valore assoluto che permea di sé tutto l’ordinamento e che va al di là del tipo di attività svolta”.
Il professor Pisani ricorda inoltre che “nel nostro ordinamento il lavoro, come mezzo di realizzazione della persona e come una delle componenti della sua dignità, deve essere incentivato o, comunque, sicuramente non può essere disincentivato né dallo Stato, né dal Legislatore. Una legge che finisca per avere obiettivamente questa finalità, al di là delle roboanti dichiarazioni di principio, rischia di essere incostituzionale per violazione degli artt. 3, 4 e 35” della Costituzione. Ma su quali basi si può sostenere che una tale legge disincentivi il lavoro o la sua ricerca? Secondo Pisani in virtù del fatto che “per percepire l’equivalente netto previsto per il reddito di cittadinanza, circa 780 euro esentasse mensili, un dipendente inquadrato in un livello medio deve lavorare circa cinque ore per cinque giorni alla settimana per quattro settimane”; e che “deve invece lavorare circa otto ore al giorno per cinque giorni a settimana con inquadramento medio alto, il dipendente che voglia percepire una retribuzione netta equivalente alla misura massima a cui può arrivare il reddito, e cioè a 1.600,00 euro esentasse al mese (se nella famiglia ci sono minorenni: art. 3, comma 1, lett. a), che richiama l’art. 2, comma 4). Invece il beneficiario del reddito di cittadinanza deve (tranne le non pochissime esclusioni) assicurare la disponibilità per sole otto ore settimanali, aumentabili ‘al massimo’ a sedici, però solo con il consenso del destinatario (art. 15)”.
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